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martedì, aprile 04, 2017

Per gli zombi non è un problema restare senza parole


1.
Sabato 1° aprile, il Teatro Regio di Torino ha ospitato un evento non proprio in linea con il suo abituale cartellone: “Creature della catastrofe. Gli zombi, un mito moderno”. Inserita nell'ambito della Biennale Democrazia, la serata è stata suddivisa in due parti. Nella prima il regista Dario Argento, il critico Steve Della Casa e lo studioso dei media Peppino Ortoleva hanno condotto una carrellata sulla storia del caro non-estinto: un archetipo che nella sua incarnazione moderna (battezzata da George Romero in La notte dei morti viventi) è in procinto di compiere cinquant'anni, ma che non appare affatto invecchiato. Anzi, mai come oggi domina il panorama horror, anche in latitudini extra-cinematografiche (The Walking Dead). Nella seconda parte è stato proiettato il classico Zombi (Dawn of the Dead), diretto da Romero e co-prodotto da Argento nel 1978, con l'accompagnamento live dei Goblin di Claudio Simonetti (autori della colonna sonora originale).

2.
Per gli appassionati horror è stata una gran bella festa. Sia per la presenza di Argento, sia perché Zombi è una pietra miliare del genere. Appartiene all'epoca d'oro del new horror: quella sorta di Parigi-Anni-Venti in salsa truculenta in cui mossero i primi passi Dario Argento e Wes Craven, David Cronenberg e John Carpenter, senza dimenticare i deliri di serie B provenienti dall'underground italiano, dalla Spagna, dal Brasile, le solide escursioni nel mainstream (L'esorcista, Lo squalo), nella fantascienza (Alien) e gli esordi – in libreria – di un certo Stephen King. Insomma, il paradiso. O l'inferno, a seconda dei punti di vista. Giovani autori che mandavano in pensione le operazioni nostalgia della Hammer, rimettevano nel sarcofago Dracula, Frankenstein e la Mummia, esploravano territori vergini a colpi di machete, seghe elettriche e ossessioni varie (anticipando la deriva esplicitamente parodistica degli '80: Sam Raimi, Nightmare, Peter Jackson...).

3.
Ma Zombi è qualcosa in più. Qualcosa di politico. È il film in cui i morti viventi sono diventati per la prima volta un esplicito simbolo della società dei consumi. Dal punto di vista narrativo, seguendo lo stesso modello del suo predecessore, ci troviamo di fronte a un film d'assedio, ricalcato sugli schemi tipici del genere western. Ma se La notte dei morti viventi era ambientato in una normale abitazione di campagna, in Zombi il fortino dei cowboy-umani attaccato dai pellerossa-morti diventa un centro commerciale. Una calamita talmente potente da esercitare la sua influenza anche oltre l'Apocalisse. Nel film il mondo è sull'orlo dell'abisso, eppure tutti sentono ancora il richiamo della shopville: gli eroi umani in fuga, gli zombi (che – proseguendo nel parallelo con gli indiani d'America – vengono cacciati dal luogo in cui “vivevano”), fino alla gang di bikers che invade la scena nel pirotecnico finale, come una folle Cavalleria motorizzata.

4.
Evidentemente condannato ad andare oltre la dimensione di semplice film horror, sabato sera Zombi ha aggiunto un paio di simbolici scalpi alla sua collezione. Il primo è il Teatro Regio: dal supermarket, tempio del consumismo, i morti viventi si sono arrampicati fin sulla più slanciata torre d'avorio dell'arte colta. Nel calderone in cui tutto si mescola (alto/basso, destra/sinistra), il pop è ormai ovunque. Ma lo spettacolo ha concesso un altro rumoroso inchino allo spirito dei tempi. I Goblin hanno suonato tutte le parti dove nel film è presente la colonna sonora: sia quelle in cui la musica accompagna scene d'azione, sia quelle in cui fa da sottofondo a dialoghi e sequenze parlate. Solo che dal vivo le tastiere, la chitarra e la batteria hanno travolto tutto, seppellendo le parole sotto una montagna di note. Ascoltarle, riconoscerle, comprenderle non è stato più possibile. Un'esperienza affascinante, stordente, che ha riprodotto in ambiente sonoro/visivo ciò che avviene altrove a livello grafico/testuale: la ribellione contro le parole.

5.
Per secoli strumento chiave della comunicazione – orale, scritta, stampata – le parole stanno oggi perdendo la loro supremazia. Sui social scorrono immagini ed emoticon, con i testi ridotti a battute, invettive e commenti. I giornali online rispondono con infinite fotogallery orfane di didascalia. E gli zombi, dopo aver scimmiottato il nostro ondivagare nei centri commerciali, si fanno avatar della crescente afasia. Loro non hanno bisogno di parole: darwinianamente, sopravvivono meglio di tutti negli scenari horror del XXI secolo. Il vampiro? Troppo romantico e snob. Il serial killer? Troppo intellettuale e logorroico, soprattutto quello urbano (il raffinato eloquio di Hannibal Lecter, l'assassino di Zodiac che scrive lettere ai giornali...). In una società che vive sul filo del nanosecondo, le parole sono una perdita di tempo. Gli zombi sono istintivi, non riflettono ma reagiscono e sono subito riconoscibili: tu li vedi e pensi “ZOMBI!”, senza dover indagare sul loro passato, gli eventuali traumi infantili, le motivazioni, blah blah. Le immagini e la musica fragorosa sono più che sufficienti a celebrare il loro trionfale contagio.

lunedì, novembre 21, 2016

L'illusione dell'informazione sui social network

Fonte immagine: Esther Vargas/flickr

Al di là delle tante polemiche e discussioni sulle fake news di Facebook, esplose all'indomani dell'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, temo che il problema che ci troviamo a fronteggiare – e che sta iniziando a influire in modo sempre più radicale nell'evoluzione della società, della politica, della cultura – sia molto più ampio e profondo di una raccolta di bufale contro Hillary Clinton. È l'idea stessa di poter "trasportare" l'informazione sui social network, coltivata e inseguita negli ultimi cinque anni, che si sta rivelando una mera illusione. 

Le fake news sono solo il sintomo di una verità che in molti – anche tra i professionisti e gli addetti ai lavori, schiacciati dal mantra imperativo dell'innovazione – tardano ancora ad accettare: le piattaforme social che hanno conquistato il mondo sull'onda degli smartphone tendono a sfavorire in modo drammatico un tipo di informazione che pretende (a torto o ragione) di basarsi sulla precisione, sulla conoscenza, sull'analisi e sull'attinenza al vero. Quattro qualità non certo ai primi posti delle ragioni che spingono a condividere un contenuto.   

Il respiro incalzante dei social network, la dinamica a flusso (contenuti ammassati in modo disordinato, con l'unico scopo di rendere la corrente perpetua), l'annullamento del concetto stesso di fonte («l'ho letto su Facebook», tutto si scioglie nel flusso), il design che impone quasi una reazione istintiva (like-commento-condivisione) a discapito della riflessione, oltre alla natura a filter bubble rafforzata dal marketing (che permette di raggiungere con messaggi pseudo-informativi mirati le categorie di tuo interesse), rendono altamente inefficace qualsiasi forma di comunicazione che non sia legata all'empatia dell'istante, all'ironia/sarcasmo, alla rabbia o al rancore, nonché al mito/obbligo della conversazione collettiva universale. Il ricatto è chiaro: tutto deve essere fonte di emozione e/o discussione. L'alternativa è l'irrilevanza. 

Inoltre – e questo è un aspetto che dovrebbe far pensare gli editori – appare ormai evidente come sugli attuali social network sia arduo, se non impossibile, sviluppare un modello sostenibile di business per contenuti giornalistici: i media, come i singoli utenti, finiscono per lavorare per Facebook. Per le ragioni segnalate sopra e per molte altre (dalla facile replicabilità degli slogan al tipo di esperienza che il pubblico ha dimostrato di prediligere in simili ambienti), i social network si offrono invece come impareggiabile terreno di caccia per una nuova famiglia di catalizzatori di traffico, come quelli raccontati sul Guardian o gli ormai proverbiali siti macedoni di bufale presidenziali. L'unico modo per fare concreta concorrenza a queste realtà diventa comportarsi come loro (clickbaiting, gossip, liste e gallerie) e così il giornalismo perde gioco, partita e incontro. 

Ma è davvero questo il tipo di panorama informativo a cui vogliamo rassegnarci, con la scrollata di spalle ormai tipica di un'epoca sempre più ringhiante sulla tastiera e rassegnata nei fatti? Se la risposta è no, allora forse è il caso di tenerle ben salde, le spalle. E di rimboccarsi le maniche. Dal punto di vista di chi coltiva il sogno e la perseveranza di fare informazione in modo professionale, è giunto il momento di guardare con realismo al mondo contemporaneo e alla sua dimensione online. Considerare i social network per quel che sono – essenzialmente una forma complessa di intrattenimento – e avviare la costruzione o la ristrutturazione di canali e percorsi alternativi su cui tornare a fornire un'informazione più orientata alla qualità che alla quantità, alla selezione che alla riproduzione, all'utilità pubblica che al superfluo privato. Inventando, investendo, rischiando, sacrificando. 

Tutto ciò però può avere successo solo se viene accompagnato da un movimento, ancor più responsabile e coraggioso, da parte del pubblico. Una nuova reazione/predisposizione che passa attraverso a una domanda: siamo soddisfatti del modo in cui leggiamo il mondo, sgranocchiando immagini, titoli e stimoli come se fossero popcorn? Al termine della giornata ci sentiamo persone più informate, competenti, migliori? Vogliamo affidare ai social network il 100% della nostra lettura dell'esistente? O forse dovremmo fermarci un attimo, riflettere, ridurre le immersioni nel flusso continuo, gettare il nostro sguardo altrove, rinunciare a qualche commento a caldo in cambio di risposte più approfondite? 

Non si tratta di una banale guerra tra carta e digitale, come si potrebbe ipotizzare dall'immagine d'apertura. Chi scrive, per esempio, rispetto all'adolescenza analogica ricorda con maggior affetto gli anni in cui Internet si presentò al mondo come un'enorme biblioteca accompagnata da un piccolo e vivace bar (e non viceversa). E il punto non è nemmeno il rifiuto dei social, bensì la consapevolezza della loro incapacità di fornire una sana dieta informativa: semplicemente, non sono fatti per questo. Da entrambe le parti, inevitabilmente, ci vuole un pizzico di fatica. Ma l'obiettivo è alto: comprende e va ben oltre il polverone sollevato da una corsa per la Casa Bianca. L'obiettivo è provare a evitare che il mondo contemporaneo, che oggi va di moda definire come post-fattuale, si riveli anche post-umanistico: un limbo dove il progresso dell'uomo - il suo inseguimento della virtù e della conoscenza, per riprendere Dante - si è improvvisamente bloccato, sostituito dal monotono, meccanico, ondeggiante su-e-giù di un dito sullo schermo.

sabato, luglio 23, 2016

La mattina dopo

(fonte)
La sera del 23 giugno sono andato a dormire sereno: secondo la tv, il Regno Unito aveva deciso di restare nell'Unione Europea. Persino un brexitiano di ferro come Nigel Farage aveva ammesso la probabile vittoria del "Remain". La mattina dopo mi sono svegliato con il Regno Unito fuori dall'Europa e Farage che celebrava l'Independence Day.

La sera del 15 luglio sono andato a dormire convinto che in Turchia i militari avessero deposto Recep Erdogan. In tv c'erano persino esperti che prendevano in giro il presidente turco e la sua fuga in aereo. La mattina dopo mi sono svegliato con Erdogan in piazza a Istanbul: ben saldo al potere, a differenza dei golpisti.

Ieri sera sono andato a dormire pensando a quei due (o tre) terroristi assassini in fuga per le strade di Monaco di Baviera, incerto sulla loro natura islamista, nazista o persino islamico-nazista. Questa mattina ho scoperto che "il commando" era formato da un unico ragazzo diciottenne. E che forse non c'entrano né l'ISIS né la xenofobia di destra. 

Se due indizi fanno una prova, tre assumono la forma di un enorme dubbio: non è che tutta quest'ansia di seguire e raccontare le news in tempo reale stia producendo effetti più negativi che positivi? Che invece che dissolvere la nuvola della disinformazione la stia rendendo ancora più fitta? O che semplicemente ci stia spingendo tutti verso un altro campionato, quello dello spettacolo? 

Nelle prime ore successive a un fatto di cronaca, assistiamo a un copione ormai consolidato: milioni di voci infondate, immagini senza etichetta, reazioni provenienti dagli antipodi del cervello che si mescolano e propagano sui social network - con l'immancabile e robusta farcitura di "fake" - fornendo il carburante per improbabili collage di titoli sui siti d'informazione e per ore e ore di commenti a vuoto sui canali all news.

Più che il bello della diretta, lo sballo della diretta.

È come se il live prendesse il sopravvento su tutto: dobbiamo assimilare informazioni, dobbiamo commentare cose che non sappiamo, dobbiamo farlo subito. Solo in un secondo momento si tirano le somme. Per usare una metafora elettorale, è come se in tempo reale ci si accapigliasse febbrilmente su fantomatici exit poll mentre i primi risultati reali sono attesi solo la mattina dopo. 


giovedì, febbraio 18, 2016

Le vite degli altri (1998-2016)


C'è una notevole progressione voyeuristico-tecnologica che ci porta da The Truman Show al social web, passando attraverso il Grande Fratello. The Truman Show è un film del 1998, diretto da Peter Weir e interpretato da Jim Carrey, in cui si immagina un reality televisivo costruito attorno alla figura di Truman Burbank. Senza saperlo, fin dalla nascita Truman è stato seguito dalle telecamere e la sua vita è confinata all'interno di un gigantesco set dove tutto è fittizio (parenti, amici, colleghi, luoghi) tranne - come suggerisce il demiurgo dello show Christof (Ed Harris) - Truman stesso. Sebbene il film si ispiri alla nascente/crescente fascinazione collettiva dell'epoca per i programmi reality, siamo ancora di fronte a uno spettacolo puramente cinematografico. Nel film, il pubblico che guarda la tv è in realtà un comprimario: quasi una stampella per sorreggere una narrazione tutta basata sul protagonista e su un discorso un po' alla Philip K. Dick (o, visto l'anno d'uscita del film, alla Matrix) sull'artificialità delle nostre vite e della realtà che ci circonda. Numericamente parlando, in Truman Show il protagonista è solo uno. Da un punto di vista tecnologico/espressivo, il mezzo utilizzato per raccontare la sua storia è il cinema (forma d'intrattenimento che, nella sua incarnazione originaria, richiede al pubblico di uscire dalle proprie case e raccogliersi in un luogo circoscritto e determinato). Anche la durata è limitata: nella finzione della vita di Truman sono circa centomila giorni, nella nostra fruizione i cento minuti del film. La costruzione narrativa e il distacco dalla nostra realtà sono totali: The Truman Show è un'opera di finzione al 100%, confezionata da un team di straordinari professionisti come il regista Peter Weir (Picnic ad Hanging Rock, L'attimo fuggente), lo sceneggiatore Andrew Niccol (fresco reduce dalla regia di Gattaca), l'attore Jim Carrey (all'epoca famoso soprattutto per i film demenziali, che sorprese il pubblico con un ruolo a tutti gli effetti drammatico), con un simbolismo evidente - persino plateale - fin dai nomi scelti: Tru(e)man, Christof, il paesino Seaheaven, la barca Santa Maria. 

Il 14 settembre del 2000, cioè più o meno un paio d'anni dopo l'uscita nei cinema di The Truman Show, il pubblico italiano scopre direttamente la "realtà" dei reality show. Quella sera viene trasmessa su Canale 5 la prima puntata della prima edizione del Grande Fratello. Rispetto a Truman, la progressione è evidente. Su tutti i piani. Dal punto di vista numerico, non c'è più un unico protagonista - attorniato da attori/complici - ma un gruppo di dieci persone. Si creano quindi delle relazioni sociali tra una piccola comunità di individui che partono allo stesso livello (non a caso, diversi commentatori ragionarono sul suo valore di esperimento sociale). Per quanto riguarda tecnologia e canale di distribuzione, il mezzo cinematografico viene sostituito da quello televisivo. Dunque, rispetto a The Truman Show, si entra direttamente nelle case degli spettatori. Anche la durata si espande: non più cento minuti, ma novantanove giorni (per i protagonisti) e una serie di appuntamenti settimanali in prima serata per i telespettatori. Come nella finzione ipotizzata dal film di Peter Weir, c'è però anche un'opzione - per gli abbonati alla pay tv - di seguire il programma 24 ore su 24. All'incremento dell'invasività del programma, corrisponde un aumento della sua opacità sull'asse finzione/realtà. Sebbene si sospetti fin da subito l'esistenza di autori incaricati di indirizzare gli avvenimenti nella casa dove sono rinchiusi i protagonisti, l'idea alla base del programma è quella di presentare al pubblico lo spettacolo della vita naturale di persone normali. Persone che potremmo essere noi. Se il volto di Jim Carrey creava automaticamente un effetto di distacco, quelli dello studente Pietro Tarricone, della bagnina Cristina Plevani o del pizzaiolo Salvo Veneziano generano nello spettatore televisivo un istantaneo effetto-specchio. Ma la presenza delle telecamere - di cui i protagonisti del programma, a differenza di Truman, sono perfettamente consapevoli - fa sì che il presunto gioco della realtà sia inevitabilmente contaminato dall'artificio. Il corto circuito è evidente: l'esperimento sociale non avviene tanto nella casa, quanto nel rapporto con gli spettatori a casa.

Facciamo un salto di quindici anni e arriviamo al presente, ai social network e in particolare a quello più popolare al mondo: Facebook. Di nuovo, siamo testimoni di una progressione a tutti i livelli, avvenuta a ritmi ancora più sostenuti di quella precedente. Per quanto riguarda i numeri, si balza improvvisamente dalla monarchia (Truman) e dall'oligarchia (i dieci del Grande Fratello) a una democrazia universale. Non solo il cast dello show adesso conta più di un miliardo di co-protagonisti (chiunque pubblichi/condivida qualcosa di personale) ma questi attori provengono da tutto il mondo (non più un villaggio come Seaheaven, né un paese come l'Italia: altra progressione) e non c'è più nemmeno bisogno di fare il minimo sforzo di identificazione: i protagonisti siamo davvero noi, i nostri parenti, i nostri amici di prima generazione e i nostri amici acquisiti sul web. Tecnologicamente parlando, si è passati al network digitale. Prima era venuto meno l'obbligo di andare al cinema, adesso anche quello di trovarsi davanti a un televisore: basta avere uno smartphone in mano per essere costantemente aggiornati sulle vite degli altri. Se già il Grande Fratello in versione pay tv poteva contare su una portata temporale di 24 ore su 24, con Facebook oggi si ragiona su un dominio del tutto nuovo: la totalità spaziotemporale. Lo spettacolo non va in scena solo in ogni istante, ma anche in ogni luogo. In quanto al vecchio corto circuito tra realtà e finzione, anche quello esplode in un vortice di opacità perfetta: le persone di cui scandagliamo la vita sulle bacheche dei social sono in carne e ossa, vediamo i loro volti, i loro animali domestici, i loro viaggi, i loro pensieri. Ma al tempo stesso, non sono loro. La consapevolezza della telecamera si è trasformata nella consapevolezza del selfie: noi tutti costruiamo una nuova identità da social network, che - a volte inconsciamente, più spesso scientemente - si distacca da quella che potremmo definire come naturale. Sotto molti aspetti, l'ambiente social contemporaneo rappresenta dunque una potentissima variazione dell'ipotesi - agli occhi dell'uomo del XXI secolo, ormai quasi umile - avanzata in e da The Truman Show. Un immenso spettacolo voyeuristico/tecnologico diffuso, di cui - come esige la dottrina del 2.0 - non siamo più semplici spettatori. 

Abbastanza curiosamente e altrettanto imprevedibilmente, questo ragionamento è scaturito dalla visione del surreale The Boy with a Camera for a Face. Scritto e diretto nel 2013 da Spencer Brown, premiato a diversi festival cinematografici, il cortometraggio è stato reso disponibile a inizio anno su Vimeo e lo trovate qui sotto (in versione originale, in inglese, a metà strada tra il musical e la poesia). Al suo interno si mescolano molti elementi della tesi che ho provato a esporre nelle righe precedenti. C'è la pura componente narrativa di The Truman Show, c'è la ricerca spasmodica della vita degli altri che ritorna sull'intero arco 1998-2016, c'è l'inevitabile contaminazione tra realtà e finzione, vita genuina e vita artificiale. Inoltre, in modo molto più diretto che in The Truman Show (che da buon film hollywoodiano evita di prendere di mira esplicitamente il proprio pubblico) si pone l'accento sui rischi che un'ulteriore espansione di questo trend potrebbe comportare: la progressiva trasformazione in spettatori-zombi delle vite altrui. Infine, pur passando da vie traverse e vintage (la testa del protagonista non è sostituita da un iPhone, ma da una vecchia macchina fotografica), l'autore apre anche una parentesi su un'altra evoluzione antropotecnologica del secolo digitale: il nostro rapporto con la cattura e l'archiviazione dell'immagine. Dell'istante. Di qualsiasi istante.



mercoledì, gennaio 27, 2016

Meglio Facebook o Hemingway?


Un paio di mesi fa ho disattivato il mio account su Facebook. Le ragioni sono molteplici, io le trovo tutte straordinariamente fondate e cariche di significato, ma non sto a elencarle perché temo che perderei subito i pochi lettori arrivati su questa pagina. Provando a riassumerle in un'unica frase, diciamo che avevo bisogno di uscire da un flusso di informazioni inutili che stavano usurpando il mio spazio, il mio tempo, le mie energie mentali. Se eravate miei amici su Facebook e l'aggettivo "inutili" vi sembra offensivo, vi chiedo scusa: ovviamente non mi sto riferendo a voi! Ma fate una prova: aprite il social, passate in rassegna i link, i commenti, gli status, le foto dei vostri contatti, suddivideteli tra quelli interessanti, quelli frivoli, quelli fastidiosi e quelli verso cui provate una sostanziale indifferenza. Le percentuali potrebbero sorprendervi. C'era qualcosa che non tornava nel dedicare la vita, una simile porzione della vita, a quel fiume di contenuti. Tra l'altro, svalutando invariabilmente qualsiasi informazione, man mano che si aggiungeva una all'altra: dall'immagine buffa al grido di dolore, tutto appiattito nell'infinito susseguirsi del flusso. 

Superati i primi cinque giorni di brividi e senso di alienazione sociale, gli effetti positivi hanno iniziato a farsi sentire. Su tutti, il recupero del tempo perduto. Al di là del giochino tra contenuti utili, frivoli e fastidiosi, non potete immaginare quanto tempo si liberi uscendo dal flusso! È una sensazione sconvolgente, sia perché contraddice una delle credenze più diffuse, martellanti e inesorabili della nostra epoca ("non abbiamo tempo, e non lo avremo mai più"), sia perché si sposa con lo sgombero di una quantità altrettanto imponente di spazio mentale. Da novembre non sento più parlare di marò, non ho litigato sul ruolo del film di Checco Zalone nella società contemporanea, persino la morte di David Bowie è scivolata via in un'atmosfera di sconfinata ma sobria gratitudine: consacrando ore alla bellezza della sua musica e giusto qualche minuto al rumore del cordoglio collettivo, via Twitter. 

Naturalmente, tutto quel tempo libero andava subito riempito. Che esseri umani noiosamente perfetti saremmo se non ricadessimo sempre negli stessi vizi? E qui entriamo in un terreno delicato. Sono sicuro che esistono infiniti modi più sani, piacevoli, divertenti e socialmente edificanti di quello che ho scelto io. Per esempio, si potrebbe fare più sport; oppure restituire all'amore quell'attenzione esclusiva sottrattagli tanto tempo fa, chissà perché; o addirittura scoprire che beneficenza e solidarietà hanno anche una dimensione più concreta di change.org. Ma non è che disattivare Facebook ti renda subito una persona migliore. Non esageriamo. Così, io ho scelto di leggere Hemingway. Tutti i suoi romanzi. E li ho letti in meno di due mesi. Con una passione, una gioia e una naturalezza che da queste parti non si vedevano da anni. Molti. Troppi.  

E qui arriviamo al vero motivo che mi ha spinto a scrivere queste righe. Che non è tanto decretare il vincitore tra Facebook o Hemingway (personaggio che tra corride, caccia grossa e maschilismo praticante oggi vivrebbe un'esistenza assai grama sui social network), bensì celebrare Werner Herzog. Ebbene sì. Colpo di scena! Date un'occhiata a questo articolo. Qualche giorno fa, presentando il documentario Lo and Behold: Reveries of the Connected World, il grande regista tedesco ha invitato ad abbandonare i social network e a dedicarsi alla lettura, partendo dai classici di... Hemingway. Cioè, Werner Herzog: una delle poche semi-divinità che ci sono rimaste, che suggerisce al mondo di fare esattamente ciò che tu - di tua spontanea e anche un po' casuale volontà - hai fatto poche settimane prima. Avete presente quella rara, magica, indescrivibile sensazione che si prova quando tutto torna? 

sabato, maggio 09, 2015

Dove trovare contenuti sotto licenza Creative Commons

Le opzioni di copyright offerte da Medium.
Da mercoledì 6 maggio, gli articoli pubblicati sulla piattaforma Medium possono essere distribuiti sotto Creative Commons. La notizia riporta un po' di luce su questo sistema di licenze alternative, che si avvicina a compiere quindici anni di vita e rappresenta il tentativo più concreto di trovare un equilibrio tra il regime del copyright (che vieta qualsiasi forma di copia non autorizzata) e la realtà di Internet (che basa il suo funzionamento proprio sulla copia infinita di contenuti digitali).

Rispetto a qualche anno fa, oggi le Creative Commons presentano un sapore quasi tecnovintage. Con l'accelerazione verso la comunicazione istantanea impressa dai social network (e con la diffusione di strumenti embed, come quelli che permettono di condividere ovunque e legalmente i video di YouTube), per molti creatori l'attenzione si è spostata dal come tutelare i propri contenuti a come farli circolare in modo più rapido ed efficace.

Ma le Creative Commons non sono da riporre nei manuali di storia di Internet. Da un lato, perché rappresentano una terza via, a metà strada tra copyright e pubblico dominio, che è bene tenere a mente in vista di un'eventuale ridefinizione del sistema globale di tutela della proprietà intellettuale. Dall'altro, perché sono molto presenti in settori-chiave della società, della conoscenza e del web: dalle riviste scientifiche/accademiche a Wikipedia, le cui voci sono distribuite sotto CC.

Il problema è dove trovare online contenuti multimediali sotto licenza Creative Commons. Non esiste una soluzione del tutto soddisfacente, ma nei corsi di scrittura digitale consiglio sempre di provare a partire dal motore di ricerca sul sito americano di Creative Commons. Come si vede dall'immagine sotto, permette di gestire ricerche su Flickr, Google Images, YouTube, SoundCloud e altri grandi archivi online che autorizzano la pubblicazione di contenuti sotto licenze alternative.

Si tratta di un buon metodo per velocizzare le ricerche, ma è necessaria un'avvertenza: l'interfaccia fornita da Creative Commons (in fase di aggiornamento) si collega a motori esterni, che restringono le ricerche ai contenuti "indicati" come sotto licenza CC. Non offre garanzie sulla veridicità della certificazione. Quando si è nel dubbio - e soprattutto se si vuole riutilizzare un contenuto a fini commerciali - meglio effettuare ulteriori verifiche con l'autore o il sito d'origine.

Esempio: utilizzando "Torino" come chiave di ricerca e "Google Images" come sito di riferimento,
i primi risultati fanno tutti riferimento a immagini ospitate su Wikipedia






venerdì, maggio 01, 2015

Ammazzare uno studente per non educarne cento: l'aumento degli attacchi a scuole e università

"L'assalto dei talebani alla scuola militare di Peshawar, in Pakistan, che (il 16 dicembre 2014) ha portato alla morte di 132 bambini e nove insegnanti, ha inorridito il mondo. Ma non si è trattato di un evento isolato: gli attacchi a istituti scolastici appaiono in crescita. Nei recenti anni sono state colpite scuole e università ovunque, dalla Nigeria al Kenya all'Afghanistan". Inizia così un articolo pubblicato il 30 aprile sul Guardian, nella sezione Datablog. 

Il sito britannico utilizza una versione light di data journalism per ricordarci una triste verità: il mondo dell'istruzione è diventato uno dei bersagli prediletti delle organizzazioni terroristiche, soprattutto in paesi come Afghanistan, Colombia, Pakistan, Somalia, Sudan e Syria, nei quali secondo un report del GCPEA (Global Coalition to Protect Education from Attack) tra il 2009 e il 2012 sono stati realizzati oltre mille attacchi contro istituzioni scolastiche. 

Fonte: Guardian
Un altro report, redatto dal National Consortium for the Study of Terrorism and Response to Terrorism della University of Maryland, mette in fila i paesi nei quali sono stati portati più attacchi agli istituti scolastici tra il 2004 e il 2013: il Pakistan domina questa poco invidiabile classifica, seguito da Thailandia e Afghanistan. Nella percentuale degli attentati alle scuole rispetto agli attacchi terroristici complessivi sono primi Pakistan e Bangladesh (entrambi al 10%).

Fonte: Guardian
Sono dati che purtroppo risultano già superati dalla cronaca: pensiamo all'attacco all'università di Garissa, in Kenya, dove il 2 aprile membri del gruppo jihadista somalo Al-Shabaab hanno ucciso 147 persone. In quel caso, parte del movente è stato religioso: i terroristi islamici hanno infierito soprattutto sugli studenti cristiani. Ma la vera ragione che sta dietro a questi attacchi - in crescita vigorosa dal 2004 - sembra abbastanza evidente: tagliare il cordone ombelicale dell'educazione. 

Spaventare i cittadini del futuro, impedire loro di studiare e crescere, spingerli a restare sotto l'ala "protettiva" di gruppi terroristici e di fanatismo religioso che prosperano in condizioni di ignoranza diffusa. Dal privilegiato osservatorio occidentale, guardando questi dati forse anche noi dovremmo imparare qualcosa: a ridare un valore primario all'istruzione, l'unico strumento che impedisce davvero alla società di scivolare in antiche barbarie. Evitando, se possibile, di simpatizzare per l'ignoranza.

mercoledì, aprile 22, 2015

Due modi ben diversi di vedere il boom del vinile


I due grafici che vedete sopra, realizzati da Digital Music News, usano la stessa base di dati (forniti dalla Recording Industry Association of America) per raccontarci la medesima storia: il revival del vinile negli USA. Solo che il primo si concentra sugli ultimi dieci anni, mentre il secondo risale fino alla metà degli anni Settanta. E il risultato è ben diverso. 

Nel primo grafico, la crescita delle vendite di vinili sul territorio statunitense risulta esaltante e giustifica implicitamente tutti gli articoli che avete letto (e che anch'io ho scritto) sul fenomeno. La reazione è quasi spontanea: "Nessuno compra più dischi? Tutti ascoltano la musica su Internet? Ah ah, sciocchezze. Guardate qua". E l'effetto è ancora più forte se accompagniamo il grafico con quello dei download a pagamento, in drastico calo. 

Le vendite di vinili negli USA dal 2005 al 2015 (stima). Fonte: Digital Music News.
Guardando il secondo grafico, però, il bicchiere si svuota immediatamente: il topolino da 15/20 milioni di copie del presente risulta quasi invisibile rispetto alla montagna da oltre mezzo miliardo del 1977. Anche la sfavillante crescita dell'ultimo decennio scivola ai confini dell'impercettibile. Tutto è relativo: se io l'anno scorso compravo un disco e quest'anno ne compro due, la crescita percentuale è favolosa. Ma se mezzo secolo fa ne compravo cento...

Le vendite di vinili negli USA dal 1975 al 2015 (stima). Fonte: Digital Music News.
L'infografica è uno strumento sempre più comune del racconto giornalistico: sia perché il formato-immagine si presta molto bene a un panorama dei media dominato dagli schermi, sia perché quando si tratta di "mostrare dei numeri" (e non solo dei numeri) l'impatto di un grafico sul lettore/utente è automaticamente maggiore rispetto a quello di un testo. Anche uno dei settori più dinamici dell'informazione, il data journalism, si accompagna in modo quasi inestricabile a una visualizzazione grafica finale della storia. 

Ma:

a) Se siete autori di contenuti, ricordate che il valore informativo del vostro lavoro non aumenta solo con la citazione chiara della base dati utilizzata (obbligatoria), ma anche fornendo al lettore adeguati strumenti di contestualizzazione del lavoro. È qui che interviene il corretto utilizzo del testo, che troppo spesso viene lasciato in secondo piano, ridotto a nanodidascalia o addirittura gettato nel contenitore del superfluo ("perché tanto la gente non legge più").

b) se siete fruitori di contenuti, ricordate di non sopravvalutare l'effetto da "informazione a prima vista". Se è vero che le infografiche raggiungono rapidamente il bersaglio, è anche vero che spesso lasciano un messaggio parziale (quando non sbagliato/scorretto), che solo una maggiore consapevolezza da parte del lettore aiuta a riconoscere. Fatevi sempre qualche domanda; non date nulla per scontato; non lasciate che il primo contatto visivo con l'informazione si trasformi nell'assunzione di un dato di fatto.

Tabelle, grafici, diagrammi e altre forme di infografica sono uno strumento utilissimo per raccontare in modo efficace (e spesso esteticamente gradevole) una storia. Sono però sempre frutto di un processo narrativo: si basano su dei numeri ma non sono verità scientifiche. Alla fine dipende sempre tutto dalla prospettiva, da dove si punta lo sguardo, da quale risposta si cerca. Tornando agli esempi mostrati sopra, il secondo grafico è di certo ottimo per frenare un po' l'entusiasmo generato dal primo, ma è evidente che il contesto tecnologico del 1975 (vinile = formato dominante, con pochi rivali) è nettamente diverso da quello del 2015 (vinile = in crescita, ma nicchia): da un lato non può che esserci una montagna, dall'altro un topolino. 

mercoledì, aprile 15, 2015

Il fascino perduto del leak

Fonte: International Business Time

Da queste parti, qualcosa sta cambiando. Da alcune settimane è disponibile sulle reti P2P The Magic Whip, il nuovo album dei Blur, la cui distribuzione ufficiale è prevista per il 27 aprile. Nel weekend sono fuoriusciti online i primi quattro episodi della nuova stagione di Game of Thrones/Il trono di spade. Eppure, in entrambi i casi, non ho calato il retino nell'oceano digitale. Nemmeno per inerzia, ragioni professionali, curiosità. Ieri mi sono guardato con calma la prima puntata di GoT in tv e per i Blur penso che aspetterò che l'album arrivi su Spotify (sperando che non venga fermato alla dogana delle esclusive...) a fine mese. E non ho dovuto sforzarmi: è semplicemente venuto così. 

Due considerazioni:

1. Nel ranking di preferenze personali, non si tratta di contenuti di Serie B. Tutt'altro: dei Blur (e delle infinite incarnazioni artistiche di Damon Albarn) mi piace praticamente tutto; Game of Thrones ha raccolto lo scettro di Breaking Bad nella categoria "serie più entusiasmante del momento". Insomma, è materiale che qualche anno fa probabilmente avrei davvero sentito il bisogno di procurarmi nel battito di un leak, con quelle pulsioni tipiche della generazione zerocalcare. 

2. Lascerei fuori il discorso su copyright, pirateria, ecc. ecc. Ci sarebbero troppe cose da dire e in linea di massima non mi sembra nemmeno il punto più interessante da affrontare. Qui si tratta più che altro di motivazione: più che un presunto ritorno alla legalità, un ritorno alla qualità dell'esperienza di ascolto/visione dei contenuti. Che poi, dal lato del consumatore, dovrebbe essere la voce determinante di tutta la questione (persino più determinante del gratis...)

È come se fosse entrato in funzione un plotone di anticorpi adibiti alla battaglia contro la gestione sempre più ansiogena e fuori controllo della distribuzione e fruizione di contenuti. Di tutti i contenuti: dall'alto, dal basso, da destra, da sinistra, ufficiali, apocrifi, uffipocrifi. Può darsi che si tratti di una reazione personale, tutt'altro che condivisa nelle praterie del web. Ma se non è così, se questo sentimento vive anche al di fuori del mio computer e delle mie esperienze personali, se si sta diffondendo - magari ancora in modo carbonaro, ma capillare - allora prepariamoci perché le ripercussioni potrebbero essere davvero interessanti.

Oggi nel campo del marketing culturale/spettacolare, dell'industria, della comunicazione e dell'informazione si gioca quasi tutto sul concetto di aspettativa e di evento. Creare l'attesa per un evento e poi sparare il colpo, cercando di fare più rumore possibile (magari mascherando la prima fase e puntando su un sempre più artificiale effetto sorpresa, tipo bomba-carta allo stadio). I leak di fatto rispondono a questo sviluppo di un appetito culturale vorace, perenne, sempre più immerso in una soluzione di istintività e irrazionalità. È qualcosa che penso abbia molto a che fare con il culto del real time dominante nella società contemporanea (digitale e non solo). 

L'obiettivo di qualsiasi distributore - autorizzato o meno - è richiamare l'attenzione/azione immediata del pubblico, spesso stordendolo con effetti speciali. Ma se il pubblico dopo un po' si stufasse? Se recuperasse il controllo della sua esperienza di ascoltatore/lettore/spettatore/utente, prendesse in mano il palinsesto della sua esperienza culturale (anche grazie ai nuovi strumenti digitali, cessando di "lasciarsi utilizzare" da loro) e decidesse che in fondo l'album dei Blur si può tranquillamente aspettare e i primi quattro episodi di Game of Thrones non si devono necessariamente assimilare la prima notte in cui appaiono su BitTorrent (sostituite i vostri contenuti di preferenza)?

Anche solo ipotizzare qualcosa del genere, ad aprile 2015, nell'era del leak, del bingewatching e dell'ansia da previsione digitale, ha la parvenza del sacrilegio. La storia sembra procedere in tutt'altra direzione. Un simile cambiamento di prospettiva (da parte del consumatore) non andrebbe solo a limitare gli effetti reali dei leak (per la gioia dei produttori di contenuti) ma renderebbe immediatamente obsolete anche il 99% delle campagne di promozione/marketing e desertificherebbe quella parte dei social network adibita al commento istantaneo di tutto ciò che si consuma. 

Forse è davvero solo un'impressione personale. Forse il mondo si trova a proprio agio nell'era del consumo accelerato e istantaneo. Forse il contesto non permette ulteriori stravolgimenti. E forse la sirena del leak è ancora in grado di sedurre le nostre sinapsi e sempre sarà così. Ma se guardo al futuro vedo uno scenario possibile, diverso e migliore rispetto al presente. I primi quindici anni d.N. (dopo Napster) ci hanno convinto di poter avere tutto e subito. I prossimi quindici potrebbero farci maturare la consapevolezza che - per dare un senso a ciò che incontriamo nel nostro cammino - è meglio avere tutto ciò che ci interessa, ok, ma seguendo percorsi di crescita e di qualità della vita più legati a ritmi, tempi e necessità individuali, che dettati dai forsennati tamburi del villaggio globale. 

giovedì, aprile 02, 2015

David e la pornografia del colore


Nico Ordozgoiti è un art director di Madrid, è nato nel 1982 e lavora nel mondo della pubblicità. Nel suo curriculum vanta campagne anche piuttosto bizzarre (come "Discover Satanism", realizzata nel 2013 per il quarantacinquesimo anniversario di Rosemary's Baby) e adesso presenta Paint Job - Classic Sculpures With a Coat of Paint, un progetto di colorazione artificiale di sculture che - oltre al David mostrato in questo post - coinvolge la Venere di Milo, un ritratto di Jean-Baptiste Colbert, busti di Maria Antonietta e Giulio Cesare (le opere sono tutte visibili su Behance).    

Il suo è uno degli infiniti esempi di remix dell'arte antica, moderna e contemporanea, resi possibili dall'invenzione dei software di fotoritocco (e dalla loro distribuzione universale). In questo caso, l'effetto dell'intervento è una sostanziale demitizzazione dell'opera. Basta una mano di colore perché i soggetti delle sculture perdano gran parte dell'aura originale: David non è più un semidio ma un uomo di carne e ossa, sul volto della Venere si svelano i lineamenti di una donna comune, a Giulio Cesare sanguina persino il naso...

C'è anche un altro effetto, che mi sembra evidente soprattutto nel David e interessante dal punto di vista della comunicazione digitale: incrementando la verosimiglianza e l'umanità della scultura, se ne incrementa automaticamente anche il potenziale tasso pornografico percepito. Periodicamente si leggono storie di censure "artistiche" sui social network: immagini rimosse e account bloccati per qualche centimetro di pelle in più. In Francia, il complicato rapporto di Facebook con L'origine del mondo di Courbet è persino finito in tribunale. 

Forse mi sbaglio ma non mi risulta che le statue antiche siano mai incappate in problemi del genere: quasi come se l'assenza di colore le proiettasse in una zona protetta in cui gli algoritmi di Facebook non ritengono di dover intervenire. Ma basta un pizzico di photoshop, inseguendo modelli di colorazione che ricordano i primi esperimenti cromatici nel cinema del Novecento, perché si scivoli immediatamente in una zona ambigua. Nelle sale di controllo del social web, un'immagine rielaborata come quella sotto potrebbe far alzare la bandiera rossa? 


I Led Zeppelin e la leggerezza dei video interattivi


Da un po' di tempo i Led Zeppelin stanno distribuendo versioni deluxe dei loro album. A febbraio, in occasione del 40° anniversario dall'uscita originale, è toccato a Physical Graffiti. Tra le bonus track della ristampa c'è anche Brandy & Coke, una versione alternativa di Trampled Underfoot che in questi giorni è accompagnata su Internet da un video interattivo. Lo trovate sul sito ufficiale della band, ma potete provarlo anche qui sotto: cliccate su una finestra per vedere cosa succede dentro al palazzo e poi, man mano che la canzone va avanti, spostatevi con le frecce da una stanza all'altra. 

La struttura è molto simile a quella di un altro video interattivo, Like a Rolling Stone di Bob Dylan: là si faceva zapping tra canali tv, qui tra le stanze di un edificio. Non è un caso: li ha realizzati entrambi la stessa agenzia, la Interlude (ma la qualità/varietà dei contenuti di Like a Rolling Stone lascia trasparire un budget superiore). Dopo aver speso un paio di minuti su Brandy & Coke, torna a galla un dubbio, espresso di recente da Huw Oliver sul Guardian: a cosa servono i video musicali interattivi? Cosa ci danno? L'antipasto di una rivoluzione o un fatuo fuoco d'artificio?


La risposta non è semplice. In alcuni casi c'è un uso interessante, anche avanguardistico, della tecnologia digitale. Il primo esempio che mi viene in mente è The Wilderness Downtown. Nell'intreccio tra il brano We Used To Wait degli Arcade Fire e Google Street View si intravedeva una ricerca - seppur primitiva per forma e risultato, era il 2010 - sull'idea di video personalizzato, sul mash up con altri strumenti di comunicazione e racconto (le mappe), sulla creazione di un percorso giocato su temi emotivamente forti come la nostalgia e il dialogo con il passato.

Diverso e ancora da valutare è il discorso di esperimenti in realtà virtuale come Stonemilker di Björk, che già da un punto di vista di filosofia della comunicazione e dell'arte si pone in contrasto con il culto dominante dell'accessibilità dei contenuti online: il video è stato concepito per un consumo individuale in luoghi come il MoMA di New York e i negozi Rough Trade (in un matrimonio ideale tra vinilico vintage e futuristico virtuale). In casi simili, ad arricchire l'esperienza in modo decisivo potrebbe essere - oltre all'innovazione tecnologica - proprio il coefficiente di esclusività.

Di fronte a Brandy & Coke dei Led Zeppelin, la sensazione è diversa. Con l'effetto sorpresa (e gran parte del divertimento) che è stato bruciato da Like a Rolling Stone, ciò che rimane è un'idea carina - dare vita al palazzo di Manhattan che compare sulla copertina di Physical Graffiti - tuttavia non sufficiente ad arricchirne il valore artistico, tecnologico (e forse anche promozionale) al punto da permetterne la fuga dal gran recinto 2.0 in cui oggi si ammassa la maggioranza dei contenuti digitali (interattivi e non). Contenuti che - mostrando una natura sempre più orientata verso il leggero divertissement - sembrano quasi aver accettato l'idea di poter esistere giusto il tempo di un like. 

martedì, marzo 31, 2015

Effetto Periscope: gli eventi, i vip, il citizen journalism

Fonte: The Verge
In questi primi giorni di euforia e superhype attorno a Periscope, la nuova applicazione legata a Twitter che ti permette di trasmettere video in diretta streaming dal tuo iPhone (qui la spiegazione firmata Il Post), ci sono tre aspetti/utilizzi che - a una prima disanima a caldo del servizio, senza poterne ancora valutare gli effetti sul medio e lungo termine - mi sembrano già particolarmente interessanti: la trasmissione di eventi spettacolari, l'interazione VIP/fan e l'intreccio con il citizen journalism. 

I primi due temi implicano dei problemi immediati. Navigando tra gli account dei miei contatti Twitter, ieri sera mi sono imbattuto nel frammento di un concerto trasmesso in diretta via Periscope. La qualità video non era un granché, quella audio andava un po' meglio, ma il punto è un altro: cosa succederà se gli utenti inizieranno a trasmettere in massa eventi coperti da diritti per la riproduzione video (diritti di cui non sono loro i proprietari)? Non solo concerti, ma anche partite di calcio, film proiettati in sala, ecc. ecc. Mi sembra quasi di vederle, le polemiche che si stanno già accalcando all'orizzonte. 

Sul discorso VIP/fan, il problema è un altro: l'abuso del servizio e l'alluvione di contenuti di bassa qualità e scarso interesse, prodotti solo per ragioni di marketing, pubblicità e - letteralmente - visibilità. Naturalmente qui entriamo in discorsi del tutto soggettivi: il fan del determinato artista o personaggio famoso potrebbe essere entusiasta di assistere al suo idolo mentre si trova a pranzo, in viaggio in macchina o mentre fa una passeggiata al parco (lasciamo stare le declinazioni vietate ai minori). Per chi scrive, però, uno dei massimi nemici di Internet in questo momento storico è il rumore. E da quel che si assiste in questi primi giorni di vita online, Periscope rischia di alzarne ulteriormente il volume, soprattutto con la complicità dei VIP. Con i soliti effetti indesiderati sul sistema dell'informazione: all'orizzonte in questo caso vedo gli articoli, i post e gli approfondimenti sull'artista famoso che usa Periscope per riprendersi mentre si taglia le unghie (ci sono di sicuro anche utilizzi più virtuosi, creativi, artistici e "utili" del servizio: la speranza è che trionfino sul resto; l'esperienza degli ultimi anni social, tuttavia, trattiene l'ottimismo).

Soffermandoci sul mondo dell'informazione, forse la novità più interessante - seppure anch'essa a rischio caos - è però l'apertura di nuovi e interessanti orizzonti sia per il giornalismo professionale che per il citizen journalism, il "giornalismo dal basso". Per il primo, basti pensare ai reportage live (e low cost) che potrebbero essere trasmessi dagli inviati via Periscope. Per il secondo, mi faccio aiutare da un esempio concreto: giovedì scorso Ben Popper ha raccontato su The Verge di aver seguito in diretta su Periscope l'incendio di un edificio a New York. Prima che arrivassero le troupe televisive, c'era già qualcuno che stava riprendendo la scena. Come nel famoso caso dell'utente pakistano che per primo cinguettò il blitz per la cattura di Osama Bin Laden, un vantaggio del citizen journalism rispetto al giornalismo tradizionale/professionale è quello di avere potenzialmente un paio di miliardi di inviati sparsi in giro per il mondo. Tanto in città periferiche sui radar occidentali e dal nome ostico come Abbottabbad quanto in vie della centralissima New York, dove non può esserci in qualsiasi istante un inviato di Reuters o BBC. E basta davvero poco oggi per essere citizen journalist: uno smartphone e una connessione 3G. 

Servizi come Periscope (o il concorrente Meerkat) in realtà non stravolgono un fenomeno che ormai è già decollato da tempo. Semplicemente gli offrono uno strumento in più e la possibilità di avvicinarsi a quello che è uno dei paradigmi più radicati (e a tratti asfissianti) nella comunicazione 2.0: il culto dell'istante. Prima si poteva già riprendere una scena e - a distanza di qualche minuto, ora, giorno - distribuirla su YouTube & C. (pensiamo ai video che ci hanno "mostrato" - non in diretta, ma poco dopo - l'attacco alla redazione di Charlie Hebdo e la successiva uccisione del poliziotto Ahmed Merabet). Adesso si potrà fare un passo oltre: videoraccontare in tempo reale. Con tutti i suoi annessi e connessi: dall'inevitabile senso dell'effimero del livestreaming ai rischi ormai noti della pubblicazione istintiva (senza possibilità di verifica, controllo, riflessione prima della messa online). Il bello e il brutto della diretta 2.0: da oggi anche in versione video.  

lunedì, dicembre 01, 2014

Se i giornali piangono, il blog di Beppe Grillo non ride


Una delle profezie più amate e ripetute da Beppe Grillo riguarda la chiusura dei giornali. Non è raro che si rivolga a qualche giornalista con frasi tipo "i vostri giornali stanno chiudendo, cercatevi un lavoro!". Indubbiamente ha ragione, ma a giudicare da questo grafico anche il suo blog non se la passa poi così bene: in pochi mesi è precipitato da oltre 2 milioni a 900mila contatti mensili. E molti indicatori sulla partecipazione online degli attivisti del M5S, secondo quanto scrive Gabriele Martini sulla Stampa, sono negativi. 

Certo, la fonte dei dati è il sito di un giornale: nell'ottica del Movimento 5 Stelle, è probabile che venga additata come semplice propaganda e malevola disinformazione. A me però sembra di intravedere una tendenza in qualche modo simile a quella del mondo della musica, dove si ripete spesso che i cd sono condannati a un ruolo sempre più marginale (è inevitabile), ma il primo a essere tolto dal mercato è stato l'iPod (sigh...). Molti giornali chiuderanno. Di sicuro. Tuttavia, non mi stupirei se a precederli - o a subire comunque un radicale ridimensionamento - fosse proprio il blog di Grillo. 

Sarebbe un altro segnale del tramonto del Mito del 2.0 e di quella rete partecipativa che - proprio nel momento in cui abbiamo iniziato a voler partecipare tutti a tutto, in maniera disordinata, istintiva, always on - ha iniziato ad andare in tilt. 

mercoledì, novembre 19, 2014

Quell'elicottero che volteggiava sopra Abbottabad


Fino a ieri le ricerche su Twitter riguardavano solo i messaggi più recenti. Da oggi - utilizzando le funzioni di advanced search - il motore di ricerca interno del servizio ti permette di scavare nei suoi archivi fino al 2006. Diventa così più facile recuperare anche dei veri e propri tweet storici, come quello con cui Sohaib Athar la notte del 1° maggio 2011 iniziò il suo inconsapevole racconto in diretta del blitz delle forze speciali USA che avrebbe portato all'uccisione di Osama Bin Laden.

"Storico" è un aggettivo interessante, in particolar modo se riferito a un tweet. Nell'alveo dei social network Twitter è sempre stato lo strumento che meglio ha incarnato e simboleggiato la moderna celebrazione dell'istante, tanto cara alla comunicazione digitale, in un infinito annullamento del passato e del futuro. Tuttavia anche Twitter ormai non è più giovanissimo: si avvicina a grandi passi al giro di boa del primo decennio di vita.

I suoi archivi, immensi e costruiti sulla partecipazione di centinaia di milioni di utenti, non possono sfuggire all'abbraccio della storia e della storicizzazione. Chissà che non diventino la testimonianza-principe del modo in cui gli esseri umani hanno iniziato a raccontare il presente nel XXI secolo. Sempre che prima o poi qualcuno non si decida a cancellarli o nasconderli. In fondo, Twitter non è un archivio pubblico ma un'azienda privata (anche se spesso, come accade anche con altre realtà del web, tendiamo a dimenticarcene).  

giovedì, novembre 13, 2014

Chi ha rovinato il nostro rapporto con la musica: Napster o Facebook?

Co-fondatore di Napster, ex-presidente di Facebook, Sean Parker osserva perplesso il titolo di questo post
Cito un brano da un articolo dello scrittore Paolo Giordano, pubblicato su La Lettura e segnalato da Franco Zanetti su Rockol.
Certo, non avrei immaginato di sentirmi obsoleto così presto, o almeno che il mio mondo lo diventasse così in fretta. Non avrei immaginato di ritrovarmi, a trent’anni, a fare archeologia sulla mia adolescenza. Ma qualcosa è davvero cambiato in un istante. Tutt’a un tratto — accadeva all’incirca un decennio fa — gli hard-disc dei nostri computer erano affollati di musica, musica messa insieme alla rinfusa, dove le ultime hit commerciali convivevano accanto ai bootleg introvabili, le une e gli altri neppure separati dall’intercapedine dignitosa di una cartella. Schermate e schermate di file mp3 disposti in un irriverente ordine alfabetico: un’orgia di suono. Nei primi tempi quella visione mi dava le vertigini, come se da bambino mi fossi imbattuto nella casa di marzapane in mezzo al bosco. La fame di canzoni di un’intera generazione, una fame che ci era apparsa insaziabile, era all’improvviso scomparsa. Potevamo disporre di tutti i dischi, subito e senza sforzo. Voltandosi a guardare la collezione di cd messa insieme in un decennio e conservata fino ad allora con sacralità, c’era da provare perfino un po’ di imbarazzo. Quelle raccolte, con il loro ingombro, ci avrebbero perseguitato di casa in casa, e ogni volta sarebbe sembrato più bizzarro dover trovare loro un posto da occupare. Ma dopo la scorpacciata iniziale di Napster e eMule, abbastanza presto in effetti, emerse anche una sommessa nausea, come un’indifferenza latente a tutto ciò che potevamo ottenere così in fretta e copiare all’infinito da un supporto all’altro e conservare senza troppi riguardi. Una sensazione che fino a oggi non ha fatto altro che aggravarsi. Abbiamo scoperto che la passione per la musica non era incorruttibile, ch’essa si fondava anche sull’aura di lusso e irraggiungibilità che circondava l’oggetto-disco (sarà poi tanto diverso il feticismo per i dispositivi elettronici che l’ha prontamente rimpiazzata?). Venuta a mancare la smania del possesso, della conquista, perdevamo tutti quanti anche una percentuale di godimento. Quando si parla oggi del grande tramonto dell’industria discografica, si tende a minimizzare, ad affermare che in fin dei conti a essere cambiato è soltanto il modo di fruizione. Ma non è così. Ci vergogniamo di ammettere che l’accessibilità alla musica ha infine deprezzato anche la musica stessa. Non ne ha modificato la qualità intrinseca, ovvio, ma ha diminuito il valore che siamo disposti ad attribuirle. Per questo, una bella canzone del presente, per quanto innovativa e provocatoria, non eguaglierà mai "Smells like Teen Spirits", non potrà anelare ad altrettanta gloria, e i Beatles, beati, resteranno imbattuti per l’eternità.
Avendo scritto un libro come La musica liberata, in cui si celebrano apertamente le virtù di alcuni dei passaggi citati nell'articolo di Giordano, ho un certo imbarazzo nell'ammettere di provare spesso la stessa "sommessa nausea" di fronte alla massa informe di canzoni, album, video live e altri frammenti musicali che ci aggrediscono ogni giorno su Internet. E di aver iniziato ad adottare una serie di rigorose tecniche per far fronte allo tsunami. Per esempio, ascoltare bene un unico nuovo album alla settimana (in questi giorni tocca a My Favourite Faded Fantasy di Damien Rice: ah, il romanticismo depresso...).

Se però rifletto bene su questa nausea e sulla sua storia, mi rendo conto di una particolarità temporale: nel 2009, l'anno in cui scrissi La musica liberata, un decennio esatto dopo l'apparizione di Napster, di lei non c'era ancora traccia. E così è stato per almeno altri due anni. Andando a memoria, i primi cattivi umori hanno fatto capolino solo intorno al 2011, accelerando vistosamente negli ultimi quindici/venti mesi. Eppure nel 2009 i miei hard disk erano già rigonfi di MP3. Ai loro massimi storici, tra l'altro, visto che il neonato Spotify stava già iniziando ad arginare il download e ad ampliare i miei orizzonti in altro modo, permettendomi di mettere un po' d'ordine e legalità nel caos. Non è strano? Non avrei già dovuto sentire allora il peso dell'abbondanza digitale? Come mai questo è accaduto solo due anni dopo? Cosa è stato a cambiare le cose?

Dal titolo di questo post, avrete già intuito chi è il mio colpevole preferito. Io credo che l'abbondanza da sola non ci abbia fatto male. Di certo ha deprezzato il valore della musica registrata, portando nuove dinamiche ed enormi problemi sul fronte economico/industriale (poi riverberatisi in tanti altri settori). Ma in fondo sono convinto che noi ascoltatori stessimo sviluppando in modo abbastanza naturale gli anticorpi per gestire quella massa di contenuti. La nausea - almeno nel mio caso - è arrivata dopo. È arrivata con i social network. Con il modo in cui la musica ha subito una mutazione non tanto di valore commerciale o numerica, bensì esperienziale: non più solo qualcosa da ascoltare, ma qualcosa da raccontare. Da commentare, fotografare, twittare, linkare, condividere, stroncare, bestemmiare. Subito dopo il primo ascolto, a volte addirittura durante il primo ascolto. Sempre: in ogni minuto del giorno. Tutta: la musica bella, la musica media, la musica brutta, la musica necessaria, la musica inutile. Tutti: centinaia, migliaia, decine di migliaia di persone. Prendendo posizione, senza se e senza ma. Non so se Paolo Giordano abbia fatto uso dei social network, può darsi che stiamo parlando di due nausee diverse, nelle cause e negli effetti. Però credo che Facebook e più in generale il social web - oltre a rubarci molto prezioso tempo di lettura/ascolto/visione/riflessione - abbiano stravolto il nostro modo di percepire/vivere la musica (e il nostro piacere nell'ascoltarla) molto più di quanto abbiano fatto Napster, Soulseek, eMule e gli altri moltiplicatori di MP3. 

Questo non vuol dire che non ci sia il problema dell'abbondanza. Bisogna imparare a controllarla e non solo nella musica: anche nelle foto di gattini, nelle storie di sentinelle in piedi, nei video buffi, nella distribuzione/condivisione di news, nelle indignazioni usa-e-getta. Gli input sono molteplici ed è una lotta che si conduce su più livelli, più media, più linguaggi. La mia pratica di ascolto settimanale nasce essenzialmente come antidoto contro l'abbondanza. Ma funziona bene - almeno per ora - solo perché è accompagnata e protetta da una robustissima paratia contro i social network: nei sette giorni di ascolto, sull'album in questione ammetto solo la lettura di recensioni (le più lunghe e dettagliate possibili, niente flash da cinque righe) di una manciata di siti/giornalisti/blogger di fiducia. Tutto il resto è vietato. In particolare ciò che proviene dalla conversazione social: niente lodi, niente invettive, niente status, niente tweet, niente "che merda!" buttati a casaccio, giusto per segnare il territorio. Ci siamo solo io, la musica che scelgo nell'oceano e un supporto critico per comprenderla meglio. E pian piano la nausea sta lasciando spazio all'antico stupore nel trovarsi a portata di mano - e poter selezionare liberamente e personalmente - la ricchezza e la varietà della creatività umana. 

martedì, novembre 04, 2014

Nessun libro della Top 100 di Amazon è disponibile su Kindle Unlimited


Dopo la musica (Spotify & C.) e i film (Netflix) tocca ai libri. L'abbonamento Kindle Unlimited, lanciato oggi in Italia, chiude il cerchio dei servizi online in cui si paga un tot al mese (9,99€ nel caso di KU) per accedere in modo illimitato a un vasto catalogo di contenuti. Senza possederli, ma potendo consumarli liberamente fino a quando si mantiene attivo l'abbonamento. 

C'è però un problema. La neonata biblioteca di Amazon - che permette agli abbonati di leggere ebook sul lettore Kindle - offre al momento un catalogo molto vasto in senso orizzontale (700,000 titoli dichiarati, di cui 15,000 in italiano) ma altrettanto povero dal punto di vista verticale. Grande, media e piccola editoria hanno concesso ben pochi dei loro titoli e il grosso dell'offerta disponibile - a parte la manciata di big ottenuti per lanciare il servizio (la saga di Harry Potter, Stoner di John Edward Williams, Dodici di Zerocalcare) - sembra riguardare ebook autoprodotti, vecchi classici di pubblico dominio, libri di autori sconosciuti, fino alle estreme periferie della coda lunga. 

Una prova: nessun titolo della Top 100 dei libri più venduti su Amazon è presente nell'abbonamento Kindle Unlimited. Va un po' meglio con la Top 100 degli eBook, rappresentata da 19 libri. Come si può vedere dall'elenco qui sotto, si tratta però in buona parte di titoli della seconda metà della classifica, non pubblicati da grandi case editrici e disponibili in vendita a prezzi già molto abbordabili. 

4. Laura Costantini/Loredana Falcone - Il Puzzle di Dio (prezzo vendita dell'ebook: 4,99€)
70. Zerocalcare - Dodici (5,04€)

È un processo interessante quello in corso nella proposta di contenuti in abbonamento online:

- nella musica, i cataloghi di servizi come Spotify e Deezer sono molto completi, al punto che è più facile notare chi non c'è (Beatles, AC/DC, Lucio Battisti) o chi si cancella improvvisamente (come Taylor Swift ieri);
- in cinema/serietv, su Netflix (non ancora disponibile in Italia) le lacune sono profondissime, ma l'offerta è comunque relativamente ricca, con decine di blockbuster, titoli famosi e popolari serie tv;
- nei libri è tutta un'altra storia: a differenza che nella musica, dove piattaforme streaming e major discografiche sembrano andare d'amore e d'accordo, è in corso uno scontro tra il gigante Amazon e le case editrici, che penalizza vistosamente il catalogo di un servizio come Kindle Unlimited;

Non si tratta di un elemento di poco conto. Sembra abbastanza evidente come iniziative tipo Kindle Unlimited (o Spotify, o Netflix...) avranno concrete possibilità di convincere il pubblico a pagare una quota regolare al mese solo se offriranno cataloghi robusti, in cui è presente un grosso numero di nomi mainstream. Non è un caso se prima di varcare i confini del mercato americano, Spotify si è assicurata di avere a bordo tutte le major. Forte anche della sua stazza e di un ruolo sempre più rilevante nell'universo globale dell'editoria (e dell'e-commerce), Amazon evidentemente ha deciso di seguire un'altra strategia. 

NB: tutti i dati su Amazon sono stati verificati il 4 novembre 2014.