giovedì, aprile 24, 2014

Game of Drones


Incubo #1, ormai secolare: le macchine sostituiranno l'uomo
Incubo #2, in fase di decollo post-militare: i droni.

Mescolate bene queste due paure tecnologiche, aggiungete una spruzzata di musica eterna e il risultato è il primo miniconcerto (credo) di oggetti volanti non identificati. Lo ha realizzato il team della KMeL Robotics ed è meraviglioso. Nonché, in effetti, un po' angosciante: dal ronzio iniziale - ormai sempre meno fantascientifico - che introduce il sempre epico Zarathustra alla Star Spangled Banner conclusiva, che suona quasi come una sbirciatina su una possibile America del futuro, sempre più marziale, sempre più automatizzata. Non male anche la location: in un film, sarebbe il perfetto e anonimo capannone di periferia dove i droni proseguono nel loro addestramento. 

martedì, aprile 22, 2014

8-bit of Miyazaki


Tra pixel e poesia. Ispirate ai film del regista giapponese, le opere sono di Richard J. Evans. Qui trovate otto tra le mie preferite: le altre sono su Bēhance. Riconoscete i film?







venerdì, aprile 18, 2014

Se l'80% dell'ascolto è passivo, la musica digitale del futuro sarà dominata dagli algoritmi?


Un passo interessante da una lunga intervista di Business Insider al venture capitalist Fred Wilson. Parlando della sua esperienza con Turntable.fm (una start up musicale che sembrava dovesse spaccare il mondo e che invece è scomparsa dopo pochi mesi di hype), Wilson dice:
Someone told me a long time ago that 80% — and this number has been true since the dawn of recorded music — 80% of listening is when someone’s playing the music for you and 20% of listening is when you’re playing the music for yourself. Vinyl records, CDs, MP3, iTunes and Spotify are experiences where I get to control what I’m listening to and Pandora or AM radio or FM radio is when someone plays the music for me. I think there’s a huge market out there for “I don’t really want to think about it. I just want to listen.” 
La mia impressione è che il "non voglio pensarci, voglio solo ascoltare" sarà il trend dominante del futuro. A maggior ragione in un sistema sempre più caratterizzato da un'abbondanza di proposte quasi asfissiante. Bisognoso d'aiuto per non affogare in tutta questa ricchezza, il pubblico (l'80% di esso, o giù di lì...) sarà ancora più portato a lasciare che sia qualcun altro a scegliere. Tornando dunque verso una fruizione più verticale e 1.0 della musica. Certi cambiamenti nella recente nuova release di Spotify sembrano già andare in quella direzione, dando più rilevanza ai suggerimenti che alla ricerca

Sarà però un 1.0 molto più tecnologico, basato sui meccanismi di "recommendation", con tante incognite. Gli algoritmi dei servizi web detteranno i gusti musicali come in passato facevano le radio FM? Saranno le playlist costruite dalla macchina a determinare le nuove classifiche? Quando e quanto diventerà importante - per artisti ed etichette - riuscire a influenzare i modelli di questi algoritmi? E come avverrà questa influenza: ci sarà chi pagherà Pandora, iTunes Radio, Spotify perché la sua musica sia "suggerita" nelle playlist personalizzate? Saranno influenze trasparenti o noi non verremo mai a sapere che il nostro assistente personale/digitale è in realtà condizionato? 

Quante band riuscite a indovinare, guardando queste illustrazioni?

Per la serie "la visualizzazione minimalista regna sovrana". Io ho indovinato 10 band su 15. I poster interi con le risposte (più altre illustrazioni) sono sul sito degli autori: lo studio spagnolo Tata & Friends. (via Internazionale)

















giovedì, aprile 17, 2014

Lo Stato Sociale e il modello Pitchfork (long form + hook)


È online da oggi il video di C'eravamo tanto sbagliati de Lo Stato Sociale, primo estratto dal nuovo album della band bolognese in uscita a giugno. Il video (animato, bello) è stato realizzato da Studio Croma in collaborazione con Articolture, ma qui mi interessa parlare della canzone. Al primo ascolto ho provato un immediato effetto Pitchfork. Non tanto per affinità di generi musicali, presunta attitudine hipster o anti-hipster, contemporaneità da secolo digitale o cose di questo tipo: no, per la struttura del brano. In esso si notano due parti ben distinte: le strofe (lunghe e zeppe di quei giochi di parole, riferimenti, invettive e riflessioni che sono marchio di fabbrica del gruppo) e il ritornello (muy basic: "lalalalalala").


È la stessa formula dualistica che mi ha sempre affascinato nelle recensioni del sito musicale americano, a suo modo innaturale eppure efficace: da un lato la verbosità quasi ostentata dei testi, dall'altro l'immediatezza del voto decimale. Un esempio: Signature Box di John Lennon, ottobre 2010. Lunghezza recensione: 9878 caratteri. Voto: 6.2. Negli anni della sua crescita (in particolare nel decennio 1998-2008), Pitchfork ha costruito molto del suo successo sull'apparente contraddizione e sulla perfetta complementarità tra questi due elementi. Sono convinto che solo i voti, senza recensioni extralong, non avrebbero avuto lo stesso effetto. E viceversa.

Di certo si tratta solo di mie elucubrazioni (o .......azioni) intellettuali, che agli statisociali non saranno manco passate per l'anticamera del cervello. Ma potrebbero rivelarsi una carta determinante per l'eventuale successo del brano, strategiche nel seminare un po' di pepe e discordia sui social network e raccogliere sing-along catartici e tribali ai concerti. In un rifornimento ibrido di due merci molto consumate nell'arena sociale di oggi: l'infinita avvelenata gucciniana e il po-po-ro-po-po-po da finale dei Mondiali.

lunedì, aprile 14, 2014

Remix! Un corso di arte, giornalismo e creatività nell'era digitale (Scuola Holden, 5 maggio-9 giugno 2014)


Nulla si crea nulla si distrugge, tutto si trasforma. Valeva per la conservazione della materia ai tempi di Lavoisier, vale per la produzione di contenuti nel secolo digitale. Nella società liquida ciò che "creiamo" è sempre più spesso una trasformazione - più o meno consapevole, più o meno esplicita - di idee e materiali preesistenti

Per almeno tre ragioni:
1. Abbiamo a disposizione molti più contenuti (= ingredienti) che in passato;
2. Possiamo utilizzare strumenti che - complice la lingua franca digitale - rendono fattibile, semplice ed economica la manipolazione diretta di qualsiasi contenuto (testi, musiche, immagini fisse e in movimento: nulla sfugge alla nostra bacchetta magica);
3. Le piattaforme di web publishing ci consentono la diffusione immediata e universale delle nostre opere: i mash up esistono non solo perché qualcuno li produce, ma perché chiunque può vederli, subito;

Culturalmente, forse anche senza rendercene conto, ci stiamo abituando alla fruizione di contenuti contaminati/derivativi/remixati: in modo molto più rapido e naturale di quanto non stia facendo l'impianto normativo del copyright, secondo il quale - a eccezione delle alternative tipo Creative Commons - praticamente qualsiasi tipo di manipolazione non autorizzata di contenuti creativi è ancora vietata. 

È la remix culture su cui hanno scritto e stanno scrivendo in molti. La remix culture che stiamo contribuendo ad alimentare su quei giganteschi frullatori of everything chiamati social network e che partendo da forme più o meno antiche (citazione, cut up, cover, remake, adattamento) si estende ormai a qualsiasi ambito dell'arte e della comunicazione: la proliferazione dei mash up audio/video, gli articoli di curation e la trasformazione di numeri in idee/infografiche del data journalism,  la moda delle liste (e delle playlist), l'esplosione del crossmedia in cui si intrecciano videomaking, pubblicità, informazione, musica, videogiochi, marketing. 

A tutto questo è dedicato Remix! Arte, giornalismo e creatività nell'era digitale, un corso che curerò presso la Scuola Holden di Torino. Cinque appuntamenti serali dal 5 maggio al 9 giugno in cui si racconterà l'evoluzione del fenomeno, si mostreranno gli esempi più significativi e si forniranno gli strumenti per entrare nel mondo del remix e realizzare il proprio primo mash up. Magari non complesso, poetico, ipermediale o adrenalinico come quelli citati sotto, ma pur sempre un punto di partenza. Le iscrizioni sono aperte fino al 28 aprile. Maggiori info sul sito www.scuolaholden.it/12129/remix/












giovedì, aprile 10, 2014

L'evoluzione (e la iper-accelerazione) dei film in tre minuti



Un supercut che merita. Evolution of Film di Scott Ewing riassume la storia del cinema dagli albori al presente. Del "cinema bianco commerciale americano", in realtà, come ha fatto notare qualcuno su Indiewire: una visione hollywood-centrica dell'universo filmico che può dare fastidio. Ma il montaggio è di qualità, i frammenti sono scelti con cura e attivano il piacevole giochino di riconoscimento dei film . Inoltre, l'incalzante crescendo di immagini/musica/editing fotografa in modo efficace quella corsa verso la frenesia che caratterizza il percorso storico della Settima Arte. Hollywoodiana e non solo.

venerdì, aprile 04, 2014

Niente da vedere: ciò che davvero ci fa soffrire del volo MH370

La disperata ricerca di un'immagine

Interessante riflessione di Christian Caujolle sul n.1044 di Internazionale. Quanto soffriamo e quanto ci sembra assurda l'invisibilità del volo MH370? Più del destino delle persone a bordo (che in fondo diamo tutti per scontato) quanto ci turba l'assenza totale di immagini che documentino la possibile tragedia? Nell'era del trionfo dell'infografica, della musica che viaggia attraverso i video YouTube, della Verità che passa attraverso lo schermo di uno smartphone, dei siti d'informazione che sacrificano quasi interamente il testo sull'altare di un pinterestiano tappeto di francobolli visuali (vedi la nuova homepage del Corriere), dell'idea concreta che uno scatto rubato di un ombelico possa essere sufficiente a diventare notizia, quanto ci sembra assurdo (e, diciamola tutta, vintage) essere tornati all'epoca degli aerei scomparsi nel Triangolo delle Bermuda?