lunedì, novembre 21, 2016

L'illusione dell'informazione sui social network

Fonte immagine: Esther Vargas/flickr

Al di là delle tante polemiche e discussioni sulle fake news di Facebook, esplose all'indomani dell'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, temo che il problema che ci troviamo a fronteggiare – e che sta iniziando a influire in modo sempre più radicale nell'evoluzione della società, della politica, della cultura – sia molto più ampio e profondo di una raccolta di bufale contro Hillary Clinton. È l'idea stessa di poter "trasportare" l'informazione sui social network, coltivata e inseguita negli ultimi cinque anni, che si sta rivelando una mera illusione

Le fake news sono solo il sintomo di una verità che in molti – anche tra i professionisti e gli addetti ai lavori, schiacciati dal mantra imperativo dell'innovazione – tardano ancora ad accettare: le piattaforme social che hanno conquistato il mondo sull'onda degli smartphone tendono a sfavorire in modo drammatico un tipo di informazione che pretende (a torto o ragione) di basarsi sulla precisione, sulla conoscenza, sull'analisi e sull'attinenza al vero. Quattro qualità non certo ai primi posti delle ragioni che spingono a condividere un contenuto.   

Il respiro incalzante dei social network, la dinamica a flusso (contenuti ammassati in modo disordinato, con l'unico scopo di rendere la corrente perpetua), l'annullamento del concetto stesso di fonte («l'ho letto su Facebook», tutto si scioglie nel flusso), il design che impone quasi una reazione istintiva (like-commento-condivisione) a discapito della riflessione, oltre alla natura a filter bubble rafforzata dal marketing (che permette di raggiungere con messaggi pseudo-informativi mirati le categorie di tuo interesse), rendono altamente inefficace qualsiasi forma di comunicazione che non sia legata all'empatia dell'istante, all'ironia/sarcasmo, alla rabbia o al rancore, nonché al mito/obbligo della conversazione collettiva universale. Il ricatto è chiaro: tutto deve essere fonte di emozione e/o discussione. L'alternativa è l'irrilevanza. 

Inoltre – e questo è un aspetto che dovrebbe far pensare gli editori – appare ormai evidente come sugli attuali social network sia arduo, se non impossibile, sviluppare un modello sostenibile di business per contenuti giornalistici: i media, come i singoli utenti, finiscono per lavorare per Facebook. Per le ragioni segnalate sopra e per molte altre (dalla facile replicabilità degli slogan al tipo di esperienza che il pubblico ha dimostrato di prediligere in simili ambienti), i social network si offrono invece come impareggiabile terreno di caccia per una nuova famiglia di catalizzatori di traffico, come quelli raccontati sul Guardian o gli ormai proverbiali siti macedoni di bufale presidenziali. L'unico modo per fare concreta concorrenza a queste realtà diventa comportarsi come loro (clickbaiting, gossip, liste e gallerie) e così il giornalismo perde gioco, partita e incontro. 

Ma è davvero questo il tipo di panorama informativo a cui vogliamo rassegnarci, con la scrollata di spalle ormai tipica di un'epoca sempre più ringhiante sulla tastiera e rassegnata nei fatti? Se la risposta è no, allora forse è il caso di tenerle ben salde, le spalle. E di rimboccarsi le maniche. Dal punto di vista di chi coltiva il sogno e la perseveranza di fare informazione in modo professionale, è giunto il momento di guardare con realismo al mondo contemporaneo e alla sua dimensione online. Considerare i social network per quel che sono – essenzialmente una forma complessa di intrattenimento – e avviare la costruzione o la ristrutturazione di canali e percorsi alternativi su cui tornare a fornire un'informazione più orientata alla qualità che alla quantità, alla selezione che alla riproduzione, all'utilità pubblica che al superfluo privato. Inventando, investendo, rischiando, sacrificando. 

Tutto ciò però può avere successo solo se viene accompagnato da un movimento, ancor più responsabile e coraggioso, da parte del pubblico. Una nuova reazione/predisposizione che passa attraverso a una domanda: siamo soddisfatti del modo in cui leggiamo il mondo, sgranocchiando immagini, titoli e stimoli come se fossero popcorn? Al termine della giornata ci sentiamo persone più informate, competenti, migliori? Vogliamo affidare ai social network il 100% della nostra lettura dell'esistente? O forse dovremmo fermarci un attimo, riflettere, ridurre le immersioni nel flusso continuo, gettare il nostro sguardo altrove, rinunciare a qualche commento a caldo in cambio di risposte più approfondite? 

Non si tratta di una banale guerra tra carta e digitale, come si potrebbe ipotizzare dall'immagine d'apertura. Chi scrive, per esempio, rispetto all'adolescenza analogica ricorda con maggior affetto gli anni in cui Internet si presentò al mondo come un'enorme biblioteca accompagnata da un piccolo e vivace bar (e non viceversa). E il punto non è nemmeno il rifiuto dei social, bensì la consapevolezza della loro incapacità di fornire una sana dieta informativa: semplicemente, non sono fatti per questo. Da entrambe le parti, inevitabilmente, ci vuole un pizzico di fatica. Ma l'obiettivo è alto: comprende e va ben oltre il polverone sollevato da una corsa per la Casa Bianca. L'obiettivo è provare a evitare che il mondo contemporaneo, che oggi va di moda definire come post-fattuale, si riveli anche post-umanistico: un limbo dove il progresso dell'uomo - il suo inseguimento della virtù e della conoscenza, per riprendere Dante - si è improvvisamente bloccato, sostituito dal monotono, meccanico, ondeggiante su-e-giù di un dito sullo schermo.

giovedì, agosto 25, 2016

Piscine lunari e oltre l'infinito


Il mezzo di trasporto su cui si svolge questo post è l'astronave di 2001 Odissea nello Spazio. Non la più celebre, la Discovery One governata dal computer Hal 9000, ma quella che all'inizio del film - dopo il segmento delle scimmie preistoriche - conduce uno dei protagonisti sulla Luna. Un incrocio tra un aereo e uno Shuttle, con poltrone comode e spaziose. Noi siamo seduti su una di queste, ordiniamo un drink alla gentile hostess e ci prepariamo a un viaggio di puro relax. Come su un treno, possiamo guardare fuori dal finestrino e gustarci il panorama; a differenza che su un treno, però, non siamo obbligati a rimanere a Terra. La nostra navetta anzi ha fretta di abbandonare il pianeta, di lasciarsi alle spalle le sue città, le sue montagne, le sue turbolenze. In pochi minuti, l'azzurro del cielo sfuma nel nero dello spazio. È un trascolorare molto simile, eppur speculare, a quello di una discesa negli abissi marini. Laggiù, al trionfo della tenebra si accendono le luci delle creature che abitano le profondità; quassù, fuori dall'assedio di lampioni e neon si liberano le stelle. Dentro l'astronave, intanto, notiamo un paio di cuffie appese al retro del sedile davanti. Le sganciamo dal supporto e le indossiamo. In quel preciso istante, anche l'illuminazione interna dell'abitacolo si attenua. La musica comincia.

A Moon Shaped Pool è il nono album dei Radiohead. Segue di cinque anni, due mesi e venti giorni il precedente The King of Limbs; di poco meno di nove anni, In Rainbows; di oltre quindici, Kid A; di diciannove, Ok Computer. Di ventitré, l'esordio Pablo Honey. E di ventiquattro l'inizio della relazione sentimentale tra il cantante Thom Yorke e Rachel Owens, quella che è terminata nel 2015 e che da molti viene considerata - non a torto, credo - un elemento centrale nei testi, nell'atmosfera, nella natura stessa dell'album. Tuttavia, nel caso di A Moon Shaped Pool è difficile ragionare in termini di pura sequenzialità cronologica. Più che venire dopo i venticinque anni che lo hanno preceduto, il disco li avvolge: nei suoi solchi convivono l'evoluzione di una band, la parabola privata tra un uomo e una donna, i maelstrom pubblici - sociali, tecnologici, culturali - che in due decenni hanno rimescolato il mondo. Tecnicamente, lo si potrebbe definire un greatest hits di brani inediti. Sembra un ossimoro, sono i Radiohead. Quasi tutte le canzoni provengono da altre epoche. La loro scintilla - il monolito nero? - si è accesa a intermittenza: nel 1995 (True Love Waits), nel 2000 (Burn The Witch), nel 2008 (Present Tense), nel 2012 (Identikit)... Ma le canzoni sono sempre rimaste lì - in un angolo, un nastro, una directory, un concerto - mentre altre tracce finivano sui dischi ufficiali. Finché, dopo ripensamenti, rielaborazioni e reinvenzioni, hanno ricevuto la green light e una sera di maggio 2016 sono state presentate al mondo. Inizialmente come MP3, una cinquantina di giorni dopo su CD e LP.

Il supporto non è importante, le cuffie sì. Si tratta di una affermazione che può suonare banale: se per una parete grande ci vuole un grande pennello, per ascoltare della grande musica ci vogliono delle ottime cuffie, no? Per me, lo ammetto, è quasi una primizia. All'alba degli anni '90, forse negli stessi giorni in cui lo sguardo di Rachel incrociava per la prima volta quello di Thom, il sottoscritto inaugurava la sua venticinquennale complicata relazione con la musica con una robusta dieta a base di audiocassette. Nastri copiati e ricopiati. Certo, intorno a Natale, al compleanno e quando la paghetta lo permetteva comparivano i primi CD originali; e le cuffiette - pur primitive - funzionavano già come piccoli propulsori spaziali, nelle gelide mattine d'inverno, schiacciato come una sardina in a crushd tin box sull'autobus per la scuola. Ma il grosso dei suoni che alimentavano i miei sogni di rock'n'roll erano distanti dall'alta fedeltà: gracchianti, inevitabilmente erosi dalle riproduzioni dei nastri, lo-fi prima che il lo-fi diventasse linguaggio. A posteriori, la gloriosa stagione del walkman ha segnato anche i miei anni Zero: quando leggevo le accuse di barbarie rivolte alla qualità dei file MP3, trasecolavo. Che diamine state dicendo? La migliore musica della mia vita l'ho consumata a qualità nettamente peggiore rispetto a quella di qualsiasi file MP3! Ah, il passato. Anzi, i passati. Lasciamo che ruminino sulla Terra. Il presente ci vede seduti sull'astronave e le ottime cuffie che stiamo indossando sono fondamentali, perché solo con un ascolto attento - e il più possibile isolato da tutto il resto - si può davvero comprendere A Moon Shaped Pool.

Vi fornirò la prova con un colpo di scena e alcuni esempi. Il colpo di scena è un dirottamento: la nostra astronave non si ferma sulla Luna. Sfiora il satellite, gli fa ciao con la manina e passa oltre. Perdonatemi, se il titolo del post (o dell'album) vi aveva fatto pensare altrimenti. E perdonami anche tu, vecchio Stanley, se oso spingere questa fragile navicella oltre le Colonne d'Ercole della tua sceneggiatura. Il fatto è che una semplice scampagnata sulla Luna starebbe troppo stretta alle undici tracce di A Moon Shaped Pool. Il viaggio deve sfidare l'intero infinito, perché solo nell'infinito si spiega l'origine dei suoi suoni. Man mano che la nostra astronave divora anni-luce, le canzoni si confondono infatti con il suo percorso: mutano forma, abbandonano le linee guida dei manuali, reagiscono organicamente al paesaggio circostante. Cosa sono quelle goccioline di pianoforte che colano in True Love Waits, se non il lieve tamburellare sulla carlinga di uno sciame di meteoriti? Quali brividi regala il passaggio ravvicinato a Saturno, con i suoi anelli che seghettano e sferragliano la navetta sotto forma della chitarra di Identikit? E al tramonto di Daydreaming, cosa sta provando a dirci - con la sua voce cavernosa - il fantasma dello spazio che abbiamo avuto l'ardire di risvegliare?


Potrei continuare a lungo, elencando esempi nuovi ad ogni ascolto. Ogni attimo è l'incontro con un pianeta, una cometa, un buco nero, un extraterrestre, una nuvola di radiazioni cosmiche e polvere di stelle. A Moon Shaped Pool non rispetta alcun galateo della scrittura musicale, in un caos creativo che riflette il caos esistenziale, emotivo e comunicativo dei nostri tempi. Arrivando quasi a neutralizzarlo, giustificarlo, salvarlo. Forse è questa la marcia in più dell'arte: ricordarci la capacità dell'uomo di generare bellezza dal disordine degli elementi. Non è la prima volta che i Radiohead disarcionano il prevedibile. Da questo punto di vista, la loro acrobazia più sfacciata rimane Kid A. Ma in certi momenti A Moon Shaped Pool riesce a spingersi oltre quei temerari orizzonti. Soprattutto quando gli scarti avvengono all'interno delle singole canzoni, come dimostra uno dei momenti-chiave dell'opera, quello dove essa esplode in tutta la sua vividezza, al preciso rintocco di 2'31" di Identikit. Dopo un paio di strofe a passo lento e un ritornello non indimenticabile, la canzone sembra pronta a ripartire con una nuova strofa. D'altronde, così esige mezzo secolo di recinti pop e rock. Invece, per qualche ragione che prima o poi riuscirò a strappare a Jonny Greenwood, al ritornello segue... il ritornello. Lo stesso, ma differente. A cantare "Broken hearts / make it rain" non è più Thom Yorke, bensì un coro emerso da qualche alieno spaziotempo. Ad accompagnarlo è il lento arpeggiare di un sintetizzatore che non c'entra nulla con i precedenti 150 secondi. Ed è lì, in mezzo a questa inedita replica, che arriva la chitarra. Prima a distanza, quasi come un'imbarcazione che appare e scompare all'orizzonte, secondo il volere delle onde. Quindi sempre più vicina, più concreta, più sferragliante. «Comandante, mi scusi, non siamo un po' troppo vicini a Saturno?».

Anche in questo caso, la lista potrebbe non finire mai. L'iconoclastia dell'album si muove a macchia di leopardo e va dagli archi usati come fondamenta e non come semplice abbellimento (Burn The Witch), al contagio di voci enigmatiche (le eco spettrali che rendono ancor più sublime la già sublime Present Tense), al crescendo di The Numbers che si interrompe proprio nel momento in cui chiunque avrebbe sparato i fuochi d'artificio (una pratica di anticlimax di cui si possono captare antiche avvisaglie già in Creep, dolente inno che chiunque in quei grungeosi anni '90 avrebbe chiuso con un tornado di distorsione, mentre Thom Yorke spense a sussurri). A Moon Shaped Pool è un disco che si nutre di diversità, coerente nella sua radicale disomogeneità (al confronto raccolte come The Bends, Kid A o The King Of Limbs sembrano quasi strutture monolitiche), in cui - forse con un guizzo di umorismo britannico - l'unico elemento davvero lineare è anche quello che sembra sovvertire in modo più plateale la buona norma della moderna produzione discografica: la tracklist in ordine alfabetico. Chi si sognerebbe di pubblicare un album con le canzoni in ordine alfabetico? (Untitled 1, Untitled 2, Untitled 3 e le altre scorciatoie alfanumeriche alla Sigur Rós non valgono...)

C'è un ultimo aspetto in cui A Moon Shaped Pool si distacca dalla stragrande maggioranza della produzione musicale contemporanea. E adesso che il nostro vascello spaziale è arrivato ormai ai confini del sistema solare - senza dar segno di voler invertire la marcia, lui che ne ha facoltà - posso confessare che è quello a cui sono più affezionato. Al contrario di tutto ciò che siamo abituati a consumare oggi, con il cronometro in mano, il dito che freme sullo schermo e il pensiero già a caccia di ciò che viene dopo, questo album sembra concepito per non lasciarti mai. Non vuole stordirti, ma accompagnarti. Si fa riascoltare e riascoltare, sfuggendo non solo alla forza di gravità terrestre ma anche agli obblighi e ai ritmi indiavolati del newsfeed mentale. Rappresenta qualcosa che, almeno al sottoscritto, capita di incontrare sempre più raramente: un'emozione che dura più di un giorno. Qualcuno potrebbe obiettare che è merito (o colpa) della storica affinità personale con i Radiohead. Può darsi, ma solo in parte: The King Of Limbs aveva avuto un effetto del tutto opposto, respingente, che dura ancora oggi. Uscito in una sera di inizio maggio, A Moon Shaped Pool mi spinge ancora ad ascoltarlo (e a scriverne) in un pomeriggio di fine agosto. Chissà, forse questo XXI secolo non è arido come lo dipingiamo. 


sabato, luglio 23, 2016

La mattina dopo

(fonte)
La sera del 23 giugno sono andato a dormire sereno: secondo la tv, il Regno Unito aveva deciso di restare nell'Unione Europea. Persino un brexitiano di ferro come Nigel Farage aveva ammesso la probabile vittoria del "Remain". La mattina dopo mi sono svegliato con il Regno Unito fuori dall'Europa e Farage che celebrava l'Independence Day.

La sera del 15 luglio sono andato a dormire convinto che in Turchia i militari avessero deposto Recep Erdogan. In tv c'erano persino esperti che prendevano in giro il presidente turco e la sua fuga in aereo. La mattina dopo mi sono svegliato con Erdogan in piazza a Istanbul: ben saldo al potere, a differenza dei golpisti.

Ieri sera sono andato a dormire pensando a quei due (o tre) terroristi assassini in fuga per le strade di Monaco di Baviera, incerto sulla loro natura islamista, nazista o persino islamico-nazista. Questa mattina ho scoperto che "il commando" era formato da un unico ragazzo diciottenne. E che forse non c'entrano né l'ISIS né la xenofobia di destra. 

Se due indizi fanno una prova, tre assumono la forma di un enorme dubbio: non è che tutta quest'ansia di seguire e raccontare le news in tempo reale stia producendo effetti più negativi che positivi? Che invece che dissolvere la nuvola della disinformazione la stia rendendo ancora più fitta? O che semplicemente ci stia spingendo tutti verso un altro campionato, quello dello spettacolo? 

Nelle prime ore successive a un fatto di cronaca, assistiamo a un copione ormai consolidato: milioni di voci infondate, immagini senza etichetta, reazioni provenienti dagli antipodi del cervello che si mescolano e propagano sui social network - con l'immancabile e robusta farcitura di "fake" - fornendo il carburante per improbabili collage di titoli sui siti d'informazione e per ore e ore di commenti a vuoto sui canali all news.

Più che il bello della diretta, lo sballo della diretta.

È come se il live prendesse il sopravvento su tutto: dobbiamo assimilare informazioni, dobbiamo commentare cose che non sappiamo, dobbiamo farlo subito. Solo in un secondo momento si tirano le somme. Per usare una metafora elettorale, è come se in tempo reale ci si accapigliasse febbrilmente su fantomatici exit poll mentre i primi risultati reali sono attesi solo la mattina dopo. 


lunedì, maggio 16, 2016

Madonna Musica e il canto delle periferie


Non siamo nemmeno arrivati alla boa di metà 2016, eppure anche quest'anno Madonna Musica ha già svolto egregiamente il suo compito. Che ormai non è più salvar vite dalla dannazione o ripulir anime dalle incrostazioni – siamo realisti – ma per lo meno sporgerti una cannuccia con cui interrompere l'apnea, sfuggendo al monotono flusso dell'identico e tornando a respirare un po' d'aria fresca. Il bello di questa cannuccia, il marchio impossibile da contraffare, è la sua natura camaleontica. Per esempio, quest'anno a chi scrive si è presentata con l'inedita forma di sassofono. Come quello che all'alba di gennaio ha attraversato Blackstar, l'ultimo gentile regalo di David Bowie all'umanità (un disco che continua a trasmettere pulsanti segnali di vita aliena, anche oggi che lo si può ascoltare al riparo dalle interferenze del commiato). O come quello che, qualche mese più tardi, è selvaggiamente decollato dai solchi di The Hope Six Demolition Project di PJ Harvey.

«Il problema di PJ Harvey è che non ha le canzoni». Attorno a questa sentenza ruotano molte delle conversazioni avute con un amico a proposito dell'artista inglese e della sua musica. Dove il termine canzone viene utilizzato in una variante criticamente corretta di successo, evergreen, hit: non il tormentone estivo, la macarena che tarantola sulla spiaggia, ma la Like a Rolling Stone o la A Day in the Life scolpite nella pietra. In effetti, non viene naturale citare a memoria il titolo di una vecchia canzone di PJ Harvey. Così come è facile prevedere che nessun brano di The Hope Six Demolition Project entrerà in un ipotetico canzoniere del XXI secolo (sempre che abbia ancora senso parlare di un canzoniere nel XXI secolo...). Ed è giusto che sia così, perché non credo sia quello il suo compito/obiettivo e, forse, nemmeno l'aspirazione a cui deve puntare la miglior musica del nostro tempo. Qualche riga più su si accenna al bisogno di un break dalla banalità del presente. Ecco, penso che oggi sia di gran lunga più prezioso e auspicabile un album in grado di conquistarti con il suo spessore, la sua ardua penetrabilità, i suoi stratificati livelli (altri elementi in comune tra il Project di PJ e la nera stella di Bowie), rispetto a una canzone basata sull'immediato appeal di un ritornello. Guardatevi attorno: nel 2016 tutti sanguisugano la nostra attenzione con uncini flash; viviamo di facili ritornelli o presunti tali; sgranocchiamo seduzioni istantanee come popcorn al cinema. La musica leggera si chiamava così perché aiutava a sopportare una vita pesante. Una musica un po' più pesante potrebbe essere una benedizione per sfuggire all'obbligo di un'esistenza leggera, eterea, impalpabile?

Pesante, in questo senso bizzarramente positivo del termine (complesso, profondo, tangibile...), è di certo The Hope Six Demolition Project. Lo capisci fin dall'inizio, da quei cinque accordi sganciati come bombe da The Ministry of Defence – dopo i due minuti musicalmente più pop di The Community of Hope – che ti catapultano subito in una realtà fatta di vetri rotti, siringhe, fantasmi, macerie di pietra e di carne. Ascolto dopo ascolto, The Ministry of Defence diventa “canzone” a tutti gli effetti. Per essere tale non ha bisogno di un ritornello che prenda in ostaggio l'esiguo spazio rimasto disponibile nella memoria. Bastano il suo ruggire marziale, quel sax che grattugia note sullo sfondo, i cori che sembrano salire direttamente dalle braci della storia (“They've sprayed graffiti in arabic...”, “Broken glass, a white jawbone...”, “Those are the children's cries from the dark...”) per sfociare nella profezia conclusiva: “This is how the world will end”.


Come si sarà intuito, se la musica piange i testi di certo non ridono. Il sole dell'avvenire prova a far capolino in un paio di circostanze, per esempio quando Polly si congeda in A Line in the Sand con il falsetto di “I believe we have a future / To do something good”. Ma si tratta di raggi isolati, che non hanno nemmeno il tempo di trasmettere un po' di calore prima che qualche nuvolaccia cattiva arrivi puntuale a dissolverli (altri versi di A Line in the Sand recitano: “bad overwhelms the good”, “I saw people kill each other just to get there first”). La natura e la ragione di questo tono risiedono nel progetto stesso dell'opera, resoconto in parole, musica e immagini dei viaggi condotti tra il 2011 e il 2014 dalla cantante e dal fotografo Seamus Murphy in Kosovo, Afghanistan e a Washington. Tre luoghi distanti e differenti, la cui apparente inconciliabilità ha attirato gli affondi più convinti della critica anglosassone (a cui The Hope Six Demolition Project è piaciuto, ma senza troppo entusiasmo). Come se dietro a una generica rappresentazione di paesaggi tra l'homeless e l'hopeless, PJ Harvey non fosse riuscita a mantenere un fuoco preciso. Un fuoco che invece a mio parere ha il contorno ben definito del canto delle periferie. Periferie geografiche di facile collocazione, soprattutto per occhi occidentali: degli USA (i quartieri più degradati di una città storicamente e costituzionalmente ai margini come Washington D.C.), dell'Europa (il Kosovo) e del mondo (l'Afghanistan). Ma anche periferie esistenziali, metafora di quella paura da fine impero colonialista che si sta iniziando a diffondere a macchia d'olio, contagiando anche isole (nazioni, categorie sociali/professionali, persone) un tempo ritenute felici. La paura di essere lasciati indietro, spinti fuori dalla cornice: da un nuovo muro, dall'esplosione di un'epidemia o di un kamikaze, o anche solo attraverso processi di trasformazione urbana sgradevoli fin dalla parola scelta per identificarli (gentrificazione).

Madonna Musica però ha un pregio. Se è alimentata dal mistero dell'Arte, riesce a flirtare con l'oscurità, con la miseria, persino con la pesantezza in un modo tale da restituirti vibrazioni di pura energia. Ci sono tante gemme preziose in The Hope Six Demolition Project, molte delle quali ti sfidano a superare iniziali momenti di diffidenza (risalendo il corso di River Anacostia, per la prima volta chi scrive è entrato in contatto con il mondo degli spiritual senza scappare a gambe levate...). C'è una ricerca musicale che nel complesso sembra più orientata verso la sponda americana dell'Atlantico, ma che si fonda anche sul contributo di due musicisti italiani, Enrico Gabrielli e Alessandro Stafana, ospiti in un paio di brani e reclutati per l'imminente tour mondiale (assieme a consueti sodali come Mick Harvey e John Parish). C'è soprattutto quel desiderio, che si ripresenta anche adesso, agli sgoccioli della stesura di questo post, di tornare subito ad ascoltarlo.  

giovedì, febbraio 18, 2016

Le vite degli altri (1998-2016)


C'è una notevole progressione voyeuristico-tecnologica che ci porta da The Truman Show al social web, passando attraverso il Grande Fratello. The Truman Show è un film del 1998, diretto da Peter Weir e interpretato da Jim Carrey, in cui si immagina un reality televisivo costruito attorno alla figura di Truman Burbank. Senza saperlo, fin dalla nascita Truman è stato seguito dalle telecamere e la sua vita è confinata all'interno di un gigantesco set dove tutto è fittizio (parenti, amici, colleghi, luoghi) tranne - come suggerisce il demiurgo dello show Christof (Ed Harris) - Truman stesso. Sebbene il film si ispiri alla nascente/crescente fascinazione collettiva dell'epoca per i programmi reality, siamo ancora di fronte a uno spettacolo puramente cinematografico. Nel film, il pubblico che guarda la tv è in realtà un comprimario: quasi una stampella per sorreggere una narrazione tutta basata sul protagonista e su un discorso un po' alla Philip K. Dick (o, visto l'anno d'uscita del film, alla Matrix) sull'artificialità delle nostre vite e della realtà che ci circonda. Numericamente parlando, in Truman Show il protagonista è solo uno. Da un punto di vista tecnologico/espressivo, il mezzo utilizzato per raccontare la sua storia è il cinema (forma d'intrattenimento che, nella sua incarnazione originaria, richiede al pubblico di uscire dalle proprie case e raccogliersi in un luogo circoscritto e determinato). Anche la durata è limitata: nella finzione della vita di Truman sono circa centomila giorni, nella nostra fruizione i cento minuti del film. La costruzione narrativa e il distacco dalla nostra realtà sono totali: The Truman Show è un'opera di finzione al 100%, confezionata da un team di straordinari professionisti come il regista Peter Weir (Picnic ad Hanging Rock, L'attimo fuggente), lo sceneggiatore Andrew Niccol (fresco reduce dalla regia di Gattaca), l'attore Jim Carrey (all'epoca famoso soprattutto per i film demenziali, che sorprese il pubblico con un ruolo a tutti gli effetti drammatico), con un simbolismo evidente - persino plateale - fin dai nomi scelti: Tru(e)man, Christof, il paesino Seaheaven, la barca Santa Maria. 

Il 14 settembre del 2000, cioè più o meno un paio d'anni dopo l'uscita nei cinema di The Truman Show, il pubblico italiano scopre direttamente la "realtà" dei reality show. Quella sera viene trasmessa su Canale 5 la prima puntata della prima edizione del Grande Fratello. Rispetto a Truman, la progressione è evidente. Su tutti i piani. Dal punto di vista numerico, non c'è più un unico protagonista - attorniato da attori/complici - ma un gruppo di dieci persone. Si creano quindi delle relazioni sociali tra una piccola comunità di individui che partono allo stesso livello (non a caso, diversi commentatori ragionarono sul suo valore di esperimento sociale). Per quanto riguarda tecnologia e canale di distribuzione, il mezzo cinematografico viene sostituito da quello televisivo. Dunque, rispetto a The Truman Show, si entra direttamente nelle case degli spettatori. Anche la durata si espande: non più cento minuti, ma novantanove giorni (per i protagonisti) e una serie di appuntamenti settimanali in prima serata per i telespettatori. Come nella finzione ipotizzata dal film di Peter Weir, c'è però anche un'opzione - per gli abbonati alla pay tv - di seguire il programma 24 ore su 24. All'incremento dell'invasività del programma, corrisponde un aumento della sua opacità sull'asse finzione/realtà. Sebbene si sospetti fin da subito l'esistenza di autori incaricati di indirizzare gli avvenimenti nella casa dove sono rinchiusi i protagonisti, l'idea alla base del programma è quella di presentare al pubblico lo spettacolo della vita naturale di persone normali. Persone che potremmo essere noi. Se il volto di Jim Carrey creava automaticamente un effetto di distacco, quelli dello studente Pietro Tarricone, della bagnina Cristina Plevani o del pizzaiolo Salvo Veneziano generano nello spettatore televisivo un istantaneo effetto-specchio. Ma la presenza delle telecamere - di cui i protagonisti del programma, a differenza di Truman, sono perfettamente consapevoli - fa sì che il presunto gioco della realtà sia inevitabilmente contaminato dall'artificio. Il corto circuito è evidente: l'esperimento sociale non avviene tanto nella casa, quanto nel rapporto con gli spettatori a casa.

Facciamo un salto di quindici anni e arriviamo al presente, ai social network e in particolare a quello più popolare al mondo: Facebook. Di nuovo, siamo testimoni di una progressione a tutti i livelli, avvenuta a ritmi ancora più sostenuti di quella precedente. Per quanto riguarda i numeri, si balza improvvisamente dalla monarchia (Truman) e dall'oligarchia (i dieci del Grande Fratello) a una democrazia universale. Non solo il cast dello show adesso conta più di un miliardo di co-protagonisti (chiunque pubblichi/condivida qualcosa di personale) ma questi attori provengono da tutto il mondo (non più un villaggio come Seaheaven, né un paese come l'Italia: altra progressione) e non c'è più nemmeno bisogno di fare il minimo sforzo di identificazione: i protagonisti siamo davvero noi, i nostri parenti, i nostri amici di prima generazione e i nostri amici acquisiti sul web. Tecnologicamente parlando, si è passati al network digitale. Prima era venuto meno l'obbligo di andare al cinema, adesso anche quello di trovarsi davanti a un televisore: basta avere uno smartphone in mano per essere costantemente aggiornati sulle vite degli altri. Se già il Grande Fratello in versione pay tv poteva contare su una portata temporale di 24 ore su 24, con Facebook oggi si ragiona su un dominio del tutto nuovo: la totalità spaziotemporale. Lo spettacolo non va in scena solo in ogni istante, ma anche in ogni luogo. In quanto al vecchio corto circuito tra realtà e finzione, anche quello esplode in un vortice di opacità perfetta: le persone di cui scandagliamo la vita sulle bacheche dei social sono in carne e ossa, vediamo i loro volti, i loro animali domestici, i loro viaggi, i loro pensieri. Ma al tempo stesso, non sono loro. La consapevolezza della telecamera si è trasformata nella consapevolezza del selfie: noi tutti costruiamo una nuova identità da social network, che - a volte inconsciamente, più spesso scientemente - si distacca da quella che potremmo definire come naturale. Sotto molti aspetti, l'ambiente social contemporaneo rappresenta dunque una potentissima variazione dell'ipotesi - agli occhi dell'uomo del XXI secolo, ormai quasi umile - avanzata in e da The Truman Show. Un immenso spettacolo voyeuristico/tecnologico diffuso, di cui - come esige la dottrina del 2.0 - non siamo più semplici spettatori. 

Abbastanza curiosamente e altrettanto imprevedibilmente, questo ragionamento è scaturito dalla visione del surreale The Boy with a Camera for a Face. Scritto e diretto nel 2013 da Spencer Brown, premiato a diversi festival cinematografici, il cortometraggio è stato reso disponibile a inizio anno su Vimeo e lo trovate qui sotto (in versione originale, in inglese, a metà strada tra il musical e la poesia). Al suo interno si mescolano molti elementi della tesi che ho provato a esporre nelle righe precedenti. C'è la pura componente narrativa di The Truman Show, c'è la ricerca spasmodica della vita degli altri che ritorna sull'intero arco 1998-2016, c'è l'inevitabile contaminazione tra realtà e finzione, vita genuina e vita artificiale. Inoltre, in modo molto più diretto che in The Truman Show (che da buon film hollywoodiano evita di prendere di mira esplicitamente il proprio pubblico) si pone l'accento sui rischi che un'ulteriore espansione di questo trend potrebbe comportare: la progressiva trasformazione in spettatori-zombi delle vite altrui. Infine, pur passando da vie traverse e vintage (la testa del protagonista non è sostituita da un iPhone, ma da una vecchia macchina fotografica), l'autore apre anche una parentesi su un'altra evoluzione antropotecnologica del secolo digitale: il nostro rapporto con la cattura e l'archiviazione dell'immagine. Dell'istante. Di qualsiasi istante.



mercoledì, gennaio 27, 2016

Meglio Facebook o Hemingway?


Un paio di mesi fa ho disattivato il mio account su Facebook. Le ragioni sono molteplici, io le trovo tutte straordinariamente fondate e cariche di significato, ma non sto a elencarle perché temo che perderei subito i pochi lettori arrivati su questa pagina. Provando a riassumerle in un'unica frase, diciamo che avevo bisogno di uscire da un flusso di informazioni inutili che stavano usurpando il mio spazio, il mio tempo, le mie energie mentali. Se eravate miei amici su Facebook e l'aggettivo "inutili" vi sembra offensivo, vi chiedo scusa: ovviamente non mi sto riferendo a voi! Ma fate una prova: aprite il social, passate in rassegna i link, i commenti, gli status, le foto dei vostri contatti, suddivideteli tra quelli interessanti, quelli frivoli, quelli fastidiosi e quelli verso cui provate una sostanziale indifferenza. Le percentuali potrebbero sorprendervi. C'era qualcosa che non tornava nel dedicare la vita, una simile porzione della vita, a quel fiume di contenuti. Tra l'altro, svalutando invariabilmente qualsiasi informazione, man mano che si aggiungeva una all'altra: dall'immagine buffa al grido di dolore, tutto appiattito nell'infinito susseguirsi del flusso. 

Superati i primi cinque giorni di brividi e senso di alienazione sociale, gli effetti positivi hanno iniziato a farsi sentire. Su tutti, il recupero del tempo perduto. Al di là del giochino tra contenuti utili, frivoli e fastidiosi, non potete immaginare quanto tempo si liberi uscendo dal flusso! È una sensazione sconvolgente, sia perché contraddice una delle credenze più diffuse, martellanti e inesorabili della nostra epoca ("non abbiamo tempo, e non lo avremo mai più"), sia perché si sposa con lo sgombero di una quantità altrettanto imponente di spazio mentale. Da novembre non sento più parlare di marò, non ho litigato sul ruolo del film di Checco Zalone nella società contemporanea, persino la morte di David Bowie è scivolata via in un'atmosfera di sconfinata ma sobria gratitudine: consacrando ore alla bellezza della sua musica e giusto qualche minuto al rumore del cordoglio collettivo, via Twitter. 

Naturalmente, tutto quel tempo libero andava subito riempito. Che esseri umani noiosamente perfetti saremmo se non ricadessimo sempre negli stessi vizi? E qui entriamo in un terreno delicato. Sono sicuro che esistono infiniti modi più sani, piacevoli, divertenti e socialmente edificanti di quello che ho scelto io. Per esempio, si potrebbe fare più sport; oppure restituire all'amore quell'attenzione esclusiva sottrattagli tanto tempo fa, chissà perché; o addirittura scoprire che beneficenza e solidarietà hanno anche una dimensione più concreta di change.org. Ma non è che disattivare Facebook ti renda subito una persona migliore. Non esageriamo. Così, io ho scelto di leggere Hemingway. Tutti i suoi romanzi. E li ho letti in meno di due mesi. Con una passione, una gioia e una naturalezza che da queste parti non si vedevano da anni. Molti. Troppi.  

E qui arriviamo al vero motivo che mi ha spinto a scrivere queste righe. Che non è tanto decretare il vincitore tra Facebook o Hemingway (personaggio che tra corride, caccia grossa e maschilismo praticante oggi vivrebbe un'esistenza assai grama sui social network), bensì celebrare Werner Herzog. Ebbene sì. Colpo di scena! Date un'occhiata a questo articolo. Qualche giorno fa, presentando il documentario Lo and Behold: Reveries of the Connected World, il grande regista tedesco ha invitato ad abbandonare i social network e a dedicarsi alla lettura, partendo dai classici di... Hemingway. Cioè, Werner Herzog: una delle poche semi-divinità che ci sono rimaste, che suggerisce al mondo di fare esattamente ciò che tu - di tua spontanea e anche un po' casuale volontà - hai fatto poche settimane prima. Avete presente quella rara, magica, indescrivibile sensazione che si prova quando tutto torna

lunedì, gennaio 04, 2016

I dieci migliori album del 2015 che non sono su Spotify


Dal 2010, compilo e pubblico sul blog Spotirama le playlist Spotify relative alle classifiche di fine anno di alcuni dei maggiori giornali e siti musicali internazionali (Mojo, Pitchfork, NME...). Si tratta di un modo per recuperare alcuni brani & dischi persi per strada lungo l'anno, di crearsi un piccolo archivio critico/enciclopedico sul meglio della contemporaneità, di sfogare il mio lato reorganazi, ecc. ecc... L'ho fatto anche nel 2015, raccogliendo una quindicina di playlist basate sulle classifiche di Fact Magazine, The Guardian, Les Inrockuptibles, Mojo, NME, Noisey, NPR, PopMatters, Pitchfork, Rockit, Rough Trade, Uncut e Wire. Chi fosse interessato, le trova a questo indirizzo: http://spotirama.blogspot.it/search/label/eoy2015

Un trend significativo a cui ho assistito nel corso di questi cinque anni - che conferma ciò che si dice e scrive sulla graduale adozione universale dello streaming - è relativo alla crescita della disponibilità degli album e delle canzoni su Spotify. Per esempio, nella Top 50 degli album secondo Pitchfork si è passati da 43 titoli disponibili nel 2010 (86%) a 48 nel 2015 (96%). La versione Spotify della Top 100 delle canzoni italiane secondo Rockit nel 2013 raccoglieva l'85% dei brani, quella della Top 50 nel 2015 raggiunge il 96%. Al di là dei grandi embarghi mediatici operati dalle popstar che se lo possono permettere (Taylor Swift, Adele, Coldplay, Thom Yorke...), l'adozione dello streaming ha raggiunto dunque percentuali quasi plebiscitarie. Credo sia un discorso generalizzato, che non riguarda solo quel terreno su cui si incrociano rock, elettronica e hip hop, campo d'azione prediletto delle pubblicazioni che tengo d'occhio su Spotirama. 

Da un certo punto di vista, spulciando le classifiche di fine anno si potrebbe anche sospettare che tra giornalisti e blogger si stia diffondendo un'inconscia, pragmatica preferenza per gli artisti presenti sulle piattaforme streaming. Se l'utilizzo di Spotify & C. si diffonde anche tra i critici musicali (magari assieme a una diminuzione delle advance copies spedite dalle etichette per le recensioni), è plausibile pensare che i dischi disponibili in streaming abbiano possibilità maggiori di essere ascoltati e inseriti nelle classifiche di fine anno, rispetto a quelli che non vengono diffusi su questi canali? Non ho gli strumenti per rispondere a questa domanda, ma l'esperienza personale mi suggerisce che potrebbe essere un'ipotesi non troppo campata in aria.  

Detto ciò, proprio per la loro eccezionalità, gli album che oggi non sono su Spotify (e in genere sugli altri servizi streaming) brillano di una loro tenace luce propria: si distinguono, oltre che per le eventuali doti artistiche, per il loro andare controcorrente. Nell'elenco sotto ho raccolto i migliori dieci album del 2015 che appartengono a questa particolare categoria. Non li ho scelti io, ma mi sono basato sulla classifica aggregata del forum Acclaimed Music, generata dalla fusione di decine di chart internazionali. Tra parentesi, vicino al nome dell'artista, ho messo anche la posizione nella classifica generale (quest'anno è comandata da Kendrick Lamar, Sufjan Stevens e Jamie xx). Come noterete, per trovare dieci album non presenti su Spotify bisogna scendere fino oltre alla duecentesima posizione. 

Come quasi ogni anno, le prime posizioni (Joanna Newsom, Jim O'Rourke, Jessica Pratt) sono occupate dai nuovi album pubblicati dalla Drag City, la più influente label indipendente che ancora oggi persegua una politica no streaming. Ben diversa è la storia della citata Adele (il cui bestseller 25 sarà probabilmente distribuito in streaming tra qualche mese, seguendo una strategia "a finestre" già adottata in passato) e di Compton di Dr. Dre, che è stato distribuito in esclusiva streaming su Apple Music, la piattaforma nata dalle ceneri di Beats Music, vecchio servizio che lo stesso Dr.Dre ha venduto nel 2014 a Cupertino per parecchi soldi. Guardando al panorama italiano, sono solo due gli album della Top50 di Rockit che non ho trovato su Spotify: A Love Explosion (Go Dugong, #7) e Soul of a Supertramp (Mezzosangue, #36). 

1. Divers (Joanna Newsom, #11 nella classifica di fine anno di Acclaimed Music)
2. Simple Songs (Jim O'Rourke, #36)
3. Compton (Dr. Dre, #59)
4. 25 (Adele, #71)
5. Levon Vincent (Levon Vincent, #84)
6. On Your Own Love Again (Jessica Pratt, #96)
7. Hand. Cannot. Erase. (Steven Wilson, #120)
8. The Good Fight (Oddissee, #154)
9. Mutilator Defeated at Last (Thee Oh Sees, #157)
10. Break Stuff (Vijay Iyer Trio, #205)