sabato, agosto 23, 2014

LaStampa.it weekly (18-24 agosto 2014)

I miei articoli usciti questa settimana su LaStampa.it, tutti pubblicati in Digita Musica: i protagonisti sono Neil Young (che continua a mietere dollari con il crowdfunding), il nuovo servizio in streaming di YouTube (che potrebbe chiamarsi YouTube Music Key), le "YouTube Stars" (che spopolano tra i teenager) e SoundCloud (che introduce annunci pubblicitari nel suo servizio).  

18 agosto 2014


19 agosto 2014


21 agosto 2014

22 agosto 2014


venerdì, agosto 22, 2014

Se anche Twitter ci intasa la vita

Fonte immagine: Trendhunter

“Ciò che Twitter sta facendo è verificare quanto dolore extra siamo disposti a tollerare”. Così Vlad Savov commenta su The Verge l'ultima novità presentata dal servizio americano: la decisione di mostrare sulla timeline anche i tweet di utenti che non stiamo seguendo ("i più popolari"). Messaggi di cui - in linea di massima - non ce ne frega nulla.

Per ora, si tratta di un esperimento. Limitato a pochi utenti. Un test, appunto. Twitter valuterà la reazione degli utenti sottoposti alla prova e – se non vedrà rischi di rivoluzione – passerà probabilmente alla fase due: l'implementazione universale della novità.

Non è una bella cosa. Significa che le timeline si riempiranno di tweet a cui non siamo interessati, ma che non potremo eliminare. Qualcosa di simile ai promoted tweets, i cinguettii sponsorizzati che già adesso si alternano – non troppo ingombranti, ma inamovibili – ai contenuti degli altri utenti. In una direzione ben conosciuta a chi è su Facebook.

Rumore extra per tutti. O per usare le parole di Savov, dolore extra. Perché il rumore sta diventando una vera fonte di dolore: qualcosa da cui, giorno dopo giorno, si sente il bisogno di sfuggire. Un servizio che aumenta il rumore-dolore, invece di limitarlo, va automaticamente contro a quella che dovrebbe essere la missione originaria della tecnologia: farci vivere meglio.

Una missione che purtroppo su Internet e dintorni appare sempre più annacquata. È come se una talpa gigante stesse scavando un profondissimo vicolo cieco. Le aziende devono fare profitto: Twitter e Facebook non sono filantropi digitali ma società quotate in borsa. Tuttavia non possono mettere i propri servizi a pagamento, perché quello sì che scatenerebbe una rivoluzione (e, ancora peggio, il rischio di una immediata fuga di massa).

Nel vicolo cieco, l'unica soluzione rimane allora la pubblicità: catturare ogni giorno un secondo in più del nostro tempo, mostrandoci contenuti non decisi da noi ma dagli inserzionisti; o comunque che gli algoritmi hanno valutato come fonte di potenziale guadagno per le aziende: un tweet, uno status, un video, un flash subliminal-digitale. Quello che Google è riuscita a fare per anni, senza darci troppo fastidio.

È tutto freddamente logico. Ma altrettanto fredda e logica dovrebbe essere la riflessione attorno alla frase che apre questo post.  

Quanto saremo disposti ad andare avanti, di fronte alla graduale trasformazione di servizi di comunicazione in megafoni commerciali? Svilupperemo dei miracolosi anticorpi che ci permetteranno di vivere e prosperare anche immersi in un rumore digitale destinato alla crescita illimitata? O ci sarà un momento in cui cederemo alla stanchezza, alla nausea, al dubbio ("perché sono qui?") decidendo che il gioco non vale più la candela e abbandonando quei resort tecnologici che oggi sembrano più interessati a ipnotizzarci che a farci vivere meglio?

giovedì, agosto 21, 2014

Avete mai ascoltato Barn in the USA, Porklife e Never Mind the Blocks?

BARN IN THE USA (Bruce Springsteen - Born in the USA)
Per rispondere al titolo, non lo farete neanche adesso.

Misheard Album Titles è una serie di fotomontaggi in cui le copertine di album famosi vengono ridisegnate in modo da essere fedeli a un piccolo cambiamento del loro titolo. Da Born in the USA a Barn ("Fienile") in the USA, da Parklife a Porklife, ecc. La raccolta è stata pubblicata sull'archivio fotografico Shutterstock, con un obiettivo anche promozionale: tutti i montaggi sono infatti realizzati utilizzando "stock photos" del sito. A giudicare dal basso numero di condivisioni su Twitter e Facebook, il risultato virale non è stato un granché. Sono finiti i tempi d'oro in cui ogni sciocchezza conquistava il pianeta a colpi di like. La vita è dura anche per le piccole cose buffe, che devono far fronte alla concorrenza di infinite altre piccole cose buffe.

Alcune di queste foto però sono riuscite a strapparmi un sorriso, senza rubarmi troppo tempo. Un doppio pregio che nella sostanziale quiete della penultima settimana di agosto può anche essere premiato. In questa pagina, le mie 8 preferite. Le altre sono su Shutterstock (tra parentesi, autori e titoli originali degli album). 

BEE HERE NOW (Oasis - Be Here Now)

DART SIDE OF THE MOON (Pink Floyd - Dark Side of the Moon)

PORKLIFE (Blur - Parklife)

RUBBER SOLE (The Beatles - Rubber Soul)

KNEE ON BIBLE (Arcade Fire - Neon Bible)

NEVER MIND THE BLOCKS (The Sex Pistols - Never Mind the Bollocks)

STEAL WHEELS (The Rolling Stones - Steel Wheels)

mercoledì, agosto 20, 2014

La prima regola d'oro contro l'ansia da information overload


"Uno degli effetti collaterali più angoscianti dell'era dell'informazione è la sensazione di dover sapere tutto. Accettare i propri limiti diventa essenziale per sopravvivere alla valanga di contenuti; non si può e non si deve assorbire e tantomeno dare attenzione a tutto". 

Questa considerazione - molto attuale - risale a un libro precedente alla diffusione di Internet: Information Anxiety di Richard Saul Wurman del 1989. Io l'ho trovata (la traduzione è mia) in Bit Literacy: Productivity in the Age of Information and E-mail Overload di Mark Hurst, un ebook nel quale vengono offerti consigli e suggerimenti su come sopravvivere alla moderna abbondanza di contenuti/stimoli digitali (risalente al 2007 e attualmente in fase di lettura: alcuni capitoli risultano un po' indigesti per l'eccesso di pubblicità a un software apparentemente realizzato dall'autore, altri sono più utili e gli 0,89€ della versione per Kindle sono in fondo ben spesi).

Tornando alla citazione da Wurman, credo che valga in mille campi e situazioni diverse. Un'applicazione musicale, per esempio, è "non si può e non si deve ascoltare tutto ciò che viene pubblicato". Si potrebbe anche aggiornarla alla realtà socio-comunicativa del 2014, con una piccola postilla che non riguarda solo la fruizione ma anche la produzione di rumore: "come non si può e non si deve sapere tutto, così non si può e non si deve parlare di tutto". 



martedì, agosto 19, 2014

Come film e serie tv visualizzano sms, testi e Internet


A livello di linguaggio, l'incrocio tra formati, mezzi, canali e sfere sensoriali diverse è uno degli aspetti più affascinanti della comunicazione contemporanea. Sia dal punto di vista creativo/artistico che da quello della semplice analisi dell'esistente (e della sua continua mutazione). Spesso ci si sofferma sui percorsi che procedono in senso espansivo e transmediale, cioè in cui un contenuto viene sviluppato in modo da raggiungere (in forme diverse e autonome, ma intrecciate tra loro) più media differenti. Un esempio classico, ormai stagionato, è quello di Matrix: i fratelli Wachowski crearono diversi filoni narrativi, sviluppandoli attraverso la trilogia cinematografica, il videogioco e la serie di corti d'animazione The Animatrix. In comune (oltre ad alcuni personaggi) c'era soprattutto l'universo di riferimento. Oggi la transmedialità è quasi un obbligo, all'inseguimento dell'attenzione di un pubblico sempre più frammentato e distribuito su un ventaglio infinito di dispositivi, social network, interessi.

Esattamente opposto - ma non meno interessante - è il processo di sinergia che tenta di racchiudere più linguaggi all'interno di un unico formato, in passato "monopolistico". Da questo punto di vista, il detonatore è stato il Web: basti pensare al quotidiano di carta (testo + immagine fissa) che nella sua versione online si trasforma in contenitore di testi, immagini fisse, immagini video, podcast audio, banner, videogiochi, mappe... (aprite Repubblica.it, Corriere.it LaStampa.it per conferma). Ma il cambiamento, sospinto dalla digitalizzazione globale, è in corso ovunque. E sul fronte artistico e spettacolare se ne trova una traccia interessante nel crescente tentativo di inserire unità testuali caratteristiche della vita quotidiana (sms, whatsapp, email, tweet, status, siti web) nel racconto per immagini in movimento di cinema e serie tv. Il video qui sotto, realizzato da Tony Zhou, è una bella panoramica (sotto forma di microsaggio in inglese) del modo in cui gli autori di film, telefilm e cartoni animati hanno iniziato a sovrapporre i testi alle immagini. Non solo contribuendo al massiccio ritorno - quasi cento anni dopo le didascalie dei film muti - del testo all'interno del linguaggio cinematografico, ma anche risparmiando sul budget (è più economico applicare un testo in computer graphics che girare una scena per inquadrare lo schermo di uno smartphone o di un computer) e sviluppando un nuovo senso estetico e di design.


(non li ho ancora visti, ma anche gli altri video-saggi a tema cinematografico 
di Tony Zhou sembrano molto interessanti)

L'immagine che trovate in apertura, però, non rientra nel video di Tony Zhou. È un fotogramma tratto dal nuovo film di Jason Reitman (il regista di Juno), Men, Women & Children. Un'opera in cui, a giudicare dal primo trailer diffuso oggi, non solo avremo un'applicazione pratica e sulla lunga distanza delle teorie sul neolinguaggio cinematografico di Zhou, ma il mix testo/immagine si sovrapporrà a un'altra novità - di comportamento - ormai diffusa in qualsiasi ambito sociale. Guardate bene l'immagine: quasi tutti i personaggi hanno gli occhi fissi sui loro smartphone e tablet. 

lunedì, agosto 18, 2014

Fuga confusa dal traffico digitale

La prima pagina di Bad Paper 
Anno dopo anno, la maledizione del giornalista e del giornale moderno su Internet si configura sempre più nel “traffico”. In mancanza di modelli di business alternativi, gli accessi a un sito rappresentano l'unica voce determinante nel generare introiti pubblicitari. Ciò spinge redattori e scrittori ad adottare soluzioni sempre più plateali con il solo scopo di attirare contatti: vedi il proliferare di gallery fotografiche, video buffi acchiappalike, übergossip, contenuti scopiazzati e lanciati attraverso titoli scelti per attirare il più alto numero possibile di visitatori, a prescindere dal reale legame con i temi trattati. È un circolo viziosissimo dal quale non si intravedono vie d'uscita, anche perché alimentato dalla tendenza di massa dei lettori non solo a – per usare un francesismo – leggere & condividere minchiate, ma anche a fare da cassa di risonanza a ciò che lo fa arrabbiare (sollevare l'indignazione popolare su Facebook è un modo infallibile per raggranellare qualche contatto in più).

Molti addetti ai lavori iniziano a rendersi conto, con un crescente senso d'asfissia, del vicolo cieco in cui si stanno (ci stiamo) infilando. E non è un caso che si moltiplichino i progetti che – magari anche discutibili nel loro modo di reinventare la narrazione giornalistica – dichiarano tra gli obiettivi quello di slegarsi dall'ansia da prestazione digitale. Stamattina mi sono imbattuto in uno di questi, presentato in un articolo di Felix Salmon risalente allo scorso aprile. Nell'annunciare il suo passaggio dall'agenzia stampa Reuters alla start-up Fusion, il giornalista americano scriveva:
Most excitingly for me, the raison d’être of Fusion’s digital operation is not to get lots of unique visitors to Fusion’s website, who can then be sold to digital advertisers. That’s a tough business to be in, and is not particularly remunerative, in a world of falling CPMs.
E ancora:
So while everybody else fights with each other to get millions of unique visitors to their websites, we will be happy to go reach the audience wherever they are.
Al momento, quello di Salmon appare poco più che un wishful thinking. La speranza che un percorso di produzione di contenuti transmediali (sviluppati su canali diversi, creando un ponte tra social network e tv via cavo) possa generare una sostenibilità economica slegata dalla ricerca di audience non viene suffragata da basi concrete. Inoltre, sebbene l'inseguimento di una nuova formula post-text (post-testuale) annunciata da Salmon sembri ormai inevitabile in un mondo in cui l'informazione viaggia più su schermo che su carta, una rapida esplorazione della homepage di Fusion richiama più che altro alla mente il linguaggio colorato e forzatamente provocatorio di realtà come Vice, cioè proprio quello che ha accelerato il percorso di contaminazione sensazionalistica dell'informazione su Web e il suo parallelo insaziabile appetito di like e views polemiche (tra i contributi di Salmon, per certi versi interessante, c'è Bad Paper, un gioco in cui il lettore agisce nel mondo della riscossione debiti negli States).

Insomma, siamo sempre un po' impantanati nella palude dello scetticismo, della confusione e dell'abuso di "sex" e altre parole-chiave. Ma almeno inizia a diffondersi quella consapevolezza - anche apertamente dichiarata - che l'unica via di fuga al maelstrom dell'informazione contemporanea stia nell'opporsi alla dittatura del traffico. Nel provare a inventarsi qualche soluzione differente. Senza arroccarsi sulle torri d'avorio, ma senza nemmeno piegarsi a una versione distorta, bovina e totalmente passiva del "dare al pubblico ciò che vuole". Penso sia ormai sotto gli occhi di tutti come la selvaggia caccia ai contatti non stia affatto salvando il mondo dell'informazione e tanto meno aumentando il livello di informazione nel mondo.  

lunedì, luglio 28, 2014

Cover stars killed cover bands

I Television suonano Marquee Moon al Primavera Sound 2014
(foto Santiago Periel, dal sito del festival)
Dunque sono tempi grami per le cover band. Ce lo rivela il solito cannocchiale puntato sull'America che questa volta, con la complicità di Rockol, ha scovato un articolo pubblicato il 16 luglio sul Wall Street Journal: These Days, Rock Cover Bands Can't Seem To Get It On di Neil Shah. L'atmosfera è a due passi dal de profundis. Le testimonianze dei musicisti interpellati da Shah, tutti attivi negli USA, sono unanimi: pochi concerti, pochi soldi, una debacle completa dai matrimoni a Las Vegas. E sempre meno alternative rimaste, per lo più geograficamente impegnative: navi da crociera, Bahrain...

Di fronte a una simile notizia, in genere l'esultanza esplode pavloviana. Se c'è un punto su cui convergono quasi tutti gli appassionati di musica, è che le cover band siano il Male. Rubano palchi, soldi e pubblico agli artisti, soprattutto quelli giovani e meno conosciuti, che cercano di proporre il loro materiale senza piegarsi al Verbo di Sweet Child O'Mine, Money o Sultans of Swing. Ci sono due aspetti che però vanno considerati, prima di vestirsi a festa e inneggiare al Nuovo Rinascimento. Uno è legato alla notizia in sé, l'altro a una riflessione sul generale momento della musica contemporanea.

Innanzitutto, nell'articolo di Neil Shah purtroppo manca il tassello decisivo: non si legge da nessuna parte che la crisi delle cover band coincide con un'impennata di concerti di artisti che suonano brani originali. Bar, locali e futuri sposi non hanno smesso di scritturare le cover band perché vogliono sentire qualcosa di nuovo. E nemmeno perché il pubblico lo abbia chiesto a gran voce. Lo hanno fatto semplicemente a causa della maledizione del ventunesimo secolo – LA CRISI – e stanno rimpiazzando i concerti di cover con dj set, karaoke e altre soluzioni più economiche.

C'è poi il secondo aspetto, che ho cercato di riassumere nel titolo di questo post e che adesso proverò a elaborare attraverso quattro trend che mi sembrano molto evidenti nel panorama musicale attuale (e in particolare in quello che rientra sotto quell'immenso ombrello chiamato rock).

1. Anno dopo anno, si è accatastata e si accatasta una quantità incredibile di materiale di repertorio che aspetta solo di essere reinterpretato. Antichi suoni che spesso appaiono – a ragione o a torto – più interessanti di quelli nuovi. È una questione di naturali proporzioni numeriche, dettate dal flusso del tempo: negli anni '60 tutto era praticamente nuovo, negli anni '80 molto era nuovo ma si iniziava già a essere consapevoli della ricchezza del catalogo, oggi il catalogo è un moloch da milioni di canzoni.

2. Anno dopo anno, si è accatastata e si accatasta una quantità incredibile di persone che preferiscono il catalogo rispetto alle novità. Spettatori che affollano i concerti delle reunion, i tributi, gli album suonati per intero, i decennali-ventennali-trentennali, magari disertando le esibizioni di nuovi artisti. A spingerli possono essere ragioni anagrafiche, eccesso di nostalgia, forse anche la sensazione di aver riempito lo spazio disponibile nel proprio hard disk mentale e di volersi coccolare un po' con quello.  

3. Anno dopo anno, è venuto meno il legame promozionale tra dischi e concerti. Fino a poco tempo fa – usiamo il solito 1999 di Napster come riferimento – i tour venivano organizzati soprattutto per presentare un album nuovo, cercando di trainarne le vendite. Da qui l'abitudine di dare al tour il nome dell'album e la regola di rimpinzare le scalette con pezzi nuovi. Oggi che di dischi se ne vendono sempre meno e che i concerti sono per molti artisti la fonte di guadagno principale, le tournée stanno slegandosi dagli album, permettendo una maggiore libertà di setlist. Paradossalmente, i tour con le scalette più fisse sono ormai quelli dove si risuonano per intero vecchi album: gli Afterhours che rifanno Hai paura del buio?, i Television con Marquee Moon... 

4. Anno dopo anno, per le ragioni espresse nel punto 3, il numero di concerti sta aumentando. Anche quelli di superbig che magari in passato non si facevano quasi mai vedere o non erano nemmeno più in attività. C'è una statistica che mi fa sempre un certo effetto e riguarda i concerti di Bruce Springsteen in Italia. Se dividiamo la sua carriera in quattro parti abbiamo: 1973-1984 (zero concerti in Italia), 1985-1994 (8 concerti, più l'apparizione alla serata Amnesty a Torino), 1995-2004 (12 concerti), 2005-2014 (23 concerti). Un crescendo continuo, poi l'esplosione. E il discorso non vale solo per Springsteen. Un boom dell'offerta originale che di sicuro pesa anche sull'appeal delle cover band. 

Morale della favola, se le cover band hanno davvero intrapreso la strada del dodo (cosa che comunque è da verificare), è per l'azione congiunta della crisi e di quel trend che sta trasformando tutti gli artisti/gruppi in cover band di se stessi. Non certo per un ritorno di fiamma del pubblico verso il materiale inedito a discapito di quello di repertorio. Anzi, la direzione mi sembra esattamente l'opposta: repertorio e oldies trionfano in modo sempre più netto. C'è da passare quindi dalla festa alla depressione? Non necessariamente. In mezzo al rumore e al caos, una delle cose belle portate da Internet è la possibilità di recuperare/studiare - con i propri tempi e seguendo le proprie tendenze, anche maniacali - le meraviglie dell'arte e della storia. Compresa quella del rock. Prima di Napster era tutto più complicato, oggi abbiamo strumenti di analisi, approfondimento e ascolto fantastici. E potenzialmente questa esperienza può diventare ancora più prelibata se la si abbina alla dimensione live: brani a volte riproposti in modo filologico, altre rielaborati, trasformati, professionalmente coverizzati (penso a Mick Harvey che canta Serge Gainsbourg in inglese, appuntamento mancato dal sottoscritto a Barcellona).  

Il problema, se mai, è che questo recupero del passato dovrebbe avvenire seguendo una linea di pensiero che spesso tende a venir smarrita:
a) per i giovani artisti, come costruzione di un bagaglio formativo da essere mescolato poi con il talento personale e con i suoni/atmosfere/linguaggi/temi del presente (e non solo come fonte di clonazione);
b) per il pubblico, come un percorso culturale e di piacere che si affianca e non sostituisce del tutto la fruizione di musica nuova (cosa che invece avviene spesso, con il puntuale e fastidioso accompagnamento dell'immortale tema di trombone "quella musica era meglio");
c) per i vecchi artisti, come valorizzazione/reinvenzione di ciò che è stato, nonché come possibile fonte di effetto sorpresa nelle scalette dei concerti (elementi che spesso rimangono nascosti dietro alle più evidenti, magari impellenti, ma di certo poco entusiasmanti necessità alimentari: con l'effetto, nei casi più gravi, che molti artisti purtroppo scivolano davvero nella trasformazione in cover band di se stessi).