martedì, gennaio 20, 2015

Soused (Scott Walker / Sunn O))) )


1. "C'è qualcosa che non va in me?" In linea di massima è la domanda più stupida, inutile e quasi inevitabile che una persona possa farsi. Trova sempre il modo di tornare a galla. Per esempio, nel momento in cui ti rendi conto che sono le undici di un sabato sera e tu sei a casa – con luce soffusa e bevanda di cortesia – ad ascoltare un 72enne che con voce da cantante d'opera intona “Ah, the wide Missouri!”, seguito da arabeschi di chitarre distorte e colpi di frusta. Il tutto in una canzone dedicata a Marlon Brando. L'orrore, l'orrore.

2. Eppure, credetemi, non è un'esperienza così malvagia. L'arzillo madrigalista di terza età si chiama Scott Walker e incide musica dalla fine degli anni Cinquanta, gli arabeschi sono tracciati da un gruppo che risponde all'interessante denominazione di Sunn O))) e appartiene wikipedianamente alla minacciosa tribù del drone doom metal. Brando è la canzone che apre Soused, l'album scaturito dalla loro collaborazione. Con i suoi 8'42” è anche la traccia più breve del disco: altre tre si aggirano intorno ai nove minuti, mentre Herod 2014 si spinge fin a ridosso dei dodici.

3. Soused è un lavoro che trasuda riferimenti culturali e amenità per intellettuali voraci. Spulciando nei suoi testi e nelle recensioni che lo hanno raccontato su Internet (il disco è uscito a ottobre), si compone un'enciclopedia di voci e citazioni che va dai pittori Rubens e Poussin al filosofo sloveno Slavoj Žižek, dalla famigerata polizia segreta della DDR (Stasi) all'altrettanto famigerata collaborazione tra Metallica e Lou Reed (Lulu). Due informazioni di servizio sono particolarmente gettonate negli articoli e nelle recensioni: a) il brano Lullaby è il remake di una canzone che Scott Walker scrisse per Ute Lemper, pubblicata nel 2000 nella versione giapponese dell'album Punishing Kiss; b) i Sunn O))) avevano provato a collaborare con Walker già nel 2009, chiedendogli di partecipare all'album Monolith and Dimension. Ma non furono ascoltati.

Scott Walker (secondo da destra) e i Sunn O)))
4. Bisogna dare a Erode quel che è di Erode: alcuni momenti di Soused riescono a infilarsi nel cervelletto e a conquistare un permesso di soggiorno nella memoria. In particolare, il simil-ritornello di Bull, dove Walker urla a ripetizione “Bump the Beaky!”. Difficile comprendere cosa significhi (a questo giro nemmeno Genius è di aiuto), ma l'impressione è che l'intero Soused ti lasci volontariamente il compito di costruire e immaginare un senso. E più lasci libera la fantasia, più ti diverti. Prendiamo l'ubriaco e disperato canto “Lullaby La La” in Lullaby. Per qualche ragione su cui forse è meglio non indagare, io lo interpreto come la preghiera di un marinaio di origini irochesi, che nel porto di Providence - tarda epoca lovecraftiana - fissa l'oceano notturno e cerca di ammansire i Grandi Antichi, promettendo loro che verrà il momento della vendetta.

5. Uno dei problemi di un disco come Soused (o To Be Kind degli Swans) è che ti preclude innumerevoli utilizzi. Per esempio, non è l'album che puoi mettere in macchina durante un viaggio con amici, per allietare le lunghe ore in autostrada e farli canticchiare in allegria (da quel punto di vista Taylor Swift forse funziona meglio, anche se tutto dipende da chi sono i tuoi amici). Non va bene come colonna sonora di feste, cene di Natale, serate goliardiche e più o meno qualsiasi momento conviviale. Ed è difficile immaginarlo come complice di romanticherie, vuoi nel corteggiamento vuoi nell'accoppiamento (potrebbero esserci delle eccezioni, ma anche qui forse è meglio non indagare). Eppure, diamine, quel sabato sera ha funzionato davvero bene. Adorato dalla critica (delle ventinove recensioni raccolte su Metacritic, solo due osano scendere sotto il 7), simboleggia in modo quasi perfetto la distanza tra la musica che piace a molti critici e poco pubblico e quella che interessa molto pubblico e pochi critici






Canzoni preferite: Brando, Bull, Lullaby

In ascolto: Panda Bear Meets the Grim Reaper (Panda Bear)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)

venerdì, gennaio 16, 2015

Run The Jewels 2 (Run The Jewels)


1. Tanto si temono i cambiamenti e si tenta di ritardarli, quanto ci si abitua in fretta quando arrivano. Pensate agli artisti che regalano (o quasi) gli album e alla reazione di pubblico e media. Nell'autunno del 2007, quando i Radiohead distribuirono In Rainbows in modalità up-to-you, lasciandoci liberi di decidere il prezzo, lo stupore regnò per molti mesi. Una riuscita operazione di marketing - legata a un album che il sottoscritto ama parecchio - fu interpretata come il ritorno del Messia. Oggi che il gratis ci circonda e soffoca, imbottito di anabolizzanti pubblicitari, gli artisti sono costretti a forzare la mano persino quando vogliono regalarti qualcosa (Bono!) e decisioni che un tempo sarebbero state giudicate rivoluzionarie scivolano nel sostanziale oblio. Esempio, il fatto che uno dei migliori album del 2014 (secondo la critica) sia stato distribuito e sia tuttora disponibile gratis.

2. Rap d'assalto! Da attento ignorante del genere, così definirei Run The Jewels 2, il secondo album del duo formato da El-P e Killer Mike, distribuito a ottobre sul web e scaricabile al costo di un indirizzo email. Proprio l'assalto sonoro è la parte che più mi ha interessato ed entusiasmato. Conciso e urticante, 40 minuti in pura apnea, RTJ2 si appoggia su una base strumentale che nello slang del mio iPod rientra nella categoria “Metropolis: riferimento cine-novecentesco per identificare una playlist che raccoglie tracce di un ipotetico futuro post-apocalittico, dove elettricità, elettronica e noise si fondono ad alta temperatura e alto volume in una fornace industriale*. Non proprio la colonna sonora per una romantica cena a Parigi, insomma (gergo iPod = “Dining in Paris”).

* Bella definizione, eh? Poi sono andato a controllare la playlist e ci ho trovato dentro anche Tindersticks, Subsonica e Lily Allen. Il futuro post-apocalittico è molto più stratificato di come lo si dipinge. 

El-P e Killer Mike 

3. Poi ci sono i testi. E qui si conferma la tremenda difficoltà che il sottoscritto trova nel sintonizzarsi con lo spirto guerrier dell'hip hop, quella mitragliata di “fanculo, guarda come sono bravo, tu sei una merda, ti ammazzo con le mie rime” che ritorna in tutte le canzoni. I Run The Jewels sono molto efficaci nel farsi comprendere e ho il sospetto che i loro riferimenti siano di altra pasta rispetto a quelli di molti colleghi (da Philip K. Dick alla Bibbia, passando per Bitches Brew di Miles Davis, citato dall'ospite Zack De La Rocha), ma ci muoviamo in terreni in cui mi sento pulcino straniero in terra straniera. Anche da questo punto di vista, l'esperienza è stata però più interessante del solito. Merito di Genius, sorta di Wikipedia musicale in cui i fan spiegano il significato delle canzoni (spesso con link, immagini, video) sotto il cui microscopio ho passato i testi di RTJ2. Nato nel 2009 come RapGenius e in orbita hip hop, il sito ha man mano ampliato i suoi orizzonti, ha cambiato nome, ha raccolto qualche bel milioncino di dollari in investimenti e inizia a spuntare con crescente regolarità nei feed e nei tweet dei miei abituali fornitori di news. Due esempi freschi freschi: la classifica degli artisti più cercati del 2014 (citata dal Guardian) e – notizia ancor più simbolica – il critico Sasha Frere-Jones che lascia il New Yorker per diventare "executive editor" del sito.

4. A proposito dei testi, non esiste un verso di RTJ2 talmente rappresentativo da venire citato in tutte le recensioni, come "All we wanted was a chance to talk..." di Black Messiah. C'è però una parola che torna con una certa frequenza negli articoli sul disco e che - se siete anche voi stranieri in terra straniera - potrebbe risultarvi oscura:
                  
Non è intesa come "font di Microsoft Word che mi ha sempre incuriosito, ma non ho mai trovato l'occasione di usare" ma come una particolare forma di rap - piuttosto aggressiva - spesso protagonista nelle battle.

5. Chiusura in eleganza. Se vi state chiedendo nervosamente "e il sesso? dov'è il sesso?", vi segnalo che il ritornello di Love Again (Akinyele Back) è "I put that dick in her mouth all day". Anche in questo caso, trattasi di citazione. Se andate su Genius potete scoprire di quale canzone.



Canzoni preferite: Close Your Eyes (and Count To Fuck), Angel Duster, Oh My Darling Don't Cry.

Attualmente in ascolto: Soused ( Scott Walker/Sunn O))) )


martedì, gennaio 06, 2015

Black Messiah (D'Angelo)


Ho letto talmente tante recensioni entusiastiche di Black Messiah, l'ultimo album di D'Angelo, che mi sento un po' in colpa nel non essermene follemente innamorato. Su Metacritic il disco veleggia intorno a un trionfale giudizio critico di 96/100, un valore a cui in genere possono aspirare solo le ristampe dei classici. Eppure io non riesco ad andare oltre a una valutazione (banale, noiosa, da cerebrointellettuale...) come "ok, si sente che è un album importante, ma non mi prende". Che è sincera, lo giuro - il disco a suo modo mi è piaciuto - ma in fondo equivale a "chissà se e quando lo ascolterò di nuovo". Forse alla base c'è anche un'incompatibilità di genere musicale. Black Messiah è stato però l'album che ha inaugurato i miei ascolti-selezionatissimi-e-approfonditissimi-per-sopravvivere-alla-superficialità-e-al-caos del 2015. Gli sono affezionato. Ecco una manciata di informazioni/riflessioni che hanno accompagnato e seguito i suoi ascolti:

1. Tutta la musica in Black Messiah è dichiaratamente e orgogliosamente "suonata" (da turnisti quotati come il bassista Pino Palladino o il batterista ?uestlove). Niente drum machine, software o intermezzi digitali. Evidente il desiderio di tracciare un segno di rottura nei confronti dei dischi registrati a budget zero con l'iPad nella propria cameretta. Non l'unico elemento di diversità rispetto al millennio digitale, come vedremo tra poco.

2. Se vi trovate a un party a New York, tutti parlano di Black Messiah e la gente continua a ripetere "All we wanted was a chance to talk / 'Stead we've only got outlined in chalk" ("Tutto ciò che volevamo era la possibilità di parlare / Invece ci siamo ritrovati tracciati con il gesso"), non preoccupatevi: è naturale. È il ritornello di The Charade e viene menzionato praticamente in tutte le recensioni dell'album. Se volete anche sentirlo in musica, vi metto il video: lo trovate per esempio a 0'57" e 1'45".


3. Perché citano tutti quel verso? Perché simboleggia in modo esplicito e potente - assieme al titolo e al campionamento del predicatore che apre 1,000 Deaths - lo spirito e i contenuti di un album socialmente e politicamente molto impegnato, fin dalla sua tempistica di diffusione. Black Messiah è stato distribuito repentinamente a dicembre, in anticipo rispetto all'uscita prevista per il 2015, sulla pressione emotiva delle nuove polemiche inter-razziali esplose negli Stati Uniti per la mancata condanna degli agenti di polizia responsabili delle morti di Michael Brown (a Ferguson) e Eric Garner (a New York). La chalk outline a cui fa riferimento The Charade è la sagoma delle vittime tracciata con il gesso nelle scene dove è avvenuto un omicidio. 

4. Per il secondo anno consecutivo, uno dei dischi più importanti dell'anno - probabilmente il più importante in ambito black - viene pubblicato a sorpresa, in un periodo in genere appaltato a greatest hits e cover di Natale. Qui si potrebbe aprire una parentesi enorme sulla mutazione musicale major del guerrilla marketing (pensando anche a Songs of Innocence degli U2 e al bailamme attualmente in corso attorno al nuovo album di Madonna, tra leak sospetti e vendite immediate su iTunes). Diventa sempre più difficile individuare il confine tra la spontaneità dell'artista e il calcolo di strategie promozionali che - in modo sempre più ansiogeno, nell'era dell'abbondanza incontrollata - inseguono l'arduo obiettivo di farsi notare rispetto alla massa.

5. E qui arriviamo al secondo elemento di rottura, per me il più interessante, di D'Angelo rispetto alla massa degli artisti nell'era di Internet e del digitale. Il cantante americano non può certo essere accusato di partecipare al giochino del content overload: quella sindrome della mitragliatrice a cui - vuoi con canzoni, vuoi con album, vuoi con concerti, vuoi con tweet - si sta invece piegando la maggioranza dei colleghi. Black Messiah arriva quattordici anni dopo il precedente Voodoo, diciannove dopo l'esordio Brown Sugar: intervalli temporali quasi assurdi nell'era dello streaming, degli smartphone always connected, del culto di una comunicazione/espressione legata all'istinto e all'istante. Qualunque sia il suo segreto (anche solo il semplice beneficiare dei successi precedenti al boom di Internet e dei relativi benefit economici), D'Angelo per ora è riuscito a tirarsi fuori da quel vortice che sta trasformando radicalmente il mondo della musica, dell'informazione e della comunicazione, dove se guadagni 0,001 dollari a stream, 5€ ad articolo scritto o 4€ all'ora, sei costretto anche solo per ragioni alimentari a una produzione pressoché continua di nuovo materiale/lavoro. Da questo punto di vista, si tratta davvero di un artista unico (che molti colleghi, senza poterlo ammettere pubblicamente, invidieranno).

6. Ok la politica, ok la società, ok il vortice, ok il rumore, ma siamo pur sempre fatti di carne, ossa e muscoli. Il secondo verso più citato nelle recensioni di Black Messiah è "So if you're wondering about the shape I'm in / I hope it ain't my abdomen that you're referring to" ("Se ti stai chiedendo quale sia il mio stato di forma / Spero che non ti riferisca al mio addome"). In questo caso D'Angelo allude a una delle ragioni a cui viene spesso attribuito il suo lungo periodo di isolamento: la delusione per il modo in cui fu accolto nel 2000 il video di Untitled (How Does It Feel), con i commenti del pubblico e dei media che si focalizzarono sul corpo dell'artista più che sulla sua voce. Certo è che - riguardandolo dopo quattordici anni - un video del genere forse non è il più indicato se non vuoi distrarre il pubblico con i tuoi pettorali e abdomen. 



Le mie canzoni preferite di Black Messiah: 1000 Deaths, The Charade, Really Love.

Attualmente in ascolto: RTJ2 (Run The Jewels)

giovedì, gennaio 01, 2015

Otto cose che ho imparato sulla musica del 2014 (preparando compulsivamente playlist su Spotify)

Non fosse per quel morso ricevuto sul set di The Walking Dead, per Adam Granduciel
dei The War On Drugs (qui con la fidanzata Krysten Ritter) è stato un 2014 meraviglioso.

1. L'album dell'anno non è così facile da prevedere
Secondo la Top 50 di Acclaimed Music che aggrega centinaia di classifiche internazionali, il disco più amato dalla critica nel 2014 è stato Lost in the Dream dei The War on Drugs. Seguono gli album di FKA twigs, St. Vincent, Run The Jewels, Caribou, Sun Kil Moon. Alzi la mano chi il 1° gennaio 2014, o nelle settimane successive alla sua pubblicazione, avrebbe immaginato che Lost in the Dream potesse ottenere un simile risultato. 

2. Voltare le spalle allo streaming può essere penalizzante 
Il sospetto mi viene osservando il pessimo risultato di Tomorrow's Modern Boxes di Thom Yorke, che nella chart di Acclaimed Music si ferma al 126° posto, menzionato praticamente solo da Rolling Stone USA e dalla triade inglese NME/Uncut/Q (sempre in posizioni di rincalzo). Coerente nella sua battaglia contro "i moderni gatekeeper della musica", l'artista non ha distribuito l'album su Spotify e iTunes. Al di là del valore del disco, quanto ha influito - soprattutto nei giudizi dei blogger e dei recensori più digitalizzati - la sua anomala/difficile reperibilità online?

3. Però ormai sono piuttosto pochi quelli che voltano le spalle allo streaming
Nella Top 50 di Acclaimed Music solo tre album non sono disponibili su Spotify: 1989 di Taylor Swift (20° posto), Manipulator di Ty Segall (30°) e Faith in Strangers di Andy Stott (39°). È il valore più basso degli ultimi anni: nel 2013 furono cinque (My Bloody Valentine, Bill Callahan, Chance The Rapper, Run The Jewels e gli Atoms For Peace del davvero coerente e coriaceo Thom Yorke), così come nel 2010 (mancavano Arcade Fire, Joanna Newsom, Flying Lotus, Sufjan Stevens e Avi Buffalo). 

4. E comunque essere super-reperibile non offre chissà quali garanzie
Chiedere per conferma a Songs of Innocence degli U2. I milioni di copie recapitate negli iTunes del mondo (e la completa disponibilità sui principali servizi streaming/download) non hanno aiutato la band irlandese a (ri)entrare nei cuori della critica. A parte la sbornia del Rolling Stone americano (album dell'anno!), Songs of Innocence è desaparecido quasi ovunque e nella classifica Acclaimed Music si ferma al 149° posto. (Disclaimer: a me è piaciuto, ma nel mio cuore di fan loro sono riusciti a (ri)entrare, quindi non faccio molto testo)  

5. Il voto delle recensioni può non coincidere con il ranking finale
Tra le playlist che curo durante l'anno su Spotirama, ce ne sono un paio dedicate agli album che ricevono i voti più alti nelle recensioni su Pitchfork (Pitchfork 8.0) e sull'aggregatore Metacritic (Metacritic 75). Non ho ancora pubblicato gli aggiornamenti finali, ma sono andato a dare un'occhiata a quelli di novembre. Non c'è piena coincidenza tra i voti delle recensioni e le classifiche di fine anno: una recensione stratosferica (vedi Swans) garantisce una buona posizione, ma non il trionfo über alles. Che invece può andare a chi ha ricevuto un giudizio lievemente inferiore (vedi The War on Drugs).

Qualche tabella come esempio:

I 10 nuovi album che hanno ricevuto i voti più alti su Pitchfork nel 2014
1. Benji (Sun Kil Moon), 9.2
1. To Be Kind (Swans), 9.2
3. Run the Jewels 2 (Run The Jewels), 9.0
4. Lost in the Dream (The War On Drugs), 8.8
4. LP1 (FKA twigs), 8.8
4. Atlas (Real Estate), 8.8
4. What Is This Heart? (How To Dress Well), 8.8
4. Ruins (Grouper), 8.8
4. pom pom (Ariel Pink), 8.8
4. Beyoncé (Beyoncé, pubblicato a dicembre 2013), 8.8

I primi 10 posti della classifica di fine anno di Pitchfork
1. Run the Jewels 2 (Run The Jewels)
2. LP1 (FKA twigs)
3. Lost in the Dream (The War On Drugs)
4. Syro (Aphex Twin)
5. Ruins (Grouper)
6. To Be Kind (Swans)
7. Benji (Sun Kil Moon)
8. It's Album Time (Todd Terje)
9. pom pom (Ariel Pink)
10. Our Love (Caribou)
(a giudicare dai voti, teoricamente Swans e Sun Kil Moon avrebbero dovuto trovarsi molto più in alto; gli album di Real Estate e How To Dress Well sono scivolati rispettivamente al 14° e 29° posto)

La classifica dei valori più alti su Metacritic degli album usciti nel 2014
1. Run The Jewels 2 (Run The Jewels), 90 punti (valore medio basato sulle recensioni di decine di giornali e siti internazionali)
2. St. Vincent (St. Vincent), 89
2. To Be Kind (Swans), 89
2. Syro (Aphex Twin), 89
5. Perfume Genius (Too Bright), 88
5. You're Dead (Flying Lotus), 88
8. LP1 (FKA twigs), 87
8. Are We There (Sharon Van Etten), 87
9. Wild Beasts (Present Tense), 86
10. Lost in the Dream (The War On Drugs), 85
10. Benji (Sun Kil Moon), 85
(un'altra dimostrazione di come l'innamoramento finale universale per i The War On Drugs abbia superato ampiamente la pur forte infatuazione al momento della pubblicazione del disco)

6. La giovine Italia si è ormai abituata a Spotify
E si è allineata alle percentuali degli altri paesi. Su Spotirama in genere pubblico playlist anglo(americano)centriche, ma ogni tanto ne scappa anche qualcuna relativa al nostro paese. Per esempio, è ormai un'abitudine spotifizzare la Top 100 delle migliori canzoni italiane dell'anno secondo Rockit. Da questo punto di vista, è interessante notare la progressiva diffusione di Spotify tra artisti del circuito rock/indipendente/underground italico. Nel 2014 ho trovato 88 brani su 100, in crescita rispetto agli 85 del 2013 e soprattutto rispetto ai poverelli 47 del 2010 (quando però, bisogna dirlo, il servizio non era ufficialmente aperto in Italia).

7. David Letterman è uno strumento promozionale che funziona ancora...
... per poco, visto che ha annunciato la pensione nel 2015, ma alla grande. Al primo posto nella classifica dei brani dell'anno secondo il giudizio della critica internazionale (sempre basata su un foglio elettronico amorevolmente curato da un utente del forum di Acclaimed Music) c'è Seasons (Waiting On You) dei Future Islands. Il brano è esploso a marzo, in seguito all'esibizione della band nello studio del Late Show With David Letterman (anche grazie alla non indifferente danza da ranocchio hobbit sfoderata dal cantante Gerrit Welmers).



8. Pubblicare un album a dicembre ha qualche controindicazione
Chi pubblica un album a dicembre rinuncia a partecipare al giochino delle classifiche di fine anno. Senza se e senza ma. Le classifiche di fine anno infatti sono in realtà localizzate tra la fine di novembre e la prima metà di dicembre: un po' perché i mensili vogliono averle in edicola nell'ultimo numero dell'anno, un po' perché i siti Web fanno a gara per uscire per primi. Il caso di esclusione più eclatante del 2013 fu Beyoncé, il cui omonimo Beyoncé (generalmente apprezzato dalla critica, vedi Pitchfork sopra) fu pubblicato a sorpresa il 13 dicembre. Quest'anno è stata la volta di Black Messiah di D'Angelo, che ha ricevuto giudizi critici più alti di tutti gli altri dischi in vetta alle chart del 2014 (9.4 su Pitchfork, 95 di valore medio su Metacritic) ma è stato pubblicato il 15 dicembre, cioè dopo la diffusione di tutte le principali classifiche di fine anno (tranne poche, individuali ed encomiabili eccezioni: vedi la Top 15 di Eddy Cilia, diffusa con sacra puntualità il 31 dicembre). 

martedì, dicembre 30, 2014

Aphex Twin e il software dei suoni che si biforcano


Il giardino dei sentieri che si biforcano è un racconto del 1941 di Jorge Luis Borges, che potete recuperare nell'antologia Finzioni. Non è molto lungo, circa una dozzina di pagine, ma racconta una storia infinita. Durante la Prima Guerra Mondiale, la spia cinese Yu Tsun deve comunicare agli ufficiali dell'Impero Tedesco la posizione di un corpo di artiglieria britannica. Nel farlo si imbatte in Stephen Albert, un sinologo che gli spiega di aver decifrato il significato dell'opera di un suo lontano antenato, Ts'ui Pên: un romanzo-labirinto intitolato Il giardino dei sentieri che si biforcano.  
"In tutte le finzioni ogni volta che un uomo si trova di fronte a diverse alternative, opta per una di esse ed elimina le altre; in quella del quasi inestricabile Ts'ui Pên, opta - simultaneamente - per tutte. Crea, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano. Di lì le contraddizioni del romanzo. Fang, diciamo, ha un segreto; uno sconosciuto bussa alla sua porta; Fang decide di ucciderlo. Naturalmente, ci sono vari scioglimenti possibili: Fang può uccidere l'intruso, l'intruso può uccidere Fang, entrambi possono salvarsi, entrambi possono morire, eccetera. Nell'opera di Ts'ui Pên, si verificano tutti gli scioglimenti: ciascuno di essi è il punto di partenza di altre biforcazioni".
In origine semplicemente meraviglioso, suggestivo e visionario, con il trascorrere dei decenni e l'evoluzione delle tecnologie il racconto di Borges è diventato straordinariamente profetico. Soprattutto quando, tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, prima sulla carta dei libri game, poi nelle pieghe delle prime narrazioni digitali, infine nell'esplosione collettiva di Internet, si è diffuso il paradigma dell'ipertesto e i contenuti hanno iniziato a muoversi per associazioni e link, aprendosi a variazioni potenzialmente infinite. 

Seguendo l'esempio e il destino dei contenuti - potenziati/liberati/mutati dalla bacchetta magica digitale - pian piano anche la creatività ha imboccato impetuosamente e in modo sempre più ambizioso/coraggioso i sentieri che si biforcano. Prova ne è la diffusione (e il successo) - varcata la soglia simbolica dell'anno 2000 - di quelle narrazioni spettacolari come LostInception o Interstellar, che giocano sullo scardinamento e la moltiplicazione dei piani spaziotemporali. Un omaggio diretto, esplicito fin dal titolo, è l'episodio della serie FlashForward The Garden of Forking Paths.

In un'ideale e inarrestabile progressione, Il giardino di Borges ha compiuto poi un altro passo, uscendo dai confini della comunicazione e della narrazione e arrivando a influenzare l'universo della filosofia e la filosofia dell'universo. A suo modo debitrice del racconto è infatti la teoria del multiverso, un mix di fantascienza e fisica d'assalto che ipotizza l'esistenza di infinite dimensioni parallele, alternative a quella in cui viviamo, tante quanti sono i sentieri biforcati che si pongono ogni giorno di fronte al nostro cammino. Mentre in questo universo voi state leggendo questo post, in un altro magari siete già passati a qualcos'altro... 
 "... il suo antenato non credeva in un tempo uniforme, assoluto. Credeva in infinite serie di tempi, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli".
A cosa si deve tutto questo preambolo, che forse vi starà annoiando e davvero spingendo a imboccare un altro sentiero? E perché nel titolo di questo post si cita il produttore e musicista britannico Aphex Twin? La causa è il frammento di un'intervista pubblicata dal magazine tedesco Groove, nel quale Aphex Twin afferma di aver commissionato lo sviluppo di un software molto particolare: un generatore di musica biforcante e mutante, ennesimo erede dell'immaginazione di Borges e figlio quasi inevitabile di questo nostro tempo così incline al caos e alla multiversità.

Prima di parlare del software, è necessaria un'ultima premessa: anche l'intervista di Groove - nella forma, nello sviluppo e nello spirito - è bella e mutante. Soprattutto, è decisamente diversa rispetto alla struttura standard delle interviste musicali. Per celebrare il suo venticinquesimo compleanno, la rivista tedesca ha chiesto a 25 famosi DJ e produttori (tutti già passati dalla copertina del giornale) di porre una domanda a testa ad Aphex Twin. Si tratta di nomi famosi, protagonisti della scena elettronica contemporanea come Apparat, Richie Hawtin, Caribou, James Holden, Skrillex...

Uno degli interlocutori è Mate Galic, dirigente della Native Instruments, azienda specializzata nella produzione di hardware e software musicali. La domanda di Galic è: "Come sei passato dall'hardware al software nel tuo processo di produzione musicale? Sei tornato indietro? Come è cambiato il tuo modo di scrivere musica?". Dopo aver riconosciuto l'autore della domanda ("è il tizio di Native Instruments, giusto?") Aphex Twin risponde, tra le altre cose: 
"Di recente ho assunto uno sviluppatore cinese, chiedendogli di creare un programma. L'obiettivo è introdurre il concetto di mutazione nel mondo dei software musicali. Tu fornisci al programma alcuni suoni di partenza e lui ti restituisce sei variazioni, tra le quali tu scegli quella che ti interessa, che diventa lo spunto per ulteriori sei variazioni. A un certo punto il software prova a scegliere lui stesso le variazioni. (...) Randomizza, confronta, sceglie la versione migliore" (la traduzione della risposta è mia, con qualche licenza sparsa...).
Sentieri musicali che si biforcano. Tu dai l'input, loro crescono, propongono/propagano nuove opzioni, generando con la complicità della macchina un ipotetico punto di contatto tra la nostra realtà individuale, la creazione musicale e il metaverso borgesiano. Potrebbe essere uno scherzo: dicono che non si debba mai prendere le parole di Aphex Twin come oro colato. Ma l'idea - vicina al filone dei software di musica generativa - è affascinante e arriva dall'autore di quello che forse è l'unico disco pseudo-mainstream del 2014 (Syro) che si avvicina al sogno di inventare una sinfonia contemporanea. Chissà se esiste e se mai vedrà la luce, questo software. Certo non poteva che essere commissionato a un misterioso sviluppatore cinese, come lo Yu Tsun di Borges.

sabato, dicembre 06, 2014

I disegni di Gipi a X Factor


Non sono un grande fan di X Factor. Come tutti i talent show, mi sembra un programma che ben riflette la deludente piega presa da una società in cui ormai contano più i commenti che i contenuti*. I veri protagonisti sono i componenti della giuria, poi vengono gli utenti da casa su Twitter, infine gli artisti. Di questa edizione ho visto solo una puntata e la cosa più interessante che ho notato è stato il lavoro di scenografi e coreografi.

Non si può certo dire che X Factor sia un programma brutto: la confezione è di ottimo livello (anche se un po' troppo epilettica per i miei gusti: sullo schermo non c'è un momento di staticità, tutto deve sempre muoversi, persino le microfigurine dei giurati non stanno mai ferme). Anche l'incrocio e la contaminazione di linguaggi, cifra stilistica della creatività in epoca digitale, ha ormai trovato casa nel talent show. Alto e basso, sound and vision, inglese e italiano, tutto si mescola: come in questa esibizione di Emma, giovedì scorso, accompagnata dai disegni di Gipi.



* A proposito dell'alba dei commentatori-star, vi consiglio di recuperare l'ultimo episodio di South Park, #REHASH. È andato in ondata mercoledì (io l'ho visto ieri su Comedy Central) ed è dedicato a fenomeni del web come PewDiePie, il ragazzo svedese che commentando videogiochi su YouTube ha raccolto oltre 32 milioni di iscritti al suo canale (avete letto bene: 32 milioni). In Italia, un esempio popolare è Favij. Si ride molto, soprattutto quando compare l'ologramma di Michael Jackson (e non solo quello di Michael Jackson...). Ma ci sono anche un paio di considerazioni che fanno riflettere.  

mercoledì, dicembre 03, 2014

Generazioni perdute

Un bel libro sull'altra generazione perduta, quella di un secolo fa
(e sulla libreria parigina che ne fu magnete, Shakespeare and Company)
Dall'editoriale di Francesco Cancellato, nuovo direttore del sito Linkiesta (30 novembre 2014):
Abbiamo di fronte una sfida bella e difficile. Quella di ridare, nel nostro piccolo, fiato e speranza ai nostri coetanei. Un corpo sociale paralizzato, persuaso ormai da sei anni consecutivi di recessione di essere la generazione perduta, quella che guadagnerà meno dei propri genitori, che ne dissiperà la ricchezza prodotta dal dopoguerra a oggi, che è meglio che non faccia figli, per non dar loro un futuro misero. Che scappa dall’Italia, se le va bene. Che si rifugia nella disillusione, nel disinteresse, nel non voto, se va male.
Generazione perduta (Lost Generation) è una definizione resa popolare dallo scrittore americano Ernest Hemingway nel suo primo romanzo Fiesta. Il termine è usato per riferirsi alla generazione, in realtà un gruppo, che raggiunse la maggiore età durante la prima guerra mondiale. In quel volume Hemingway attribuisce la frase a Gertrude Stein, che allora era sua mentore e mecenate. (...) Le figure che s'identificano con la Lost Generation includono autori e poeti come Hemingway, F. Scott Fitzgerald, John Steinbeck, T. S. Eliot, John Dos Passos, Waldo Peirce, Isadora Duncan, Abraham Walkowitz, Alan Seeger, Erich Maria Remarque, Henry Miller, Ezra Pound e Sherwood Anderson.
Adesso bisogna solo scoprire - o essere - gli Hemingway, gli Scott Fitzgerald, gli Eliot e i Miller di questa generazione perduta.