lunedì, aprile 14, 2014

Remix! Un corso di arte, giornalismo e creatività nell'era digitale (Scuola Holden, 5 maggio-9 giugno 2014)


Nulla si crea nulla si distrugge, tutto si trasforma. Valeva per la conservazione della materia ai tempi di Lavoisier, vale per la produzione di contenuti nel secolo digitale. Nella società liquida ciò che "creiamo" è sempre più spesso una trasformazione - più o meno consapevole, più o meno esplicita - di idee e materiali preesistenti

Per almeno tre ragioni:
1. Abbiamo a disposizione molti più contenuti (= ingredienti) che in passato;
2. Possiamo utilizzare strumenti che - complice la lingua franca digitale - rendono fattibile, semplice ed economica la manipolazione diretta di qualsiasi contenuto (testi, musiche, immagini fisse e in movimento: nulla sfugge alla nostra bacchetta magica);
3. Le piattaforme di web publishing ci consentono la diffusione immediata e universale delle nostre opere: i mash up esistono non solo perché qualcuno li produce, ma perché chiunque può vederli, subito;

Culturalmente, forse anche senza rendercene conto, ci stiamo abituando alla fruizione di contenuti contaminati/derivativi/remixati: in modo molto più rapido e naturale di quanto non stia facendo l'impianto normativo del copyright, secondo il quale - a eccezione delle alternative tipo Creative Commons - praticamente qualsiasi tipo di manipolazione non autorizzata di contenuti creativi è ancora vietata. 

È la remix culture su cui hanno scritto e stanno scrivendo in molti. La remix culture che stiamo contribuendo ad alimentare su quei giganteschi frullatori of everything chiamati social network e che partendo da forme più o meno antiche (citazione, cut up, cover, remake, adattamento) si estende ormai a qualsiasi ambito dell'arte e della comunicazione: la proliferazione dei mash up audio/video, gli articoli di curation e la trasformazione di numeri in idee/infografiche del data journalism,  la moda delle liste (e delle playlist), l'esplosione del crossmedia in cui si intrecciano videomaking, pubblicità, informazione, musica, videogiochi, marketing. 

A tutto questo è dedicato Remix! Arte, giornalismo e creatività nell'era digitale, un corso che curerò presso la Scuola Holden di Torino. Cinque appuntamenti serali dal 5 maggio al 9 giugno in cui si racconterà l'evoluzione del fenomeno, si mostreranno gli esempi più significativi e si forniranno gli strumenti per entrare nel mondo del remix e realizzare il proprio primo mash up. Magari non complesso, poetico, ipermediale o adrenalinico come quelli citati sotto, ma pur sempre un punto di partenza. Le iscrizioni sono aperte fino al 28 aprile. Maggiori info sul sito www.scuolaholden.it/12129/remix/












giovedì, aprile 10, 2014

L'evoluzione (e la iper-accelerazione) dei film in tre minuti



Un supercut che merita. Evolution of Film di Scott Ewing riassume la storia del cinema dagli albori al presente. Del "cinema bianco commerciale americano", in realtà, come ha fatto notare qualcuno su Indiewire: una visione hollywood-centrica dell'universo filmico che può dare fastidio. Ma il montaggio è di qualità, i frammenti sono scelti con cura e attivano il piacevole giochino di riconoscimento dei film . Inoltre, l'incalzante crescendo di immagini/musica/editing fotografa in modo efficace quella corsa verso la frenesia che caratterizza il percorso storico della Settima Arte. Hollywoodiana e non solo.

venerdì, aprile 04, 2014

Niente da vedere: ciò che davvero ci fa soffrire del volo MH370

La disperata ricerca di un'immagine

Interessante riflessione di Christian Caujolle sul n.1044 di Internazionale. Quanto soffriamo e quanto ci sembra assurda l'invisibilità del volo MH370? Più del destino delle persone a bordo (che in fondo diamo tutti per scontato) quanto ci turba l'assenza totale di immagini che documentino la possibile tragedia? Nell'era del trionfo dell'infografica, della musica che viaggia attraverso i video YouTube, della Verità che passa attraverso lo schermo di uno smartphone, dei siti d'informazione che sacrificano quasi interamente il testo sull'altare di un pinterestiano tappeto di francobolli visuali (vedi la nuova homepage del Corriere), dell'idea concreta che uno scatto rubato di un ombelico possa essere sufficiente a diventare notizia, quanto ci sembra assurdo (e, diciamola tutta, vintage) essere tornati all'epoca degli aerei scomparsi nel Triangolo delle Bermuda?   


mercoledì, aprile 02, 2014

Cinque anni dopo La musica liberata, un po' schiacciati tra modello cinese, abbondanza e social caos



Ieri sera ho fatto un'amabile chiacchierata in diretta con Inkiostro e Pirex, conduttori della trasmissione Impronte Digitali su Radio Città Fujiko di Bologna. A cinque anni dalla pubblicazione di La musica liberata, il tema di fondo era – più o meno – ciò che è successo dal 2009 al 2014 nel mondo della musica su web. Cosa è cambiato? Cosa sta cambiando? Cosa cambierà?

D'impulso, la prima risposta che ho dato è stata che la musica sta lentamente tornando a essere “ingabbiata” dalla grande industria. Servizi come Spotify e strumenti come gli smartphone hanno contribuito a restituire parte di quel controllo che la stagione del P2P aveva strappato alle major. Con una differenza sostanziale rispetto al passato: anche il pubblico, in fondo, ci ha guadagnato. A ribellarsi sono rimasti alcuni musicisti, preoccupati di quell'erosione dei profitti derivanti soprattutto dai modelli in streaming (erosione sul breve termine o strutturale?). Gli utenti sembrano invece contenti di Spotify, di YouTube, di Shazam, di Soundcloud, delle condivisioni su Facebook e di tutta quella batteria di strumenti a disposizione per ascoltare la musica e farci qualcosa.

È una visione un po' “cinese” del paesaggio, con le major nel ruolo del partito comunista: “controlliamo di nuovo la musica, ma permettiamo di farci talmente tante cose e la rendiamo disponibile a prezzi talmente abbordabili rispetto al passato, abbracciando anche modelli e tecnologie all'avanguardia, che il pubblico ha la percezione di vivere in un sistema sostanzialmente libero”. E quando il ribelle Thom Yorke alza la voce contro Spotify, dal basso si alza un feedback assai meno entusiasta, adorante, plebiscitario rispetto ai tempi dei gagliardi arcobaleni illuministi di In Rainbows.

Ma questa è solo la punta dell'iceberg: quella che emerge ben visibile, perché si riferisce al mondo musicale che conosciamo. Al “modo” musicale che conosciamo. Quando Pirex e Inkiostro mi hanno chiesto di sbirciare nel futuro, tutto quello che sono riuscito a descrivere/immaginare è una società ben diversa da quella attuale, nella quale la musica pop verrà probabilmente percepita come qualcosa di altro rispetto a ciò a cui eravamo abituati. Non si tratta più di ipotizzare una tecnologia che renda più agevole e attuale il nostro ascolto tradizionale (come poteva essere la nascente Spotify nel 2009), quanto quello di comprendere che il panorama tecnologico sta forse avviando una trasformazione ben più profonda: sta cambiando l'identità stessa della musica futura. O meglio, quella che sarà l'identità a lei assegnata dalle nuove generazioni.

Mi rendo conto che è un discorso più vago e fumoso di una centuria di Nostradamus. Nei prossimi mesi forse riuscirò a formularlo meglio o lo abbandonerò del tutto, chissà. Al momento, l'idea è che i processi attivati dalle tecnologie digitali (e soprattutto dal modo in cui le stiamo utilizzando) stiano avendo un effetto radicale sulla natura della musica. Da un lato, è sempre più muzak, sempre più sottofondo in flusso continuo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Quand'è l'ultima volta che vi siete fermati ad ascoltare un album senza fare altro (ma proprio nient'altro: nemmeno guidare o correre al parco)? Dall'altro, viene creata/distribuita/fruita come contenuto sempre meno autonomo, bensì associata a film, video, giochi, applicazioni, pubblicità, concerti, discussioni social. Già solo il fatto che YouTube (un sito di video) sia il canale preferenziale utilizzato per ascoltarla e farla circolare mi sembra sintomatico. A tutto ciò si aggiunge l'effetto sempre più detonante di quella frammentazione del social web a cui faceva di recente riferimento Clay Shirky.  E, last ma forse first, l'impatto dell'infinita abbondanza.

Non solo si producono molti più contenuti che in passato, ma si stanno moltiplicando all'infinito (e dunque polverizzando) i canali attraverso cui questi contenuti vengono distribuiti, discussi, masticati, buttati, recuperati, contaminati, remixati. Tra cover, mix, mash up, demo, unplugged e quant'altro, la stessa singola “canzone” ormai ha mille volti: una qualsiasi ricerca su YouTube vi farà da prova. Seguendo questo ragionamento, anche il rinnovato dominio dei blockbuster diventa molto più aleatorio ed effimero di quanto non sembri. Ciò a cui stiamo assistendo e in cui stiamo vivendo è in realtà una sequenza di grandi esplosioni nucleari, istantanee e in fondo nemmeno così radioattive: un giorno danno una scossa ai gangli nervosi dell'intero pianeta, il giorno dopo sono già lacrime nella pioggia. Che importanza ha oggi quel signore coreano che meno di due anni fa conquistò il mondo ballando come un fantino? E quella cosa chiamata Harlem Shake? E che dire della povera Lady Gaga, che non ha nemmeno ancora compiuto il primo decennio di vera stardom e - per non affondare nell'oceano dei tweet - è già costretta a farsi vomitare addosso su un palco?

Alcune sfumature di questo discorso potrebbero suonare non solo cacofoniche, ma anche apocalittiche. In realtà non mancherebbe il bicchiere mezzo pieno. È la scia migliore lasciata dalla lunga coda della cometa: il fatto che la frammentazione non ha ucciso le nicchie. Anzi. Magari le ha allontanate ancor più dal mainstream – con grande e legittima frustrazione di chi le alimenta e vorrebbe anche sopravviverci – ma le ha rese paradossalmente più forti, concrete e accessibili che mai. Sia nella forma (vinile, cd, MP3, streaming, app) che nel contenuto (cori russi, musica finto rock, new wave italiana, free jazz punk inglese, nera africana), oggi chiunque può vivere la sua musica nel modo che preferisce e con una ricchezza di risorse nettamente superiore rispetto al passato.

C'è però un problema: quindici, dieci o anche cinque anni fa avremmo goduto come mandrilli di una simile condizione, ma oggi è il 2014 e il meccanismo dei social media – con il suo confronto perenne con ciò che ci circonda, che non riconosciamo, che non ci piace – quasi ci impedisce di rendercene conto. Quante ore alla settimana dedichiamo alla musica che ci piace e quante a discutere/ridicolizzare su Facebook e Twitter quella che non ci piace? Pensiamo che sia più importante ascoltare una canzone o prendere una posizione pubblica su quella canzone? Anche questo è un piccolo tassello della complessa trasformazione della percezione della musica, di cui forse non si riesce ancora a vedere bene i contorni ma che mi sembra ormai avviata (e che nelle nuove generazioni non si potrà nemmeno definire trasformazione, bensì originale abitudine). 

lunedì, marzo 31, 2014

Zerocalcare e il senso dell'informazione ai tempi del (traffico) web

Il long-form journalism sta tornando in auge, persino su Internet. È una buona cosa. Ma a volte basta una vignetta per spiegare bene come a dominare su web sia un altro tipo di informazione (immagine perfetta persino nei dettagli: i bottoni social). 

Poi c'è molto altro nel London Report pubblicato stamane. Per esempio, l'ennesima gustosa presa in giro del cinema di Gondry, ormai tra i bersagli prediletti dell'ironia zerocalcariana. 



Fiona Apple è un girasole mannaro gigante in H-Man

Perdonate lo spoiler. 
E non solo:
- H-Man è una serie di supereroi franco-tedesca (prodotta da Arte)
- con ambientazione geopolitica rigorosamente europea (01x01: La crise grecques; 01x02: L'énergie franco-allemande)
- dialoghi e protagonisti ancora più surreali
- sarcastici riferimenti kennediani
- e persino una citazione di Achtung Baby, buttata lì, un po' a tradimento

Esiste un modo più strampalato di iniziare un lunedì mattina?

L'intero episodio, in tutto il suo splendore.

martedì, marzo 25, 2014

Il lettore non capisce il concetto di inflazione, allora gli mostro un grafico impreciso


Le infografiche sono tanto belle da vedere (e tanto rapide da disseminare sui social network) quanto facili da sbagliare. L'esperto di information graphics e visualization Alberto Cairo mostra un esempio su The Functional Art. Riguarda un grafico pubblicato dal quotidiano spagnolo Marca nell'estate del 2013: prendendo spunto dal trasferimento di Gareth Bale dal Tottenham al Real Madrid, il giornale mette in fila gli acquisti più costosi nella storia del calcio. Con un problema: i dati non sono aggiustati all'andamento dell'inflazione. 

Vi rimando al post originale di Cairo per la comparazione tra la tabella che vedete sopra e quella "reale", nella quale il costo di Bale - a differenza che su Marca - diventa inferiore a quello di Cristiano Ronaldo. Qui mi limito a sottolineare la fragilissima giustificazione data dai redattori del giornale spagnolo per la decisione di pubblicare l'infografica senza adattare i dati: "i lettori di Marca non comprendono concetti complessi come l'aggiustamento dei dati all'inflazione".

Al di là dell'evidente e un po' antipatica sottovalutazione dei lettori implicita nell'affermazione (riportata da uno stagista del giornale) e del fatto che la motivazione più sincera probabilmente era "se adattiamo i dati, scopriamo che Bale non è il giocatore más caro del fútbol e salta tutta la notizia" o forse l'altrettanto realistica "non abbiamo il tempo per verificare e aggiustare i dati, dobbiamo preparare subito il grafico!", in questo tipo di ragionamento ci sono secondo me due errori capitali:

a) Anche se l'assunto di base fosse vero, un mezzo d'informazione deve sempre cercare di contribuire a un incremento delle conoscenze generali dei propri lettori. Decidere il linguaggio da adottare è tutt'altro che semplice: nel mondo iperconnesso di oggi, dove il pubblico è spesso trasversale, si corre sempre il rischio di apparire troppo superficiali al lettore più colto e troppo tecnici a quello meno preparato. E purtroppo, dovendo scegliere, si tende spesso a un'eccessiva semplificazione di forme e contenuti, anche a costo di pubblicare notizie sbagliate o solo parzialmente corrette. Farsi comprendere dal maggior numero possibile di lettori è importante, sul web addirittura fondamentale visto che si punta a grossi volumi di traffico: per principio, bisognerebbe però cercare di farlo evitando di partecipare a un livellamento culturale della società verso il basso e/o verso il falso

b) C'è un effetto-boomerang che troppo spesso viene sottovalutato: basta che anche solo un lettore sia consapevole dell'importanza dei "dati aggiustati all'andamento dell'inflazione", per correre il rischio di venire crocifissi sulla pubblica piazza. Quando ti coglie in castagna, il lettore oggi non si limita a scriverti una email, a mandarti un fax, a chiederti una rettifica sul giornale del mese dopo. E difficilmente si tiene la cosa per sé, angustiandosi in privato. Più probabilmente il lettore moderno prende lo smartphone e segnala subito l'errore sul suo social network di riferimento, generando un potenziale effetto valanga sulla reputazione del giornale e/o dell'autore del contenuto;

Due ragioni, una più etica l'altra più pragmatica, per evitare giustificazioni come quella riportata sopra.

Iconic History: una visualizzazione della tua cronologia web


Iconic History è un'estensione di Google Chrome che visualizza la tua cronologia web attraverso le icone dei siti che hai visitato. Un altro di quei servizi che tendenzialmente non servono a molto, se non a dare una consapevolezza visiva di quanto alcuni siti (Facebook, Google, Wikipedia, YouTube) siano ormai dominanti nella nostra esistenza online. E di quanto siano diffuse le icone con la prima lettera del nome del sito/servizio. Quella sopra è una piccola porzione della mia cronologia. (via RivistaStudio).

L'evoluzione della bicicletta



Animazione: Thallis Ville von Holck
Musica: Flying Home (The Benny Goodman Sextet)
Agenzia: Visual Artwork (Copenaghen, Danimarca)

lunedì, marzo 24, 2014

Un dilemma del giornalista web: segnalare o non segnalare una correzione?

Fonte: The New York Times

“Verba volant, scripta manent”. Un tempo. Oggi non è più così, almeno su Internet: lì gli scripta non manent, si possono cancellare, manipolare, trasformare. Anche le parole che vi trovate davanti in questo momento forse non sono le stesse che altri visitatori del blog hanno letto minuti/giorni/mesi fa: può darsi che abbia cambiato una virgola, un verbo, un intero paragrafo. O forse no, forse tutto è rimasto identico. Ma il dubbio, potenziale, c'è. Sulla carta l'inchiostro è fisso, sul web è liquido.

È una novità molto potente, affonda le radici nell'avvento dei word processor e i giornalisti/redattori hanno imparato a usarla con disinvoltura. Troppa? Dipende. La demanentizzazione della parola scritta non è per forza un brutta cosa: da un lato, permette di rimediare a refusi, lapsus, errori (che sarebbe stato meglio non fare, ma non avrebbe alcun senso non correggere); dall'altro, è alleata nella copertura delle notizie in corso, che richiedono aggiornamenti e integrazioni. 

Una straordinaria creatura internettiana che si espande e domina il nostro tempo grazie a questa nuova caratteristica della scrittura è Wikipedia. Immaginatela come un organismo vivente che si aggiorna e cambia con il mondo che cambia: quello è il suo vantaggio davvero irresistibile rispetto alla carta. Oggi Wikipedia sa già che l'ex-presidente primo ministro spagnolo Adolfo Suárez è morto e che la Crimea è in bilico tra Russia e Ucrania. Le enciclopedie sui nostri scaffali non lo sapranno mai.

Ma un conto è un'enciclopedia, un altro è un articolo. Come devono essere segnalati i cambiamenti? Il giornalista/redattore dovrebbe avvertire sempre il lettore quando modifica un articolo rispetto alla prima forma di pubblicazione? Se non lo fa vuol dire che è in malafede? Rispondere non è semplice come potrebbe sembrare. Un esempio che mostro spesso nei corsi di giornalismo e scrittura digitale è l'articolo in cui The New York Times annuncia la morte di Michael Jackson, nell'estate del 2009.




Al fondo del testo su web si trovano tre correzioni apportate nei giorni successivi. Riguardano errori di varia natura: un virgolettato, un quartiere, un numero, il titolo di una canzone. È un esempio interessante per due ragioni: la prima è che l'articolo è lo stesso uscito, forse in forma leggermente diversa, sull'edizione di carta, dove inevitabilmente le modifiche non possono essere state fatte e gli errori sono rimasti; la seconda è il dettaglio con cui vengono segnalate le correzioni.

Ma deve essere sempre così? La deontologia ti obbliga ad avvertire il pubblico quando sostituisci Black and White con Black or White? Bisogna segnalare tutti i refusi, tutti i lapsus, tutti gli sbagli? Se io mi accorgo, dopo la pubblicazione, di aver usato nella stessa frase il sostantivo “burloni” e l'aggettivo “burleschi”, posso cancellare uno dei due termini silenziosamente (come ho fatto fare) o devo comunque avvertire il pubblico del cambiamento?

Il 14 marzo Ryan Chittum ha raccontato su Columbia Journalism Review una sua disavventura, legata a un testo modificato. Dopo aver notato un errore numerico su un articolo pubblicato su The Guardian e relativo al nuovo sito di data journalism di Nate Silver, Chittum lo ha segnalato su Twitter. A stretto giro di tweet, Chittum è stato a sua volta corretto da Nate Silver, con un'allusione al rapporto tra giornalisti e numeri, al centro di molte polemiche proprio attorno al data journalism.


Cosa era successo? “Non mi ero sbagliato, come ho scoperto grazie a un altro lettore che aveva visto l'articolo originale”, spiega Chittum. “The Guardian aveva appena riscritto il passaggio sbagliato, senza segnalarlo con una linea sopra (lo strikethrough) o in altro modo”. Morale della favola, di fronte ai 670,000 follower su Twitter di Nate Silver, Chittum è diventato un altro protagonista della barzelletta “quanti giornalisti ci vogliono per calcolare una percentuale?”.

Di fronte a una storia del genere, il mio primo pensiero è stato: “Ti sta bene, Chittum, così impari a fare il maestrino che segnala gli errori su Twitter” (una pratica che purtroppo appare sempre meno finalizzata al desiderio di migliorare la qualità dell'informazione e sempre più a quello di mostrare quanto si è bravi a scovare gli errori altrui e quanto si è deliziosamente arguti nel denunciarli). Ma il dilemma sulla corretta segnalazione delle modifiche rimane.

In particolare quando non ci si limita a correggere piccoli errori ma si modificano parti sostanziali degli articoli – ragionamenti sbagliati, affermazioni infondate, considerazioni deboli – magari per correre ai ripari dopo esser stati messi alla berlina su Facebook. Non credo esista “la” soluzione giusta: probabilmente basta un po' di buon senso (e nel mio caso, un'ulteriore rilettura di controllo). E forse non sarebbe male che i giornali spiegassero al pubblico le proprie linee guida in materia.