martedì, aprile 04, 2017

Per gli zombi non è un problema restare senza parole


1.
Sabato 1° aprile, il Teatro Regio di Torino ha ospitato un evento non proprio in linea con il suo abituale cartellone: “Creature della catastrofe. Gli zombi, un mito moderno”. Inserita nell'ambito della Biennale Democrazia, la serata è stata suddivisa in due parti. Nella prima il regista Dario Argento, il critico Steve Della Casa e lo studioso dei media Peppino Ortoleva hanno condotto una carrellata sulla storia del caro non-estinto: un archetipo che nella sua incarnazione moderna (battezzata da George Romero in La notte dei morti viventi) è in procinto di compiere cinquant'anni, ma che non appare affatto invecchiato. Anzi, mai come oggi domina il panorama horror, anche in latitudini extra-cinematografiche (The Walking Dead). Nella seconda parte è stato proiettato il classico Zombi (Dawn of the Dead), diretto da Romero e co-prodotto da Argento nel 1978, con l'accompagnamento live dei Goblin di Claudio Simonetti (autori della colonna sonora originale).

2.
Per gli appassionati horror è stata una gran bella festa. Sia per la presenza di Argento, sia perché Zombi è una pietra miliare del genere. Appartiene all'epoca d'oro del new horror: quella sorta di Parigi-Anni-Venti in salsa truculenta in cui mossero i primi passi Dario Argento e Wes Craven, David Cronenberg e John Carpenter, senza dimenticare i deliri di serie B provenienti dall'underground italiano, dalla Spagna, dal Brasile, le solide escursioni nel mainstream (L'esorcista, Lo squalo), nella fantascienza (Alien) e gli esordi – in libreria – di un certo Stephen King. Insomma, il paradiso. O l'inferno, a seconda dei punti di vista. Giovani autori che mandavano in pensione le operazioni nostalgia della Hammer, rimettevano nel sarcofago Dracula, Frankenstein e la Mummia, esploravano territori vergini a colpi di machete, seghe elettriche e ossessioni varie (anticipando la deriva esplicitamente parodistica degli '80: Sam Raimi, Nightmare, Peter Jackson...).

3.
Ma Zombi è qualcosa in più. Qualcosa di politico. È il film in cui i morti viventi sono diventati per la prima volta un esplicito simbolo della società dei consumi. Dal punto di vista narrativo, seguendo lo stesso modello del suo predecessore, ci troviamo di fronte a un film d'assedio, ricalcato sugli schemi tipici del genere western. Ma se La notte dei morti viventi era ambientato in una normale abitazione di campagna, in Zombi il fortino dei cowboy-umani attaccato dai pellerossa-morti diventa un centro commerciale. Una calamita talmente potente da esercitare la sua influenza anche oltre l'Apocalisse. Nel film il mondo è sull'orlo dell'abisso, eppure tutti sentono ancora il richiamo della shopville: gli eroi umani in fuga, gli zombi (che – proseguendo nel parallelo con gli indiani d'America – vengono cacciati dal luogo in cui “vivevano”), fino alla gang di bikers che invade la scena nel pirotecnico finale, come una folle Cavalleria motorizzata.

4.
Evidentemente condannato ad andare oltre la dimensione di semplice film horror, sabato sera Zombi ha aggiunto un paio di simbolici scalpi alla sua collezione. Il primo è il Teatro Regio: dal supermarket, tempio del consumismo, i morti viventi si sono arrampicati fin sulla più slanciata torre d'avorio dell'arte colta. Nel calderone in cui tutto si mescola (alto/basso, destra/sinistra), il pop è ormai ovunque. Ma lo spettacolo ha concesso un altro rumoroso inchino allo spirito dei tempi. I Goblin hanno suonato tutte le parti dove nel film è presente la colonna sonora: sia quelle in cui la musica accompagna scene d'azione, sia quelle in cui fa da sottofondo a dialoghi e sequenze parlate. Solo che dal vivo le tastiere, la chitarra e la batteria hanno travolto tutto, seppellendo le parole sotto una montagna di note. Ascoltarle, riconoscerle, comprenderle non è stato più possibile. Un'esperienza affascinante, stordente, che ha riprodotto in ambiente sonoro/visivo ciò che avviene altrove a livello grafico/testuale: la ribellione contro le parole.

5.
Per secoli strumento chiave della comunicazione – orale, scritta, stampata – le parole stanno oggi perdendo la loro supremazia. Sui social scorrono immagini ed emoticon, con i testi ridotti a battute, invettive e commenti. I giornali online rispondono con infinite fotogallery orfane di didascalia. E gli zombi, dopo aver scimmiottato il nostro ondivagare nei centri commerciali, si fanno avatar della crescente afasia. Loro non hanno bisogno di parole: darwinianamente, sopravvivono meglio di tutti negli scenari horror del XXI secolo. Il vampiro? Troppo romantico e snob. Il serial killer? Troppo intellettuale e logorroico, soprattutto quello urbano (il raffinato eloquio di Hannibal Lecter, l'assassino di Zodiac che scrive lettere ai giornali...). In una società che vive sul filo del nanosecondo, le parole sono una perdita di tempo. Gli zombi sono istintivi, non riflettono ma reagiscono e sono subito riconoscibili: tu li vedi e pensi “ZOMBI!”, senza dover indagare sul loro passato, gli eventuali traumi infantili, le motivazioni, blah blah. Le immagini e la musica fragorosa sono più che sufficienti a celebrare il loro trionfale contagio.

lunedì, gennaio 23, 2017

L'impercettibile diversità di un riflesso


Quando vogliamo fare i simpatici, tra amici in odor di melomania, prendiamo in giro Brian Eno. Lo immaginiamo seduto a casa, appena ricevuto l'incarico per la sonorizzazione di qualche reggia/galleria/palafitta d'arte contemporanea, che smanetta sul computer, apre una vecchia cartella, trova un file con registrate sopra cinque note a caso ed esclama: «Ok, questa può andare». E giù titoloni sui giornali, inni al guru del suono del nuovo millennio, celebrazioni per il capolavoro, tappeti rossi e chiavi della città. 

Naturalmente, la nostra è tutta invidia. E gli eventuali cespugli di verità sono sacrosanti benefit di una carriera con poche eguali. In ordine sparso, riassumendo molto: gli inizi con i Roxy Music, i primi dischi solisti, la collaborazione alla trilogia berlinese di Bowie, i lavori con i Talking Heads e David Byrne, il quadrittico The Unforgettable Joshua Baby Zooropa con gli U2, oltre al tocco magico di saper avvicinare l'avanguardia al mainstream. Roba che quando lo incontri ti viene inevitabilmente da bombardarlo di domande sugli ultimi quarantacinque anni di musica. E lui giustamente ti risponde con l'imperial arroganza con cui ha respinto la retromania di un giornalista del Guardian: qui si parla di futuro, non di David Bowie

Eno è anche l'inventore della musica ambient. Un genere a cui si può ascrivere Reflection, distribuito tranquillamente il 1° gennaio, come biglietto d'auguri per un 2017 che di tranquillità ne promette ben poca. Ascoltare Reflection, per il sottoscritto, è stato come riscoprire Gattaca. Varcare la porta dell'universo dischiusa da quella fantaperla di fine anni '90 ed entrare – essere umano dal DNA non modificato – in una dimensione parallela, spaziale, aliena, in volo verso le Lune di Saturno. Un'altra fuga dalla realtà, dopo quella provata con i Radiohead (infine, a quarant'anni ho deciso: voglio fare l'astronauta). Un altro viaggio ad anni luce dalla Terra, in un ambiente iper-sintetico che ti lusinga dolcemente a meditare, ma senza obbligarti a farlo in compagnia di ruscelli, fronde al vento, cinguettii o altri naturismi new age.

Fonte: www.brian-eno.net

No, non c'è molta Madre Terra in Reflection: il suo DNA è attorcigliato dal soffio del moderno dio algoritmico. Brian Eno esercita la funzione dello scienziato contemporaneo: il coder. Ha scritto il software, definito le variabili, avviato la macchina, studiato il risultato dell'esperimento. Qui l'ambient incontra l'altro prediletto terreno d'esplorazione dell'artista: la musica generativa. Niente ritornelli melodici, niente strutture ritmiche, niente pattern precisi (o riconoscibili dal nostro orecchio occidentale). E un confine - 54 minuti - dettato solo dall'esigenza di finir su vinile. Il leggero riflesso di Reflection potrebbe benissimo propagarsi all'infinito, come un'onda gravitazionale in cerca di una galassia lontana lontana e accogliente. Un'ambizione, quella dell'infinito, che fa da bussola all'applicazione per smartphone distribuita assieme all'album, sulla quale tornerò in altra sede. 

Se siete arrivati fino a qui, dubito che vi siate fatti un'idea chiara sulla musica di Reflection. È giusto così. Quest'album è la prova che a volte scrivere di musica è davvero come ballare d'architettura. Una cosa però devo aggiungerla: da una ventina di giorni Reflection è l'accompagnamento ideale per qualsiasi momento in cui voglio staccare la spina del frullatore della comunicazione. È un Gattaca che ti avvolge e protegge mentre scrivi, mentre pensi, persino mentre ti radi. È abbastanza significativo che le due opere che più mi hanno lasciato qualcosa in questo inizio di 2017 siano un album (Reflection) e un film (Paterson) in cui tutto sembra destinato a fermarsi e a ripetersi in un modo solo all'apparenza identico. Contagiati dal virus della polarizzazione acuta, abituati a considerare lo shock come unico cambiamento degno di questo nome, diventa quasi rivoluzionario lasciarsi cullare dall'impercettibile diversità delle sfumature. 


domenica, gennaio 08, 2017

Run The Jewels - Run The Jewels 3


Il premio al primo brivido musicale dell'anno va di nuovo a un sassofono. Dodici mesi fa era stato quello di Donny McCaslin, catalizzatore di magia e mistero sulla Blackstar di David Bowie. Quest'anno è quello - molto più contenuto, ma sempre efficace - che Kamasi Washington regala a Thursday in the Danger Room, penultimo brano del terzo album dei Run The Jewels. Un disco con cui il duo rap statunitense si mostra fedele alla linea ledzeppeliniana dei titoli (dopo Run The Jewels e Run The Jewels 2, tocca a Run The Jewels 3) e nel quale, tra le altre collaborazioni, spiccano anche quelle di Danny Brown, Tunde Adebimpe (TV on the Radio) e Zack De La Rocha (in chiusura di album, quasi una reprise della Close The Eyes (And Run To Fuck) del 2014).

A voler essere precisi, RTJ3 non è del 2017. I Run The Jewels si sono travestiti da Babbi Natale e lo hanno distribuito il 25 dicembre, sorprendendo per la tempistica (con tanti saluti alle classifiche di fine anno, già pubblicate da chiunque) ma non per la distribuzione: come i precedenti, l'album è in free download sul sito della band. In un certo senso, però, si è trattato di un'anteprima: la data di uscita ufficiale (nei negozi) è il 13 gennaio. E per chi scrive è stato il primo ascolto serio dell'anno, vincendo al fotofinish la selezione nei confronti dell'altra grossa release festiva (Reflection di Brian Eno, distribuito il 1° gennaio, qui se ne parlerà forse la prossima settimana). 

Thursday in the Danger Room è un brano abbastanza insolito per i Run The Jewels. Lento, riflessivo, quasi melodico, con la rabbia riposta per un attimo nel cassetto, per lasciare spazio a una riflessione sulla morte (e sul rapporto con essa, quando viene a colpire persone care). Per il resto, il duo si conferma tra le voci più agguerrite e urticanti nel ricco panorama del post-rap contemporaneo. Laddove Kendrick Lamar gioca con il jazz, Chance The Rapper con il gospel e Frank Ocean con tutto il resto, i Run The Jewels continuano a mettere parole nei loro cannoni. E a tenerne ben alto il volume. È «la colonna sonora delle rivolte del futuro», scrive Pitchfork; «i Gladiatori che si oppongono a tutti i Cesari”, si autodefiniscono loro in A Report To The Shareholders/Kill The Masters; «i Rage Against The Machine del nostro tempo», aggiungo io, pigramente finalizzando l'imbeccata dei cammeo di Zack De La Rocha.

I Run The Jewels: El-P e Killer Mike (fonte Pitchfork)

Sonorità sempre ruvide, ma bpm non esasperati caratterizzano anche Thieves! (Screamed The Ghost)2100: in generale, l'impressione è che i Run The Jewels ripropongano la ricetta vincente dei primi due album, sopperendo all'inevitabile calo dell'effetto-novità con un respiro più ampio nella costruzione dei brani e degli arrangiamenti. Sarà interessante vederli dal vivo, sempre che non siano protagonisti di clash sanguinosi con altri artisti, al prossimo Primavera Sound di Barcellona. Un festival che, schierando anche gente come Frank Ocean e Solange, continua nel suo progressivo riallineamento verso gli orizzonti più innovativi e interessanti della musica contemporanea. Perché, come scrive Carlo Bordone, «piaccia o meno, è lì – a cavallo tra r&b, elettronica, hip hop, neo-soul – che si stanno ri-formulando le concezioni stesse di canzone, produzione, ritmi, persino di “disco”». Il rock, invece, continua ad ansimare. Mentre i Radiohead cercano la medicina nell'infinito, per il 2017 il sottoscritto incrocia le dita e punta sul ritorno degli Arcade Fire (anche loro in cartellone a giugno in Catalogna).

Con il 2017 non è invece cambiato il mio atteggiamento da straniero in hip hop straniero. Di fronte ad album come Run The Jewels 3, finisco sempre per abdicare e concentrarmi sulla parte musicale: gli esperimenti in studio, le alchimie tra generi, i sassofoni degli ospiti, eccetera. Ma non dovrebbero contare di più i testi? Ahimè, quello rimane uno scoglio. A orecchie calibrate sui tempi e i modi del rock, le invettive dei Run The Jewels suonano ancora come un linguaggio arcano, alieno, un ingrediente che solo se si sposa bene con la musica (come accade in RTJ3), riesce a trasmettere un senso di ribellione che rimane comunque più sonoro che letterale. Più vibrazioni che sinapsi. Al punto che l'unica vera fessura nel mio ponte levatoio mentale, il disco la trova in modo davvero ameno: snocciolando in Don't Get Captured titoli di vecchi film horror come La piccola bottega degli orrori, Il fantasma dell'opera o quella La casa dei fantasmi su cui giusto qualche mese fa giocavo al piccolo editor. Improvvisa, erompe l'empatia. Sono pazze queste sinapsi. 


lunedì, novembre 21, 2016

L'illusione dell'informazione sui social network

Fonte immagine: Esther Vargas/flickr

Al di là delle tante polemiche e discussioni sulle fake news di Facebook, esplose all'indomani dell'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, temo che il problema che ci troviamo a fronteggiare – e che sta iniziando a influire in modo sempre più radicale nell'evoluzione della società, della politica, della cultura – sia molto più ampio e profondo di una raccolta di bufale contro Hillary Clinton. È l'idea stessa di poter "trasportare" l'informazione sui social network, coltivata e inseguita negli ultimi cinque anni, che si sta rivelando una mera illusione

Le fake news sono solo il sintomo di una verità che in molti – anche tra i professionisti e gli addetti ai lavori, schiacciati dal mantra imperativo dell'innovazione – tardano ancora ad accettare: le piattaforme social che hanno conquistato il mondo sull'onda degli smartphone tendono a sfavorire in modo drammatico un tipo di informazione che pretende (a torto o ragione) di basarsi sulla precisione, sulla conoscenza, sull'analisi e sull'attinenza al vero. Quattro qualità non certo ai primi posti delle ragioni che spingono a condividere un contenuto.   

Il respiro incalzante dei social network, la dinamica a flusso (contenuti ammassati in modo disordinato, con l'unico scopo di rendere la corrente perpetua), l'annullamento del concetto stesso di fonte («l'ho letto su Facebook», tutto si scioglie nel flusso), il design che impone quasi una reazione istintiva (like-commento-condivisione) a discapito della riflessione, oltre alla natura a filter bubble rafforzata dal marketing (che permette di raggiungere con messaggi pseudo-informativi mirati le categorie di tuo interesse), rendono altamente inefficace qualsiasi forma di comunicazione che non sia legata all'empatia dell'istante, all'ironia/sarcasmo, alla rabbia o al rancore, nonché al mito/obbligo della conversazione collettiva universale. Il ricatto è chiaro: tutto deve essere fonte di emozione e/o discussione. L'alternativa è l'irrilevanza. 

Inoltre – e questo è un aspetto che dovrebbe far pensare gli editori – appare ormai evidente come sugli attuali social network sia arduo, se non impossibile, sviluppare un modello sostenibile di business per contenuti giornalistici: i media, come i singoli utenti, finiscono per lavorare per Facebook. Per le ragioni segnalate sopra e per molte altre (dalla facile replicabilità degli slogan al tipo di esperienza che il pubblico ha dimostrato di prediligere in simili ambienti), i social network si offrono invece come impareggiabile terreno di caccia per una nuova famiglia di catalizzatori di traffico, come quelli raccontati sul Guardian o gli ormai proverbiali siti macedoni di bufale presidenziali. L'unico modo per fare concreta concorrenza a queste realtà diventa comportarsi come loro (clickbaiting, gossip, liste e gallerie) e così il giornalismo perde gioco, partita e incontro. 

Ma è davvero questo il tipo di panorama informativo a cui vogliamo rassegnarci, con la scrollata di spalle ormai tipica di un'epoca sempre più ringhiante sulla tastiera e rassegnata nei fatti? Se la risposta è no, allora forse è il caso di tenerle ben salde, le spalle. E di rimboccarsi le maniche. Dal punto di vista di chi coltiva il sogno e la perseveranza di fare informazione in modo professionale, è giunto il momento di guardare con realismo al mondo contemporaneo e alla sua dimensione online. Considerare i social network per quel che sono – essenzialmente una forma complessa di intrattenimento – e avviare la costruzione o la ristrutturazione di canali e percorsi alternativi su cui tornare a fornire un'informazione più orientata alla qualità che alla quantità, alla selezione che alla riproduzione, all'utilità pubblica che al superfluo privato. Inventando, investendo, rischiando, sacrificando. 

Tutto ciò però può avere successo solo se viene accompagnato da un movimento, ancor più responsabile e coraggioso, da parte del pubblico. Una nuova reazione/predisposizione che passa attraverso a una domanda: siamo soddisfatti del modo in cui leggiamo il mondo, sgranocchiando immagini, titoli e stimoli come se fossero popcorn? Al termine della giornata ci sentiamo persone più informate, competenti, migliori? Vogliamo affidare ai social network il 100% della nostra lettura dell'esistente? O forse dovremmo fermarci un attimo, riflettere, ridurre le immersioni nel flusso continuo, gettare il nostro sguardo altrove, rinunciare a qualche commento a caldo in cambio di risposte più approfondite? 

Non si tratta di una banale guerra tra carta e digitale, come si potrebbe ipotizzare dall'immagine d'apertura. Chi scrive, per esempio, rispetto all'adolescenza analogica ricorda con maggior affetto gli anni in cui Internet si presentò al mondo come un'enorme biblioteca accompagnata da un piccolo e vivace bar (e non viceversa). E il punto non è nemmeno il rifiuto dei social, bensì la consapevolezza della loro incapacità di fornire una sana dieta informativa: semplicemente, non sono fatti per questo. Da entrambe le parti, inevitabilmente, ci vuole un pizzico di fatica. Ma l'obiettivo è alto: comprende e va ben oltre il polverone sollevato da una corsa per la Casa Bianca. L'obiettivo è provare a evitare che il mondo contemporaneo, che oggi va di moda definire come post-fattuale, si riveli anche post-umanistico: un limbo dove il progresso dell'uomo - il suo inseguimento della virtù e della conoscenza, per riprendere Dante - si è improvvisamente bloccato, sostituito dal monotono, meccanico, ondeggiante su-e-giù di un dito sullo schermo.

giovedì, agosto 25, 2016

Piscine lunari e oltre l'infinito


Il mezzo di trasporto su cui si svolge questo post è l'astronave di 2001 Odissea nello Spazio. Non la più celebre, la Discovery One governata dal computer Hal 9000, ma quella che all'inizio del film - dopo il segmento delle scimmie preistoriche - conduce uno dei protagonisti sulla Luna. Un incrocio tra un aereo e uno Shuttle, con poltrone comode e spaziose. Noi siamo seduti su una di queste, ordiniamo un drink alla gentile hostess e ci prepariamo a un viaggio di puro relax. Come su un treno, possiamo guardare fuori dal finestrino e gustarci il panorama; a differenza che su un treno, però, non siamo obbligati a rimanere a Terra. La nostra navetta anzi ha fretta di abbandonare il pianeta, di lasciarsi alle spalle le sue città, le sue montagne, le sue turbolenze. In pochi minuti, l'azzurro del cielo sfuma nel nero dello spazio. È un trascolorare molto simile, eppur speculare, a quello di una discesa negli abissi marini. Laggiù, al trionfo della tenebra si accendono le luci delle creature che abitano le profondità; quassù, fuori dall'assedio di lampioni e neon si liberano le stelle. Dentro l'astronave, intanto, notiamo un paio di cuffie appese al retro del sedile davanti. Le sganciamo dal supporto e le indossiamo. In quel preciso istante, anche l'illuminazione interna dell'abitacolo si attenua. La musica comincia.

A Moon Shaped Pool è il nono album dei Radiohead. Segue di cinque anni, due mesi e venti giorni il precedente The King of Limbs; di poco meno di nove anni, In Rainbows; di oltre quindici, Kid A; di diciannove, Ok Computer. Di ventitré, l'esordio Pablo Honey. E di ventiquattro l'inizio della relazione sentimentale tra il cantante Thom Yorke e Rachel Owens, quella che è terminata nel 2015 e che da molti viene considerata - non a torto, credo - un elemento centrale nei testi, nell'atmosfera, nella natura stessa dell'album. Tuttavia, nel caso di A Moon Shaped Pool è difficile ragionare in termini di pura sequenzialità cronologica. Più che venire dopo i venticinque anni che lo hanno preceduto, il disco li avvolge: nei suoi solchi convivono l'evoluzione di una band, la parabola privata tra un uomo e una donna, i maelstrom pubblici - sociali, tecnologici, culturali - che in due decenni hanno rimescolato il mondo. Tecnicamente, lo si potrebbe definire un greatest hits di brani inediti. Sembra un ossimoro, sono i Radiohead. Quasi tutte le canzoni provengono da altre epoche. La loro scintilla - il monolito nero? - si è accesa a intermittenza: nel 1995 (True Love Waits), nel 2000 (Burn The Witch), nel 2008 (Present Tense), nel 2012 (Identikit)... Ma le canzoni sono sempre rimaste lì - in un angolo, un nastro, una directory, un concerto - mentre altre tracce finivano sui dischi ufficiali. Finché, dopo ripensamenti, rielaborazioni e reinvenzioni, hanno ricevuto la green light e una sera di maggio 2016 sono state presentate al mondo. Inizialmente come MP3, una cinquantina di giorni dopo su CD e LP.

Il supporto non è importante, le cuffie sì. Si tratta di una affermazione che può suonare banale: se per una parete grande ci vuole un grande pennello, per ascoltare della grande musica ci vogliono delle ottime cuffie, no? Per me, lo ammetto, è quasi una primizia. All'alba degli anni '90, forse negli stessi giorni in cui lo sguardo di Rachel incrociava per la prima volta quello di Thom, il sottoscritto inaugurava la sua venticinquennale complicata relazione con la musica con una robusta dieta a base di audiocassette. Nastri copiati e ricopiati. Certo, intorno a Natale, al compleanno e quando la paghetta lo permetteva comparivano i primi CD originali; e le cuffiette - pur primitive - funzionavano già come piccoli propulsori spaziali, nelle gelide mattine d'inverno, schiacciato come una sardina in a crushd tin box sull'autobus per la scuola. Ma il grosso dei suoni che alimentavano i miei sogni di rock'n'roll erano distanti dall'alta fedeltà: gracchianti, inevitabilmente erosi dalle riproduzioni dei nastri, lo-fi prima che il lo-fi diventasse linguaggio. A posteriori, la gloriosa stagione del walkman ha segnato anche i miei anni Zero: quando leggevo le accuse di barbarie rivolte alla qualità dei file MP3, trasecolavo. Che diamine state dicendo? La migliore musica della mia vita l'ho consumata a qualità nettamente peggiore rispetto a quella di qualsiasi file MP3! Ah, il passato. Anzi, i passati. Lasciamo che ruminino sulla Terra. Il presente ci vede seduti sull'astronave e le ottime cuffie che stiamo indossando sono fondamentali, perché solo con un ascolto attento - e il più possibile isolato da tutto il resto - si può davvero comprendere A Moon Shaped Pool.

Vi fornirò la prova con un colpo di scena e alcuni esempi. Il colpo di scena è un dirottamento: la nostra astronave non si ferma sulla Luna. Sfiora il satellite, gli fa ciao con la manina e passa oltre. Perdonatemi, se il titolo del post (o dell'album) vi aveva fatto pensare altrimenti. E perdonami anche tu, vecchio Stanley, se oso spingere questa fragile navicella oltre le Colonne d'Ercole della tua sceneggiatura. Il fatto è che una semplice scampagnata sulla Luna starebbe troppo stretta alle undici tracce di A Moon Shaped Pool. Il viaggio deve sfidare l'intero infinito, perché solo nell'infinito si spiega l'origine dei suoi suoni. Man mano che la nostra astronave divora anni-luce, le canzoni si confondono infatti con il suo percorso: mutano forma, abbandonano le linee guida dei manuali, reagiscono organicamente al paesaggio circostante. Cosa sono quelle goccioline di pianoforte che colano in True Love Waits, se non il lieve tamburellare sulla carlinga di uno sciame di meteoriti? Quali brividi regala il passaggio ravvicinato a Saturno, con i suoi anelli che seghettano e sferragliano la navetta sotto forma della chitarra di Identikit? E al tramonto di Daydreaming, cosa sta provando a dirci - con la sua voce cavernosa - il fantasma dello spazio che abbiamo avuto l'ardire di risvegliare?


Potrei continuare a lungo, elencando esempi nuovi ad ogni ascolto. Ogni attimo è l'incontro con un pianeta, una cometa, un buco nero, un extraterrestre, una nuvola di radiazioni cosmiche e polvere di stelle. A Moon Shaped Pool non rispetta alcun galateo della scrittura musicale, in un caos creativo che riflette il caos esistenziale, emotivo e comunicativo dei nostri tempi. Arrivando quasi a neutralizzarlo, giustificarlo, salvarlo. Forse è questa la marcia in più dell'arte: ricordarci la capacità dell'uomo di generare bellezza dal disordine degli elementi. Non è la prima volta che i Radiohead disarcionano il prevedibile. Da questo punto di vista, la loro acrobazia più sfacciata rimane Kid A. Ma in certi momenti A Moon Shaped Pool riesce a spingersi oltre quei temerari orizzonti. Soprattutto quando gli scarti avvengono all'interno delle singole canzoni, come dimostra uno dei momenti-chiave dell'opera, quello dove essa esplode in tutta la sua vividezza, al preciso rintocco di 2'31" di Identikit. Dopo un paio di strofe a passo lento e un ritornello non indimenticabile, la canzone sembra pronta a ripartire con una nuova strofa. D'altronde, così esige mezzo secolo di recinti pop e rock. Invece, per qualche ragione che prima o poi riuscirò a strappare a Jonny Greenwood, al ritornello segue... il ritornello. Lo stesso, ma differente. A cantare "Broken hearts / make it rain" non è più Thom Yorke, bensì un coro emerso da qualche alieno spaziotempo. Ad accompagnarlo è il lento arpeggiare di un sintetizzatore che non c'entra nulla con i precedenti 150 secondi. Ed è lì, in mezzo a questa inedita replica, che arriva la chitarra. Prima a distanza, quasi come un'imbarcazione che appare e scompare all'orizzonte, secondo il volere delle onde. Quindi sempre più vicina, più concreta, più sferragliante. «Comandante, mi scusi, non siamo un po' troppo vicini a Saturno?».

Anche in questo caso, la lista potrebbe non finire mai. L'iconoclastia dell'album si muove a macchia di leopardo e va dagli archi usati come fondamenta e non come semplice abbellimento (Burn The Witch), al contagio di voci enigmatiche (le eco spettrali che rendono ancor più sublime la già sublime Present Tense), al crescendo di The Numbers che si interrompe proprio nel momento in cui chiunque avrebbe sparato i fuochi d'artificio (una pratica di anticlimax di cui si possono captare antiche avvisaglie già in Creep, dolente inno che chiunque in quei grungeosi anni '90 avrebbe chiuso con un tornado di distorsione, mentre Thom Yorke spense a sussurri). A Moon Shaped Pool è un disco che si nutre di diversità, coerente nella sua radicale disomogeneità (al confronto raccolte come The Bends, Kid A o The King Of Limbs sembrano quasi strutture monolitiche), in cui - forse con un guizzo di umorismo britannico - l'unico elemento davvero lineare è anche quello che sembra sovvertire in modo più plateale la buona norma della moderna produzione discografica: la tracklist in ordine alfabetico. Chi si sognerebbe di pubblicare un album con le canzoni in ordine alfabetico? (Untitled 1, Untitled 2, Untitled 3 e le altre scorciatoie alfanumeriche alla Sigur Rós non valgono...)

C'è un ultimo aspetto in cui A Moon Shaped Pool si distacca dalla stragrande maggioranza della produzione musicale contemporanea. E adesso che il nostro vascello spaziale è arrivato ormai ai confini del sistema solare - senza dar segno di voler invertire la marcia, lui che ne ha facoltà - posso confessare che è quello a cui sono più affezionato. Al contrario di tutto ciò che siamo abituati a consumare oggi, con il cronometro in mano, il dito che freme sullo schermo e il pensiero già a caccia di ciò che viene dopo, questo album sembra concepito per non lasciarti mai. Non vuole stordirti, ma accompagnarti. Si fa riascoltare e riascoltare, sfuggendo non solo alla forza di gravità terrestre ma anche agli obblighi e ai ritmi indiavolati del newsfeed mentale. Rappresenta qualcosa che, almeno al sottoscritto, capita di incontrare sempre più raramente: un'emozione che dura più di un giorno. Qualcuno potrebbe obiettare che è merito (o colpa) della storica affinità personale con i Radiohead. Può darsi, ma solo in parte: The King Of Limbs aveva avuto un effetto del tutto opposto, respingente, che dura ancora oggi. Uscito in una sera di inizio maggio, A Moon Shaped Pool mi spinge ancora ad ascoltarlo (e a scriverne) in un pomeriggio di fine agosto. Chissà, forse questo XXI secolo non è arido come lo dipingiamo. 


sabato, luglio 23, 2016

La mattina dopo

(fonte)
La sera del 23 giugno sono andato a dormire sereno: secondo la tv, il Regno Unito aveva deciso di restare nell'Unione Europea. Persino un brexitiano di ferro come Nigel Farage aveva ammesso la probabile vittoria del "Remain". La mattina dopo mi sono svegliato con il Regno Unito fuori dall'Europa e Farage che celebrava l'Independence Day.

La sera del 15 luglio sono andato a dormire convinto che in Turchia i militari avessero deposto Recep Erdogan. In tv c'erano persino esperti che prendevano in giro il presidente turco e la sua fuga in aereo. La mattina dopo mi sono svegliato con Erdogan in piazza a Istanbul: ben saldo al potere, a differenza dei golpisti.

Ieri sera sono andato a dormire pensando a quei due (o tre) terroristi assassini in fuga per le strade di Monaco di Baviera, incerto sulla loro natura islamista, nazista o persino islamico-nazista. Questa mattina ho scoperto che "il commando" era formato da un unico ragazzo diciottenne. E che forse non c'entrano né l'ISIS né la xenofobia di destra. 

Se due indizi fanno una prova, tre assumono la forma di un enorme dubbio: non è che tutta quest'ansia di seguire e raccontare le news in tempo reale stia producendo effetti più negativi che positivi? Che invece che dissolvere la nuvola della disinformazione la stia rendendo ancora più fitta? O che semplicemente ci stia spingendo tutti verso un altro campionato, quello dello spettacolo? 

Nelle prime ore successive a un fatto di cronaca, assistiamo a un copione ormai consolidato: milioni di voci infondate, immagini senza etichetta, reazioni provenienti dagli antipodi del cervello che si mescolano e propagano sui social network - con l'immancabile e robusta farcitura di "fake" - fornendo il carburante per improbabili collage di titoli sui siti d'informazione e per ore e ore di commenti a vuoto sui canali all news.

Più che il bello della diretta, lo sballo della diretta.

È come se il live prendesse il sopravvento su tutto: dobbiamo assimilare informazioni, dobbiamo commentare cose che non sappiamo, dobbiamo farlo subito. Solo in un secondo momento si tirano le somme. Per usare una metafora elettorale, è come se in tempo reale ci si accapigliasse febbrilmente su fantomatici exit poll mentre i primi risultati reali sono attesi solo la mattina dopo. 


lunedì, maggio 16, 2016

Madonna Musica e il canto delle periferie


Non siamo nemmeno arrivati alla boa di metà 2016, eppure anche quest'anno Madonna Musica ha già svolto egregiamente il suo compito. Che ormai non è più salvar vite dalla dannazione o ripulir anime dalle incrostazioni – siamo realisti – ma per lo meno sporgerti una cannuccia con cui interrompere l'apnea, sfuggendo al monotono flusso dell'identico e tornando a respirare un po' d'aria fresca. Il bello di questa cannuccia, il marchio impossibile da contraffare, è la sua natura camaleontica. Per esempio, quest'anno a chi scrive si è presentata con l'inedita forma di sassofono. Come quello che all'alba di gennaio ha attraversato Blackstar, l'ultimo gentile regalo di David Bowie all'umanità (un disco che continua a trasmettere pulsanti segnali di vita aliena, anche oggi che lo si può ascoltare al riparo dalle interferenze del commiato). O come quello che, qualche mese più tardi, è selvaggiamente decollato dai solchi di The Hope Six Demolition Project di PJ Harvey.

«Il problema di PJ Harvey è che non ha le canzoni». Attorno a questa sentenza ruotano molte delle conversazioni avute con un amico a proposito dell'artista inglese e della sua musica. Dove il termine canzone viene utilizzato in una variante criticamente corretta di successo, evergreen, hit: non il tormentone estivo, la macarena che tarantola sulla spiaggia, ma la Like a Rolling Stone o la A Day in the Life scolpite nella pietra. In effetti, non viene naturale citare a memoria il titolo di una vecchia canzone di PJ Harvey. Così come è facile prevedere che nessun brano di The Hope Six Demolition Project entrerà in un ipotetico canzoniere del XXI secolo (sempre che abbia ancora senso parlare di un canzoniere nel XXI secolo...). Ed è giusto che sia così, perché non credo sia quello il suo compito/obiettivo e, forse, nemmeno l'aspirazione a cui deve puntare la miglior musica del nostro tempo. Qualche riga più su si accenna al bisogno di un break dalla banalità del presente. Ecco, penso che oggi sia di gran lunga più prezioso e auspicabile un album in grado di conquistarti con il suo spessore, la sua ardua penetrabilità, i suoi stratificati livelli (altri elementi in comune tra il Project di PJ e la nera stella di Bowie), rispetto a una canzone basata sull'immediato appeal di un ritornello. Guardatevi attorno: nel 2016 tutti sanguisugano la nostra attenzione con uncini flash; viviamo di facili ritornelli o presunti tali; sgranocchiamo seduzioni istantanee come popcorn al cinema. La musica leggera si chiamava così perché aiutava a sopportare una vita pesante. Una musica un po' più pesante potrebbe essere una benedizione per sfuggire all'obbligo di un'esistenza leggera, eterea, impalpabile?

Pesante, in questo senso bizzarramente positivo del termine (complesso, profondo, tangibile...), è di certo The Hope Six Demolition Project. Lo capisci fin dall'inizio, da quei cinque accordi sganciati come bombe da The Ministry of Defence – dopo i due minuti musicalmente più pop di The Community of Hope – che ti catapultano subito in una realtà fatta di vetri rotti, siringhe, fantasmi, macerie di pietra e di carne. Ascolto dopo ascolto, The Ministry of Defence diventa “canzone” a tutti gli effetti. Per essere tale non ha bisogno di un ritornello che prenda in ostaggio l'esiguo spazio rimasto disponibile nella memoria. Bastano il suo ruggire marziale, quel sax che grattugia note sullo sfondo, i cori che sembrano salire direttamente dalle braci della storia (“They've sprayed graffiti in arabic...”, “Broken glass, a white jawbone...”, “Those are the children's cries from the dark...”) per sfociare nella profezia conclusiva: “This is how the world will end”.


Come si sarà intuito, se la musica piange i testi di certo non ridono. Il sole dell'avvenire prova a far capolino in un paio di circostanze, per esempio quando Polly si congeda in A Line in the Sand con il falsetto di “I believe we have a future / To do something good”. Ma si tratta di raggi isolati, che non hanno nemmeno il tempo di trasmettere un po' di calore prima che qualche nuvolaccia cattiva arrivi puntuale a dissolverli (altri versi di A Line in the Sand recitano: “bad overwhelms the good”, “I saw people kill each other just to get there first”). La natura e la ragione di questo tono risiedono nel progetto stesso dell'opera, resoconto in parole, musica e immagini dei viaggi condotti tra il 2011 e il 2014 dalla cantante e dal fotografo Seamus Murphy in Kosovo, Afghanistan e a Washington. Tre luoghi distanti e differenti, la cui apparente inconciliabilità ha attirato gli affondi più convinti della critica anglosassone (a cui The Hope Six Demolition Project è piaciuto, ma senza troppo entusiasmo). Come se dietro a una generica rappresentazione di paesaggi tra l'homeless e l'hopeless, PJ Harvey non fosse riuscita a mantenere un fuoco preciso. Un fuoco che invece a mio parere ha il contorno ben definito del canto delle periferie. Periferie geografiche di facile collocazione, soprattutto per occhi occidentali: degli USA (i quartieri più degradati di una città storicamente e costituzionalmente ai margini come Washington D.C.), dell'Europa (il Kosovo) e del mondo (l'Afghanistan). Ma anche periferie esistenziali, metafora di quella paura da fine impero colonialista che si sta iniziando a diffondere a macchia d'olio, contagiando anche isole (nazioni, categorie sociali/professionali, persone) un tempo ritenute felici. La paura di essere lasciati indietro, spinti fuori dalla cornice: da un nuovo muro, dall'esplosione di un'epidemia o di un kamikaze, o anche solo attraverso processi di trasformazione urbana sgradevoli fin dalla parola scelta per identificarli (gentrificazione).

Madonna Musica però ha un pregio. Se è alimentata dal mistero dell'Arte, riesce a flirtare con l'oscurità, con la miseria, persino con la pesantezza in un modo tale da restituirti vibrazioni di pura energia. Ci sono tante gemme preziose in The Hope Six Demolition Project, molte delle quali ti sfidano a superare iniziali momenti di diffidenza (risalendo il corso di River Anacostia, per la prima volta chi scrive è entrato in contatto con il mondo degli spiritual senza scappare a gambe levate...). C'è una ricerca musicale che nel complesso sembra più orientata verso la sponda americana dell'Atlantico, ma che si fonda anche sul contributo di due musicisti italiani, Enrico Gabrielli e Alessandro Stafana, ospiti in un paio di brani e reclutati per l'imminente tour mondiale (assieme a consueti sodali come Mick Harvey e John Parish). C'è soprattutto quel desiderio, che si ripresenta anche adesso, agli sgoccioli della stesura di questo post, di tornare subito ad ascoltarlo.