sabato, luglio 23, 2016

La mattina dopo

(fonte)
La sera del 23 giugno sono andato a dormire sereno: secondo la tv, il Regno Unito aveva deciso di restare nell'Unione Europea. Persino un brexitiano di ferro come Nigel Farage aveva ammesso la probabile vittoria del "Remain". La mattina dopo mi sono svegliato con il Regno Unito fuori dall'Europa e Farage che celebrava l'Independence Day.

La sera del 15 luglio sono andato a dormire convinto che in Turchia i militari avessero deposto Recep Erdogan. In tv c'erano persino esperti che prendevano in giro il presidente turco e la sua fuga in aereo. La mattina dopo mi sono svegliato con Erdogan in piazza a Istanbul: ben saldo al potere, a differenza dei golpisti.

Ieri sera sono andato a dormire pensando a quei due (o tre) terroristi assassini in fuga per le strade di Monaco di Baviera, incerto sulla loro natura islamista, nazista o persino islamico-nazista. Questa mattina ho scoperto che "il commando" era formato da un unico ragazzo diciottenne. E che forse non c'entrano né l'ISIS né la xenofobia di destra. 

Se due indizi fanno una prova, tre assumono la forma di un enorme dubbio: non è che tutta quest'ansia di seguire e raccontare le news in tempo reale stia producendo effetti più negativi che positivi? Che invece che dissolvere la nuvola della disinformazione la stia rendendo ancora più fitta? O che semplicemente ci stia spingendo tutti verso un altro campionato, quello dello spettacolo? 

Nelle prime ore successive a un fatto di cronaca, assistiamo a un copione ormai consolidato: milioni di voci infondate, immagini senza etichetta, reazioni provenienti dagli antipodi del cervello che si mescolano e propagano sui social network - con l'immancabile e robusta farcitura di "fake" - fornendo il carburante per improbabili collage di titoli sui siti d'informazione e per ore e ore di commenti a vuoto sui canali all news.

Più che il bello della diretta, lo sballo della diretta.

È come se il live prendesse il sopravvento su tutto: dobbiamo assimilare informazioni, dobbiamo commentare cose che non sappiamo, dobbiamo farlo subito. Solo in un secondo momento si tirano le somme. Per usare una metafora elettorale, è come se in tempo reale ci si accapigliasse febbrilmente su fantomatici exit poll mentre i primi risultati reali sono attesi solo la mattina dopo. 


lunedì, maggio 16, 2016

Madonna Musica e il canto delle periferie


Non siamo nemmeno arrivati alla boa di metà 2016, eppure anche quest'anno Madonna Musica ha già svolto egregiamente il suo compito. Che ormai non è più salvar vite dalla dannazione o ripulir anime dalle incrostazioni – siamo realisti – ma per lo meno sporgerti una cannuccia con cui interrompere l'apnea, sfuggendo al monotono flusso dell'identico e tornando a respirare un po' d'aria fresca. Il bello di questa cannuccia, il marchio impossibile da contraffare, è la sua natura camaleontica. Per esempio, quest'anno a chi scrive si è presentata con l'inedita forma di sassofono. Come quello che all'alba di gennaio ha attraversato Blackstar, l'ultimo gentile regalo di David Bowie all'umanità (un disco che continua a trasmettere pulsanti segnali di vita aliena, anche oggi che lo si può ascoltare al riparo dalle interferenze del commiato). O come quello che, qualche mese più tardi, è selvaggiamente decollato dai solchi di The Hope Six Demolition Project di PJ Harvey.

«Il problema di PJ Harvey è che non ha le canzoni». Attorno a questa sentenza ruotano molte delle conversazioni avute con un amico a proposito dell'artista inglese e della sua musica. Dove il termine canzone viene utilizzato in una variante criticamente corretta di successo, evergreen, hit: non il tormentone estivo, la macarena che tarantola sulla spiaggia, ma la Like a Rolling Stone o la A Day in the Life scolpite nella pietra. In effetti, non viene naturale citare a memoria il titolo di una vecchia canzone di PJ Harvey. Così come è facile prevedere che nessun brano di The Hope Six Demolition Project entrerà in un ipotetico canzoniere del XXI secolo (sempre che abbia ancora senso parlare di un canzoniere nel XXI secolo...). Ed è giusto che sia così, perché non credo sia quello il suo compito/obiettivo e, forse, nemmeno l'aspirazione a cui deve puntare la miglior musica del nostro tempo. Qualche riga più su si accenna al bisogno di un break dalla banalità del presente. Ecco, penso che oggi sia di gran lunga più prezioso e auspicabile un album in grado di conquistarti con il suo spessore, la sua ardua penetrabilità, i suoi stratificati livelli (altri elementi in comune tra il Project di PJ e la nera stella di Bowie), rispetto a una canzone basata sull'immediato appeal di un ritornello. Guardatevi attorno: nel 2016 tutti sanguisugano la nostra attenzione con uncini flash; viviamo di facili ritornelli o presunti tali; sgranocchiamo seduzioni istantanee come popcorn al cinema. La musica leggera si chiamava così perché aiutava a sopportare una vita pesante. Una musica un po' più pesante potrebbe essere una benedizione per sfuggire all'obbligo di un'esistenza leggera, eterea, impalpabile?

Pesante, in questo senso bizzarramente positivo del termine (complesso, profondo, tangibile...), è di certo The Hope Six Demolition Project. Lo capisci fin dall'inizio, da quei cinque accordi sganciati come bombe da The Ministry of Defence – dopo i due minuti musicalmente più pop di The Community of Hope – che ti catapultano subito in una realtà fatta di vetri rotti, siringhe, fantasmi, macerie di pietra e di carne. Ascolto dopo ascolto, The Ministry of Defence diventa “canzone” a tutti gli effetti. Per essere tale non ha bisogno di un ritornello che prenda in ostaggio l'esiguo spazio rimasto disponibile nella memoria. Bastano il suo ruggire marziale, quel sax che grattugia note sullo sfondo, i cori che sembrano salire direttamente dalle braci della storia (“They've sprayed graffiti in arabic...”, “Broken glass, a white jawbone...”, “Those are the children's cries from the dark...”) per sfociare nella profezia conclusiva: “This is how the world will end”.


Come si sarà intuito, se la musica piange i testi di certo non ridono. Il sole dell'avvenire prova a far capolino in un paio di circostanze, per esempio quando Polly si congeda in A Line in the Sand con il falsetto di “I believe we have a future / To do something good”. Ma si tratta di raggi isolati, che non hanno nemmeno il tempo di trasmettere un po' di calore prima che qualche nuvolaccia cattiva arrivi puntuale a dissolverli (altri versi di A Line in the Sand recitano: “bad overwhelms the good”, “I saw people kill each other just to get there first”). La natura e la ragione di questo tono risiedono nel progetto stesso dell'opera, resoconto in parole, musica e immagini dei viaggi condotti tra il 2011 e il 2014 dalla cantante e dal fotografo Seamus Murphy in Kosovo, Afghanistan e a Washington. Tre luoghi distanti e differenti, la cui apparente inconciliabilità ha attirato gli affondi più convinti della critica anglosassone (a cui The Hope Six Demolition Project è piaciuto, ma senza troppo entusiasmo). Come se dietro a una generica rappresentazione di paesaggi tra l'homeless e l'hopeless, PJ Harvey non fosse riuscita a mantenere un fuoco preciso. Un fuoco che invece a mio parere ha il contorno ben definito del canto delle periferie. Periferie geografiche di facile collocazione, soprattutto per occhi occidentali: degli USA (i quartieri più degradati di una città storicamente e costituzionalmente ai margini come Washington D.C.), dell'Europa (il Kosovo) e del mondo (l'Afghanistan). Ma anche periferie esistenziali, metafora di quella paura da fine impero colonialista che si sta iniziando a diffondere a macchia d'olio, contagiando anche isole (nazioni, categorie sociali/professionali, persone) un tempo ritenute felici. La paura di essere lasciati indietro, spinti fuori dalla cornice: da un nuovo muro, dall'esplosione di un'epidemia o di un kamikaze, o anche solo attraverso processi di trasformazione urbana sgradevoli fin dalla parola scelta per identificarli (gentrificazione).

Madonna Musica però ha un pregio. Se è alimentata dal mistero dell'Arte, riesce a flirtare con l'oscurità, con la miseria, persino con la pesantezza in un modo tale da restituirti vibrazioni di pura energia. Ci sono tante gemme preziose in The Hope Six Demolition Project, molte delle quali ti sfidano a superare iniziali momenti di diffidenza (risalendo il corso di River Anacostia, per la prima volta chi scrive è entrato in contatto con il mondo degli spiritual senza scappare a gambe levate...). C'è una ricerca musicale che nel complesso sembra più orientata verso la sponda americana dell'Atlantico, ma che si fonda anche sul contributo di due musicisti italiani, Enrico Gabrielli e Alessandro Stafana, ospiti in un paio di brani e reclutati per l'imminente tour mondiale (assieme a consueti sodali come Mick Harvey e John Parish). C'è soprattutto quel desiderio, che si ripresenta anche adesso, agli sgoccioli della stesura di questo post, di tornare subito ad ascoltarlo.  

giovedì, marzo 24, 2016

E pur suona!


Era dai tempi del castello errante di Howl che non si vedeva una macchina così adorabilmente goffa e arzigogolata come la Wintergatan Marble Machine. Anch'essa catapultata nel nostro presente digitale da un passato di rigorosa fisicità, ma - rispetto al palazzo di Miyazaki - evidentemente consapevole di tutti i casini con il surriscaldamento del pianeta: niente vaporosa energia steampunk, ma movimenti alimentati esclusivamente da muscoli umani. Progettata e costruita da Martin Molin, musicista svedese ex-Detektivbyrån (dove, per la gioia di Patty e Selma Bouvier, era conosciuto come “MacGyver”), questa meraviglia si compone di oltre tremila parti: legno, biglie, veri strumenti musicali, pezzettini di Lego Technics. Come testimonia il video qui sotto, vederla e sentirla suonare regala emozioni di leonardesca magia. Suggestivo è anche ripercorrere l'intero processo di creazione, raccontato da Molin attraverso una serie di altri filmati caricati su YouTube. Immagini che ti riconciliano con lo scorrere del tempo, con i progetti che vanno oltre al respiro di un istante, con la falegnameria fai-da-te (ad alto tasso di precisione e di genialità).



giovedì, febbraio 18, 2016

Le vite degli altri (1998-2016)


C'è una notevole progressione voyeuristico-tecnologica che ci porta da The Truman Show al social web, passando attraverso il Grande Fratello. The Truman Show è un film del 1998, diretto da Peter Weir e interpretato da Jim Carrey, in cui si immagina un reality televisivo costruito attorno alla figura di Truman Burbank. Senza saperlo, fin dalla nascita Truman è stato seguito dalle telecamere e la sua vita è confinata all'interno di un gigantesco set dove tutto è fittizio (parenti, amici, colleghi, luoghi) tranne - come suggerisce il demiurgo dello show Christof (Ed Harris) - Truman stesso. Sebbene il film si ispiri alla nascente/crescente fascinazione collettiva dell'epoca per i programmi reality, siamo ancora di fronte a uno spettacolo puramente cinematografico. Nel film, il pubblico che guarda la tv è in realtà un comprimario: quasi una stampella per sorreggere una narrazione tutta basata sul protagonista e su un discorso un po' alla Philip K. Dick (o, visto l'anno d'uscita del film, alla Matrix) sull'artificialità delle nostre vite e della realtà che ci circonda. Numericamente parlando, in Truman Show il protagonista è solo uno. Da un punto di vista tecnologico/espressivo, il mezzo utilizzato per raccontare la sua storia è il cinema (forma d'intrattenimento che, nella sua incarnazione originaria, richiede al pubblico di uscire dalle proprie case e raccogliersi in un luogo circoscritto e determinato). Anche la durata è limitata: nella finzione della vita di Truman sono circa centomila giorni, nella nostra fruizione i cento minuti del film. La costruzione narrativa e il distacco dalla nostra realtà sono totali: The Truman Show è un'opera di finzione al 100%, confezionata da un team di straordinari professionisti come il regista Peter Weir (Picnic ad Hanging Rock, L'attimo fuggente), lo sceneggiatore Andrew Niccol (fresco reduce dalla regia di Gattaca), l'attore Jim Carrey (all'epoca famoso soprattutto per i film demenziali, che sorprese il pubblico con un ruolo a tutti gli effetti drammatico), con un simbolismo evidente - persino plateale - fin dai nomi scelti: Tru(e)man, Christof, il paesino Seaheaven, la barca Santa Maria. 

Il 14 settembre del 2000, cioè più o meno un paio d'anni dopo l'uscita nei cinema di The Truman Show, il pubblico italiano scopre direttamente la "realtà" dei reality show. Quella sera viene trasmessa su Canale 5 la prima puntata della prima edizione del Grande Fratello. Rispetto a Truman, la progressione è evidente. Su tutti i piani. Dal punto di vista numerico, non c'è più un unico protagonista - attorniato da attori/complici - ma un gruppo di dieci persone. Si creano quindi delle relazioni sociali tra una piccola comunità di individui che partono allo stesso livello (non a caso, diversi commentatori ragionarono sul suo valore di esperimento sociale). Per quanto riguarda tecnologia e canale di distribuzione, il mezzo cinematografico viene sostituito da quello televisivo. Dunque, rispetto a The Truman Show, si entra direttamente nelle case degli spettatori. Anche la durata si espande: non più cento minuti, ma novantanove giorni (per i protagonisti) e una serie di appuntamenti settimanali in prima serata per i telespettatori. Come nella finzione ipotizzata dal film di Peter Weir, c'è però anche un'opzione - per gli abbonati alla pay tv - di seguire il programma 24 ore su 24. All'incremento dell'invasività del programma, corrisponde un aumento della sua opacità sull'asse finzione/realtà. Sebbene si sospetti fin da subito l'esistenza di autori incaricati di indirizzare gli avvenimenti nella casa dove sono rinchiusi i protagonisti, l'idea alla base del programma è quella di presentare al pubblico lo spettacolo della vita naturale di persone normali. Persone che potremmo essere noi. Se il volto di Jim Carrey creava automaticamente un effetto di distacco, quelli dello studente Pietro Tarricone, della bagnina Cristina Plevani o del pizzaiolo Salvo Veneziano generano nello spettatore televisivo un istantaneo effetto-specchio. Ma la presenza delle telecamere - di cui i protagonisti del programma, a differenza di Truman, sono perfettamente consapevoli - fa sì che il presunto gioco della realtà sia inevitabilmente contaminato dall'artificio. Il corto circuito è evidente: l'esperimento sociale non avviene tanto nella casa, quanto nel rapporto con gli spettatori a casa.

Facciamo un salto di quindici anni e arriviamo al presente, ai social network e in particolare a quello più popolare al mondo: Facebook. Di nuovo, siamo testimoni di una progressione a tutti i livelli, avvenuta a ritmi ancora più sostenuti di quella precedente. Per quanto riguarda i numeri, si balza improvvisamente dalla monarchia (Truman) e dall'oligarchia (i dieci del Grande Fratello) a una democrazia universale. Non solo il cast dello show adesso conta più di un miliardo di co-protagonisti (chiunque pubblichi/condivida qualcosa di personale) ma questi attori provengono da tutto il mondo (non più un villaggio come Seaheaven, né un paese come l'Italia: altra progressione) e non c'è più nemmeno bisogno di fare il minimo sforzo di identificazione: i protagonisti siamo davvero noi, i nostri parenti, i nostri amici di prima generazione e i nostri amici acquisiti sul web. Tecnologicamente parlando, si è passati al network digitale. Prima era venuto meno l'obbligo di andare al cinema, adesso anche quello di trovarsi davanti a un televisore: basta avere uno smartphone in mano per essere costantemente aggiornati sulle vite degli altri. Se già il Grande Fratello in versione pay tv poteva contare su una portata temporale di 24 ore su 24, con Facebook oggi si ragiona su un dominio del tutto nuovo: la totalità spaziotemporale. Lo spettacolo non va in scena solo in ogni istante, ma anche in ogni luogo. In quanto al vecchio corto circuito tra realtà e finzione, anche quello esplode in un vortice di opacità perfetta: le persone di cui scandagliamo la vita sulle bacheche dei social sono in carne e ossa, vediamo i loro volti, i loro animali domestici, i loro viaggi, i loro pensieri. Ma al tempo stesso, non sono loro. La consapevolezza della telecamera si è trasformata nella consapevolezza del selfie: noi tutti costruiamo una nuova identità da social network, che - a volte inconsciamente, più spesso scientemente - si distacca da quella che potremmo definire come naturale. Sotto molti aspetti, l'ambiente social contemporaneo rappresenta dunque una potentissima variazione dell'ipotesi - agli occhi dell'uomo del XXI secolo, ormai quasi umile - avanzata in e da The Truman Show. Un immenso spettacolo voyeuristico/tecnologico diffuso, di cui - come esige la dottrina del 2.0 - non siamo più semplici spettatori. 

Abbastanza curiosamente e altrettanto imprevedibilmente, questo ragionamento è scaturito dalla visione del surreale The Boy with a Camera for a Face. Scritto e diretto nel 2013 da Spencer Brown, premiato a diversi festival cinematografici, il cortometraggio è stato reso disponibile a inizio anno su Vimeo e lo trovate qui sotto (in versione originale, in inglese, a metà strada tra il musical e la poesia). Al suo interno si mescolano molti elementi della tesi che ho provato a esporre nelle righe precedenti. C'è la pura componente narrativa di The Truman Show, c'è la ricerca spasmodica della vita degli altri che ritorna sull'intero arco 1998-2016, c'è l'inevitabile contaminazione tra realtà e finzione, vita genuina e vita artificiale. Inoltre, in modo molto più diretto che in The Truman Show (che da buon film hollywoodiano evita di prendere di mira esplicitamente il proprio pubblico) si pone l'accento sui rischi che un'ulteriore espansione di questo trend potrebbe comportare: la progressiva trasformazione in spettatori-zombi delle vite altrui. Infine, pur passando da vie traverse e vintage (la testa del protagonista non è sostituita da un iPhone, ma da una vecchia macchina fotografica), l'autore apre anche una parentesi su un'altra evoluzione antropotecnologica del secolo digitale: il nostro rapporto con la cattura e l'archiviazione dell'immagine. Dell'istante. Di qualsiasi istante.



lunedì, gennaio 04, 2016

I dieci migliori album del 2015 che non sono su Spotify


Dal 2010, compilo e pubblico sul blog Spotirama le playlist Spotify relative alle classifiche di fine anno di alcuni dei maggiori giornali e siti musicali internazionali (Mojo, Pitchfork, NME...). Si tratta di un modo per recuperare alcuni brani & dischi persi per strada lungo l'anno, di crearsi un piccolo archivio critico/enciclopedico sul meglio della contemporaneità, di sfogare il mio lato reorganazi, ecc. ecc... L'ho fatto anche nel 2015, raccogliendo una quindicina di playlist basate sulle classifiche di Fact Magazine, The Guardian, Les Inrockuptibles, Mojo, NME, Noisey, NPR, PopMatters, Pitchfork, Rockit, Rough Trade, Uncut e Wire. Chi fosse interessato, le trova a questo indirizzo: http://spotirama.blogspot.it/search/label/eoy2015

Un trend significativo a cui ho assistito nel corso di questi cinque anni - che conferma ciò che si dice e scrive sulla graduale adozione universale dello streaming - è relativo alla crescita della disponibilità degli album e delle canzoni su Spotify. Per esempio, nella Top 50 degli album secondo Pitchfork si è passati da 43 titoli disponibili nel 2010 (86%) a 48 nel 2015 (96%). La versione Spotify della Top 100 delle canzoni italiane secondo Rockit nel 2013 raccoglieva l'85% dei brani, quella della Top 50 nel 2015 raggiunge il 96%. Al di là dei grandi embarghi mediatici operati dalle popstar che se lo possono permettere (Taylor Swift, Adele, Coldplay, Thom Yorke...), l'adozione dello streaming ha raggiunto dunque percentuali quasi plebiscitarie. Credo sia un discorso generalizzato, che non riguarda solo quel terreno su cui si incrociano rock, elettronica e hip hop, campo d'azione prediletto delle pubblicazioni che tengo d'occhio su Spotirama. 

Da un certo punto di vista, spulciando le classifiche di fine anno si potrebbe anche sospettare che tra giornalisti e blogger si stia diffondendo un'inconscia, pragmatica preferenza per gli artisti presenti sulle piattaforme streaming. Se l'utilizzo di Spotify & C. si diffonde anche tra i critici musicali (magari assieme a una diminuzione delle advance copies spedite dalle etichette per le recensioni), è plausibile pensare che i dischi disponibili in streaming abbiano possibilità maggiori di essere ascoltati e inseriti nelle classifiche di fine anno, rispetto a quelli che non vengono diffusi su questi canali? Non ho gli strumenti per rispondere a questa domanda, ma l'esperienza personale mi suggerisce che potrebbe essere un'ipotesi non troppo campata in aria.  

Detto ciò, proprio per la loro eccezionalità, gli album che oggi non sono su Spotify (e in genere sugli altri servizi streaming) brillano di una loro tenace luce propria: si distinguono, oltre che per le eventuali doti artistiche, per il loro andare controcorrente. Nell'elenco sotto ho raccolto i migliori dieci album del 2015 che appartengono a questa particolare categoria. Non li ho scelti io, ma mi sono basato sulla classifica aggregata del forum Acclaimed Music, generata dalla fusione di decine di chart internazionali. Tra parentesi, vicino al nome dell'artista, ho messo anche la posizione nella classifica generale (quest'anno è comandata da Kendrick Lamar, Sufjan Stevens e Jamie xx). Come noterete, per trovare dieci album non presenti su Spotify bisogna scendere fino oltre alla duecentesima posizione. 

Come quasi ogni anno, le prime posizioni (Joanna Newsom, Jim O'Rourke, Jessica Pratt) sono occupate dai nuovi album pubblicati dalla Drag City, la più influente label indipendente che ancora oggi persegua una politica no streaming. Ben diversa è la storia della citata Adele (il cui bestseller 25 sarà probabilmente distribuito in streaming tra qualche mese, seguendo una strategia "a finestre" già adottata in passato) e di Compton di Dr. Dre, che è stato distribuito in esclusiva streaming su Apple Music, la piattaforma nata dalle ceneri di Beats Music, vecchio servizio che lo stesso Dr.Dre ha venduto nel 2014 a Cupertino per parecchi soldi. Guardando al panorama italiano, sono solo due gli album della Top50 di Rockit che non ho trovato su Spotify: A Love Explosion (Go Dugong, #7) e Soul of a Supertramp (Mezzosangue, #36). 

1. Divers (Joanna Newsom, #11 nella classifica di fine anno di Acclaimed Music)
2. Simple Songs (Jim O'Rourke, #36)
3. Compton (Dr. Dre, #59)
4. 25 (Adele, #71)
5. Levon Vincent (Levon Vincent, #84)
6. On Your Own Love Again (Jessica Pratt, #96)
7. Hand. Cannot. Erase. (Steven Wilson, #120)
8. The Good Fight (Oddissee, #154)
9. Mutilator Defeated at Last (Thee Oh Sees, #157)
10. Break Stuff (Vijay Iyer Trio, #205)

martedì, maggio 12, 2015

Donnie Darko a 8 bit


Man mano che passano gli anni (a novembre saranno già dieci dall'uscita in Italia) Donnie Darko assume sempre più i contorni dell'oggetto magico, assurdo, impossibile, proveniente da una dimensione parallela, caduto dal cielo assieme al motore di un aereo. Dopo un simile e folgorante esordio, il regista Richard Kelly non si è più ripetuto (e visti i flop dei successivi Southland Tales e The Box, chissà se e quando gli sarà concessa un'altra occasione). Nel 2009 c'è stato un sequel ma è meglio non citare nemmeno il titolo. Così Donnie Darko scivola nella leggenda. Estemporanea, mostruosa, meravigliosa cartolina dark imbucata negli anni '80, infilatasi in qualche stephenkinghiano wormhole, e apparsa al mondo un ventennio dopo: specchio riflesso in cui elementi simbolici di quel decennio (da Patrick Swayze ai Tears For Fears) vengono ri-modulati e ri-proposti su una frequenza distorta. E a proposito di anni '80, quello è lo stesso periodo a cui rimanda esteticamente il bignamino del film in 8 bit che trovate qui sotto, nuovo capitolo della serie 8 Bit Cinema firmata CineFix.

mercoledì, aprile 15, 2015

Il fascino perduto del leak

Fonte: International Business Time

Da queste parti, qualcosa sta cambiando. Da alcune settimane è disponibile sulle reti P2P The Magic Whip, il nuovo album dei Blur, la cui distribuzione ufficiale è prevista per il 27 aprile. Nel weekend sono fuoriusciti online i primi quattro episodi della nuova stagione di Game of Thrones/Il trono di spade. Eppure, in entrambi i casi, non ho calato il retino nell'oceano digitale. Nemmeno per inerzia, ragioni professionali, curiosità. Ieri mi sono guardato con calma la prima puntata di GoT in tv e per i Blur penso che aspetterò che l'album arrivi su Spotify (sperando che non venga fermato alla dogana delle esclusive...) a fine mese. E non ho dovuto sforzarmi: è semplicemente venuto così. 

Due considerazioni:

1. Nel ranking di preferenze personali, non si tratta di contenuti di Serie B. Tutt'altro: dei Blur (e delle infinite incarnazioni artistiche di Damon Albarn) mi piace praticamente tutto; Game of Thrones ha raccolto lo scettro di Breaking Bad nella categoria "serie più entusiasmante del momento". Insomma, è materiale che qualche anno fa probabilmente avrei davvero sentito il bisogno di procurarmi nel battito di un leak, con quelle pulsioni tipiche della generazione zerocalcare. 

2. Lascerei fuori il discorso su copyright, pirateria, ecc. ecc. Ci sarebbero troppe cose da dire e in linea di massima non mi sembra nemmeno il punto più interessante da affrontare. Qui si tratta più che altro di motivazione: più che un presunto ritorno alla legalità, un ritorno alla qualità dell'esperienza di ascolto/visione dei contenuti. Che poi, dal lato del consumatore, dovrebbe essere la voce determinante di tutta la questione (persino più determinante del gratis...)

È come se fosse entrato in funzione un plotone di anticorpi adibiti alla battaglia contro la gestione sempre più ansiogena e fuori controllo della distribuzione e fruizione di contenuti. Di tutti i contenuti: dall'alto, dal basso, da destra, da sinistra, ufficiali, apocrifi, uffipocrifi. Può darsi che si tratti di una reazione personale, tutt'altro che condivisa nelle praterie del web. Ma se non è così, se questo sentimento vive anche al di fuori del mio computer e delle mie esperienze personali, se si sta diffondendo - magari ancora in modo carbonaro, ma capillare - allora prepariamoci perché le ripercussioni potrebbero essere davvero interessanti.

Oggi nel campo del marketing culturale/spettacolare, dell'industria, della comunicazione e dell'informazione si gioca quasi tutto sul concetto di aspettativa e di evento. Creare l'attesa per un evento e poi sparare il colpo, cercando di fare più rumore possibile (magari mascherando la prima fase e puntando su un sempre più artificiale effetto sorpresa, tipo bomba-carta allo stadio). I leak di fatto rispondono a questo sviluppo di un appetito culturale vorace, perenne, sempre più immerso in una soluzione di istintività e irrazionalità. È qualcosa che penso abbia molto a che fare con il culto del real time dominante nella società contemporanea (digitale e non solo). 

L'obiettivo di qualsiasi distributore - autorizzato o meno - è richiamare l'attenzione/azione immediata del pubblico, spesso stordendolo con effetti speciali. Ma se il pubblico dopo un po' si stufasse? Se recuperasse il controllo della sua esperienza di ascoltatore/lettore/spettatore/utente, prendesse in mano il palinsesto della sua esperienza culturale (anche grazie ai nuovi strumenti digitali, cessando di "lasciarsi utilizzare" da loro) e decidesse che in fondo l'album dei Blur si può tranquillamente aspettare e i primi quattro episodi di Game of Thrones non si devono necessariamente assimilare la prima notte in cui appaiono su BitTorrent (sostituite i vostri contenuti di preferenza)?

Anche solo ipotizzare qualcosa del genere, ad aprile 2015, nell'era del leak, del bingewatching e dell'ansia da previsione digitale, ha la parvenza del sacrilegio. La storia sembra procedere in tutt'altra direzione. Un simile cambiamento di prospettiva (da parte del consumatore) non andrebbe solo a limitare gli effetti reali dei leak (per la gioia dei produttori di contenuti) ma renderebbe immediatamente obsolete anche il 99% delle campagne di promozione/marketing e desertificherebbe quella parte dei social network adibita al commento istantaneo di tutto ciò che si consuma. 

Forse è davvero solo un'impressione personale. Forse il mondo si trova a proprio agio nell'era del consumo accelerato e istantaneo. Forse il contesto non permette ulteriori stravolgimenti. E forse la sirena del leak è ancora in grado di sedurre le nostre sinapsi e sempre sarà così. Ma se guardo al futuro vedo uno scenario possibile, diverso e migliore rispetto al presente. I primi quindici anni d.N. (dopo Napster) ci hanno convinto di poter avere tutto e subito. I prossimi quindici potrebbero farci maturare la consapevolezza che - per dare un senso a ciò che incontriamo nel nostro cammino - è meglio avere tutto ciò che ci interessa, ok, ma seguendo percorsi di crescita e di qualità della vita più legati a ritmi, tempi e necessità individuali, che dettati dai forsennati tamburi del villaggio globale.