lunedì, luglio 28, 2014

Cover stars killed cover bands

I Television suonano Marquee Moon al Primavera Sound 2014
(foto Santiago Periel, dal sito del festival)
Dunque sono tempi grami per le cover band. Ce lo rivela il solito cannocchiale puntato sull'America che questa volta, con la complicità di Rockol, ha scovato un articolo pubblicato il 16 luglio sul Wall Street Journal: These Days, Rock Cover Bands Can't Seem To Get It On di Neil Shah. L'atmosfera è a due passi dal de profundis. Le testimonianze dei musicisti interpellati da Shah, tutti attivi negli USA, sono unanimi: pochi concerti, pochi soldi, una debacle completa dai matrimoni a Las Vegas. E sempre meno alternative rimaste, per lo più geograficamente impegnative: navi da crociera, Bahrain...

Di fronte a una simile notizia, in genere l'esultanza esplode pavloviana. Se c'è un punto su cui convergono quasi tutti gli appassionati di musica, è che le cover band siano il Male. Rubano palchi, soldi e pubblico agli artisti, soprattutto quelli giovani e meno conosciuti, che cercano di proporre il loro materiale senza piegarsi al Verbo di Sweet Child O'Mine, Money o Sultans of Swing. Ci sono due aspetti che però vanno considerati, prima di vestirsi a festa e inneggiare al Nuovo Rinascimento. Uno è legato alla notizia in sé, l'altro a una riflessione sul generale momento della musica contemporanea.

Innanzitutto, nell'articolo di Neil Shah purtroppo manca il tassello decisivo: non si legge da nessuna parte che la crisi delle cover band coincide con un'impennata di concerti di artisti che suonano brani originali. Bar, locali e futuri sposi non hanno smesso di scritturare le cover band perché vogliono sentire qualcosa di nuovo. E nemmeno perché il pubblico lo abbia chiesto a gran voce. Lo hanno fatto semplicemente a causa della maledizione del ventunesimo secolo – LA CRISI – e stanno rimpiazzando i concerti di cover con dj set, karaoke e altre soluzioni più economiche.

C'è poi il secondo aspetto, che ho cercato di riassumere nel titolo di questo post e che adesso proverò a elaborare attraverso quattro trend che mi sembrano molto evidenti nel panorama musicale attuale (e in particolare in quello che rientra sotto quell'immenso ombrello chiamato rock).

1. Anno dopo anno, si è accatastata e si accatasta una quantità incredibile di materiale di repertorio che aspetta solo di essere reinterpretato. Antichi suoni che spesso appaiono – a ragione o a torto – più interessanti di quelli nuovi. È una questione di naturali proporzioni numeriche, dettate dal flusso del tempo: negli anni '60 tutto era praticamente nuovo, negli anni '80 molto era nuovo ma si iniziava già a essere consapevoli della ricchezza del catalogo, oggi il catalogo è un moloch da milioni di canzoni.

2. Anno dopo anno, si è accatastata e si accatasta una quantità incredibile di persone che preferiscono il catalogo rispetto alle novità. Spettatori che affollano i concerti delle reunion, i tributi, gli album suonati per intero, i decennali-ventennali-trentennali, magari disertando le esibizioni di nuovi artisti. A spingerli possono essere ragioni anagrafiche, eccesso di nostalgia, forse anche la sensazione di aver riempito lo spazio disponibile nel proprio hard disk mentale e di volersi coccolare un po' con quello.  

3. Anno dopo anno, è venuto meno il legame promozionale tra dischi e concerti. Fino a poco tempo fa – usiamo il solito 1999 di Napster come riferimento – i tour venivano organizzati soprattutto per presentare un album nuovo, cercando di trainarne le vendite. Da qui l'abitudine di dare al tour il nome dell'album e la regola di rimpinzare le scalette con pezzi nuovi. Oggi che di dischi se ne vendono sempre meno e che i concerti sono per molti artisti la fonte di guadagno principale, le tournée stanno slegandosi dagli album, permettendo una maggiore libertà di setlist. Paradossalmente, i tour con le scalette più fisse sono ormai quelli dove si risuonano per intero vecchi album: gli Afterhours che rifanno Hai paura del buio?, i Television con Marquee Moon... 

4. Anno dopo anno, per le ragioni espresse nel punto 3, il numero di concerti sta aumentando. Anche quelli di superbig che magari in passato non si facevano quasi mai vedere o non erano nemmeno più in attività. C'è una statistica che mi fa sempre un certo effetto e riguarda i concerti di Bruce Springsteen in Italia. Se dividiamo la sua carriera in quattro parti abbiamo: 1973-1984 (zero concerti in Italia), 1985-1994 (8 concerti, più l'apparizione alla serata Amnesty a Torino), 1995-2004 (12 concerti), 2005-2014 (23 concerti). Un crescendo continuo, poi l'esplosione. E il discorso non vale solo per Springsteen. Un boom dell'offerta originale che di sicuro pesa anche sull'appeal delle cover band. 

Morale della favola, se le cover band hanno davvero intrapreso la strada del dodo (cosa che comunque è da verificare), è per l'azione congiunta della crisi e di quel trend che sta trasformando tutti gli artisti/gruppi in cover band di se stessi. Non certo per un ritorno di fiamma del pubblico verso il materiale inedito a discapito di quello di repertorio. Anzi, la direzione mi sembra esattamente l'opposta: repertorio e oldies trionfano in modo sempre più netto. C'è da passare quindi dalla festa alla depressione? Non necessariamente. In mezzo al rumore e al caos, una delle cose belle portate da Internet è la possibilità di recuperare/studiare - con i propri tempi e seguendo le proprie tendenze, anche maniacali - le meraviglie dell'arte e della storia. Compresa quella del rock. Prima di Napster era tutto più complicato, oggi abbiamo strumenti di analisi, approfondimento e ascolto fantastici. E potenzialmente questa esperienza può diventare ancora più prelibata se la si abbina alla dimensione live: brani a volte riproposti in modo filologico, altre rielaborati, trasformati, professionalmente coverizzati (penso a Mick Harvey che canta Serge Gainsbourg in inglese, appuntamento mancato dal sottoscritto a Barcellona).  

Il problema, se mai, è che questo recupero del passato dovrebbe avvenire seguendo una linea di pensiero che spesso tende a venir smarrita:
a) per i giovani artisti, come costruzione di un bagaglio formativo da essere mescolato poi con il talento personale e con i suoni/atmosfere/linguaggi/temi del presente (e non solo come fonte di clonazione);
b) per il pubblico, come un percorso culturale e di piacere che si affianca e non sostituisce del tutto la fruizione di musica nuova (cosa che invece avviene spesso, con il puntuale e fastidioso accompagnamento dell'immortale tema di trombone "quella musica era meglio");
c) per i vecchi artisti, come valorizzazione/reinvenzione di ciò che è stato, nonché come possibile fonte di effetto sorpresa nelle scalette dei concerti (elementi che spesso rimangono nascosti dietro alle più evidenti, magari impellenti, ma di certo poco entusiasmanti necessità alimentari: con l'effetto, nei casi più gravi, che molti artisti purtroppo scivolano davvero nella trasformazione in cover band di se stessi).

mercoledì, luglio 23, 2014

La quiete dopo la Concordia


Io non so se sarà tutto così, anche nelle prossime ore. Ma in questo momento sul canale 504 di Sky viene trasmesso il viaggio della Concordia dal Giglio a Genova. Una telecamera fissa sulla nave che, da qualche parte nel mar di Toscana, viene trainata silenziosamente verso nord. Il sole è tramontato, le luci a bordo sono accese e minuto dopo minuto – con l'arrivo dell'oscurità – risaltano sullo schermo. Non c'è commento, non c'è quasi rumore, se non il lontano ronzio di un motore (quello della barca con la telecamera, presumibilmente; ma potrebbe anche essere quello dei rimorchiatori). L'inquadratura è quasi fissa, nel senso che ondeggia cullata dalle pigre onde di questa sera di luglio.

Ne seguirò solo pochi minuti, è evidente. Ma è un racconto meraviglioso, quasi un frammento di lenta tv scandinava incastrato nella babele del quotidiano. L'ultimo viaggio del pachiderma d'acciaio, ucciso dalla mediocrità umana e da essa reso assassino di innocenti. Rimasto spiaggiato per lunghi mesi come una balena steampunk, prima di essere riportato in vita dalle gru e dai galleggianti evocati da un maestro vudù sudafricano. Zombi per un ultimo viaggio, verso il macello di Genova. C'è molto sangue, in questa storia. Sangue versato con stupidità, il peggiore. Ma non riesce mica a entrare nello schermo. Il canale 504 trasmette solo immagini di serenità e Concordia. Ti trovi proiettato in una storia di follia che paradossalmente - quasi per chiedere perdono - si trasforma in finestra di tranquillità in mezzo alla follia degli altri canali. Potenziale distorcente del mezzo televisivo, hai di nuovo mostrato ciò che vali. E quanti universi riesci ad attivare con la complicità della nostra mente.

La quiete.

Quiete irreale.

Quiete surreale.

Quiete salmastra.

Poi arriva la pubblicità. Una cosa chiamata Hell's Kitchen, dove tutti urlano e hanno lo sguardo feroce. L'incanto (malefico? benefico? neutro?) svanisce. Si cambia canale, si riaccende il rumore della tempesta.


martedì, luglio 22, 2014

Scrivendo romanzi, annunciandolo su Twitter


In un'epoca ormai lontana, si usava dire che ogni italiano avesse scritto un romanzo e lo conservasse nel cassetto. Immagine ormai fuoritempo e fuoriluogo. Innanzitutto, bisognerebbe sostituire il cassetto con l'hard disk del computer (e a breve con la cloud). Inoltre, all'italiano medio oggi interessa ancora scrivere un romanzo? Che voglia esprimersi con ardore tuttologico, lo sappiamo bene: ce lo ha raccontato la stagione dei blog, lo conferma quella dei social network. Ma qualcosa di impegnativo come un romanzo? La dittatura dell'istante gioca a suo sfavore: come concentrarsi su un testo lungo, quando Facebook, WhatsApp & C. ti inseguono ogni secondo? Come concedersi alla fantasia quando sei distratto dal pragmatico rumore delle notifiche? È solo una questione di organizzazione, sosteneva Cory Doctorow. Basta scrivere, sempre, ovunque: a casa, in aeroporto, in albergo. Beato lui e la sua capacità di gestire il continuo stop-and-go dell'esistenza.

Eppure, anche nel 2014 scrivere un romanzo rimane vibrante attività e frustrante utopia per molti. Magari non in Italia, di sicuro all'estero. La prova arriva da Twitter. Working on a Novel è un libro di Cory Arcangel, in uscita a fine luglio per Penguin. Il suo contenuto è un collage: una raccolta dei tweet in cui è usata la frase del titolo (“lavorando a un romanzo”). In bilico tra opera d'arte, appropriazione di confessioni altrui e fotografia antropologica, il libro promette anche uno sviluppo narrativo. Secondo Creative Review, Arcangel ha riorganizzato i tweet seguendo un ordine preciso: dall'ottimismo del prima (“Ehi, scrivo un romanzo!”) alla disperazione del dopo (“Riuscirò mai a scrivere un romanzo?”). C'è molto Zeno Cosini nell'aria, la sua ultima sigaretta ripetutamente annunciata su un muro. Con la differenza che oggi il muro privato è un wall pubblico: la terapia di automotivazione viaggia sui social network, per la gioia di psicologi e voyeur.

Io non sto lavorando a un romanzo, posso dirlo con una certa sicurezza. Ma ho voluto partecipare al gioco, riportando l'obiettivo verso il nostro belpaese e la sua bella moltitudine di aspiranti e provetti scrittori. Cosa succede cercando "scrivendo un romanzo" su Twitter? Pur nel ping pong del 2014, qualche tweet salta fuori. Tra speranza e ironia, ecco una manciata di esempi relativi agli ultimi mesi:








giovedì, giugno 26, 2014

Le 51 canzoni (suonate dai Pearl Jam a Milano e Trieste)

Foto: Nicolò Bonazzi


Prologo
Il patto era questo: nei loro concerti italiani i Pearl Jam avrebbero suonato almeno cinquanta canzoni diverse. Me l'aveva promesso Eddie Vedder, in sogno, in cambio delle indicazioni per un'osteria. Alla fine ne hanno suonate cinquantuno, in due serate da spremicuori e sudafuori. Questo è il mio piccolo, compilativo, discografico, soggettivo, youtubico tributo. Per ringraziarli e per provare a scolpire nella pauta di Internet un ricordo del bel che è stato. 




Ten (1991, 9 canzoni)
L'album più famoso, quello che proiettò la rockband nell'Olimpo, nell'ultima stagione in cui una rockband poteva davvero aspirare all'Olimpo. In Italia è stato il disco più suonato: doppietta prevedibile per Black (in insolita posizione iniziale, alla luce del giorno, quasi a volerne smussare l'epica), Even Flow e Alive. Un po' meno prevedibile per Jeremy e Why Go. Addirittura tripletta per Porch, presentata da Vedder anche in delizioso unplugged solitario a San Siro, sul fischio d'inizio di quello strazio chiamato Italia-Costa Rica. Una sola performance per Release, Deep e Once: quest'ultima, dolce e scalmanato regalo d'addio sotto il cielo carsico, prima del triste trittico Alive/Rockin' in the Free World/Yellow Ledbetter (triste perché segnato dalla consapevolezza della fine). All'appello sono mancate solo Garden e, ahimè, una Oceans in cui speravo.



VS (1993, 5 canzoni)
Due doppie: Elderly Woman Behind a Counter in a Small Town e soprattutto Rearviewmirror. Ovvero, la canzone perfetta. Quella che ti rinchiude nell'occhio del ciclone, falsa quiete in cui gli strumenti si rimbalzano nervose scariche elettriche, in attesa del ritorno dell'uragano. A quel punto potevano atterrare anche gli omini verdi, nessuno se li sarebbe filati: tutto ciò che contava era urlare “saw things/clearer/once you/were in my/rearview mirror”. E diciamolo: anche Go, Animal e Daughter non sono state affatto male.




Vitalogy (1994, 6 canzoni)
Per molti fan, l'album più bello. Di certo una raccolta in grado di innescare tonnellate di emozioni. Attraverso i singoloni Better Man e Corduroy (suonati a entrambi i concerti, la seconda un po' naufragata nell'ubriachissima serata di San Siro) o passando per merce più rara e preziosa come Nothingman (Milano), la tostissima Spin the Black Circle (favolosa nell'intermezzopunk di San Siro assieme a Lukin), Whipping (Venezia). A chi scrive, il coccolone è però piombato con Not For You. Credo che persino la mia panettiera sapesse che l'aspettavo tanto. L'hanno suonata. Just For Me.




No Code (1996, 2 canzoni)
Who You Are e Lukin a San Siro. Troppo poco. Ho ancora davanti agli occhi la “scaletta dei miei sogni” compilata nell'attesa triestina, tra un castello di Miramare e una frittura di calamari: c'erano Off He Goes, Smile, Hail Hail, Sometimes, Present Tense...




Yield (1998, 5 canzoni)
Ben più gettonato di No Code. Questa è una colpa, felloni. A maggior ragione tenendo conto degli scivoloni su Given To Fly (testo dimenticato a San Siro), dell'ostinazione a riproporre MFC (che è stata scritta in Italia e quindi temo non mancherà mai da queste parti), di una Pilate parecchio inattesa (dal sottoscritto) ma comunque non trascendentale. È stato molto bello risentire Low Light, quello sì. Ed è sempre fottutamente catartico scatenarsi su Do The Evolution (più a Trieste che a Milano).




Binaural (2000, 1 canzone)
Ti godi Thin Air, sogni Light Years e scrivi il Manifesto per il recupero degli album centrali dei PJ.




Riot Act (2002, 0 canzoni)
(... Manifesto nel quale però, francamente, questo album può anche non rientrare)


Pearl Jam (2006, 3 canzoni)
Due canzoni e mezza a Trieste: Life Wasted (+ Reprise) e Come Back (coreografata dal pubblico in un modo che dimostra che c'è vita oltre agli accendini). Chi scrive non lo ama, ma bisogna dare all'avocado quel che è dell'avocado: nell'entusiasmo generale anche Life Wasted è uscita alla grande.




Backspacer (2009, 3 canzoni)
Questo sì, invece... chi scrive lo ama davvero e ne avrebbe voluto di più. Romanticonirica e con un decisivo contributo del pubblico Just Breathe a San Siro; precise e taglienti Get Some e Unthought Known, nella magica cavalcata al Nereo Rocco. E chissà se avrò mai l'occasione di sentire live Speed of Sound...




Lightning Bolt (2013, 7 canzoni)
Ebbene sì, ti ritrovi persino a spezzare una lancia per questo disco, bistrattato da tutti eppur uscito con dignità dal weekend. Ci sono i brani più solidi del previsto (Sirens, peccato solo per gli “ah ah, oh oh” finali), quelli che vanno bene come sono, tra chitarroni e aperture melodiche (Lightning Bolt, Mind Your Manners, Swallowed Whole), quelli che hanno meno sprint dal vivo che su disco (Getaway) e quelli che invece guadagnano punti (Infallible). Anche la ballata al chiaro di luna (Yellow Moon) ben risplende e peccato per la bella Pendulum bloccata alla dogana. Non che Lightning Bolt diventi super, ma dimostra di poter offrire qualche tassello – con juicio, mi raccomando! - anche ai futuri tour.




Extra, cover, b-sides (10 canzoni)
In realtà, il disco più suonato nella binotte italiana – ancor più di Ten – è quello delle canzoni extra-album. Lo si sapeva: il repertorio è talmente ricco che c'è l'imbarazzo della scelta e la quasi matematica sicurezza di sorprendere il pubblico. Non certo con State of Love and Trust (sempre lodata sia), Yellow Ledbetter o con la cover di Neil Young Rockin' in the Free World (bloody audience di Trieste, perché chiederla con uno striscione di trenta metri quando l'avevano già suonata a Milano e in scaletta era prevista Baba O'Riley degli Who?). Piuttosto con Down (Trieste), Leatherman (Trieste), Setting Forth (Milano, dalla soundtrack di Into the Wild), Untitled (Milano), Let Me Sleep (Trieste). Credo che per buona parte dei fan, l'extra più apprezzato sia stata la suite triestina Chloe Dancer/Crown of Thorns, epoca Mother Love Bone, ma per chi scrive la gioia maggiore – nonostante il titolo – è arrivata da Sad, finalmente sentita dal vivo, assieme a tanti amici a San Siro.




Epilogo
San Siro e il greatest hits: si sapeva, è stato uno spasso. Trieste e le nicchie: si sperava, è stato un altro spasso. Il pubblico ha reagito bene a entrambe le scalette, decretando l'ingresso forse definitivo dei Pearl Jam in quella categoria artistica privilegiata, ristretta, coccolata, protetta dai fan che fanno incetta di biglietti persino negli stadi, con quel sottile ed elitario piacere nel tener fuori dai cancelli estranei e borbottoni da Facebook. A spanne, anche l'età media coincide con le previsioni: dai 30 ai 45 anni. Sirens non conquista nuove legioni di ascoltatori. Il ricambio generazionale non c'è e a parer personale non serve nemmeno. Al proprio pubblico, i Pearl Jam vanno bene così. Per i Pearl Jam, suppongo valga il discorso inverso. C'è molto conservatorismo nell'aria, me ne rendo conto. E ancor più springsteeanesimo: nella decisione di rinunciare al gruppo d'apertura, in quella di varcare la soglia delle tre ore a concerto e persino nella comparsa tra il pubblico dei primi bambini. Dismesse le camicie di flanella, il popolo del grunge sta ormai prolificando. Ma allora, carissimi Pearl Jam, che ne dite di completare l'opera e imitare anche la regolarità con cui il Boss torna in Italia? Mica per un nuovo tour dovremo aspettare altri otto anni, eh!


martedì, giugno 24, 2014

Sharon Van Etten - Are We There


“Non c'è un album del 2014 che mi piaccia davvero”. Così un mio amico sulla strada verso Trieste. Non è un problema solo suo (o del 2014). Sarà l'età che avanza, l'orecchio usurato, la mente stanca o il cuore indurito, ma non sembra anche a voi di essere circondati da album carini, interessanti, ben suonati e altrettanto livellati, tra i quali non emerge quello che – al primo o al decimo ascolto – arriva il momento in cui esclami “fermi, è LUI”? Are We There di Sharon Van Etten conferma questo discorso. La critica lo indica tra i migliori dell'anno. La personale agenda concorda, intrappolandolo però entro i confini del carino. Del molto carino. Per il donnie darko che scrive, preferibile all'uragano Swans: ombroso nell'atmosfera e nei testi, con melodie solide, riconoscibili, alcune destinate a una probabile discreta persistenza nella memoria. Mi piace? Certo. Ma penso che il mio amico si riferisse a un altro livello d'emozione.

Direcly to iPod: 
Afraid of Nothing, Taking Chances, Your Love Is Killing Me, Our Love, Every Time The Sun Comes Up.



martedì, giugno 17, 2014

Swans - To Be Kind


Doppia impossibilità: tanto è impossibile non parlar bene di questo album, quanto lo è ascoltarlo tutto senza interruzioni. Da Screen Shot alla title-track di coda sono 120 minuti di assalto sonoro. Vada per l'assalto – i timpani non devono mai scordare che il mondo è Sparta – ma chi è che oggi conserva il privilegio di 120 minuti consecutivi di ascolto*? Parte del fascino di To Be Kind sta proprio nella natura out of time. Abbiamo fretta, schizziamo qua e là come trottole epilettiche in duracell overload e quel gentiluomo di Michael Gira ci piazza un monolito nero come Bring The Sun/Toussaint L'Ouverture, 34' in unica traccia. Non va bene, non può andar bene, va benissimo. Ma chissà se il richiamo del disturbante reggerà fino al tour d'ottobre (Torino/Bologna/Roma/Milano).

* ascolto attento, non solo lasciare l'album in sottofondo mentre si va in bagno, si telefona, si lavora, si legge, si facebooka, si porta giù la spazzatura.


venerdì, maggio 23, 2014

Sigur Rós - Blade Runner: il mash up


Nonostante la recente apparizione in Game of Thrones, i Sigur Rós non sono più trendy come una volta. Sono lontani i tempi in cui sui comunicati stampa distribuiti per lanciare gli album della band islandese venivano snocciolati i nomi di fan di lusso come Tom Cruise, Brad Pitt, Madonna, David Bowie e le loro canzoni rimbalzavano dagli iPod dei vip ai film di Hollywood. Eppure l'ultimo Kveikur, pubblicato nel 2013, è forse il loro migliore disco dai tempi di Takk... E la loro musica si presta ancora perfettamente a mash up forse non proprio vivaci, ma pur sempre capaci di generare un'atmosfera unica. Come questo, dove le note di All Alright fanno da sfondo ad alcune scene di Blade Runner, il classico film di fantascienza di Ridley Scott del 1983. C'è anche l'immortal monologo del replicante Roy Batty/Rutger Hauer – “ho visto cose che voi umani” – che qui si può recuperare in tutto il suo iconico splendore e in lingua originale).

La saggezza passa dai burritos


Inseguire il pubblico, farlo leggere, anche mentre mangia un burrito. La ricerca di nuovi lettori nell'era degli smartphone prosegue seguendo percorsi curiosi. Così come la catena di ristoranti Chipotle Mexican Grill prosegue nel suo riposizionamento culturale e di marketing. Dopo i video animati di Willie Nelson e Fiona Apple sul consumo alimentare consapevole (vedi sotto), tocca ai microsaggi stampati su bicchieri e buste dei ristoranti. Le firme non sono da poco (il premio Nobel Toni Morrison, l'autore di The Tipping Point Malcolm Gladwell, lo sceneggiatore Judd Apatow...), i piccoli saggi sono disponibili anche online e il curatore dell'iniziativa – nonché autore di uno dei testi – è Jonathan Safran Foer: che evidentemente, pur avendo scritto Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, conserva un approccio non talebano nei confronti degli esercizi in cui si vende/mangia carne (su Salon, Foer spiega le sue motivazioni).


Se sei una canzone di Pharrell batti quattro colpi


Quando un membro del Sacro Ordine dei Tagliapietre incontra un altro membro del Sacro Ordine dei Tagliapietre, il segnale di riconoscimento è piuttosto complesso. Quando una canzone di Pharrell Williams incontra un'altra canzone di Pharrell Williams, tutto è più semplice. Bastano quattro battute martellanti all'inizio del brano. La prova del nuovo codice musical-massonico arriva dal mix che trovate sotto. Raccoglie l'incipit di 13 brani a cui Pharrell ha messo mano come produttore/autore, comprese le celebri Blurred Lines e Happy. Ascoltate bene: prima c'è il saluto, poi la canzone.

1. SWV – Right Here
2. Jay-Z – Frontin'
3. Kelis – Milkshake
4. Snoop Dogg - Drop It Like Its Hot
5. Robin Thicke - Blurred Lines
6. Shakira - Why Wait
7. Frank Ocean - Sweet Life
8. Pharrell Williams - Brand New
9. Paloma Faith - Can't Rely On You
10. Pharrell Williams – Happy
11. Pharrell Williams – Hunter
12. Jay-Z - I Wish
13. Pharrell Williams - Gust Of Wind