sabato, dicembre 06, 2014

I disegni di Gipi a X Factor


Non sono un grande fan di X Factor. Come tutti i talent show, mi sembra un programma che ben riflette la deludente piega presa da una società in cui ormai contano più i commenti che i contenuti*. I veri protagonisti sono i componenti della giuria, poi vengono gli utenti da casa su Twitter, infine gli artisti. Di questa edizione ho visto solo una puntata e la cosa più interessante che ho notato è stato il lavoro di scenografi e coreografi.

Non si può certo dire che X Factor sia un programma brutto: la confezione è di ottimo livello (anche se un po' troppo epilettica per i miei gusti: sullo schermo non c'è un momento di staticità, tutto deve sempre muoversi, persino le microfigurine dei giurati non stanno mai ferme). Anche l'incrocio e la contaminazione di linguaggi, cifra stilistica della creatività in epoca digitale, ha ormai trovato casa nel talent show. Alto e basso, sound and vision, inglese e italiano, tutto si mescola: come in questa esibizione di Emma, giovedì scorso, accompagnata dai disegni di Gipi.



* A proposito dell'alba dei commentatori-star, vi consiglio di recuperare l'ultimo episodio di South Park, #REHASH. È andato in ondata mercoledì (io l'ho visto ieri su Comedy Central) ed è dedicato a fenomeni del web come PewDiePie, il ragazzo svedese che commentando videogiochi su YouTube ha raccolto oltre 32 milioni di iscritti al suo canale (avete letto bene: 32 milioni). In Italia, un esempio popolare è Favij. Si ride molto, soprattutto quando compare l'ologramma di Michael Jackson (e non solo quello di Michael Jackson...). Ma ci sono anche un paio di considerazioni che fanno riflettere.  

mercoledì, dicembre 03, 2014

Generazioni perdute

Un bel libro sull'altra generazione perduta, quella di un secolo fa
(e sulla libreria parigina che ne fu magnete, Shakespeare and Company)
Dall'editoriale di Francesco Cancellato, nuovo direttore del sito Linkiesta (30 novembre 2014):
Abbiamo di fronte una sfida bella e difficile. Quella di ridare, nel nostro piccolo, fiato e speranza ai nostri coetanei. Un corpo sociale paralizzato, persuaso ormai da sei anni consecutivi di recessione di essere la generazione perduta, quella che guadagnerà meno dei propri genitori, che ne dissiperà la ricchezza prodotta dal dopoguerra a oggi, che è meglio che non faccia figli, per non dar loro un futuro misero. Che scappa dall’Italia, se le va bene. Che si rifugia nella disillusione, nel disinteresse, nel non voto, se va male.
Generazione perduta (Lost Generation) è una definizione resa popolare dallo scrittore americano Ernest Hemingway nel suo primo romanzo Fiesta. Il termine è usato per riferirsi alla generazione, in realtà un gruppo, che raggiunse la maggiore età durante la prima guerra mondiale. In quel volume Hemingway attribuisce la frase a Gertrude Stein, che allora era sua mentore e mecenate. (...) Le figure che s'identificano con la Lost Generation includono autori e poeti come Hemingway, F. Scott Fitzgerald, John Steinbeck, T. S. Eliot, John Dos Passos, Waldo Peirce, Isadora Duncan, Abraham Walkowitz, Alan Seeger, Erich Maria Remarque, Henry Miller, Ezra Pound e Sherwood Anderson.
Adesso bisogna solo scoprire - o essere - gli Hemingway, gli Scott Fitzgerald, gli Eliot e i Miller di questa generazione perduta. 

lunedì, dicembre 01, 2014

Se i giornali piangono, il blog di Beppe Grillo non ride


Una delle profezie più amate e ripetute da Beppe Grillo riguarda la chiusura dei giornali. Non è raro che si rivolga a qualche giornalista con frasi tipo "i vostri giornali stanno chiudendo, cercatevi un lavoro!". Indubbiamente ha ragione, ma a giudicare da questo grafico anche il suo blog non se la passa poi così bene: in pochi mesi è precipitato da oltre 2 milioni a 900mila contatti mensili. E molti indicatori sulla partecipazione online degli attivisti del M5S, secondo quanto scrive Gabriele Martini sulla Stampa, sono negativi. 

Certo, la fonte dei dati è il sito di un giornale: nell'ottica del Movimento 5 Stelle, è probabile che venga additata come semplice propaganda e malevola disinformazione. A me però sembra di intravedere una tendenza in qualche modo simile a quella del mondo della musica, dove si ripete spesso che i cd sono condannati a un ruolo sempre più marginale (è inevitabile), ma il primo a essere tolto dal mercato è stato l'iPod (sigh...). Molti giornali chiuderanno. Di sicuro. Tuttavia, non mi stupirei se a precederli - o a subire comunque un radicale ridimensionamento - fosse proprio il blog di Grillo. 

Sarebbe un altro segnale del tramonto del Mito del 2.0 e di quella rete partecipativa che - proprio nel momento in cui abbiamo iniziato a voler partecipare tutti a tutto, in maniera disordinata, istintiva, always on - ha iniziato ad andare in tilt. 

venerdì, novembre 28, 2014

Il Black Friday in una foto


Schermaglie a LCD. Non conosciamo la storia e le motivazioni delle persone che vediamo in questa fotografia, scattata oggi in Gran Bretagna in occasione del "black friday", la giornata dei saldi che storicamente apre la stagione natalizia negli USA e che - come Halloween - si sta diffondendo un po' ovunque. Ma la valenza simbolica e collettiva dell'immagine supera i suoi ingredienti individuali. La foto ci parla di una società dove non solo ci si accapiglia disperatamente per un televisore a prezzo scontato (di una marca "finta" come Polaroid TV), ma lo si fa sotto lo sguardo ansioso e appiccicoso dei media. Onnipresenti e praticamente incollati alla nostra pelle: guardate la distanza tra le macchine fotografiche e i protagonisti della scena. Gli obiettivi sembrano cannoni pronti ad assorbire e sparare, assorbire e sparare, assorbire e sparare. È la loro presenza a rendere più vera questa foto, a testimoniare quell'eterno reality che è ormai la realtà quotidiana. Anche e soprattutto nei suoi momenti più decadenti: tutto ciò che ci indigna è benvenuto, in un vortice che non fa prigionieri. O che forse fa solo prigionieri. Compreso questo blog che solerte partecipa al gioco del copia-incolla-commenta.

mercoledì, novembre 19, 2014

Quell'elicottero che volteggiava sopra Abbottabad


Fino a ieri le ricerche su Twitter riguardavano solo i messaggi più recenti. Da oggi - utilizzando le funzioni di advanced search - il motore di ricerca interno del servizio ti permette di scavare nei suoi archivi fino al 2006. Diventa così più facile recuperare anche dei veri e propri tweet storici, come quello con cui Sohaib Athar la notte del 1° maggio 2011 iniziò il suo inconsapevole racconto in diretta del blitz delle forze speciali USA che avrebbe portato all'uccisione di Osama Bin Laden.

"Storico" è un aggettivo interessante, in particolar modo se riferito a un tweet. Nell'alveo dei social network Twitter è sempre stato lo strumento che meglio ha incarnato e simboleggiato la moderna celebrazione dell'istante, tanto cara alla comunicazione digitale, in un infinito annullamento del passato e del futuro. Tuttavia anche Twitter ormai non è più giovanissimo: si avvicina a grandi passi al giro di boa del primo decennio di vita.

I suoi archivi, immensi e costruiti sulla partecipazione di centinaia di milioni di utenti, non possono sfuggire all'abbraccio della storia e della storicizzazione. Chissà che non diventino la testimonianza-principe del modo in cui gli esseri umani hanno iniziato a raccontare il presente nel XXI secolo. Sempre che prima o poi qualcuno non si decida a cancellarli o nasconderli. In fondo, Twitter non è un archivio pubblico ma un'azienda privata (anche se spesso, come accade anche con altre realtà del web, tendiamo a dimenticarcene).  

martedì, novembre 18, 2014

L'ottimismo di Steve Albini: "Internet ha migliorato e migliorerà la musica"

Steve Albini: "Ma la smettete di lamentarvi?"
Se c'è un ingrediente che oggi è completamente assente dalla discussione globale su musica e Internet, questo è l'ottimismo. Ovunque ti volti, troverai qualcuno che si lamenta del presente e profetizza morte e disperazione per il futuro. Non vale solo per la musica ed è un'altra bella differenza rispetto all'aria che si respirava anche solo pochi anni fa (diciamo, per calcare la mano su una personale idiosincrasia, prima che lasciassimo che l'umore della società venisse deciso dai social network). Fa quindi un certo effetto leggere un intervento come quello con cui il musicista e produttore Steve Albini ha aperto la conferenza Face The Music di Melbourne.

Per una volta, non c'è traccia di moriremo tutti. Al suo posto, un concentrato di positività su ciò che Internet ha fatto alla musica, su quanto le cose siano migliorate rispetto a venti anni fa e su come potrebbero andare addirittura meglio nei prossimi venti. Albini è un personaggio forte, dotato di un'etica del lavoro assai rigorosa e di idee altrettanto spigolose, soprattutto nei confronti del mondo delle major discografiche: le detestava quando gli commissionavano la produzione di In Utero e le detesta ancora oggi.

La bellezza di Internet secondo lui è in gran parte legata proprio alla possibilità offerta agli artisti di sganciarsi dal sistema delle major e di muoversi con le proprie gambe. Raggiungendo, grazie al web, anche latitudini mai toccate in passato (da leggere, al proposito, l'esempio della tournée degli Shellac nei Balcani). Il che non vuol dire accettare per forza tutto ciò che passa per il web: gli stessi Shellac, per esempio, per ora non hanno concesso nemmeno mezza canzone a Spotify (non a caso, il servizio di streaming è invece ben visto dalle major...).

Proprio per la caratura e il curriculum del personaggio, l'intervento suona come sorprendente e spiazzante. Sotto il cielo della disillusione contemporanea, i tecno-entusiasti sono sempre più rari e in genere corrono il rischio di essere additati come ingenui sprovveduti (nella migliore delle ipotesi) o rapaci opportunisti (nella peggiore). Non credo che Albini appartenga a nessuna di queste categorie. Se avete un po' di tempo, vi consiglio di leggere il testo integrale del suo discorso, pubblicato (in inglese) dal Guardian. Chi vede in Internet il Male, unico responsabile di tutte le ingiustizie che ci stanno capitando, potrà forse smussare le sue posizioni. O se non altro godersi un bel ricordo di John Peel (“l'uomo che ascoltava religiosamente tutta la musica che riceveva”) e sorridere sui riferimenti non proprio politically correct a colleghi come Prince o Miley Cyrus.

(aggiornamento del 19 novembre, su YouTube c'è anche il video integrale)

giovedì, novembre 13, 2014

Chi ha rovinato il nostro rapporto con la musica: Napster o Facebook?

Co-fondatore di Napster, ex-presidente di Facebook, Sean Parker osserva perplesso il titolo di questo post
Cito un brano da un articolo dello scrittore Paolo Giordano, pubblicato su La Lettura e segnalato da Franco Zanetti su Rockol.
Certo, non avrei immaginato di sentirmi obsoleto così presto, o almeno che il mio mondo lo diventasse così in fretta. Non avrei immaginato di ritrovarmi, a trent’anni, a fare archeologia sulla mia adolescenza. Ma qualcosa è davvero cambiato in un istante. Tutt’a un tratto — accadeva all’incirca un decennio fa — gli hard-disc dei nostri computer erano affollati di musica, musica messa insieme alla rinfusa, dove le ultime hit commerciali convivevano accanto ai bootleg introvabili, le une e gli altri neppure separati dall’intercapedine dignitosa di una cartella. Schermate e schermate di file mp3 disposti in un irriverente ordine alfabetico: un’orgia di suono. Nei primi tempi quella visione mi dava le vertigini, come se da bambino mi fossi imbattuto nella casa di marzapane in mezzo al bosco. La fame di canzoni di un’intera generazione, una fame che ci era apparsa insaziabile, era all’improvviso scomparsa. Potevamo disporre di tutti i dischi, subito e senza sforzo. Voltandosi a guardare la collezione di cd messa insieme in un decennio e conservata fino ad allora con sacralità, c’era da provare perfino un po’ di imbarazzo. Quelle raccolte, con il loro ingombro, ci avrebbero perseguitato di casa in casa, e ogni volta sarebbe sembrato più bizzarro dover trovare loro un posto da occupare. Ma dopo la scorpacciata iniziale di Napster e eMule, abbastanza presto in effetti, emerse anche una sommessa nausea, come un’indifferenza latente a tutto ciò che potevamo ottenere così in fretta e copiare all’infinito da un supporto all’altro e conservare senza troppi riguardi. Una sensazione che fino a oggi non ha fatto altro che aggravarsi. Abbiamo scoperto che la passione per la musica non era incorruttibile, ch’essa si fondava anche sull’aura di lusso e irraggiungibilità che circondava l’oggetto-disco (sarà poi tanto diverso il feticismo per i dispositivi elettronici che l’ha prontamente rimpiazzata?). Venuta a mancare la smania del possesso, della conquista, perdevamo tutti quanti anche una percentuale di godimento. Quando si parla oggi del grande tramonto dell’industria discografica, si tende a minimizzare, ad affermare che in fin dei conti a essere cambiato è soltanto il modo di fruizione. Ma non è così. Ci vergogniamo di ammettere che l’accessibilità alla musica ha infine deprezzato anche la musica stessa. Non ne ha modificato la qualità intrinseca, ovvio, ma ha diminuito il valore che siamo disposti ad attribuirle. Per questo, una bella canzone del presente, per quanto innovativa e provocatoria, non eguaglierà mai "Smells like Teen Spirits", non potrà anelare ad altrettanta gloria, e i Beatles, beati, resteranno imbattuti per l’eternità.
Avendo scritto un libro come La musica liberata, in cui si celebrano apertamente le virtù di alcuni dei passaggi citati nell'articolo di Giordano, ho un certo imbarazzo nell'ammettere di provare spesso la stessa "sommessa nausea" di fronte alla massa informe di canzoni, album, video live e altri frammenti musicali che ci aggrediscono ogni giorno su Internet. E di aver iniziato ad adottare una serie di rigorose tecniche per far fronte allo tsunami. Per esempio, ascoltare bene un unico nuovo album alla settimana (in questi giorni tocca a My Favourite Faded Fantasy di Damien Rice: ah, il romanticismo depresso...).

Se però rifletto bene su questa nausea e sulla sua storia, mi rendo conto di una particolarità temporale: nel 2009, l'anno in cui scrissi La musica liberata, un decennio esatto dopo l'apparizione di Napster, di lei non c'era ancora traccia. E così è stato per almeno altri due anni. Andando a memoria, i primi cattivi umori hanno fatto capolino solo intorno al 2011, accelerando vistosamente negli ultimi quindici/venti mesi. Eppure nel 2009 i miei hard disk erano già rigonfi di MP3. Ai loro massimi storici, tra l'altro, visto che il neonato Spotify stava già iniziando ad arginare il download e ad ampliare i miei orizzonti in altro modo, permettendomi di mettere un po' d'ordine e legalità nel caos. Non è strano? Non avrei già dovuto sentire allora il peso dell'abbondanza digitale? Come mai questo è accaduto solo due anni dopo? Cosa è stato a cambiare le cose?

Dal titolo di questo post, avrete già intuito chi è il mio colpevole preferito. Io credo che l'abbondanza da sola non ci abbia fatto male. Di certo ha deprezzato il valore della musica registrata, portando nuove dinamiche ed enormi problemi sul fronte economico/industriale. Ma in fondo sono convinto che noi ascoltatori stessimo sviluppando in modo abbastanza naturale gli anticorpi per gestire quella massa di contenuti. La nausea - almeno nel mio caso - è arrivata dopo. È arrivata con i social network. Con il modo in cui la musica ha subito una mutazione non tanto di valore commerciale o numerica, bensì esperienziale: non più solo qualcosa da ascoltare, ma qualcosa da raccontare. Da commentare, fotografare, twittare, linkare, condividere, stroncare, bestemmiare. Subito dopo il primo ascolto, a volte addirittura durante il primo ascolto. Sempre: in ogni minuto del giorno. Tutta: la musica bella, la musica media, la musica brutta, la musica necessaria, la musica inutile. Tutti: centinaia, migliaia, decine di migliaia di persone. Prendendo posizione, senza se e senza ma. Non so se Paolo Giordano abbia fatto uso dei social network, può darsi che stiamo parlando di due nausee diverse, nelle cause e negli effetti. Però credo che Facebook e più in generale il social web - oltre a rubarci molto prezioso tempo di lettura/ascolto/visione/riflessione - abbiano stravolto il nostro modo di percepire/vivere la musica (e il nostro piacere nell'ascoltarla) molto più di quanto abbiano fatto Napster, Soulseek, eMule e gli altri moltiplicatori MP3. 

Questo non vuol dire che non ci sia il problema dell'abbondanza. Bisogna imparare a controllarla e non solo nella musica: anche nelle foto di gattini, nelle storie di sentinelle in piedi, nei video buffi, nella distribuzione/condivisione di news. Gli input sono molteplici ed è una lotta che si conduce su più livelli, più media, più linguaggi. La mia pratica di ascolto settimanale nasce essenzialmente come antidoto contro l'abbondanza. Ma funziona bene - almeno per ora - solo perché è accompagnata e protetta da una robustissima paratia contro i social network: nei sette giorni di ascolto, sull'album in questione ammetto solo la lettura di recensioni (le più lunghe e dettagliate possibili, niente flash da cinque righe) di una manciata di siti/giornalisti/blogger di fiducia. Tutto il resto è vietato. In particolare ciò che proviene dalla conversazione social: niente lodi, niente invettive, niente status, niente tweet, niente "che merda!" buttati a casaccio, giusto per segnare il territorio. Ci siamo solo io, la musica che scelgo nell'oceano e un supporto critico per comprenderla meglio. E pian piano la nausea sta lasciando spazio all'antico stupore nel trovarsi a portata di mano - e poter selezionare liberamente e personalmente - la ricchezza e la varietà della creatività umana.