mercoledì, marzo 04, 2015

I Love You, Honeybear (Father John Misty)


La prima cosa che ho scoperto grazie a I Love You, Honeybear di Father John Misty è che il termine lothario in lingua inglese si usa per indicare un seduttore senza scrupoli. L'origine risale a un personaggio minore del Don Chisciotte e la ricorrenza negli articoli su Father John Misty è sospetta. Potrebbe essere la replica un po' pigra di una definizione usata da Pitchfork in un articolo-intervista del 2014; o la ripetizione, altrettanto pigra, di una parolina piazzata in un comunicato stampa. Non saprei. Però tenetene conto, soprattutto se vi trovate in America e qualcuno vi dice che la vostra ragazza sta parlando con un lothario.

Ma il Father John Misty seduttore impenitente è quello del passato. In particolare, del precedente e sembra piuttosto libertino album Fear Fun (2012). In I Love You, Honeybear a cantare è tutt'altro Father John Misty: l'innamorato. Tanto innamorato. Al punto da raccontarci – passo dopo passo – la storia della sua relazione con Emma Elizabeth Garr, la videomaker e fotografa conosciuta nel parcheggio di un supermercato (I Went to the Store One Day) e in breve diventata la signora Tillman.

Mr. and Mrs. Tillman
Già, perché – come avrete saggiamente intuito – Father John Misty è uno pseudonimo. Il nome vero dell'artista è Joshua Tillman (a volte abbreviato in J. Tillman, per confondere ancor più le acque). È nato nel 1981, cresciuto in uno di quei piccoli stati della costa atlantica che si dimenticano sempre quando si fa gara a elencare i 50 united states (“maledetto Maryland!”) e nel suo curriculum ci sono anche quattro anni come batterista dei Fleet Foxes, culminati nella pubblicazione di uno degli album più apprezzati della band, Helplessness Blues (2011).

I Love You, Honeybear è cantautorato molto romantico e molto americano. Anche se non tutte le canzoni sono per Emma o su Emma: tra le eccezioni, ce ne sono alcune delle migliori, come l'urticante The Ideal Husband (listone dei propri difetti) e quella Bored in the USA che nel titolo strizza l'occhiolino a Springsteen, nella forma a Randy Newman (così dicono i recensori) ed è una riuscita e un po' stramba riflessione sulle magagne degli USA (stramba soprattutto perché a un certo punto la sofferta atmosfera pianoforte-voce viene spiazzata e ridicolizzata da finte risate tipo sitcom).

Ammetto che Father John Misty non era la mia prima scelta della settimana. Ho dirottato gli ascolti verso di lui a causa dell'embargo di Bjork e Bob Dylan contro Spotify, su cui non hanno distribuito i rispettivi ultimi album (questo progettino d'ascolto ha un sacco di ferree regole, mica solo l'algoritmo di Metacritic...). Nel complesso è stata una colonna sonora piacevole, che la mia mente confusa ha spesso localizzato in una no man's land tra John Grant e Jens Lekman, senza però mai uscire dal recinto del carino. Le scintille sfavillate con Sleater-Kinney, Verdena e Natalie Prass si sono prese una settimana di vacanza. Alcuni cattivissimi Viet Cong stanno cercando di richiamarle all'ordine.

P.S. Se volete approfondire la conoscenza di Emma, questo è il suo tumblr fotografico. Però, dai, non fate i soliti lothari italiani, lasciate che l'amore trionfi: “for love to find us of all people, I'd never thought it'd be so simple”.

(oltre alle spiazzanti risate, qui ci sono anche un'orchestra e un pianoforte magico)


Canzoni preferite: Chateau Lobby #4 (in C for Two Virgins), The Ideal Husband, Bored In the USA.

In ascolto: Viet Cong (Viet Cong)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)
6. No Cities To Love (Sleater-Kinney)
7. Endkadenz vol. 1 (Verdena)
8. Natalie Prass (Natalie Prass)
9. I Love You, Honeybear (Father John Misty)

La cassettina dei Metallica

L'artwork della cassettina (con la calligrafia di Lars Ulrich)

In un'intervista a Rolling Stone, Lars Ulrich annuncia che i Metallica parteciperanno il 18 aprile al Record Store Day: non con un vinile, bensì con una musicassetta. Ebbene sì, musicassetta: quel manufatto del Novecento che gli under 30 non hanno mai conosciuto e che agli over 30 risveglia memorie di penne bic, walkman e placida lentezza. La cassettina sarà la riproduzione di No Life 'Til Leather, uno dei primi demo della band, risalente al 1982. In estate seguiranno le versioni in vinile e digitale. Per i Metallica, è il battesimo di una probabile serie di ristampe (ultraredditizia, visto che la band è ormai indipendente e controlla tutto il suo catalogo); per il marketing musicale è un nuovo capitolo della celebrazione commerciale dei vecchi supporti analogici; per YouTube, l'occasione per ripetere “pfui, io sono arrivata prima”. Il demo circola da tempo nel circuito dei bootleg ed è già finito nel calderone web (vedi sotto).

lunedì, marzo 02, 2015

Supercalifragilistichespiralimetal


"Cara Lady Gaga, mi hai scaldato il cuore". Così Julie Andrews – pochi giorni fa – ha ringraziato la popstar per l'omaggio dedicatole durante la cerimonia di premiazione degli Oscar, sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles. Non mi risulta invece che la Andrews abbia commentato un altro tributo, spuntato su YouTube il 24 febbraio. Un'opera che aspettavamo da tempo: la versione death metal di Supercalifragilistichespiralidoso, la celebre canzoncina dal titolo nonsense del film Mary Poppins. Tutta da ascoltare, ma soprattutto da vedere nel videomashup ottimamente sincronizzato con le immagini del film. L'autore dell'arrangiamento è Andy Rehfeldt, le voci sono di Sera Hatchett e Thomas Hinds. Non siamo ai livelli semplicemente miracolosi della Felicità di Albano & Romina in salsa berlinese, ma l'accostamento sfrigola bene. Per un paragone con l'originale, qui c'è la versione cinematografica in italiano, con la voce di Tina Centi.



sabato, febbraio 28, 2015

Natalie Prass (Natalie Prass)


A volte si verificano delle congiunzioni musicali perfette, in cui i giudizi della critica internazionale si allineano con le segnalazioni dei tuoi amici. Nelle ultime settimane è stato il caso di Natalie Prass, album d'esordio di una giovane cantautrice americana, non solo osannato all'unanimità su Metacritic (21 recensioni, tutte molto positive, giudizio medio 86/100) ma anche consigliatomi vivamente da diversi e fidati pusher di buona musica.

Il disco arriva adesso, ma è stato parcheggiato per un paio d'anni nei box della Spacebomb Records, una casa discografica di Richmond (Virginia) che sta provando a resuscitare un antico modello, tipico di storiche etichette come Motown e Stax. La label possiede uno studio di registrazione, una house band e un team di produttori e arrangiatori che si occupano di tutte le fasi realizzative dell'album. Al punto che, come sottolineano molti recensori, siamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto al semplice debutto di una nuova cantautrice. Una specie di Spacebomb presents Natalie Prass.

Natalie Prass nello studio della Spacebomb Records (immagine tratta da un articolo
del Guardian sull'artista e sull'etichetta fondata da Matthew E. White)
Che la macchina produttiva sia di una certa complessità si vede e si sente bene fin dall'apertura con My Baby Don't Understand Me: niente cantautorato povero, niente chitarra e voce, bensì un trionfo di archi, fiati, abiti sonori raffinati. I brani sono semplici, delicati, spesso sussurrati da una voce più fragile che possente, ma il paesaggio è ben lontano dal minimale e dal lo-fi. A volte prende anche direzioni imprevedibili: It Is You è una canzone che se fosse uscita negli anni Cinquanta, come colonna sonora Disney o di una commedia romantica, avrebbe vinto un Oscar. Al 100%.

Se le atmosfere sono spesso soavi, i testi si aggirano nei sofferti territori del break up, della storia d'amore che finisce. Con un corollario di simpatici aneddoti, come quello relativo a “Our love is a long goodbye”, il verso che fa da lunga coda a My Baby Don't Understand Me. “Ho scritto quel ritornello in lacrime, dopo aver litigato con il mio ragazzo”, racconta Natalie Prass a Vogue. “Poi gli ho spedito il brano e lui l'ha usato come esempio del fatto che dovevamo proprio lasciarci. Nota per il futuro: se la tua relazione è in crisi e vuoi salvarla, non spedire canzoni come questa”.

Non basta la sintonia tra critici e amici per rendere una congiunzione astral-musicale perfetta. Ci vuole anche un terzo elemento, forse il più importante: la tua approvazione. Nel caso di Natalie Prass... bingo! Il pollice dell'imperatore punta al cielo. Il disco è più che delizioso e si sposa in modo quasi magico con la particolare luce che illumina i pomeriggi di sole di fine inverno. Dopo Sleater-Kinney e Verdena, è la terza settimana consecutiva che si stappa una birretta e si brinda a un ottimo album. Non durerà, ma finché dura...

(nel video, altre belle immagini sulle registrazioni dell'album negli studi della Spacebomb Records)


Canzoni preferite: My Baby Don't Understand Me, Bird of Prey, It Is You

In ascolto: I Love You, Honeybear (Father John Misty)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)
6. No Cities To Love (Sleater-Kinney)
7. Endkadenz vol. 1 (Verdena)
8. Natalie Prass (Natalie Prass)

venerdì, febbraio 20, 2015

Endkadenz vol.1 (Verdena)


In principio c'era l'algoritmo. Un percorso molto semplice guidava le mie scelte dell'album della settimana: vai su Metacritic, prendi l'album più votato tra quelli con almeno venti recensioni, ascoltalo. Poi è sopravvenuto qualche problema. Innanzitutto l'esclusione di alcuni dischi che - seppur non baciati da recensioni stratosferiche - ho comunque voglia d'ascoltare. Esempio: l'ultimo dei Belle & Sebastian. Inoltre, il taglio automatico di qualsiasi artista italiano. Esempio: i Verdena. Perché è inutile girarci troppo attorno: per il mondo oltreconfine, il rock italiano semplicemente non esiste. 

Dunque, già a febbraio la legge è stata emendata. I suggerimenti di Metacritic reggono, ma solo a livello consultivo: la scelta finale dipende anche da altri fattori. Dopo aver dato ennesimo sfoggio della mia insanità mentale, posso dire che il nuovo regime ha già prodotto i primi frutti. Endkadenz vol.1 dei Verdena è un album che sarebbe stato un gran peccato non ascoltare. Un immenso universo di suoni sfavillanti, pronto a essere rimpolpato nei prossimi mesi con l'uscita del secondo capitolo.

Luca Ferrari, Alberto Ferrari e Roberta Sammarelli (fonte: Internazionale)
Di fronte ai dischi doppi, di solito si fanno paragoni. Il primo è quasi obbligatorio: l'album bianco dei Beatles. Per il secondo, più personale, ognuno cita un mammut generazionale di riferimento: The Wall, Sandinista!, Use Your Illusion, fino a Reflektor. Ascoltando il primo volume di Endkadenz, a me viene in mente Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins. Un po' per l'ampio spettro elettroacustico dei brani, un po' per la voce di Alberto Ferrari che – come quella di Billy Corgan – presenta tracce di spigolosacutezza che potrebbero creare problemi a qualche ascoltatore.

Superato il potenziale ostacolo del cantato (e l'ormai classico trauma dei testi nonsense dei Verdena, oltre che di titoli non entusiasmanti come Ho una fissa, Nevischio o Funeralus), Endkadenz vol.1 si rivela una meraviglia. Uno scrigno sonoro da cui a ogni ascolto esce fuori qualcosa di diverso, un frammento di voce-chitarra-basso-batteria-pianoforte-tromba-o-altro che non avevi notato prima e che ti conduce verso una nuova esperienza dell'album, in una sorta di arricchimento perpetuo. Chi scrive è al termine dell'ottavo o nono ascolto e già prevede che ce ne sarà almeno un nono (o decimo).

Il troppo stroppia, è vero, e ho trovato molte dichiarazioni di resa di fronte a un album così denso di contenuti e dettagli. Su Rockol, Claudio Todesco scrive che “dopo un'ora di questi Verdena ci si sente come il musicista della foto che ha ispirato il titolo del disco: sfiniti, coi timpani rotti e la testa ficcata dentro uno strumento”. Al di là dell'immagine iperbolica, la prima ora d'ascolto è in effetti la più difficile. Ma quelle successive garantiscono un piacere che oggi è abbastanza raro. Vivendo sotto il giogo di inquietanti algoritmi filoanglosassoni, non possiedo gli elementi per essere d'accordo o meno con chi afferma che i Verdena sono il meglio del rock italiano contemporaneo. Ciò che posso dire, restringendo il campo, è che mi sembrano oggi i più ispirati – assieme ai Massimo Volume – tra i figli della nidiata toratora degli anni '90 (di cui erano i fratellini minori, esordienti nel 1999).

(videomashup tra il brano Puzzle dei Verdena e il documentario 



Canzoni preferite: Ho una fissa, Puzzle, Contro la ragione

In ascolto: Natalie Prass (Natalie Prass)


Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)
6. No Cities To Love (Sleater-Kinney)
7. Endkadenz vol. 1 (Verdena)

sabato, febbraio 14, 2015

No Cities To Love (Sleater-Kinney)


Chitarre! C-h-i-t-a-r-r-e!! C-H-I-T-A-R-R-E!!! Dopo un mese di immersione in sonorità sperimentali soul, sperimentali rap, sperimentali metal, sperimentali psichedeliche, sperimentali disco, che bella cosa lasciarsi frullare da trentadue minuti di iperclassico rock chitarristico. Davvero iperclassico, roba già sentita un miliardo di volte negli anni belli della mia gioventù di ascoltatore. Diciamo: tra la fine dei '90 e l'inizio degli '00. Diciamo: tra grunge e indie. Ripetiamo: chitarre!!!!

Il riferimento spaziotemporale non è casuale: le Sleater-Kinney hanno vissuto la loro prima vita tra il 1994 e il 2006. Luogo d'origine: Olympia, una cinquantina di miglia navigabili dall'amata Seattle. No Cities To Love è un disco molto compatto: un riff dietro l'altro, tanta batteria, un po' meno basso (formalmente non c'è una Sleater-Kinney bassista). Dieci brani, tutti sotto i quattro minuti. Persino Fade, le cui aperture epico-stoner potevano liberare cavalcate sulla lunga distanza, si ferma a 3'38”.

Carrie Brownstein, Janet Weiss e Corin Tucker (fonte: Rolling Stone)
Articoli e recensioni ci illuminano sulla carriera delle tre fanciulle nel periodo di pausa della band. Si parla molto di Portlandia, la serie tv scritta e interpretata dalla chitarravoce Carrie Brownstein, ma anche delle collaborazioni della batterista Janet Weiss (dagli Shins a Stephen Malkmus) e della Corin Tucker Band pilotata dalla vocechitarra Corin Tucker. Interessante è il percorso di riavvicinamento delle tre: Brownstein e Weiss mettono su il progetto Wild Flag, Corin Tucker fa un cammeo in Portlandia, tutte salgono sul palco dei Pearl Jam nel 2013. Fino al 7” inserito a sorpresa nel cofanetto di ristampe dello scorso autunno: primo segno tangibile della reunion in corso.

Se i testi non sono l'elemento più eccitante dell'album, ci sono comunque un paio di versi che hanno fatto drizzare le mie antenne di critico spicciolo del consumismo 2.0: “We love our bargains/We love the prices so low/With the good job's gone/It's gonna be rough” (Price Tag). Un dito che gira nella piaghevole vita di noi topini, sempre pronti a seguire il richiamo low cost dei moderni pifferai di Amazon e Uber, senza preoccuparci troppo degli effetti del loro trionfo sulla società. Domanda vecchia come il luddismo: ok eliminare obsoleti posti di lavoro, ma se ne creeranno anche di nuovi? Veri posti di lavoro, si intende....

Parentesi rock autoctona: uscito dopo circa dieci anni di stop, Cattive abitudini è per me il miglior album dei Massimo Volume. Nelle reunion capita abbastanza di rado. A leggere il parere della critica online, forse è accaduto anche con l'album del ritorno delle Sleater-Kinney, che non pochi giudicano il migliore. Prima o poi dovrò trovare il tempo di recuperare il resto della loro discografia, intanto mi godo queste dieci canzoni. Caso più unico che raro negli anni '10: hanno tutte superato la prova iPod. Il che mi fa pensare – pur essendo solo a San Valentino e ben lontani da San Silvestro – che No Cities To Love potrebbe essere il mio primo serio candidato come miglior album del 2015. Ma permettetemi di ripetere: CHITARRE!

(ehm, non giudicate l'album da questo video) 




Canzoni preferite: No Anthems, Bury Our Friends, Fade



Bonus web tracks:


Il buffo video promozionale collettivo di No Cities To Love


La wonderful rock'n'roll band from the Great Pacific Northwest da David Letterman



In ascolto: Endkadenz vol.1 (Verdena)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)
6. No Cities To Love (Sleater-Kinney)

domenica, febbraio 08, 2015

Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)


"Disco sucks", si diceva alla fine degli anni Settanta. E si organizzavano pittoreschi eventi come la Disco Demolition Night: tra il goliardico, il promozionale e il nazistello. Ma il tempo guarisce le ferite, fomenta il revival e genera la contaminazione. Così negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria riscossa della disco, spesso consumata in ambienti e tramite artisti imprevedibili: i Daft Punk che ripudiano l'elettronica per Giorgio Moroder, gli Arcade Fire che cucinano il loro dark-voodoo da ballare, gli U2 che si rifanno vedere in discothèque con una b-side bizzarra e orecchiabile come The Crystal Ballroom.

Girls In Peacetime Want To Dance è il nono lavoro in studio degli scozzesi Belle & Sebastian e non è propriamente un album disco. Il suo menù è molto ricco e variegato, ma a saltare all'orecchio sono inevitabilmente i due brani più virati verso tonalità danzanti, peraltro tra i migliori del lotto: il singolo The Party Line e soprattutto Enter Sylvia Plath. Quest'ultima è birbante e truffaldina fin dal titolo: ti immagini la tipica ballata acustico-letteraria dei Belle & Sebastian e ti ritrovi invece una cavalcatona di sette minuti di pura decadance che non stonerebbe in un album dei Pet Shop Boys.

A rifare la disco sono bravi tutti, ma solo Stuart Murdoch ha il coraggio di riesumare una keytar
Come detto, c'è però anche dell'altro. Per esempio Nobody's Empire, in cui Stuart Murdoch ricorda gli anni giovanili in preda alla sindrome da fatica cronica. Una coppia di versi celebra il potere salvifico della musica: “There was a girl that sang like the chime of a bell / She put out her arm and she touched me when I was in hell, when I was in hell”. Siamo tutti condannati a scivolare periodicamente negli inferni della vita e l'immagine di una fanciulla – pure intonata – che ti prende per mano e ti aiuta a risalire la china è deliziosa (uhm, scritta così suona orrendamente smielata: giuro che sull'album funziona molto bene, potete verificare nel video sotto al minuto 1'36").

Tra le curiosità di servizio (a puro beneficio personale) una piccola nota sul produttore dell'album: si chiama Ben H. Allen, su Twitter si presenta con la frase “I make records, not bombs” (a cui segue una professione di fede NBA per gli Atlanta Hawks) e nel suo curriculum c'è anche Merriweather Post Pavillion degli Animal Collective, il che crea un immediato legame mistico tra questo album e il mio precedente ascolto settimanale (l'ultimo album solista dell'animalcollectiviano Panda Bear). Sticazzi, senza dubbio: ma queste coincidenze/associazioni mi fanno godere quasi quanto il gol di Martinez a Verona (già che siamo in tema di professioni di fede sportiva).

Nei confronti dei Belle & Sebastian sono passato dalla simbiosi totale delle origini (in particolare con The Boy With The Arab Strap) al quasi-odio provato a un concerto del 2011 in cui Murdoch passava più tempo a cicaleggiare con il pubblico che a cantare. Già in quell'occasione sembrava che i B&S fossero un po' stufi dei cliché a cui noi fan nostalgici e rompiscatole abitualmente li associamo: tutto quell'immaginario di eterni studenti che passano le estati a innamorarsi, leggere libri e suonare ballate malinconiche. Avevano bisogno di un cambio di ritmo. Viene da pensare che anche il titolo dell'album sia un po' truffaldino: a voler ballare non sono solo le ragazze in tempo di pace ma anche i quarantenni in tempo di crisi.




Canzoni preferite: Nobody's Empire, Allie, Enter Sylvia Plath

In ascolto: No Cities To Love (Sleater-Kinney)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)

domenica, febbraio 01, 2015

Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)


Un panda mannaro americano a Lisbona. Si chiama Noah Lennox ed è nato a Baltimora un paio d'anni dopo di me. Eppure, se Wikipedia non mente, lui ha già inciso quattordici album: nove con gli Animal Collective (uno dei gruppi culto della generazione indie-hipster) e cinque da solista, firmati con lo pseudonimo Panda Bear. Anche se non bazzicate il genere, può darsi vi sia inconsapevolmente capitato di ascoltare la sua voce nel 2013: in Doin' It Right, la traccia più elettronica e meno vintage del bestseller Random Access Memories dei Daft Punk.

Da una decina d'anni, Noah Lennox vive nella capitale portoghese. Scorpacciate di bacalhau, fado a non finire e una moglie designer. L'inedito fascino di un marylandiano a Lisbona è forte e torna spesso nelle recensioni di Panda Bear Meets The Grim Reaper, primo album effettivamente uscito nel 2015 a finire nella ambitissima selezione dei miei ascolti dell'anno. Titolo curioso: "Panda Bear incontra la triste mietitrice", semplice citazione dub o funerale del proprio alter ego artistico? I critici hanno discusso molto, senza arrivare a una risposta condivisa. 

Noah Lennox e - se la memoria non inganna - l'Elevador da Glória
Dopo il soul di D'Angelo, il rap di Run The Jewels e la cosa Scott O))), per me è stato il quarto viaggio in territori sonori poco conosciuti (per non dire quasi inesplorati). Il mio primo incontro con Panda Bear risale a cinque anni fa: quando Pitchfork attribuì un roboante 9.6 a Merryweather Post Pavillion degli Animal Collective, capii che io e il sito americano avevamo qualche problema. Non credo di essere l'unico ad arrancare dietro agli sperimentalismi della band americana e a non condividere l'esaltazione nei loro confronti (invero un po' evaporata nell'era della post-hipsteria).

In Panda Bear Meets The Grim Reaper ritrovo alcuni degli elementi che non ero riuscito a digerire cinque anni fa. Per esempio, quell'atmosfera che mi ricorda sempre un matrimonio freak tra elettronica e Beach Boys (quasi plagiati nell'arpeggio celestiale di Tropic of Cancer). Però, mi rendo conto di sopportare tutto un po' meglio: persino le infinite strutture iterative che tornano nell'album mi sembrano scorbutiche ma interessanti (Panda Bear ripete tutto: strofe, ritornelli, testi, suoni... a volte sembra quasi inseguire una misteriosa formula alchemica-algebrica del loop perfetto).

Pitchfork persevera nel celebrare le opere di Lennox: The Grim Reaper non raggiunge le vette stratosferiche di Merryweather ma si porta comunque a casa un bel 8.7. Il 97% della critica concorda: su trentadue recensioni raccolte da Metacritic, solo una si limita alla gialla sufficienza. Anch'io persevero nel non comprendere certi entusiasmi musicali contemporanei (non mi è ancora andato giù quel Lost in the Dream incoronato disco del 2014), ma in The Grim Reaper ho trovato almeno quattro canzoni che hanno superato il rigido test d'ingresso dell'iPod. Mi ritengo soddisfatto. 




Canzoni preferite: Mr Noah, Crosswords, Come To Your Senses

Extrawebografia:

Il making of dell'album. Un documentario di quindici minuti, tutto in inglese, con Noah Lennox, il produttore Sonic Boom e tanta Lisbona.



In ascolto: Girls in Peacetime Want to Dance (Belle & Sebastian)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)