venerdì, novembre 28, 2014

Il Black Friday in una foto


Schermaglie a LCD. Non conosciamo la storia e le motivazioni delle persone che vediamo in questa fotografia, scattata oggi in Gran Bretagna in occasione del "black friday", la giornata dei saldi che storicamente apre la stagione natalizia negli USA e che - come Halloween - si sta diffondendo un po' ovunque. Ma la valenza simbolica e collettiva dell'immagine supera i suoi ingredienti individuali. La foto ci parla di una società dove non solo ci si accapiglia disperatamente per un televisore a prezzo scontato (di una marca "finta" come Polaroid TV), ma lo si fa sotto lo sguardo ansioso e appiccicoso dei media. Onnipresenti e praticamente incollati alla nostra pelle: guardate la distanza tra le macchine fotografiche e i protagonisti della scena. Gli obiettivi sembrano cannoni pronti ad assorbire e sparare, assorbire e sparare, assorbire e sparare. È la loro presenza a rendere più vera questa foto, a testimoniare quell'eterno reality che è ormai la realtà quotidiana. Anche e soprattutto nei suoi momenti più decadenti: tutto ciò che ci indigna è benvenuto, in un vortice che non fa prigionieri. O che forse fa solo prigionieri. Compreso questo blog che solerte partecipa al gioco del copia-incolla-commenta.

mercoledì, novembre 19, 2014

Quell'elicottero che volteggiava sopra Abbottabad


Fino a ieri le ricerche su Twitter riguardavano solo i messaggi più recenti. Da oggi - utilizzando le funzioni di advanced search - il motore di ricerca interno del servizio ti permette di scavare nei suoi archivi fino al 2006. Diventa così più facile recuperare anche dei veri e propri tweet storici, come quello con cui Sohaib Athar la notte del 1° maggio 2011 iniziò il suo inconsapevole racconto in diretta del blitz delle forze speciali USA che avrebbe portato all'uccisione di Osama Bin Laden.

"Storico" è un aggettivo interessante, in particolar modo se riferito a un tweet. Nell'alveo dei social network Twitter è sempre stato lo strumento che meglio ha incarnato e simboleggiato la moderna celebrazione dell'istante, tanto cara alla comunicazione digitale, in un infinito annullamento del passato e del futuro. Tuttavia anche Twitter ormai non è più giovanissimo: si avvicina a grandi passi al giro di boa del primo decennio di vita.

I suoi archivi, immensi e costruiti sulla partecipazione di centinaia di milioni di utenti, non possono sfuggire all'abbraccio della storia e della storicizzazione. Chissà che non diventino la testimonianza-principe del modo in cui gli esseri umani hanno iniziato a raccontare il presente nel XXI secolo. Sempre che prima o poi qualcuno non si decida a cancellarli o nasconderli. In fondo, Twitter non è un archivio pubblico ma un'azienda privata (anche se spesso, come accade anche con altre realtà del web, tendiamo a dimenticarcene).  

martedì, novembre 18, 2014

L'ottimismo di Steve Albini: "Internet ha migliorato e migliorerà la musica"

Steve Albini: "Ma la smettete di lamentarvi?"
Se c'è un ingrediente che oggi è completamente assente dalla discussione globale su musica e Internet, questo è l'ottimismo. Ovunque ti volti, troverai qualcuno che si lamenta del presente e profetizza morte e disperazione per il futuro. Non vale solo per la musica ed è un'altra bella differenza rispetto all'aria che si respirava anche solo pochi anni fa (diciamo, per calcare la mano su una personale idiosincrasia, prima che lasciassimo che l'umore della società venisse deciso dai social network). Fa quindi un certo effetto leggere un intervento come quello con cui il musicista e produttore Steve Albini ha aperto la conferenza Face The Music di Melbourne.

Per una volta, non c'è traccia di moriremo tutti. Al suo posto, un concentrato di positività su ciò che Internet ha fatto alla musica, su quanto le cose siano migliorate rispetto a venti anni fa e su come potrebbero andare addirittura meglio nei prossimi venti. Albini è un personaggio forte, dotato di un'etica del lavoro assai rigorosa e di idee altrettanto spigolose, soprattutto nei confronti del mondo delle major discografiche: le detestava quando gli commissionavano la produzione di In Utero e le detesta ancora oggi.

La bellezza di Internet secondo lui è in gran parte legata proprio alla possibilità offerta agli artisti di sganciarsi dal sistema delle major e di muoversi con le proprie gambe. Raggiungendo, grazie al web, anche latitudini mai toccate in passato (da leggere, al proposito, l'esempio della tournée degli Shellac nei Balcani). Il che non vuol dire accettare per forza tutto ciò che passa per il web: gli stessi Shellac, per esempio, per ora non hanno concesso nemmeno mezza canzone a Spotify (non a caso, il servizio di streaming è invece ben visto dalle major...).

Proprio per la caratura e il curriculum del personaggio, l'intervento suona come sorprendente e spiazzante. Sotto il cielo della disillusione contemporanea, i tecno-entusiasti sono sempre più rari e in genere corrono il rischio di essere additati come ingenui sprovveduti (nella migliore delle ipotesi) o rapaci opportunisti (nella peggiore). Non credo che Albini appartenga a nessuna di queste categorie. Se avete un po' di tempo, vi consiglio di leggere il testo integrale del suo discorso, pubblicato (in inglese) dal Guardian. Chi vede in Internet il Male, unico responsabile di tutte le ingiustizie che ci stanno capitando, potrà forse smussare le sue posizioni. O se non altro godersi un bel ricordo di John Peel (“l'uomo che ascoltava religiosamente tutta la musica che riceveva”) e sorridere sui riferimenti non proprio politically correct a colleghi come Prince o Miley Cyrus.

(aggiornamento del 19 novembre, su YouTube c'è anche il video integrale)

giovedì, novembre 13, 2014

Chi ha rovinato il nostro rapporto con la musica: Napster o Facebook?

Co-fondatore di Napster, ex-presidente di Facebook, Sean Parker osserva perplesso il titolo di questo post
Cito un brano da un articolo dello scrittore Paolo Giordano, pubblicato su La Lettura e segnalato da Franco Zanetti su Rockol.
Certo, non avrei immaginato di sentirmi obsoleto così presto, o almeno che il mio mondo lo diventasse così in fretta. Non avrei immaginato di ritrovarmi, a trent’anni, a fare archeologia sulla mia adolescenza. Ma qualcosa è davvero cambiato in un istante. Tutt’a un tratto — accadeva all’incirca un decennio fa — gli hard-disc dei nostri computer erano affollati di musica, musica messa insieme alla rinfusa, dove le ultime hit commerciali convivevano accanto ai bootleg introvabili, le une e gli altri neppure separati dall’intercapedine dignitosa di una cartella. Schermate e schermate di file mp3 disposti in un irriverente ordine alfabetico: un’orgia di suono. Nei primi tempi quella visione mi dava le vertigini, come se da bambino mi fossi imbattuto nella casa di marzapane in mezzo al bosco. La fame di canzoni di un’intera generazione, una fame che ci era apparsa insaziabile, era all’improvviso scomparsa. Potevamo disporre di tutti i dischi, subito e senza sforzo. Voltandosi a guardare la collezione di cd messa insieme in un decennio e conservata fino ad allora con sacralità, c’era da provare perfino un po’ di imbarazzo. Quelle raccolte, con il loro ingombro, ci avrebbero perseguitato di casa in casa, e ogni volta sarebbe sembrato più bizzarro dover trovare loro un posto da occupare. Ma dopo la scorpacciata iniziale di Napster e eMule, abbastanza presto in effetti, emerse anche una sommessa nausea, come un’indifferenza latente a tutto ciò che potevamo ottenere così in fretta e copiare all’infinito da un supporto all’altro e conservare senza troppi riguardi. Una sensazione che fino a oggi non ha fatto altro che aggravarsi. Abbiamo scoperto che la passione per la musica non era incorruttibile, ch’essa si fondava anche sull’aura di lusso e irraggiungibilità che circondava l’oggetto-disco (sarà poi tanto diverso il feticismo per i dispositivi elettronici che l’ha prontamente rimpiazzata?). Venuta a mancare la smania del possesso, della conquista, perdevamo tutti quanti anche una percentuale di godimento. Quando si parla oggi del grande tramonto dell’industria discografica, si tende a minimizzare, ad affermare che in fin dei conti a essere cambiato è soltanto il modo di fruizione. Ma non è così. Ci vergogniamo di ammettere che l’accessibilità alla musica ha infine deprezzato anche la musica stessa. Non ne ha modificato la qualità intrinseca, ovvio, ma ha diminuito il valore che siamo disposti ad attribuirle. Per questo, una bella canzone del presente, per quanto innovativa e provocatoria, non eguaglierà mai "Smells like Teen Spirits", non potrà anelare ad altrettanta gloria, e i Beatles, beati, resteranno imbattuti per l’eternità.
Avendo scritto un libro come La musica liberata, in cui si celebrano apertamente le virtù di alcuni dei passaggi citati nell'articolo di Giordano, ho un certo imbarazzo nell'ammettere di provare spesso la stessa "sommessa nausea" di fronte alla massa informe di canzoni, album, video live e altri frammenti musicali che ci aggrediscono ogni giorno su Internet. E di aver iniziato ad adottare una serie di rigorose tecniche per far fronte allo tsunami. Per esempio, ascoltare bene un unico nuovo album alla settimana (in questi giorni tocca a My Favourite Faded Fantasy di Damien Rice: ah, il romanticismo depresso...).

Se però rifletto bene su questa nausea e sulla sua storia, mi rendo conto di una particolarità temporale: nel 2009, l'anno in cui scrissi La musica liberata, un decennio esatto dopo l'apparizione di Napster, di lei non c'era ancora traccia. E così è stato per almeno altri due anni. Andando a memoria, i primi cattivi umori hanno fatto capolino solo intorno al 2011, accelerando vistosamente negli ultimi quindici/venti mesi. Eppure nel 2009 i miei hard disk erano già rigonfi di MP3. Ai loro massimi storici, tra l'altro, visto che il neonato Spotify stava già iniziando ad arginare il download e ad ampliare i miei orizzonti in altro modo, permettendomi di mettere un po' d'ordine e legalità nel caos. Non è strano? Non avrei già dovuto sentire allora il peso dell'abbondanza digitale? Come mai questo è accaduto solo due anni dopo? Cosa è stato a cambiare le cose?

Dal titolo di questo post, avrete già intuito chi è il mio colpevole preferito. Io credo che l'abbondanza da sola non ci abbia fatto male. Di certo ha deprezzato il valore della musica registrata, portando nuove dinamiche ed enormi problemi sul fronte economico/industriale. Ma in fondo sono convinto che noi ascoltatori stessimo sviluppando in modo abbastanza naturale gli anticorpi per gestire quella massa di contenuti. La nausea - almeno nel mio caso - è arrivata dopo. È arrivata con i social network. Con il modo in cui la musica ha subito una mutazione non tanto di valore commerciale o numerica, bensì esperienziale: non più solo qualcosa da ascoltare, ma qualcosa da raccontare. Da commentare, fotografare, twittare, linkare, condividere, stroncare, bestemmiare. Subito dopo il primo ascolto, a volte addirittura durante il primo ascolto. Sempre: in ogni minuto del giorno. Tutta: la musica bella, la musica media, la musica brutta, la musica necessaria, la musica inutile. Tutti: centinaia, migliaia, decine di migliaia di persone. Prendendo posizione, senza se e senza ma. Non so se Paolo Giordano abbia fatto uso dei social network, può darsi che stiamo parlando di due nausee diverse, nelle cause e negli effetti. Però credo che Facebook e più in generale il social web - oltre a rubarci molto prezioso tempo di lettura/ascolto/visione/riflessione - abbiano stravolto il nostro modo di percepire/vivere la musica (e il nostro piacere nell'ascoltarla) molto più di quanto abbiano fatto Napster, Soulseek, eMule e gli altri moltiplicatori MP3. 

Questo non vuol dire che non ci sia il problema dell'abbondanza. Bisogna imparare a controllarla e non solo nella musica: anche nelle foto di gattini, nelle storie di sentinelle in piedi, nei video buffi, nella distribuzione/condivisione di news. Gli input sono molteplici ed è una lotta che si conduce su più livelli, più media, più linguaggi. La mia pratica di ascolto settimanale nasce essenzialmente come antidoto contro l'abbondanza. Ma funziona bene - almeno per ora - solo perché è accompagnata e protetta da una robustissima paratia contro i social network: nei sette giorni di ascolto, sull'album in questione ammetto solo la lettura di recensioni (le più lunghe e dettagliate possibili, niente flash da cinque righe) di una manciata di siti/giornalisti/blogger di fiducia. Tutto il resto è vietato. In particolare ciò che proviene dalla conversazione social: niente lodi, niente invettive, niente status, niente tweet, niente "che merda!" buttati a casaccio, giusto per segnare il territorio. Ci siamo solo io, la musica che scelgo nell'oceano e un supporto critico per comprenderla meglio. E pian piano la nausea sta lasciando spazio all'antico stupore nel trovarsi a portata di mano - e poter selezionare liberamente e personalmente - la ricchezza e la varietà della creatività umana. 

mercoledì, novembre 12, 2014

Pubblicità e innovazione: il video interattivo The Other Side (Honda Civic Type R)


Internet è il regno dell'interattività e dei video. Nel grande circo dei social network, dei videogame e di YouTube essenzialmente "facciamo cose, vediamo video". Si tratta tuttavia di due dimensioni che risultano ancora piuttosto complesse da intrecciare. Uno degli esempi più interessanti, lo scorso anno, è stato il videozapping di Like a Rolling Stone di Bob Dylan firmato dall'agenzia digitale Interlude. Adesso fanno altrettanto bene i creativi dell'agenzia W+K di Londra con il nuovo spot della Honda Civic Type R. Che è un mix di due filmati - dallo stretto legame narrativo - la cui visione è alternata e comandata dall'utente. Come? Semplicemente premendo il tasto R. Qui sotto potete provare: fate partire il video e iniziate a giocare con la R sulla vostra tastiera. L'effetto è vincente. Il difetto è la sua incompatibilità con gli smartphone (per quel che ho potuto verificare sul mio vetusto iPhone 4). 
 

lunedì, novembre 10, 2014

Tra Obama e i Bush, piccola storia dei mash up presidenziali in tre video


Ieri Billboard ha raccolto in modo abbastanza eclettico (e altrettanto disordinato) le migliori otto "performance musicali" di Barack Obama disponibili su YouTube. Sia quelle in cui il Presidente degli Stati Uniti si è effettivamente disimpegnato come cantante, sia quelle in cui è stato vittima della voracità manipolatoria del Web: remix, mash up, ecc... Detto che nella parentesi potete recuperare le esibizioni in carne e ossa (Obama canta Al Green, Obama duetta con B.B. King, Obama si diverte con Willie Nelson), qui mi interessa soffermarmi sui mash up. Sono quasi tutti opera di un unico autore e pubblicati in un unico luogo virtuale: baracksdubs. Un canale YouTube che in poco meno di tre anni ha raccolto numeri impressionanti: 717.829 iscritti e quasi 154 milioni di views. Con video piuttosto brevi. I collage presidenziali evidentemente si assorbono meglio in piccole dosi. 

Per esempio, bastano 106 secondi di Obama canta Call Me Maybe di Carly Rae Jepsen per raccogliere 43,5 milioni di views.


Per la serie: come crearsi un nuovo lavoro.
Interessante notare come il titolare di baracksdubs non abbia inventato niente. Qui sotto, per esempio, potete vedere George Bush jr. che canta Sunday Bloody Sunday degli U2 (video caricato online il 16 giugno 2006, agli albori di YouTube).


Mentre qui c'è George Bush sr. che canta We Will Rock You dei Queen, una creatura partorita nell'epoca in cui Internet era ancora chiusa nelle università e nei laboratori di ricerca (ricordo che venne usata dagli U2 nello Zoo Tv Tour del 1992).


Anche nel mondo del mash up, insomma, non è assolutamente necessario arrivare primi. Spesso a vincere è il secondo o il terzo: chi riesce a trasformare - nel modo giusto, nel momento giusto, magari anche con le tecnologie giuste - un'intuizione in routine.

Fantacalcio: la formazione perfetta dell'11° turno di Serie A


Giornata che sorride decisamente alla Juventus, grazie al 7-0 rifilato al Parma. Top player del turno è Carlitos Tevez, che raggiunge il milanista Honda in testa alla classifica dei giocatori. Fa bene anche Stephan Lichtsteiner (che sale al quarto posto della classifica giocatori, raggiungendo Pucciarelli dell'Empoli assieme a Jeremy Menez del Milan). E solo il doppio guizzo di Sergio Pellissier impedisce al tridente bianconero di occupare in esclusiva il versante offensivo della Top 11. Ciliegina sulla torta: con i cinque giocatori piazzati nella squadra della settimana, la Juventus supera il Milan nella classifica a squadre (dove risale bene anche la Roma). Sempre fermo al palo il Cesena, con il Torino che non fa poi molto meglio.

Ricordando che qui sono spiegate le modalità di calcolo dei punteggi, ecco la formazione perfetta della settimana. 

Serie A - Giornata 11
LA FORMAZIONE PERFETTA (3-4-3)

KARNEZIS (Udinese)
9,33

LICHTSTEINER (Juventus)
12,83
BARBA (Empoli)
9,83
TOROSIDIS (Roma)
9,83

KEITA (Roma)
10,17
MENEZ (Milan)
8,67
COMAN (Juventus)
8,00
CHRISTODOULOPOULOS (Verona)
7,83

TEVEZ (Juventus)
14,33
LLORENTE (Juventus)
13,83
PELLISSIER (Chievo) / MORATA (Juventus)
13,67

Totale punti: 118,33


STATISTICHE

Classifica giocatori (dall'inizio del campionato)
TEVEZ (Juventus), HONDA (Milan): 5 presenze
DI NATALE (Udinese): 4 presenze
LICHTSTEINER (Juventus), MENEZ (Milan), PUCCIARELLI (Empoli): 3 presenze
SPORTIELLO (Atalanta), AVELAR (Cagliari), EKDAL (Cagliari), BARDI (Chievo), TONELLI (Empoli), MATRI (Genoa), ICARDI (Inter), CANDREVA (Lazio), ABATE (Milan), CALLEJON (Napoli), HIGUAIN (Napoli), DYBALA (Palermo), FLORENZI (Roma), GASTALDELLO (Sampdoria), IONITA (Verona): 2 presenze

Classifica squadre (dall'inizio del campionato)
JUVENTUS: 15 presenze
MILAN: 13 presenze
ROMA: 11 presenze
LAZIO: 10 presenze
EMPOLI, UDINESE: 8 presenze
FIORENTINA, INTER, NAPOLI: 7 presenze
GENOA, SAMPDORIA: 6 presenze
CAGLIARI, PALERMO, SASSUOLO: 5 presenze
ATALANTA, CHIEVO, PARMA, VERONA: 4 presenze
TORINO: 2 presenze
CESENA: 0 presenze



sabato, novembre 08, 2014

Amici molesti? Facebook ci permetterà di "seguirli meno"

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Un nuovo filtro su Facebook è sempre una buona notizia. Quello annunciato nei giorni scorsi e qui raccontato sul Post sembra andare nella direzione giusta: silenziare il rumore, mettere la sordina agli utenti e alle pagine più fastidiose, rafforzare la presenza sul nostro newsfeed dei canali che si ritengono più interessanti. Qualche funzione del genere in realtà c'era già e chi scrive ne ha un po' abusato negli ultimi mesi. Ma era forse troppo severa: tu potevi decidere se seguire o non seguire del tutto gli amici o le pagine. La novità è una funzione di diradamento, che limiterà (senza eliminarla del tutto) la presenza sul newsfeed delle persone che ritieni un po' fastidiose.

Il problema non è tanto la diffusione di strumenti sociali come Facebook, quanto la graduale riduzione dei loro benefici reali sulla nostra vita (in parallelo con una crescita delle seccature, del rumore, delle pubblicità, di tutto ciò che non ci interessa o che addirittura ci dà fastidio). Qualsiasi strumento di filtro e noise-cancelling è benvenuto. Ritornando a quella sana idea della tecnologia che ci deve rendere la vita migliore (anche dal punto di vista sociale e informativo), non limitandosi a tenerci al guinzaglio e a ridurci in una condizione di beffarda schiavitù dove non solo ci viene prelevata una quantità immensa di tempo, ma in cambio ci viene lasciato pure del malumore.

"Non è ancora stato precisato quando la nuova opzione nel News Feed sarà disponibile per gli utenti della versione italiana di Facebook", si legge su Il Post. "È probabile che accada nelle prossime settimane, come succede spesso quando ci sono aggiornamenti di questo tipo".

Il video, in inglese, dove vengono spiegate le novità