venerdì, marzo 27, 2015

Mash up: Teletubbies vs Joy Division


Come nasce un mash up? Anche il processo che porta alla creazione e alla distribuzione web di un nuovo contenuto basato su due opere pre-esistenti può essere interessante. Prendiamo il caso del video che apre questo post, in cui dei Teletubbies in bianco e nero saltellano e rotolano sulle note di Atmosphere dei Joy Division. Secondo la ricostruzione che ho trovato online, il big bang è stato fulmineo: ieri è apparsa una foto decisamente creepy (sotto), degna di un Dylan Dog disegnato da Corrado Roi, che raffigura una lugubre processione di Teletubbies. 


Nella conversazione che ne è seguita online, quell'immagine ha riportato alla mente di alcuni utenti un vecchio video in bianco e nero dei Joy Division, diretto nel 1988 da Anton Corbijn, abitato da misteriose figure incappucciate.



Sono bastate poche ore perché qualcuno trasformasse l'associazione mentale in realtà (un po' come era capitato al sottoscritto in uno dei suoi pionieristici e fragilissimi esperimenti di mash up, quando aveva letto in un'intervista che i Doves consideravano la loro Jetstream come perfetta per i titoli di coda di Blade Runner e aveva deciso di agire di conseguenza). In questo caso, è stato Christopher Brown dei Vary Lumar (una band di Boston) ad abbinare la canzone dei Joy Division a un video virato in bianco e nero dei Teletubbies.

Il risultato finale forse non è esaltante: con un maggiore lavoro di editing, rallentando le immagini o addirittura girandone di nuove, probabilmente si sarebbe potuta trasmettere meglio quell'atmosfera inquietante che emerge dall'immagine originale. Se non altro, però, questo video sta svolgendo un'opera meritoria: regala qualche minuto di rinnovata popolarità a un brano decadente e meraviglioso.  

La neolingua del XXI secolo: cosa sono gli smartphone bezel-less?

L'immagine di un prototipo bezel-less del produttore cinese Oppo Electronics
Impegnate in una continua mutazione dei loro prodotti, a volte più orientata al tentativo di attirare i consumatori che a quello di generare effettiva innovazione, le aziende high tech partecipano in modo diretto anche al rinnovamento del nostro dizionario. La neolingua tecnologica del XXI secolo cambia continuamente, così come variano le sue categorie merceologiche. Capita di nuovo in questi giorni, con l'annuncio di un'imminente sfornata di bezel-less smartphone, ripresa da molti importanti siti dedicati al mondo high tech. Molto semplicemente, il bezel è la cornice dello schermo. I nuovi modelli, che sembra arriveranno soprattutto dalla Cina e da produttori come Oppo, LeTV e Subor, avranno quindi uno schermo che sarà quasi privo di cornici (laterali), occupando una porzione più ampia della superficie dello smartphone. Se i consumatori dimostreranno di apprezzare, possibile che anche i grandi produttori come Apple e Samsung inizino a pensare come aggiornare in direzione bezel-less i loro modelli più popolari. E non è detto che il termine bezel-less non si estenda anche ad altri prodotti (per esempio schermi tv). 

Come potrebbe essere un iPhone bezel-less
(in uno studio di Federico Ciccarese, febbraio 2014)

QT e l'ascesa di un'estetica sci-fi pop


La pubblicità di un energy drink; un senso estetico e musicale che riporta vagamente al pop coreano e giapponese; l'uso gentile di interfacce touch e di una tecnologia fedele al minimalismo che la Apple ha portato a simbolo del verbo digitale, contro la fuliggine, l'olio e la sporcizia della rivoluzione industriale; l'atmosfera fantascientifica e ovattata da mondo prossimo venturo, non troppo distante da alcune ossessioni alla Black Mirror. QT (Quinn Thomas) è una nuova artista della XL Recordings, la stessa label che negli ultimi anni ha vinto il primo premio della lotteria con Adele. Nel video di Hey QT si tracciano coordinate di una nuova interscrittura in cui l'elettropop sembra ormai scappato dal recinto della musica, per farsi soprattutto immaginario. Molto plastificato: trionfo della realtà virtuale, 0% supernatural.

mercoledì, marzo 25, 2015

Verdena Tour 2015 ai raggi x: canzoni suonate e playlist Spotify

(Flickr / Valentina Ceccatelli)
Con l'arrivo della primavera, si riapre per il sottoscritto la stagione dei concerti. Appuntamento con i Verdena venerdì sera al CAP 10100 di Torino. Avendo apprezzato molto Endkadenz vol.1, che al momento forma ancora con No Cities To Love e Natalie Prass la magica triade dei miei migliori album del 2015, sono molto curioso di sentire come renderanno le nuove canzoni dal vivo. E mi sono tolto lo sfizio di andare a sbirciare nelle scalette dei concerti finora suonati dalla band, cavandone qualche informazione e una playlist Spotify, per carburare un po' in vista di venerdì.


Avvertenza: da qui in avanti è tutto un potenziale mega-spoiler sul tour. Se volete arrivare al concerto senza sapere quali canzoni potreste ascoltare, non proseguite nella lettura.


A giudicare dalle scalette raccolte su setlist.fm, nei nove concerti della prima tranche del tour i Verdena si sono stabilizzati su una media di circa 27 canzoni a sera.

Le seguenti 19 canzoni sono state presenze fisse in scaletta:
Ho una fissaUn po' esageri, Sci desertico, Loniterp, Derek, Attonito, Vivere di conseguenza, Lui gareggia, Contro la ragione, Canos, Puzzle, Nevischio, Razzi arpia inferno e fiamme, Scegli me (Un mondo che tu non vuoi), Muori delay, Rilievo, Luna, Don Calisto, Funeralus. 

Il resto della setlist è stato invece più o meno mobile. I Verdena hanno alternato complessivamente 35 canzoni, così suddivise per album:

Enkadenz vol.1 (2015): 13 brani
Ho una fissa, Puzzle, Un po' esageri, Sci desertico, Nevischio, Rilievo, Diluvio, Derek, Vivere di conseguenza, Alieni fra di noi, Contro la ragione, Inno del perdersi, Funeralus

Wow (2011): 10 brani
Scegli me (Un mondo che tu non vuoi), Loniterp, Per sbaglio, Razzi arpia inferno e fiamme, Lui gareggia, Le scarpe volanti, Castelli per aria, Attonito, È solo lunedì, Nuova luce

Requiem (2007): 7 brani
Don Calisto, Non prendere l'acme Eugenio, Angie, Isacco nucleare, Canos, Muori Delay, Trovami in modo semplice per uscirne

Verdena (1999): 3 brani
Ovunque, Valvonauta, Viba

Solo un grande sasso (2001): 1 brano
Starless

Il suicidio del samurai (2004): 1 brano
Luna

Dunque tutte le canzoni di Endkadenz vol.1 sono state suonate almeno una volta. Inoltre, la band conferma una netta preferenza per il materiale prodotto negli ultimi anni, in particolare nel trittico Requiem/Wow/Endkadenz. Dagli album più antichi viene recuperato giusto qualche sporadico ricordo: è uno dei tanti aspetti interessanti dei Verdena, che sembrano ancora focalizzati sul presente e poco interessati a entrare nella fase "greatest hits" della carriera. 

Detto che questa è una fotografia dell'immediato passato e nulla impedirà loro di stravolgere la scaletta dei concerti nella seconda parte del tour indoor che prenderà il via proprio a Torino (e aggiunto che, per esempio, a me non dispiacerebbe sentire già qualche piccolo assaggio di Endkadenz vol.2), ho raccolto in una playlist Spotify tutte le 35 canzoni suonate finora. Le ho messe in un ordine che (più o meno) rispecchia quello delle setlist. Buon ascolto. 


VERDENA TOUR 2015

mercoledì, marzo 18, 2015

Chasing Yesterday (Noel Gallagher's High Flying Birds)


Noel Gallagher è uno di quegli artisti di cui ormai si parla più per le polemiche sparse qua e là che per la musica. Per esempio, oggi molti avranno letto le sue battute su Fabio Fazio e sulle donne che frequentano i night club milanesi (“assomigliano a Mick Jagger periodo 1965-1969”) ma pochi sapranno che è da poco uscito un suo nuovo album. E ancora meno lo avranno ascoltato. Anche un po' per colpa sua, visto che da un un lato semina punzecchiature a ogni intervista/tweet e dall'altro sembra aver inserito un pilota automatico che lo porta a scrivere canzoni prive di quella caratteristica che per i critici e una buona fetta di appassionati è ormai l'unica fonte di valore nella musica: l'innovazione.

Chasing Yesterday non fa eccezione. Bastano trenta secondi per trovare conferma alle ipotesi di conservatorismo: Riverman si apre con un accordo di chitarra acustica che sembra clonato da Wonderwall degli Oasis e con un verso (“There's something in the way she moves”) che cita in modo ancor più plateale la fonte gallagheriana per antonomasia: i Beatles. Per non farsi mancare niente, all'inizio di In the Heat of the Moment c'è persino un “na na na na na” che suona quasi come un omaggio all'altro volto della Cool Britannia degli anni '90, quello degli ex-arcirivali Blur.

Non avendo trovato foto con le donne-Jagger, ripiego su Fabio Fazio
Se i testi come al solito sono agli antipodi di un Leonard Cohen, la musica si concede qualche piccola libertà, pur sempre tenuta al guinzaglio dalla chitarra dell'artista. Il sax su cui si chiude Riverman, per esempio. O l'intera The Right Stuff, tra le poche tracce rimaste della abortita collaborazione con il duo di produttori britannici Amorphous Androgynous (aka The Future Sound of London), presentata in molte recensioni come una scampagnata space jazz, mentre a me ricorda semplicemente un britpop più ambientale, diciamo in direzione Urban Hymns dei Verve.

A questo punto, forse verrebbe da pensare che Chasing Yesterday sia un disco da buttare, o anche solo dimenticare. A livello critico, forse sì. Dal punto di vista del piacere personale, tutt'altro. Non mi stupirei se alla fine si rivelasse uno dei miei album più ascoltati del 2015. È una questione di affinità uditive ed elettive: non solo riconosco immediatamente il modo di scrivere musica di Noel Gallagher, ma mi piace. Persino ritornelli in simple english come “The more that you want it / The more that you need it”, li trovo più irresistibili (e di certo orecchiabili) di tonnellate di arzigogolate novità da Pitchfork 8.0.

C'è un aspetto interessante nel rapporto tra la critica e Chasing Yesterday: molte recensioni si muovono nel limbo dell'aurea sufficienza, ma tutte sostengono che l'album presenta almeno due o tre brani di valore. E quando li citano, sono puntualmente diversi rispetto a quelli della recensione precedente. Sulla lavagna dei buoni ho trovato segnate almeno una volta tutte le canzoni. Probabilmente in Chasing Yesterday non c'è niente destinato a esser ricordato fino alla fine del mondo, ma Gallagher riesce sempre a tenersi ad abbondante distanza dall'orrido. E in confortante prossimità con il piacevole (e con il knebworthiano: Chasing Yesterday è un altro disco che sembra fatto apposta per essere canticchiato a un concerto estivo).




Canzoni preferite: Riverman, While the Song Remains the Same, Ballad of the Mighty I

In ascolto: What a Terrible World, What a Beautiful World (The Decemberists)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)
6. No Cities To Love (Sleater-Kinney)
7. Endkadenz vol. 1 (Verdena)
8. Natalie Prass (Natalie Prass)
9. I Love You, Honeybear (Father John Misty)
10. Viet Cong (Viet Cong)
11. Chasing Yesterday (Noel Gallagher's High Flying Birds)

lunedì, marzo 16, 2015

Quando Michael Jackson comprò le canzoni dei Beatles


Il complesso mondo del diritto d'autore conserva una miriade di aneddoti, curiosità e storie a loro modo avvincenti. Come quella del travagliato destino dell'edizioni del catalogo dei Beatles, che dopo diverse peregrinazioni negli anni Ottanta sono finite nelle mani di Michael Jackson e ancora oggi sono in parte controllate dagli eredi del cantante.

Qualche giorno fa ho trovato un articolo che racconta la vicenda, suddividendola in due parti: How Paul McCartney and John Lennon Lost Ownership of the Beatles catalogue e How Michael Jackson bought the Beatles catalogue and turned it into a billion dollar empire. Il doppio articolo - che ricalca in modo fedele la ricostruzione disponibile su Wikipedia - è molto interessante e spiega diverse cose su come funziona l'industria musicale e su come ad arricchirsi con il sistema del copyright spesso non siano necessariamente o principalmente gli autori delle opere. 

Ecco i passaggi più significativi:

1. Il peccato originale. Nel 1963 John Lennon e Paul McCartney, su suggerimento di Brian Epstein, creano una società destinata a proteggere i diritti sulle edizioni dei loro brani: la Northern Songs. Il problema è che i due artisti - che all'epoca hanno rispettivamente 23 e 21 anni - accettano di controllarne solo il 20% a testa. Il 10% va a Epstein, il 50% a Dick James e Charles Silver. 

2. ATV machine. Dopo una serie di passaggi intermedi, dopo la morte di Epstein e dopo un infruttuoso tentativo da parte di Lennon & McCartney di riprendere il controllo dei brani, nel 1967 James e Silver vendono il loro pacchetto di quote a una compagnia chiamata ATV Music Publishing. 

3. Il lungo addio. Nel 1969, con i Beatles in fase terminale e con il desiderio di liberarsi anche di un vecchio obbligo contrattuale che li avrebbe costretti a scrivere nuove canzoni per la ATV fino al 1973, Lennon e McCartney decidono di vendere alla società anche le loro quote della Northern Songs. Da quel momento ATV controlla il 100% delle edizioni dei brani scritti dai due artisti per i Beatles.

4. Smooth Criminal. Nel 1982 Paul McCartney ospita Michael Jackson per registrare Say Say Say. Una sera, dopo cena, gli mostra una cartellina in cui sono elencate tutte le canzoni di cui detiene i diritti. Perso il repertorio dei Beatles (e senza esser riuscito a convincere Yoko Ono a ricomprarlo assieme), McCartney ha infatti acquisito i diritti di canzoni di altri artisti famosi, arrivando a guadagnare decine di milioni di dollari all'anno. Michael Jackson si dimostra molto interessato e sembra che pronunci la battuta: "Un giorno sarò io a controllare le tue canzoni".

5. Quel giorno non è lontano. Nel 1984 il nuovo proprietario della ATV Music Publishing, il miliardario Robert Holmes à Court, decide di metterla in vendita. Michael Jackson, che negli ultimi due anni ha seguito il consiglio di McCartney e ha iniziato ad acquistare i diritti di centinaia di canzoni, avvia le trattative di acquisto (sembra dopo essersi accertato del disinteresse di McCartney). L'operazione si chiude nell'agosto del 1985, al prezzo di 47,5 milioni di dollari.   

La storia proseguirà negli anni Novanta, con la cessione da parte di Jackson di metà della ATV alla Sony. Oggi dopo la scomparsa dell'artista avvenuta nel 2009, su Wikipedia si legge che "Sony/ATV Music Publishing is the largest music publishing company in the world and is co-owned by Sony Corporation and the Estate of Michael Jackson". E nel suo immenso catalogo, mezzo secolo dopo, ci sono ancora le edizioni dei Beatles. 

venerdì, marzo 13, 2015

Come continuare a usare gli embed nella nuova versione di Spotify

E non vale solo per Avicii.

Periodicamente Spotify aggiorna i suoi software. In questi giorni è toccato al programma utilizzato per ascoltare la musica sul desktop e a giudicare dai commenti per molti utenti più che un upgrade si è trattato di un downgrade: un peggioramento. Le critiche sono molte e si concentrano non tanto sulle nuove funzioni (come la possibilità di visualizzare i testi delle canzoni attraverso Musixmatch, già disponibile in passato e adesso resa di default), quanto nei confronti di quelle che erano presenti sulle vecchie versioni del software e che Spotify ha deciso di eliminare. Se è vero che critiche del genere sono la norma di fronte al cambiamento di qualcosa a cui si è abituati, è altrettanto vero che dal programma sono scomparse alcune opzioni non di secondo piano. Per esempio, l'embed.

L'importanza dell'embed
Nei corsi di giornalismo e scrittura digitale, tendo sempre a sottolineare come la possibilità di incorporare contenuti esterni sia una delle funzioni caratteristiche della narrazione su Internet. Il mezzo digitale non è un foglio di carta fatto per essere riempito solo di parole o disegni: testo e immagini svolgono ancora un ruolo importante, ma in sinergia con video, mappe, suoni e altri strumenti più o meno multimediali, più o meno interattivi. È un fatto ancora più evidente in un contesto sociale e tecnologico come quello contemporaneo, in cui la comunicazione è ormai dominata dagli schermi. Gli embed possono arricchire e rendere più completa l'informazione e oggi sono resi disponibili da tantissimi servizi Web: si possono incorporare i tweet, i video di YouTube e Vimeo, le Google Maps, i brani di SoundCloud, le foto di Flickr o Getty e molto altro ancora. Se dosati/usati correttamente, sono elementi che spesso migliorano di molto un contenuto.

Fino a due giorni fa, si poteva embeddare facilmente anche le canzoni, gli album e le playlist di Spotify. Io lo faccio regolarmente su questo sito (per esempio nelle recensioni degli album della settimana) e su Spotirama, ma non si tratta solo di un vezzo personale: è un'abitudine ormai consolidata sui blog e sui siti d'informazione musicale e non. Un'abitudine logica: io ti parlo di un album e ti offro anche la possibilità di ascoltarlo, magari mentre leggi l'articolo. Questa è la vera potenza di Internet e della tecnologia: risolvere i problemi, aggirare gli ostacoli, ridurre i passaggi superflui di una vita che sta diventando più trafficata di un incrocio stradale a Tokyo.

Nella nuova versione desktop di Spotify, questa funzione è scomparsa. Vi si accedeva in modo semplicissimo (tasto destro del mouse + copia codice d'incorporamento), ma adesso l'opzione copia codice d'incorporamento non appare più nel menù a tendina. In realtà esistono ancora due possibilità di incorporare la musica, anche se sono molto più macchinose. La prima è lavorare con l'html: prendi un codice embed da un vecchio post e sostituisci a mano il tipo di contenuto che vuoi incorporare ("track", "album", "playlist") e il suo URI (uniform resource identifier, si trova alla voce copia link). Più semplice è passare da questa pagina, disponibile sulla sezione per gli sviluppatori di Spotify: https://developer.spotify.com/technologies/widgets/spotify-play-button/. Si copia il link, lo si incolla nella prima finestrella e nella seconda appare il codice embed (come mostrato nell'immagine in apertura).

Ho provato i due metodi e sembrano funzionare entrambi. Qi sotto, per esempio, c'è la playlist dove sto raccogliendo tutti gli album che ho ascoltato nel 2015. Non trovate che sia semplice e logico inserirla direttamente nel post, invece che rimandare a lei con un link e farvi aprire un'altra pagina?
Il cliente ha ancora ragione?
Rimane un dubbio: perché Spotify ha reso più complicata una funzione che prima era così semplice? E perché sembra volerla riservare solo agli sviluppatori? È forse il primo passo verso la neutralizzazione definitiva dell'embed, un po' come è stata cancellata del tutto la possibilità di ordinare i risultati di ricerca in base a titolo, artista, album durata e popolarità? (anche l'escamotage utilizzato negli ultimi due anni non funziona più...)

Agli utenti occasionali, forse anche alla maggioranza di quelli più assidui, sembreranno problemi di poco conto. In fondo la musica è sempre lì e il prezzo degli abbonamenti non è aumentato. A parere di chi scrive, si tratta invece di cambiamenti preoccupanti. Innanzitutto, perché non sembrano motivati. Perché togliere delle funzionalità che sono già attive e che non hanno ricevuto dal pubblico critiche o altri segnali di mancanza di gradimento? 

Inoltre, perché indicano una sterzata piuttosto brusca verso la limitazione delle opzioni offerte al cliente. In una sorta di capriola verso l'1.0, Spotify sembra aver deciso di iniziare a ridurre le possibilità di scelta dei suoi abbonati, indirizzando l'ascolto verso ciò che vuole lei (altrimenti perché impedire di mettere in ordine le ricerche?) e riportando le playlist in un ovile più protetto e recintato (l'addio all'embed).

Può anche darsi che siano i primi segnali di una più marcata transizione della piattaforma verso il mobile, probabilmente individuato come il mercato strategico prioritario per il futuro: su smartphone e tablet la fruizione musicale è dominata dal semplice streaming e dalle funzioni social più immediate ("mi piace" e dintorni). Le ricerche complesse e gli embed sono assai meno importanti che sul desktop. Comunque sia, è un peccato. Un servizio che per me ha sempre rappresentato il perfetto e possibile equilibrio tra legalità e funzionalità (almeno dal punto di vista dell'ascoltatore, non tocco qui la delicata questione del compenso agli artisti) inizia a mostrare le prime e spiacevoli crepe.

giovedì, marzo 12, 2015

Viet Cong (Viet Cong)


Appartengo alla generazione che ha scoperto l'esistenza di Calgary grazie alle Olimpiadi invernali del 1988, quelle della doppia medaglia d'oro di Alberto Tomba in slalom speciale e gigante. Adesso, quasi trent'anni e parecchie edizioni dei Giochi dopo, risento parlare della città canadese come luogo d'origine dei Viet Cong, band formatasi dalle ceneri dei Women (da cui provengono il cantante/bassista Matt Flegel e il batterista Mike Wallace).

Proprio il rapporto con i Women è invariabilmente citato in tutte le recensioni di Viet Cong: non tanto per sottolineare una comune appartenenza musicale, quanto per spiegare l'atmosfera ombrosa, incupita da versi come “if we're lucky we'll get old and die” e titoli come Pointless Experience e Death. Critici e giornalisti trovano un diretto contatto con la scomparsa di Christopher Reimer, il chitarrista dei Women, la cui morte improvvisa nel 2012 mise la parola fine a una band già minata da dissidi interni.

Ma i Viet Cong sono gioviali e amano i gatti.
Se aggiungiamo che tra i riferimenti che più spesso vengono accostati al disco ci sono band come Joy Divison e Bauhaus, si capirà come il menù proposto dai Viet Cong non sia proprio dei più leggeri: post-punk* del nuovo millennio, magari meno inesorabile e decadente di quello anni '80, ma pur sempre orientato verso la dark side del rock. Con qualche punto di contatto anche con gli Interpol (pure loro non proprio famosi per essere degli allegroni).

Di certo Viet Cong è un album dalla digestione più complicata rispetto agli ultimi che ho ascoltato, ma non bisogna pensare che il suo ritmo incalzante e gli assalti industriali ben presenti fin dall'iniziale Newspaper Spoons coprano qualsiasi raggio di sole. Continental Shelf è un singolo che bilancia rumore e melodia in modo perfetto, quasi pop. E nella improvvisa apertura vocale di March of Progess, dopo tre minuti di artiglieria sonica, il sottoscritto ritrova persino qualcosa dei Pink Floyd più antichi e barrettiani.

Adelante post-punk ma con juicio, insomma. Con tante ansie e paure che galleggiano nei testi, ma senza riverniciare di nerocosmico l'intera atmosfera. Se siete in un momento di disponibilità verso suoni sperimentali, qui potrete trovare diverse soddisfazioni. Balzati di recente all'onore delle cronache per l'annullamento di un concerto in Ohio a causa del "nome offensivo" (!), i Viet Cong sono in realtà finiti nel mio mirino per la loro presenza al Nos Primavera di Oporto: dal vivo, magari a notte fonda e con i volumi belli alti, sento che potrebbero rivelarsi una rombante sorpresa.

* Per approfondire tutto ciò che fu il post-punk originale, vi consiglio il libro Post punk 1978-1984 di Simon Reynolds e la relativa megaplaylist Spotify



Canzoni preferite: Pointless Experience, Continental Shelf, Silhouettes

In ascolto: Chasing Yesterday (Noel Gallagher's High Flying Birds)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)
6. No Cities To Love (Sleater-Kinney)
7. Endkadenz vol. 1 (Verdena)
8. Natalie Prass (Natalie Prass)
9. I Love You, Honeybear (Father John Misty)
10. Viet Cong (Viet Cong)

venerdì, marzo 06, 2015

100 opere (e una dozzina di musei) da vedere a New York

La persistenza della memoria si deve accontentare del 100° posto. Se Dalì lo scopre...

Quando si pensa a New York, vengono subito in mente i grattacieli, il ponte di Brooklyn, la Statua della Libertà, forse Woody Allen. Difficilmente si identifica la città con i suoi musei, nonostante alcuni siano piuttosto famosi (MoMA, Metropolitan, Guggenheim) e conservino opere di artisti come Cézanne, Goya, Picasso, Pollock, Rembrandt, Van Gogh, Warhol. Time Out ha raccolto i 100 migliori dipinti delle collezioni permanenti dei musei newyorchesi, scelti da “34 artists, critics, journalists, curators and gallery dealers”. Per chi ha in programma un viaggio a NY e per chi vuole saperne di più (e scoprire cos'è l'Ab Ex o quale opera si trova in un bagno), si tratta di una gran bella visita virtuale, che ha come unica pecca le immagini un po' piccole e si consuma meglio leggendo i brevi testi che accompagnano e contestualizzano ogni dipinto. Come extra, qui sotto trovate la Top 10 e alcuni dati estratti dalla lista. Buona mostra.


La Top 10


10. Rembrandt, Autoritratto (Metropolitan Museum of Art)
9. Cy Twombly, Untitled (Museum of Modern Art)
8. Jackson Pollock, One: Number 31 (Museum of Modern Art)
7. Henri Matisse, The Red Studio (Museum of Modern Art)
6. Johannes Vermeer, Donna con brocca d'acqua (Metropolitan Museum of Art)
5. Albert Bierstadt, A Storm in the Rocky Mountains (Brooklyn Museum)
4. Francisco Goya, Ritratto della Duchessa de Alba in nero (The Hispanic Society of America)
3. Jean-Auguste-Dominique Ingres, Ritratto della contessa di Haussonville (Frick Collection)
2. Giovanni Bellini, San Francesco nel deserto (Frick Collection)
1. Pablo Picasso, Les demoiselles d'Avignon (Museum of Modern Art)



La classifica completa: The 100 Best Paintings in New York (Time Out)



La distribuzione delle 100 opere per secoli
(Novecento über alles...)

2000 (XXI secolo): 2 opere
1900 (XX): 59 opere
1800 (XIX): 13 opere
1700 (XVIII): 5 opere
1600 (XVII): 9 opere
1500 (XVI): 7 opere
1400 (XV): 3 opere
1300 (XIV): 1 opera
100 (II): 1 opera

Il dipinto più antico della Top 100 è il ritratto di un ragazzo proveniente dall'Egitto e risalente al II sec. dopo Cristo. Il più recente è Monet's Salle à Manger Jaune di Mickalene Thomas (2012).


La classifica dei musei 
(100 punti all'opera al primo posto, 99 punti al secondo posto, ecc: MoMA e Met fanno la parte dei leoni)


1. Museum of Modern Art: 1979 punti (35 opere nella Top 100)
2. Metropolitan Museum of Art: 1551 punti (33 opere)
3. Frick Collection: 330 punti (7 opere)
4. Brooklyn Museum: 330 punti (4 opere)
5. Whitney Museum of American Art: 205 punti (8 opere)
6. Solomon R. Guggenheim Museum: 163 punti (5 opere)
7. The Cloisters: 156 punti (2 opere)
8. The Hispanic Society of America: 97 punti (1 opera)
9. LGBT Center: 81 punti (1 opera)
10. New-York Historical Society: 69 punti (1 opera)
11. East 128th Street and Harlem River Drive (indirizzo dove si trova il murale Crack is Wack di Keith Haring): 53 punti (1 opera)
12. Neue Galerie: 27 punti (1 opera)
13. Studio Museum in Harlem: 9 punti (1 opera)