giovedì, aprile 16, 2015

Carrie & Lowell (Sufjan Stevens)


Negli ultimi mesi mi è capitato più volte di confrontarmi con opere in cui si racconta la perdita di una persona cara, e l'effetto che questa ha generato in chi l'ha subita. È successo riascoltando Tomorrow, vecchia canzone degli U2 in cui Bono “inconsciamente” descrive il funerale della madre (“Outside, somebody's outside / Somebody's knocking at the door / There's a black car parked at the side of the road”); o scivolando tra le pagine di Dimentica il mio nome, la graphic novel in cui Zerocalcare racconta la scomparsa della nonna, anche sconfinando nei reami del fantastico. 

Carrie & Lowell di Sufjan Stevens aggiunge un tassello particolarmente importante a questo mosaico del dolore privato a uso pubblico: l'intero album è infatti dedicato dall'artista americano al patrigno (con cui ha fondato e che dirige l'etichetta discografica Asthmatic Kitty) e soprattutto alla madre, scomparsa alla fine del 2012. Immediato, già al primo ascolto, si accende un corto circuito: quello dell'intima sofferenza inevitabilmente destinata a finire – per scelta consapevole – nel vortice del consumo culturale moderno, sballottata in mezzo a un miliardo di altri contenuti, smozzicata, assorbita distrattamente, filtrata dalle cuffiette, costretta a infilarsi in un interstizio di quel poco tempo che ci è concesso per conoscere il mondo e i suoi (ris)volti.

Se guardando la foto che fa da copertina all'album e che apre questo post, anche voi non siete riusciti a trattenere una reazione incuriosita, accompagnata da un pensiero buffo (“mamma mia, che è sta roba?”), allora forse potete comprendere quello che intendo. Questo infinito ciondolare mediatico, narrativo ed emotivo tra sofferenza e ironia, tra sacro e profano, tra massimi sistemi/sentimenti e normale esistenza quotidiana. È una sensazione che è tornata spesso a chi scrive, ascoltando le undici canzoni che compongono l'album, quasi tutte sussurrate, minimali, costruite in buona parte sull'accostamento tra la voce di Stevens e l'accompagnamento di una chitarra o di un pianoforte.

Sufjan Stevens nel suo studio di Brooklyn
(tratta da una rara e lunga intervista su Pitchfork)

Se l'effetto complessivo di Carrie & Lowell è quello di un disco scarno fino al midollo (soprattutto in confronto ad alcuni lavori precedenti di Sufjan Stevens), non arriverei però a definirlo lo-fi. Ovunque emerge un'attenta cura degli arrangiamenti, dei suoni, delle atmosfere. Con piccoli inserti e soluzioni inattese che spesso sono le vere stairway in grado di trasportare la musica verso livelli metafisici: penso alla tastiera che si accende improvvisamente poco dopo la metà di Should Have Known Better o a quella che fa da controcanto ai momenti più belli di All of Me Wants All of You. Piccole tracce di paradiso che dimostrano come non sia solo il diavolo a stare nei dettagli.

Ma anche in paradiso evidentemente non si sta troppo bene. In Carrie & Lowell ci sono schegge che penetrano a fondo nell'anima (“What's the point of singing song / If they'll never even hear you”) e i paragoni più frequenti nelle recensioni sono a Elliott Smith, Nick Drake o album come For Emma, Forever Ago di Bon Iver: non proprio inni alla gioia. D'altronde, anche il rapporto tra Sufjan e Carrie si è consumato ben lontano dal Mulino Bianco: lei lo ha abbandonato da piccolo, entrando in un tunnel di depressione, schizofrenia e alcolismo. Lui l'ha persa, parzialmente ritrovata (anche tramite Lowell), poi di nuovo persa, infine (forse) di nuovo ritrovata grazie a questo album, costruito sulle lacrime e i sospiri della crisi esistenziale e della consapevolezza del tempo che passa, con lancette-bisturi chirurgiche nel dilatare il passato e ridurre il futuro. Eppure, forse anche per il primo contatto un po' titubante (per le considerazioni sul rapporto tra pubblico e privato, sofferenza ed esposizione della stessa, ma anche per l'impossibilità di individuare con certezza in un'opera d'arte il confine tra realtà e narrazione), l'ascolto di Carrie & Lowell alla fine non è devastante. Sarà per il potere salvifico della musica, sarà per l'ispirazione dell'artista e la sua capacità di creare melodie pressoché perfette anche solo arpeggiando due accordi, ma ciò che l'album restituisce è una sorta di dolcezza crepuscolare. Quasi come una piazzola di sosta in cui fermarsi al tramonto, dopo lunghe ore di guida, per rilassarsi guardando il sole che scende all'orizzonte, prima di rimettersi in viaggio.



Canzoni preferite: Should Have Known Better, All of Me Wants All of You, The Only Thing

In ascolto: Short Movie (Laura Marling)


Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)
6. No Cities To Love (Sleater-Kinney)
7. Endkadenz vol. 1 (Verdena)
8. Natalie Prass (Natalie Prass)
9. I Love You, Honeybear (Father John Misty)
10. Viet Cong (Viet Cong)
11. Chasing Yesterday (Noel Gallagher's High Flying Birds)
12. What a Terrible World, What a Beautiful World (The Decemberists)
13. To Pimp a Butterfly (Kendrick Lamar)
14. Carrie & Lowell (Sufjan Stevens)

mercoledì, aprile 15, 2015

Il fascino perduto del leak

Fonte: International Business Time

Da queste parti, qualcosa sta cambiando. Da alcune settimane è disponibile sulle reti P2P The Magic Whip, il nuovo album dei Blur, la cui distribuzione ufficiale è prevista per il 27 aprile. Nel weekend sono fuoriusciti online i primi quattro episodi della nuova stagione di Game of Thrones/Il trono di spade. Eppure, in entrambi i casi, non ho calato il retino nell'oceano digitale. Nemmeno per inerzia, ragioni professionali o curiosità. Ieri mi sono guardato con calma la prima puntata di GoT in tv e per i Blur penso che aspetterò che l'album arrivi su Spotify (sperando che non venga fermato alla sciocca dogana delle esclusive...) a fine mese. E non ho dovuto forzarmi: è semplicemente venuto così. 

Due considerazioni:

1. Nel ranking di preferenze personali, non si tratta di contenuti di Serie B. Tutt'altro: dei Blur (e delle infinite incarnazioni artistiche di Damon Albarn) mi piace praticamente tutto; Game of Thrones ha raccolto lo scettro di Breaking Bad nella categoria "serie più entusiasmante del momento". Insomma, è materiale che qualche anno fa probabilmente avrei davvero sentito il bisogno di procurarmi nel battito di un leak

2. Lascerei fuori il discorso su copyright, pirateria, ecc. ecc. Ci sarebbero troppe cose da dire e in linea di massima non mi sembra nemmeno il punto più interessante da affrontare. Qui si tratta più che altro di motivazione: più che un presunto ritorno alla legalità, un ritorno alla qualità dell'esperienza di ascolto/visione dei contenuti. Che poi, dal lato del consumatore, dovrebbe essere la voce determinante di tutta la questione (persino più determinante del gratis...)

È come se fosse entrato in funzione un plotone di anticorpi adibiti alla battaglia contro la gestione sempre più ansiogena e fuori controllo della distribuzione e fruizione di contenuti. Di tutti i contenuti: dall'alto, dal basso, da destra, da sinistra. Può darsi che si tratti di una reazione personale, tutt'altro che condivisa nelle praterie del web. Ma se non è così: se questo sentimento vive anche al di fuori del mio computer e delle mie esperienze personali, se si sta diffondendo - magari ancora in modo carbonaro, ma capillare - allora prepariamoci perché le ripercussioni potrebbero essere davvero molto interessanti.

Oggi nel campo del marketing culturale/spettacolare, dell'industria, della comunicazione e dell'informazione si gioca quasi tutto sul concetto di aspettativa e di evento. Creare l'attesa per un evento e poi sparare il colpo, cercando di fare più rumore possibile (magari mascherando la prima fase e puntando su un sempre più artificiale effetto sorpresa, tipo bomba-carta allo stadio). I leak di fatto rispondono a questo sviluppo di un appetito culturale vorace, perenne, sempre più immerso in una soluzione di istintività e irrazionalità. È qualcosa che penso abbia molto a che fare con il culto del real time dominante nella società contemporanea (digitale e non solo). 

L'obiettivo di qualsiasi distributore - autorizzato o meno - è richiamare l'attenzione/azione immediata del pubblico, spesso stordendolo con effetti speciali. Ma se il pubblico dopo un po' si stufasse? Se recuperasse il controllo della sua esperienza di ascoltatore/lettore/spettatore/utente, prendesse in mano il palinsesto della sua esperienza culturale (anche grazie ai nuovi strumenti digitali, cessando di "lasciarsi utilizzare" da loro) e decidesse che in fondo l'album dei Blur si può tranquillamente aspettare e i primi quattro episodi di Game of Thrones non si devono necessariamente assimilare la prima notte in cui appaiono su BitTorrent (sostituite i vostri contenuti di preferenza)?

Anche solo ipotizzare qualcosa del genere, ad aprile 2015, nell'era del leak, del bingewatching e dell'ansia da previsione digitale, ha la parvenza del sacrilegio. La storia sembra procedere in tutt'altra direzione. Un simile cambiamento di prospettiva (da parte del consumatore) non andrebbe solo a limitare gli effetti reali dei leak (per la gioia dei produttori di contenuti) ma renderebbe immediatamente obsolete anche il 99% delle campagne di promozione/marketing e desertificherebbe quella parte dei social network adibita al commento istantaneo di tutto ciò che si consuma. 

Forse è davvero solo un'impressione personale. Forse il mondo si trova a proprio agio nell'era del consumo accelerato e istantaneo. Forse il contesto non permette ulteriori stravolgimenti. E forse la sirena del leak è ancora in grado di sedurre le nostre sinapsi e sempre sarà così. Ma se guardo al futuro vedo uno scenario possibile, diverso e migliore rispetto al presente. I primi quindici anni d.N. (dopo Napster) ci hanno convinto di poter avere tutto e subito. I prossimi quindici potrebbero farci maturare la consapevolezza che - per dare un senso a ciò che incontriamo nel nostro cammino - è meglio avere tutto ciò che ci interessa, ok, ma seguendo percorsi di crescita e di qualità della vita più legati a ritmi, tempi e necessità individuali, che dettati dai forsennati tamburi del villaggio globale. 

lunedì, aprile 13, 2015

Come il web ci ricorda che sta tornando Game of Thrones (parte seconda)

Dal progetto Game of Polygons di Mordi Levi (maggio 2014)


(selezione degli infiniti remix, parodie e altri ameni contenuti legati a Game of Thrones che in questi giorni circolano su Internet; proseguendo quanto detto e visto qui e ricordando che abbondano gli spoiler sulle stagioni 1-4)



LA VIDEOCANZONCINA SPLATTER: Come si muore in Game of Thrones

Dumb Ways To Die è un video animato del 2012 in cui sulle note di un'allegra canzonetta veniva mostrata una serie di "modi stupidi per morire". In due anni e mezzo ha collezionato 102 milioni di views, diventando probabilmente il video più visto nella storia delle campagne per la sicurezza promosse da un'azienda di trasporti (la Metro Trains di Melbourne). Essendo Game of Thrones una serie piuttosto generosa in fatto di morti creative (vedi l'infografica), una nuova versione del video adattata alle sue vicende, pubblicata su YouTube dall'utente egor zhgun, risulta molto azzeccata.





LA PARODIA: Indovina chi viene a cena? Jon Snow

Non un contenuto creato per il web, bensì uno sketch del programma tv Late Night With Seth Meyers (NBC). Ma ormai tutti gli sketch televisivi più riusciti godono di una seconda vita su YouTube: anzi, probabilmente vengono già pensati, almeno in parte, con quella funzione. Il filmato ci spiega che - se si vuole trascorrere una cena in allegria - forse è meglio non invitare Jon Snow (uno dei personaggi della serie). La forza della parodia, nonché la dimostrazione del potere dei grandi network, è che il protagonista è proprio Kit Harington, l'attore che interpreta Jon Snow in Game of Thrones.








RECAP: Un riassunto animato in 90 secondi

Questo video non è recentissimo (è stato caricato online sei mesi fa) ma va comunque bene come antipasto della quinta stagione, visto che è stato strutturato come un riassunto delle prime quattro (attraverso veloci rivisitazioni di alcuni dei momenti più intensi). Interessante l'origine: non è un fan video, ma è stato realizzato dalla BlackMeal, un'agenzia creativa con uffici a Parigi e Londra. Anche chi fa pubblicità deve trovare modi sempre nuovi per farsi pubblicità.







VEGGIE STYLE: Coniglio pezzato entra in castello di cartone e divora trono di carote 


mercoledì, aprile 08, 2015

A colpi di video, tweet e grafici, il web ci avverte che sta tornando Game of Thrones


L'ormai imminente inizio della quinta stagione di Game of Thrones - Il Trono di Spade (la prima puntata verrà trasmessa il 12 aprile negli USA, il 13 aprile in Italia) sta scatenando molta fantasia nel mondo dell'interscrittura e della nuova narrazione su web. Che si tratti del sito del grande giornale o del profilo Twitter di un ufficio turistico, sono in molti a puntare su una rielaborazione creativa dei contenuti della serie al fine di agguantare un po' di clic e visibilità. L'elenco si arricchisce giorno dopo giorno. Ecco qualche esempio:


(avvertenza: qui sotto sono raccolti parecchi SPOILER FONDAMENTALI relativi alle prime quattro stagioni della serie)



IL SUPERCUT: Tutta la storia di Tyrion Lannister in meno di cinque minuti



Un grande classico dell'era di YouTube, il supercut: frammenti tratti dalle prime quattro stagioni e rimontati in modo da concentrarsi su un unico aspetto del racconto. In questo caso, si tratta delle vicende di uno dei personaggi più carismatici della serie. L'autore è Grzegorz Grabowiec, un giovane studente di Chorzów (Polonia) che in passato aveva già realizzato un tributo simile a Rustin Cohle (il personaggio interpretato da Matthew McConaughey in True Detective). 


L'INFOGRAFICA: Tutti i 456 personaggi morti nelle prime quattro stagioni in un unico sito


Shelly Tan e Alberto Cuadra hanno realizzato per il Washington Post una spettacolare "guida illustrata alle 456 morti di Game of Thrones". Qui il fan della serie potrebbe perdere davvero parecchio tempo: l'infografica è suddivisa per stagioni, i personaggi sono ordinati per importanza e di ciascuno viene segnalato l'episodio in cui viene ucciso, dove, da chi, come e per quale ragione. Per gli apprendisti storyteller digitali, in particolare per quelli appassionati di serie tv, ricevere l'incarico di realizzare un supporto informativo del genere è probabilmente molto più che un sogno. 


I TWEET: Volete visitare la tomba di Ned Stark?



Dal punto di vista del marketing, interessanti sono i tweet che ha iniziato a pubblicare e promuovere il profilo ufficiale dell'ente turistico irlandese in Italia, giocando sul fatto che alcune location della serie si trovano in Irlanda del Nord. Al di là di un hashtag che per ora stenta a decollare (#TerrediGOT), il livello di engagement sembra soddisfacente (soprattutto nel caso del tweet sulle Isole di Ferro).

Inoltre, in puro spirito transmediale, l'iniziativa non è isolata a Twitter ma va in sinergia con un itinerario speciale dedicato alle location di Game of Thrones, presentato sul sito dell'ente turistico. Non so se si tratta di una novità o di un contenuto già preparato gli anni scorsi e successivamente aggiornato, ma dal punto di vista di chi scrive - un appassionato di turismo a tema musicale/cinematografico/culturale che giusto qualche settimana fa ha passato una sera a cercare su Street View, proprio nel cuore d'Irlanda, il castello della copertina di The Unforgettable Fire degli U2 - si tratta di un'ottima idea, realizzata bene, senza risparmiare in testi e immagini.

Itinerario di quattro giorni dedicato a Il trono di spade


martedì, aprile 07, 2015

To Pimp a Butterfly (Kendrick Lamar)


Musica per soli bianchi e musica per soli neri? Su Pitchfork Sarah Sahim prende spunto dal cast all white di God Help the Girl (il film diretto dal cantante dei Belle & Sebastian Stuart Murdoch) per attaccare la "racial exclusivity that is onnipresent in indie rock"; sul New York Times, parlando del nuovo album To Pimp a Butterfly, Kendrick Lamar ammette che nelle sue canzoni abitualmente non si rivolge alla gente "from the suburbs" (dove la suburbs americana non va confusa con le banlieue europee e storicamente si intende come zona residenziale a prevalenza bianca).

In To Pimp a Butterfly, in effetti, la blackness trionfa a tutti i livelli. Nella provocatoria conquista della Casa Bianca raffigurata in copertina, nella orgogliosa spiegazione delle nobili origini del termine "Negus" (in i), nell'infinita sfilata di collaborazioni, ispirazioni e fantasmi afroamericani che animano il disco: Miles Davis, John Coltrane, James Brown, Gil Scott-Heron, George Clinton, Dr. Dre, Muhammad Ali, Nelson Mandela, Snoop Dogg, Flying Lotus, Outkast, Kunta Kinte sono solo alcuni dei riferimenti che colorano recensioni, commenti e articoli sull'album. 

Kendrick Lamar (fonte: New York Times)
Il fantasma più spettacolare è senza dubbio quello di Tupac. Scomparso nel 1996, già risorto nel 2012 come ologramma a Coachella, qui viene riportato in vita attraverso uno stratagemma che non può che esaltare un appassionato di scritture mutanti e mash up dilaganti come il sottoscritto: il disco si chiude con un'intervista immaginaria in cui Kendrick Lamar pone le domande ("How would you say you managed to keep a level of sanity?") e Tupac risponde ("By my faith in God, by my faith in the game, and by my faith in all good things come to those that stay true"). 

Ma Kendrick non si accontenta, Kendrick non si ferma. Non dialoga solo con l'angelo custode Tupac (la cui intervista originaria risale al 1994 e fu concessa a una radio svedese), ma in altre tracce di un album immenso per spunti e dettagli se la vede anche con i supremi leader dell'aldilà, da Lucifero (ribattezzato Lucy) a Dio (travestito da senzatetto). E con la musica vola ancora più in alto, sperimentando generi, stili, atmosfere: funk, soul, jazz. Con tanti incroci sfrigolanti, come il sax in libera uscita di For Free? che fa da base a poco urbani versi urban ("This dick ain't free").

Musica per soli neri? Può darsi. Così come i Belle & Sebastian non somigliano alla squadra del Brasile del 1970 ma si sono formati a Glasgow. Ma è giusto così. Di sicuro non avrò ascoltato To Pimp a Butterfly come lo ascolta un 18enne di Compton, ne avrò colto lo 0,3% delle sfumature e gli avrò dato un significato tutto mio, da figlio di suburbia italiana. Ma il Voltaire che è in me sostiene che è molto meglio poter passare da un disco nerissimo come questo a uno bianchissimo come Carrie & Lowell di Sufjan Stevens, che vivere in uno scenario united colours (in realtà grigio) dove la musica è costretta ad adattarsi, compiacere, essere riconoscibile per ogni fascia sociale, culturale e commerciale dell'umanità. E per questa volta, Voltaire o chi per lui, ti lascio parlare.





Canzoni preferite: King Kunta, i, Mortal Man

In ascolto: Carrie & Lowell (Sufjan Stevens)

Gli album della settimana del 2015:
1. Black Messiah (D'Angelo)
2. Run The Jewels 2 (Run The Jewels)
3. Soused (Scott Walker)
4. Panda Bear Meets The Grim Reaper (Panda Bear)
5. Girls In Peacetime Want To Dance (Belle & Sebastian)
6. No Cities To Love (Sleater-Kinney)
7. Endkadenz vol. 1 (Verdena)
8. Natalie Prass (Natalie Prass)
9. I Love You, Honeybear (Father John Misty)
10. Viet Cong (Viet Cong)
11. Chasing Yesterday (Noel Gallagher's High Flying Birds)
12. What a Terrible World, What a Beautiful World (The Decemberists)
13. To Pimp a Butterfly (Kendrick Lamar)

giovedì, aprile 02, 2015

David e la pornografia del colore


Nico Ordozgoiti è un art director di Madrid, è nato nel 1982 e lavora nel mondo della pubblicità. Nel suo curriculum vanta campagne anche piuttosto bizzarre (come "Discover Satanism", realizzata nel 2013 per il quarantacinquesimo anniversario di Rosemary's Baby) e adesso presenta Paint Job - Classic Sculpures With a Coat of Paint, un progetto di colorazione artificiale di sculture che - oltre al David mostrato in questo post - coinvolge la Venere di Milo, un ritratto di Jean-Baptiste Colbert, busti di Maria Antonietta e Giulio Cesare (le opere sono tutte visibili su Behance).    

Il suo è uno degli infiniti esempi di remix dell'arte antica, moderna e contemporanea, resi possibili dall'invenzione dei software di fotoritocco (e dalla loro distribuzione universale). In questo caso, l'effetto dell'intervento è una sostanziale demitizzazione dell'opera. Basta una mano di colore perché i soggetti delle sculture perdano gran parte dell'aura originale: David non è più un semidio ma un uomo di carne e ossa, sul volto della Venere si svelano i lineamenti di una donna comune, a Giulio Cesare sanguina persino il naso...

C'è anche un altro effetto, che mi sembra evidente soprattutto nel David e interessante dal punto di vista della comunicazione digitale: incrementando la verosimiglianza e l'umanità della scultura, se ne incrementa automaticamente anche il potenziale tasso pornografico percepito. Periodicamente si leggono storie di censure "artistiche" sui social network: immagini rimosse e account bloccati per qualche centimetro di pelle in più. In Francia, il complicato rapporto di Facebook con L'origine del mondo di Courbet è persino finito in tribunale

Forse mi sbaglio ma non mi risulta che le statue antiche siano mai incappate in problemi del genere: quasi come se l'assenza di colore le proiettasse in una zona protetta in cui gli algoritmi di Facebook non ritengono di dover intervenire. Ma basta un pizzico di photoshop, inseguendo modelli di colorazione che ricordano i primi esperimenti cromatici nel cinema del Novecento, perché si scivoli immediatamente in una zona ambigua. Nelle sale di controllo del social web, un'immagine rielaborata come quella sotto potrebbe far alzare la bandiera rossa? 


I Led Zeppelin e la leggerezza dei video interattivi


Da un po' di tempo i Led Zeppelin stanno distribuendo versioni deluxe dei loro album. A febbraio, in occasione del 40° anniversario dall'uscita originale, è toccato a Physical Graffiti. Tra le bonus track della ristampa c'è anche Brandy & Coke, una versione alternativa di Trampled Underfoot che in questi giorni è accompagnata su Internet da un video interattivo. Lo trovate sul sito ufficiale della band, ma potete provarlo anche qui sotto: cliccate su una finestra per vedere cosa succede dentro al palazzo e poi, man mano che la canzone va avanti, spostatevi con le frecce da una stanza all'altra. 

La struttura è molto simile a quella di un altro video interattivo, Like a Rolling Stone di Bob Dylan: là si faceva zapping tra canali tv, qui tra le stanze di un edificio. Non è un caso: li ha realizzati entrambi la stessa agenzia, la Interlude (ma la qualità/varietà dei contenuti di Like a Rolling Stone lascia trasparire un budget superiore). Dopo aver speso un paio di minuti su Brandy & Coke, torna a galla un dubbio, espresso di recente da Huw Oliver sul Guardian: a cosa servono i video musicali interattivi? Cosa ci danno? L'antipasto di una rivoluzione o un fatuo fuoco d'artificio?


La risposta non è semplice. In alcuni casi c'è un uso interessante, anche avanguardistico, della tecnologia digitale. Il primo esempio che mi viene in mente è The Wilderness Downtown. Nell'intreccio tra il brano We Used To Wait degli Arcade Fire e Google Street View si intravedeva una ricerca - seppur primitiva per forma e risultato, era il 2010 - sull'idea di video personalizzato, sul mash up con altri strumenti di comunicazione e racconto (le mappe), sulla creazione di un percorso giocato su temi emotivamente forti come la nostalgia e il dialogo con il passato.

Diverso e ancora da valutare è il discorso di esperimenti in realtà virtuale come Stonemilker di Björk, che già da un punto di vista di filosofia della comunicazione e dell'arte si pone in contrasto con il culto dominante dell'accessibilità dei contenuti online: il video è stato concepito per un consumo individuale in luoghi come il MoMA di New York e i negozi Rough Trade (in un matrimonio ideale tra vinilico vintage e futuristico virtuale). In casi simili, ad arricchire l'esperienza in modo decisivo potrebbe essere - oltre all'innovazione tecnologica - proprio il coefficiente di esclusività.

Di fronte a Brandy & Coke dei Led Zeppelin, la sensazione è diversa. Con l'effetto sorpresa (e gran parte del divertimento) che è stato bruciato da Like a Rolling Stone, ciò che rimane è un'idea carina - dare vita al palazzo di Manhattan che compare sulla copertina di Physical Graffiti - tuttavia non sufficiente ad arricchirne il valore artistico, tecnologico (e forse anche promozionale) al punto da permetterne la fuga dal gran recinto 2.0 in cui oggi si ammassa la maggioranza dei contenuti digitali (interattivi e non). Contenuti che - mostrando una natura sempre più orientata verso il leggero divertissement - sembrano quasi aver accettato l'idea di poter esistere giusto il tempo di un like

martedì, marzo 31, 2015

Effetto Periscope: gli eventi, i vip, il citizen journalism

Fonte: The Verge
In questi primi giorni di euforia e superhype attorno a Periscope, la nuova applicazione legata a Twitter che ti permette di trasmettere video in diretta streaming dal tuo iPhone (qui la spiegazione firmata Il Post), ci sono tre aspetti/utilizzi che - a una prima disanima a caldo del servizio, senza poterne ancora valutare gli effetti sul medio e lungo termine - mi sembrano già particolarmente interessanti: la trasmissione di eventi spettacolari, l'interazione VIP/fan e l'intreccio con il citizen journalism

I primi due temi implicano dei problemi immediati. Navigando tra gli account dei miei contatti Twitter, ieri sera mi sono imbattuto nel frammento di un concerto trasmesso in diretta via Periscope. La qualità video non era un granché, quella audio andava un po' meglio, ma il punto è un altro: cosa succederà se gli utenti inizieranno a trasmettere in massa eventi coperti da diritti per la riproduzione video (diritti di cui non sono loro i proprietari)? Non solo concerti, ma anche partite di calcio, film proiettati in sala, ecc. ecc. Mi sembra quasi di vederle, le polemiche che si stanno già accalcando all'orizzonte. 

Sul discorso VIP/fan, il problema è un altro: l'abuso del servizio e l'alluvione di contenuti di bassa qualità e scarso interesse, prodotti solo per ragioni di marketing, pubblicità e - letteralmente - visibilità. Naturalmente qui entriamo in discorsi del tutto soggettivi: il fan del determinato artista o personaggio famoso potrebbe essere entusiasta di assistere al suo idolo mentre si trova a pranzo, in viaggio in macchina o mentre fa una passeggiata al parco (lasciamo stare le declinazioni vietate ai minori). Per chi scrive, però, uno dei massimi nemici di Internet in questo momento storico è il rumore. E da quel che si assiste in questi primi giorni di vita online, Periscope rischia di alzarne ulteriormente il volume, soprattutto con la complicità dei VIP. Con i soliti effetti indesiderati sul sistema dell'informazione: all'orizzonte in questo caso vedo gli articoli, i post e gli approfondimenti sull'artista famoso che usa Periscope per riprendersi mentre si taglia le unghie (ci sono di sicuro anche utilizzi più virtuosi, creativi, artistici e "utili" del servizio: la speranza è che trionfino sul resto; l'esperienza degli ultimi anni social, tuttavia, trattiene l'ottimismo).

Soffermandoci sul mondo dell'informazione, forse la novità più interessante - seppure anch'essa a rischio caos - è però l'apertura di nuovi e interessanti orizzonti sia per il giornalismo professionale che per il citizen journalism, il "giornalismo dal basso". Per il primo, basti pensare ai reportage live (e low cost) che potrebbero essere trasmessi dagli inviati via Periscope. Per il secondo, mi faccio aiutare da un esempio concreto: giovedì scorso Ben Popper ha raccontato su The Verge di aver seguito in diretta su Periscope l'incendio di un edificio a New York. Prima che arrivassero le troupe televisive, c'era già qualcuno che stava riprendendo la scena. Come nel famoso caso dell'utente pakistano che per primo cinguettò il blitz per la cattura di Osama Bin Laden, un vantaggio del citizen journalism rispetto al giornalismo tradizionale/professionale è quello di avere potenzialmente un paio di miliardi di inviati sparsi in giro per il mondo. Tanto in città periferiche sui radar occidentali e dal nome ostico come Abbottabbad quanto in vie della centralissima New York, dove non può esserci in qualsiasi istante un inviato di Reuters o BBC. E basta davvero poco oggi per essere citizen journalist: uno smartphone e una connessione 3G. 

Servizi come Periscope (o il concorrente Meerkat) in realtà non stravolgono un fenomeno che ormai è già decollato da tempo. Semplicemente gli offrono uno strumento in più e la possibilità di avvicinarsi a quello che è uno dei paradigmi più radicati (e a tratti asfissianti) nella comunicazione 2.0: il culto dell'istante. Prima si poteva già riprendere una scena e - a distanza di qualche minuto, ora, giorno - distribuirla su YouTube & C. (pensiamo ai video che ci hanno "mostrato" - non in diretta, ma poco dopo - l'attacco alla redazione di Charlie Hebdo e la successiva uccisione del poliziotto Ahmed Merabet). Adesso si potrà fare un passo oltre: videoraccontare in tempo reale. Con tutti i suoi annessi e connessi: dall'inevitabile senso dell'effimero del livestreaming ai rischi ormai noti della pubblicazione istintiva (senza possibilità di verifica, controllo, riflessione prima della messa online). Il bello e il brutto della diretta 2.0: da oggi anche in versione video.