mercoledì, gennaio 27, 2016

Meglio Facebook o Hemingway?


Un paio di mesi fa ho disattivato il mio account su Facebook. Le ragioni sono molteplici, io le trovo tutte straordinariamente fondate e cariche di significato, ma non sto a elencarle perché temo che perderei subito i pochi lettori arrivati su questa pagina. Provando a riassumerle in un'unica frase, diciamo che avevo bisogno di uscire da un flusso di informazioni inutili che stavano usurpando il mio spazio, il mio tempo, le mie energie mentali. Se eravate miei amici su Facebook e l'aggettivo "inutili" vi sembra offensivo, vi chiedo scusa: ovviamente non mi sto riferendo a voi! Ma fate una prova: aprite il social, passate in rassegna i link, i commenti, gli status, le foto dei vostri contatti, suddivideteli tra quelli interessanti, quelli frivoli, quelli fastidiosi e quelli verso cui provate una sostanziale indifferenza. Le percentuali potrebbero sorprendervi. C'era qualcosa che non tornava nel dedicare la vita, una simile porzione della vita, a quel fiume di contenuti. Tra l'altro, svalutando invariabilmente qualsiasi informazione, man mano che si aggiungeva una all'altra: dall'immagine buffa al grido di dolore, tutto appiattito nell'infinito susseguirsi del flusso. 

Superati i primi cinque giorni di brividi e senso di alienazione sociale, gli effetti positivi hanno iniziato a farsi sentire. Su tutti, il recupero del tempo perduto. Al di là del giochino tra contenuti utili, frivoli e fastidiosi, non potete immaginare quanto tempo si liberi uscendo dal flusso! È una sensazione sconvolgente, sia perché contraddice una delle credenze più diffuse, martellanti e inesorabili della nostra epoca ("non abbiamo tempo, e non lo avremo mai più"), sia perché si sposa con lo sgombero di una quantità altrettanto imponente di spazio mentale. Da novembre non sento più parlare di marò, non ho litigato sul ruolo del film di Checco Zalone nella società contemporanea, persino la morte di David Bowie è scivolata via in un'atmosfera di sconfinata ma sobria gratitudine: consacrando ore alla bellezza della sua musica e giusto qualche minuto al rumore del cordoglio collettivo, via Twitter. 

Naturalmente, tutto quel tempo libero andava subito riempito. Che esseri umani noiosamente perfetti saremmo se non ricadessimo sempre negli stessi vizi? E qui entriamo in un terreno delicato. Sono sicuro che esistono infiniti modi più sani, piacevoli, divertenti e socialmente edificanti di quello che ho scelto io. Per esempio, si potrebbe fare più sport; oppure restituire all'amore quell'attenzione esclusiva sottrattagli tanto tempo fa, chissà perché; o addirittura scoprire che beneficenza e solidarietà hanno anche una dimensione più concreta di change.org. Ma non è che disattivare Facebook ti renda subito una persona migliore. Non esageriamo. Così, io ho scelto di leggere Hemingway. Tutti i suoi romanzi. E li ho letti in meno di due mesi. Con una passione, una gioia e una naturalezza che da queste parti non si vedevano da anni. Molti. Troppi.  

E qui arriviamo al vero motivo che mi ha spinto a scrivere queste righe. Che non è tanto decretare il vincitore tra Facebook o Hemingway (personaggio che tra corride, caccia grossa e maschilismo praticante oggi vivrebbe un'esistenza assai grama sui social network), bensì celebrare Werner Herzog. Ebbene sì. Colpo di scena! Date un'occhiata a questo articolo. Qualche giorno fa, presentando il documentario Lo and Behold: Reveries of the Connected World, il grande regista tedesco ha invitato ad abbandonare i social network e a dedicarsi alla lettura, partendo dai classici di... Hemingway. Cioè, Werner Herzog: una delle poche semi-divinità che ci sono rimaste, che suggerisce al mondo di fare esattamente ciò che tu - di tua spontanea e anche un po' casuale volontà - hai fatto poche settimane prima. Avete presente quella rara, magica, indescrivibile sensazione che si prova quando tutto torna

lunedì, gennaio 04, 2016

I dieci migliori album del 2015 che non sono su Spotify


Dal 2010, compilo e pubblico sul blog Spotirama le playlist Spotify relative alle classifiche di fine anno di alcuni dei maggiori giornali e siti musicali internazionali (Mojo, Pitchfork, NME...). Si tratta di un modo per recuperare alcuni brani & dischi persi per strada lungo l'anno, di crearsi un piccolo archivio critico/enciclopedico sul meglio della contemporaneità e anche di soddisfare qualche piccola curiosità su quali pubblicazioni attirano più followers nella grande comunità di Spotify (e in quella infinitesimamente più piccola di Spotirama). L'ho fatto anche nel 2015, raccogliendo una quindicina di playlist basate sulle classifiche di Fact Magazine, The Guardian, Les Inrockuptibles, Mojo, NME, Noisey, NPR, PopMatters, Pitchfork, Rockit, Rough Trade, Uncut e Wire. Chi fosse interessato, le trova a questo indirizzo: http://spotirama.blogspot.it/search/label/eoy2015

Un trend significativo a cui ho assistito nel corso di questi cinque anni - che conferma ciò che si dice e scrive sulla graduale adozione universale dello streaming - è relativo alla crescita della disponibilità degli album e delle canzoni su Spotify. Per esempio, nella Top 50 degli album secondo Pitchfork si è passati da 43 titoli disponibili nel 2010 (86%) a 48 nel 2015 (96%). La versione Spotify della Top 100 delle canzoni italiane secondo Rockit nel 2013 raccoglieva l'85% dei brani, quella della Top 50 nel 2015 raggiunge il 96%. Al di là dei grandi embarghi mediatici operati dalle popstar che se lo possono permettere (Taylor Swift, Adele, Coldplay, Thom Yorke...), l'adozione dello streaming ha raggiunto dunque percentuali quasi plebiscitarie. Credo sia un discorso generalizzato, che non riguarda solo quel terreno su cui si incrociano rock, elettronica e hip hop, campo d'azione prediletto delle pubblicazioni che tengo d'occhio su Spotirama. 

Da un certo punto di vista, spulciando le classifiche di fine anno si potrebbe anche sospettare che tra giornalisti e blogger si stia diffondendo un'inconscia, pragmatica preferenza per gli artisti presenti sulle piattaforme streaming. Se l'utilizzo di Spotify & C. si diffonde anche tra i critici musicali (magari assieme a una diminuzione delle advance copies spedite dalle etichette per le recensioni), è plausibile pensare che i dischi disponibili in streaming abbiano possibilità maggiori di essere ascoltati e inseriti nelle classifiche di fine anno, rispetto a quelli che non vengono diffusi su questi canali? Non ho gli strumenti per rispondere a questa domanda, ma l'esperienza personale mi suggerisce che potrebbe essere un'ipotesi non troppo campata in aria.  

Detto ciò, proprio per la loro eccezionalità, gli album che oggi non sono su Spotify (e in genere sugli altri servizi streaming) brillano di una loro tenace luce propria: si distinguono, anche se non necessariamente per ragioni artistiche. Nell'elenco sotto ho raccolto i migliori dieci album del 2015 che appartengono a questa particolare categoria. Non li ho scelti io, ma mi sono basato sulla classifica aggregata del forum Acclaimed Music, generata dalla fusione di decine di chart internazionali. Tra parentesi, vicino al nome dell'artista, ho messo anche la posizione nella classifica generale (quest'anno è comandata da Kendrick Lamar, Sufjan Stevens e Jamie xx). Come noterete, per trovare dieci album non presenti su Spotify bisogna scendere fino oltre alla duecentesima posizione. 

Come quasi ogni anno, le prime posizioni (Joanna Newsom, Jim O'Rourke, Jessica Pratt) sono occupate dai nuovi album pubblicati dalla Drag City, la più influente label indipendente che ancora oggi persegua una politica no streaming. Ben diversa è la storia della citata Adele (il cui bestseller 25 sarà probabilmente distribuito in streaming tra qualche mese, seguendo una strategia "a finestre" già adottata in passato) e di Compton di Dr. Dre, che è stato distribuito in esclusiva streaming su Apple Music, la piattaforma nata dalle ceneri di Beats Music, vecchio servizio che lo stesso Dr.Dre ha venduto nel 2014 a Cupertino per parecchi soldi. Guardando al panorama italiano, sono solo due gli album della Top50 di Rockit che non ho trovato su Spotify: A Love Explosion (Go Dugong, #7) e Soul of a Supertramp (Mezzosangue, #36). 

1. Divers (Joanna Newsom, #11)
2. Simple Songs (Jim O'Rourke, #36)
3. Compton (Dr. Dre, #59)
4. 25 (Adele, #71)
5. Levon Vincent (Levon Vincent, #84)
6. On Your Own Love Again (Jessica Pratt, #96)
7. Hand. Cannot. Erase. (Steven Wilson, #120)
8. The Good Fight (Oddissee, #154)
9. Mutilator Defeated at Last (Thee Oh Sees, #157)
10. Break Stuff (Vijay Iyer Trio, #205)

sabato, maggio 09, 2015

Dove trovare contenuti sotto licenza Creative Commons

Le opzioni di copyright offerte da Medium.
Da mercoledì 6 maggio, gli articoli pubblicati sulla piattaforma Medium possono essere distribuiti sotto Creative Commons. La notizia riporta un po' di luce su questo sistema di licenze alternative, che si avvicina a compiere quindici anni di vita e rappresenta il tentativo più concreto di trovare un equilibrio tra il regime del copyright (che vieta qualsiasi forma di copia non autorizzata) e la realtà di Internet (che basa il suo funzionamento proprio sulla copia infinita di contenuti digitali).

Rispetto a qualche anno fa, oggi le Creative Commons presentano un sapore quasi tecnovintage. Con l'accelerazione verso la comunicazione istantanea impressa dai social network (e con la diffusione di strumenti embed, come quelli che permettono di condividere ovunque e legalmente i video di YouTube), per molti creatori l'attenzione si è spostata dal come tutelare i propri contenuti a come farli circolare in modo più rapido ed efficace.

Ma le Creative Commons non sono da riporre nei manuali di storia di Internet. Da un lato, perché rappresentano una terza via, a metà strada tra copyright e pubblico dominio, che è bene tenere a mente in vista di un'eventuale ridefinizione del sistema globale di tutela della proprietà intellettuale. Dall'altro, perché sono molto presenti in settori-chiave della società, della conoscenza e del web: dalle riviste scientifiche/accademiche a Wikipedia, le cui voci sono distribuite sotto CC.

Il problema è dove trovare online contenuti multimediali sotto licenza Creative Commons. Non esiste una soluzione del tutto soddisfacente, ma nei corsi di scrittura digitale consiglio sempre di provare a partire dal motore di ricerca sul sito americano di Creative Commons. Come si vede dall'immagine sotto, permette di gestire ricerche su Flickr, Google Images, YouTube, SoundCloud e altri grandi archivi online che autorizzano la pubblicazione di contenuti sotto licenze alternative.

Si tratta di un buon metodo per velocizzare le ricerche, ma è necessaria un'avvertenza: l'interfaccia fornita da Creative Commons (in fase di aggiornamento) si collega a motori esterni, che restringono le ricerche ai contenuti "indicati" come sotto licenza CC. Non offre garanzie sulla veridicità della certificazione. Quando si è nel dubbio - e soprattutto se si vuole riutilizzare un contenuto a fini commerciali - meglio effettuare ulteriori verifiche con l'autore o il sito d'origine.

Esempio: utilizzando "Torino" come chiave di ricerca e "Google Images" come sito di riferimento,
i primi risultati fanno tutti riferimento a immagini ospitate su Wikipedia






martedì, maggio 05, 2015

Scripta volant, verba manent

Fonte: Curious Apes Publishing
Ci sono alcuni aspetti in cui la scrittura digitale ha davvero ribaltato abitudini e convenzioni secolari. Prendiamo il detto "verba volant, scripta manent". Secondo Wikipedia si tratta di un "antico proverbio che trae origine da un discorso di Caio Tito al senato romano" che "insinua la prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre formare documenti incontrovertibili". Non ho idea se l'origine del proverbio sia corretta (l'unica fonte è un libro pubblicato dalla Presses Universitaires de Rennes nel 2004, non ho trovato altre conferme), certo è che il suo significato è stato sostanzialmente valido per secoli, fino all'avvento della scrittura digitale. Non è un caso se nel commercio in molti paesi è diventata abitudine basarsi su contratti scritti e firmati, senza accontentarsi di un semplice accordo verbale.

Con il digitale, il discorso si è fatto più complicato. Innanzitutto, gli scripta non manent più come una volta. I testi non sono più scolpiti e immutabili fino alla scomparsa del supporto che li conserva (pietra, pergamena, papiro, carta...), ma - se basati sulla liquida sequenza di 0 e 1 - possono venire facilmente modificati e cancellati. Nel mondo del giornalismo questo ha comportato novità positive (si possono correggere errori, imprecisioni, refusi, in un'ottica di ecologia dell'informazione) e pericolose insidie (non tutti i siti segnalano chiaramente le correzioni significative apportate agli articoli). La possibilità di intervenire in un secondo tempo su un testo già pubblicato ha senza dubbio contribuito anche alla diffusione di un'abitudine non proprio ortodossa, ma sempre più comune nella produzione di contenuti online: il "prima pubblico, poi correggo", figlio di un'epoca in cui si tende a fare le corse per battere sul tempo la concorrenza e accaparrarsi la prima ondata di clic/condivisioni di una notizia. La volatilizzazione degli scritti non va però considerata solo per i suoi effetti spiacevoli o contraddittori: ha reso possibile anche la nascita di creature meravigliose come Wikipedia, che proprio nella sua capacità di aggiornamento continuo trova una delle sue forze più innovative e radicali.

Qualcosa di interessante, in direzione esattamente opposta, è avvenuto anche nel terreno dei verba. Già in parte ingabbiati dall'invenzione di tecnologie di registrazione audio-video, con la diffusione dei social network sono stati sottoposti a un processo di cristallizzazione nel tempo che ha portato alla conservazione di miliardi di parole che in passato sarebbero scomparse nel nulla, un secondo dopo essere state pronunciate. Pensiamo a tutti i commenti, in particolare a quelli più istintivi, che riempiono le timeline e le bacheche di Twitter, Facebook, YouTube e degli altri social media. In molti casi si tratta del corrispettivo digitale delle discussioni da bar: sul calcio, sul gossip, sulla politica, sul festival di Sanremo (oggi: X Factor e Masterchef). Eppure, tranne nei casi in cui l'autore decida di cancellarle o in rari servizi (Snapchat), nell'universo digitale tutte queste parole tendono a rimanere nel tempo. Di certo nascoste sotto il peso dei successivi tweet, status e commenti, ma sempre pronte a tornare a galla. 

È uno dei tanti, curiosi e spiazzanti ribaltamenti che la scrittura, la comunicazione e in fondo l'intera società hanno incontrato a partire dalla fine del ventesimo secolo. 

mercoledì, aprile 22, 2015

Due modi ben diversi di vedere il boom del vinile


I due grafici che vedete sopra, realizzati da Digital Music News, usano la stessa base di dati (forniti dalla Recording Industry Association of America) per raccontarci la medesima storia: il revival del vinile negli USA. Solo che il primo si concentra sugli ultimi dieci anni, mentre il secondo risale fino alla metà degli anni Settanta. E il risultato è ben diverso. 

Nel primo grafico, la crescita delle vendite di vinili sul territorio statunitense risulta esaltante e giustifica implicitamente tutti gli articoli che avete letto (e che anch'io ho scritto) sul fenomeno. La reazione è quasi spontanea: "Nessuno compra più dischi? Tutti ascoltano la musica su Internet? Ah ah, sciocchezze. Guardate qua". E l'effetto è ancora più forte se accompagniamo il grafico con quello dei download a pagamento, in drastico calo. 

Le vendite di vinili negli USA dal 2005 al 2015 (stima). Fonte: Digital Music News.
Guardando il secondo grafico, però, il bicchiere si svuota immediatamente: il topolino da 15/20 milioni di copie del presente risulta quasi invisibile rispetto alla montagna da oltre mezzo miliardo del 1977. Anche la sfavillante crescita dell'ultimo decennio scivola ai confini dell'impercettibile. Tutto è relativo: se io l'anno scorso compravo un disco e quest'anno ne compro due, la crescita percentuale è favolosa. Ma se mezzo secolo fa ne compravo cento...

Le vendite di vinili negli USA dal 1975 al 2015 (stima). Fonte: Digital Music News.
L'infografica è uno strumento sempre più comune del racconto giornalistico: sia perché il formato-immagine si presta molto bene a un panorama dei media dominato dagli schermi, sia perché quando si tratta di "mostrare dei numeri" (e non solo dei numeri) l'impatto di un grafico sul lettore/utente è automaticamente maggiore rispetto a quello di un testo. Anche uno dei settori più dinamici dell'informazione, il data journalism, si accompagna in modo quasi inestricabile a una visualizzazione grafica finale della storia. 

Ma:

a) Se siete autori di contenuti, ricordate che il valore informativo del vostro lavoro non aumenta solo con la citazione chiara della base dati utilizzata (obbligatoria), ma anche fornendo al lettore adeguati strumenti di contestualizzazione del lavoro. È qui che interviene il corretto utilizzo del testo, che troppo spesso viene lasciato in secondo piano, ridotto a nanodidascalia o addirittura gettato nel contenitore del superfluo ("perché tanto la gente non legge più").

b) se siete fruitori di contenuti, ricordate di non sopravvalutare l'effetto da "informazione a prima vista". Se è vero che le infografiche raggiungono rapidamente il bersaglio, è anche vero che spesso lasciano un messaggio parziale (quando non sbagliato/scorretto), che solo una maggiore consapevolezza da parte del lettore aiuta a riconoscere. Fatevi sempre qualche domanda; non date nulla per scontato; non lasciate che il primo contatto visivo con l'informazione si trasformi nell'assunzione di un dato di fatto.

Tabelle, grafici, diagrammi e altre forme di infografica sono uno strumento utilissimo per raccontare in modo efficace (e spesso esteticamente gradevole) una storia. Sono però sempre frutto di un processo narrativo: si basano su dei numeri ma non sono verità scientifiche. Alla fine dipende sempre tutto dalla prospettiva, da dove si punta lo sguardo, da quale risposta si cerca. Tornando agli esempi mostrati sopra, il secondo grafico è di certo ottimo per frenare un po' l'entusiasmo generato dal primo, ma è evidente che il contesto tecnologico del 1975 (vinile = formato dominante, con pochi rivali) è nettamente diverso da quello del 2015 (vinile = in crescita, ma nicchia): da un lato non può che esserci una montagna, dall'altro un topolino. 

mercoledì, aprile 15, 2015

Il fascino perduto del leak

Fonte: International Business Time

Da queste parti, qualcosa sta cambiando. Da alcune settimane è disponibile sulle reti P2P The Magic Whip, il nuovo album dei Blur, la cui distribuzione ufficiale è prevista per il 27 aprile. Nel weekend sono fuoriusciti online i primi quattro episodi della nuova stagione di Game of Thrones/Il trono di spade. Eppure, in entrambi i casi, non ho calato il retino nell'oceano digitale. Nemmeno per inerzia, ragioni professionali o curiosità. Ieri mi sono guardato con calma la prima puntata di GoT in tv e per i Blur penso che aspetterò che l'album arrivi su Spotify (sperando che non venga fermato alla sciocca dogana delle esclusive...) a fine mese. E non ho dovuto forzarmi: è semplicemente venuto così. 

Due considerazioni:

1. Nel ranking di preferenze personali, non si tratta di contenuti di Serie B. Tutt'altro: dei Blur (e delle infinite incarnazioni artistiche di Damon Albarn) mi piace praticamente tutto; Game of Thrones ha raccolto lo scettro di Breaking Bad nella categoria "serie più entusiasmante del momento". Insomma, è materiale che qualche anno fa probabilmente avrei davvero sentito il bisogno di procurarmi nel battito di un leak

2. Lascerei fuori il discorso su copyright, pirateria, ecc. ecc. Ci sarebbero troppe cose da dire e in linea di massima non mi sembra nemmeno il punto più interessante da affrontare. Qui si tratta più che altro di motivazione: più che un presunto ritorno alla legalità, un ritorno alla qualità dell'esperienza di ascolto/visione dei contenuti. Che poi, dal lato del consumatore, dovrebbe essere la voce determinante di tutta la questione (persino più determinante del gratis...)

È come se fosse entrato in funzione un plotone di anticorpi adibiti alla battaglia contro la gestione sempre più ansiogena e fuori controllo della distribuzione e fruizione di contenuti. Di tutti i contenuti: dall'alto, dal basso, da destra, da sinistra. Può darsi che si tratti di una reazione personale, tutt'altro che condivisa nelle praterie del web. Ma se non è così: se questo sentimento vive anche al di fuori del mio computer e delle mie esperienze personali, se si sta diffondendo - magari ancora in modo carbonaro, ma capillare - allora prepariamoci perché le ripercussioni potrebbero essere davvero molto interessanti.

Oggi nel campo del marketing culturale/spettacolare, dell'industria, della comunicazione e dell'informazione si gioca quasi tutto sul concetto di aspettativa e di evento. Creare l'attesa per un evento e poi sparare il colpo, cercando di fare più rumore possibile (magari mascherando la prima fase e puntando su un sempre più artificiale effetto sorpresa, tipo bomba-carta allo stadio). I leak di fatto rispondono a questo sviluppo di un appetito culturale vorace, perenne, sempre più immerso in una soluzione di istintività e irrazionalità. È qualcosa che penso abbia molto a che fare con il culto del real time dominante nella società contemporanea (digitale e non solo). 

L'obiettivo di qualsiasi distributore - autorizzato o meno - è richiamare l'attenzione/azione immediata del pubblico, spesso stordendolo con effetti speciali. Ma se il pubblico dopo un po' si stufasse? Se recuperasse il controllo della sua esperienza di ascoltatore/lettore/spettatore/utente, prendesse in mano il palinsesto della sua esperienza culturale (anche grazie ai nuovi strumenti digitali, cessando di "lasciarsi utilizzare" da loro) e decidesse che in fondo l'album dei Blur si può tranquillamente aspettare e i primi quattro episodi di Game of Thrones non si devono necessariamente assimilare la prima notte in cui appaiono su BitTorrent (sostituite i vostri contenuti di preferenza)?

Anche solo ipotizzare qualcosa del genere, ad aprile 2015, nell'era del leak, del bingewatching e dell'ansia da previsione digitale, ha la parvenza del sacrilegio. La storia sembra procedere in tutt'altra direzione. Un simile cambiamento di prospettiva (da parte del consumatore) non andrebbe solo a limitare gli effetti reali dei leak (per la gioia dei produttori di contenuti) ma renderebbe immediatamente obsolete anche il 99% delle campagne di promozione/marketing e desertificherebbe quella parte dei social network adibita al commento istantaneo di tutto ciò che si consuma. 

Forse è davvero solo un'impressione personale. Forse il mondo si trova a proprio agio nell'era del consumo accelerato e istantaneo. Forse il contesto non permette ulteriori stravolgimenti. E forse la sirena del leak è ancora in grado di sedurre le nostre sinapsi e sempre sarà così. Ma se guardo al futuro vedo uno scenario possibile, diverso e migliore rispetto al presente. I primi quindici anni d.N. (dopo Napster) ci hanno convinto di poter avere tutto e subito. I prossimi quindici potrebbero farci maturare la consapevolezza che - per dare un senso a ciò che incontriamo nel nostro cammino - è meglio avere tutto ciò che ci interessa, ok, ma seguendo percorsi di crescita e di qualità della vita più legati a ritmi, tempi e necessità individuali, che dettati dai forsennati tamburi del villaggio globale. 

martedì, marzo 31, 2015

Effetto Periscope: gli eventi, i vip, il citizen journalism

Fonte: The Verge
In questi primi giorni di euforia e superhype attorno a Periscope, la nuova applicazione legata a Twitter che ti permette di trasmettere video in diretta streaming dal tuo iPhone (qui la spiegazione firmata Il Post), ci sono tre aspetti/utilizzi che - a una prima disanima a caldo del servizio, senza poterne ancora valutare gli effetti sul medio e lungo termine - mi sembrano già particolarmente interessanti: la trasmissione di eventi spettacolari, l'interazione VIP/fan e l'intreccio con il citizen journalism

I primi due temi implicano dei problemi immediati. Navigando tra gli account dei miei contatti Twitter, ieri sera mi sono imbattuto nel frammento di un concerto trasmesso in diretta via Periscope. La qualità video non era un granché, quella audio andava un po' meglio, ma il punto è un altro: cosa succederà se gli utenti inizieranno a trasmettere in massa eventi coperti da diritti per la riproduzione video (diritti di cui non sono loro i proprietari)? Non solo concerti, ma anche partite di calcio, film proiettati in sala, ecc. ecc. Mi sembra quasi di vederle, le polemiche che si stanno già accalcando all'orizzonte. 

Sul discorso VIP/fan, il problema è un altro: l'abuso del servizio e l'alluvione di contenuti di bassa qualità e scarso interesse, prodotti solo per ragioni di marketing, pubblicità e - letteralmente - visibilità. Naturalmente qui entriamo in discorsi del tutto soggettivi: il fan del determinato artista o personaggio famoso potrebbe essere entusiasta di assistere al suo idolo mentre si trova a pranzo, in viaggio in macchina o mentre fa una passeggiata al parco (lasciamo stare le declinazioni vietate ai minori). Per chi scrive, però, uno dei massimi nemici di Internet in questo momento storico è il rumore. E da quel che si assiste in questi primi giorni di vita online, Periscope rischia di alzarne ulteriormente il volume, soprattutto con la complicità dei VIP. Con i soliti effetti indesiderati sul sistema dell'informazione: all'orizzonte in questo caso vedo gli articoli, i post e gli approfondimenti sull'artista famoso che usa Periscope per riprendersi mentre si taglia le unghie (ci sono di sicuro anche utilizzi più virtuosi, creativi, artistici e "utili" del servizio: la speranza è che trionfino sul resto; l'esperienza degli ultimi anni social, tuttavia, trattiene l'ottimismo).

Soffermandoci sul mondo dell'informazione, forse la novità più interessante - seppure anch'essa a rischio caos - è però l'apertura di nuovi e interessanti orizzonti sia per il giornalismo professionale che per il citizen journalism, il "giornalismo dal basso". Per il primo, basti pensare ai reportage live (e low cost) che potrebbero essere trasmessi dagli inviati via Periscope. Per il secondo, mi faccio aiutare da un esempio concreto: giovedì scorso Ben Popper ha raccontato su The Verge di aver seguito in diretta su Periscope l'incendio di un edificio a New York. Prima che arrivassero le troupe televisive, c'era già qualcuno che stava riprendendo la scena. Come nel famoso caso dell'utente pakistano che per primo cinguettò il blitz per la cattura di Osama Bin Laden, un vantaggio del citizen journalism rispetto al giornalismo tradizionale/professionale è quello di avere potenzialmente un paio di miliardi di inviati sparsi in giro per il mondo. Tanto in città periferiche sui radar occidentali e dal nome ostico come Abbottabbad quanto in vie della centralissima New York, dove non può esserci in qualsiasi istante un inviato di Reuters o BBC. E basta davvero poco oggi per essere citizen journalist: uno smartphone e una connessione 3G. 

Servizi come Periscope (o il concorrente Meerkat) in realtà non stravolgono un fenomeno che ormai è già decollato da tempo. Semplicemente gli offrono uno strumento in più e la possibilità di avvicinarsi a quello che è uno dei paradigmi più radicati (e a tratti asfissianti) nella comunicazione 2.0: il culto dell'istante. Prima si poteva già riprendere una scena e - a distanza di qualche minuto, ora, giorno - distribuirla su YouTube & C. (pensiamo ai video che ci hanno "mostrato" - non in diretta, ma poco dopo - l'attacco alla redazione di Charlie Hebdo e la successiva uccisione del poliziotto Ahmed Merabet). Adesso si potrà fare un passo oltre: videoraccontare in tempo reale. Con tutti i suoi annessi e connessi: dall'inevitabile senso dell'effimero del livestreaming ai rischi ormai noti della pubblicazione istintiva (senza possibilità di verifica, controllo, riflessione prima della messa online). Il bello e il brutto della diretta 2.0: da oggi anche in versione video.