giovedì, marzo 11, 2021

For All (II)

E venne il tempo di Spotify, Bandcamp & C. Da qualche giorno For All, la raccolta di canzoni che ho scritto l'anno scorso, è disponibile sulle piattaforme in streaming e su Bandcamp. È il mio piccolo robottino sghembo, emerso dalle nebbie dello strano limbo sospeso che stiamo vivendo dall'inizio del 2020. Non credo sia un figlio esclusivo della pandemia, i bozzetti di alcune canzoni hanno parecchi anni sulle spalle, ma di sicuro vi è nato in mezzo. Ed è possibile, se non addirittura probabile, che senza le praterie di tempo e incognite che si sono aperte nei mesi scorsi non sarebbe mai venuto fuori. È ultra-amatoriale, puro do-it-yourself, traballante e stonato, autoprodotto e autopubblicato, ma adesso è lì. E quando lo vedo/ascolto, da solo o su YouTube in compagnia dei cari amici espressionisti, non riesco a trattenere un sorriso.  

A proposito di sorrisi. Merita almeno due parole il robot in copertina. Si chiama Numero Uno, l'ho incontrato negli archivi del portale Europeana ed è stato amore a prima vista. La sua storia è molto bella: è la prima creazione di Andrea Locci, un artista-artigiano che vive in provincia di Pisa, dove con vecchi attrezzi di cucina e da lavoro costruisce fantacreature che sembrano uscite da un film di Miyazaki. Dopo Numero Uno ne sono arrivate molte altre, come conferma la foto qui sotto. Vi consiglio di visitare il suo sito o i profili su Facebook e Instagram, perché è davvero una ciurma delle meraviglie.



 

lunedì, marzo 01, 2021

For All

(fonte immagine: The Metropolis Robot 'Maschinenmensch' Project)

For All è un piccolo viaggio espressionista oltre i confini dello spazio e del tempo, tra musica e cinema: 12 canzoni scritte nel 2020, registrate nei primi mesi del 2021 e abbinate a spezzoni di film di un secolo prima, periodo 1920-1932, appartenenti (o in qualche modo affini) alla grande stagione del cinema espressionista. La musica è farina del mio sacco: sono dodici brani nati in versione rudimentale, scarna, voce e chitarra classica, attraversando la pianura deserta del 2020. Capitombolati quasi per caso nel prisma di un Garageband vintage, si sono aperti in uno strano arcobaleno sghembo, dai colori storti e dai flauti sintetici, lontanissimo dall'originale. Mi è venuto naturale prendere questo arcobaleno e intrecciarlo ai film che della sghembaggine e della stortitudine sono diventati sinonimo nella storia del cinema: i capolavori dell'espressionismo. Ci sarebbero un milione di cose da scrivere su di loro: sono tutti dei classici, anche se qualcuno è stato baciato da maggior fortuna nell'immaginario collettivo (Metropolis, Nosferatu, Il gabinetto del dottor Caligari) rispetto ad altri (Varieté, I Nibelunghi, Faust). Io li trovo tutti meravigliosi. E soprattutto, sono a portata di mano: potete recuperarli, in visione libera e integrale, su YouTube. 

Oggi è abbastanza scontato dire che viviamo nell'era e nella società dell'immagine: con tutti gli schermi che ci circondano, compreso quello che state utilizzando per leggere queste parole, come potrebbe essere altrimenti? Ma si tratta di un discorso spesso schiacciato dal peso della quantità: di quei miliardi di immagini che sono scattate, create, condivise, consumate e dimenticate ogni giorno nel mondo, in un processo quasi automatico e ripetitivo quanto quello della macchina infernale di Metropolis. In questi vecchi film screpolati, è incredibile la cura che veniva messa nella qualità di ogni singola immagine: una qualità non intesa come patina superficiale (molti spezzoni oggi risultano quasi disturbanti, con le loro crepe imperfette, ai nostri occhi coccolati dalla levigatezza del digitale), ma come studio dell'inquadratura, delle prospettive, delle linee, degli sguardi, dei movimenti, del senso che si voleva trasmettere. Ecco, il senso. Sono immagini che hanno senso.

Vorrei poter affermare lo stesso delle note, dei suoni, dei rumori, delle parole delle dodici canzoni. Diciamo che ci ho provato. Così come nel rapporto tra musica e immagini: sebbene i brani nascano in modo indipendente, slegati dai film, raccontando altri universi e altre storie, ogni abbinamento ha una sua ragione, a volte più di una, seppur nascosta nel labirinto della mia mente (e in certi casi frutto di sorprendenti piroette dell'inconscio...). Faccio solo un esempio sulla filosofia degli abbinamenti, che in realtà è un'eccezione: l'unico ripiego rispetto a ciò che avrei voluto fare. La traccia numero nove, Swedish Love Song, avrebbe dovuto sferragliare assieme a L'uomo che ride di Paul Leni, ideale antenato del Joker di Batman, tratto da un romanzo di Victor Hugo. Solo che il film del 1928 risulta ancora sotto diritti. Allora ho cambiato Victor, passando a Il carretto fantasma di Victor Sjöström. Si è così materializzato uno strano triangolo svedese, con ai vertici tre film di epoche diverse: la canzone è una dichiarazione d'amore a Lasciami entrare (2008), il titolo strizza l'occhio a A Swedish Love Story (1970), le immagini provengono dal 1921 di Sjöström. 

Questo è lo spirito con cui negli scorsi mesi ho condotto il mio strano viaggio tra spazio e tempo, musica e cinema, amore e morte, fantasmi del passato, del presente e del futuro. Al di là di tutte le parole, però, adesso quel viaggio è libero, suddiviso nei dodici quadri qui sotto. Spero che possiate trovarlo interessante. Magari scoprendo, tra le sue luci e le sue ombre, un vostro senso che io non avrei mai potuto immaginare. Buon espressionismo.


For All
1. Simple (L'ultima risata)
2. Let It Go (Varieté)
3. Prey (I Nibelunghi: Sigfrido)
4. Winning Part / Losing Side (Metropolis)
5. Sea of Fog (Vampyr - Il vampiro)
6. Midnight Sun (Nosferatu il vampiro)
7. 4 AM (Rainwaltz) (M - Il mostro di Düsseldorf)
8. Devil Inside (Il gabinetto del dottor Caligari)
9. Swedish Love Song (L'uomo che ride)
10. Fred (Il Golem - Come venne al mondo)
11. Ain't It To Survive (Faust)
12. For All (Aurora)


1. Simple 
Immagini dal film L'ultima risata (Der letzte Mann, 1924) di Friedrich Wilhelm Murnau.


2. Let It Go
Immagini dal film Varieté (1925) di Ewald André Dupont.


3. Prey
Immagini dal film I Nibelunghi: Sigfrido (Die Nibelungen: Siegfried, 1924) di Fritz Lang.


4. Winning Part / Losing Side
Immagini dal film Metropolis (1927) di Fritz Lang.


5. Sea of Fog
Immagini dal film Vampyr - Il vampiro (Vampyr - Der Traum des Allan Grey, 1932) di Carl Theodor Dreyer. Musica basata su Esercizio 24 di Mario Gangi.


6. Midnight Sun
Immagini dal film Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, 1922) di Friedrich Wilhelm Murnau.


7. 4 AM (Rainwaltz)
Immagini dal film M - Il mostro di Düsseldorf (M - Eine Stadt sucht einen Mörder, 1931) di Fritz Lang.


8. Devil Inside
Immagini dal film Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari, 1920) di Robert Wiene.


9. Swedish Love Song
Immagini dal film Il carretto fantasma (Körkarlen, 1921) di Victor Sjöström.


10. Fred
Immagini dal film Il Golem - Come venne al mondo (Der Golem, wie er in die Welt kam, 1920) di Carl Boese e Paul Wegener.


11. Ain't It To Survive
Immagini dal film Faust (Faust - Eine deutsche Volkssage, 1926) di Friedrich Wilhelm Murnau.


12. For All
Immagini dal film Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans, 1927) di Friedrich Wilhelm Murnau.


lunedì, dicembre 28, 2020

Addio 2020 e grazie per la musica



Il signor 2020 è disteso sul letto ma non riesce ad addormentarsi. A tenerlo sveglio, oltre alla tosse, è il rumore che viene da fuori: le grida della folla inferocita, radunata attorno all'ospedale, che lo insulta 24 ore su 24. Decine di milioni di persone. «Ma gli assembramenti non erano vietati?», borbotta inacidito, accendendosi una sigaretta. Non è giusto, pensa, quel dannato virus l'ha inventato il signor 2019. Lui se l'è trovato dentro quando ancora era un bambino, se l'è dovuto tenere per tutta la vita... e adesso è colpa sua? Ma sa che è inutile lamentarsi. E sa cosa lo aspetta nel giro di un paio di giorni: la damnatio memoriae. Anzi, no. Magari fosse la damnatio memoriae, magari si dimenticassero di lui: nei secoli dei secoli, sarà bollato come l'anno del virus. Destino infame. Qualcuno bussa alla porta. Entra un'infermiera. «È arrivata un'altra corona di fiori», dice. Senza nemmeno guardarla, il signor 2020 indica un angolo della stanza. L'infermiera appoggia la corona per terra, vicino ad altre. Sui fiori gialli c'è una scritta nera, «Grazie di tutto», seguita dalla firma di un uomo importante. Lo stesso uomo importante che in quel momento si trova nell'attico del grattacielo più alto del mondo. Talmente alto che, dopo l'aggiunta di duecento piani, dalla cima ormai si vede la curvatura del pianeta. L'uomo è molto soddisfatto: un po' perché l'anno è andato bene, un po' perché gli è appena venuta una nuova idea. Ha letto che laggiù, sulla Terra, stanno morendo molte più persone del solito. Persone che hanno bisogno di un funerale dignitoso, pulito, per tutte le tasche. L'uomo allora ha lanciato un nuovo modello di bare: economiche, funzionali, con un certo gusto nel design. Consegna, trasporto al cimitero e interramento gratuiti per gli abbonati. Davvero una buona idea, pensa, mentre osserva il mondo dalla vetrata panoramica del suo ufficio. Montagne, fiumi, città. Altri grattacieli, tutti molto alti, ma non come il suo. E in fondo, dove avanza la linea del nuovo anno, il porto. Sul molo c'è una donna che cammina. È bellissima, anche se è impossibile descriverne i tratti perché li cambia a ogni passo, con naturalezza: i vestiti, il volto, il colore della pelle. Bianco, rosso, giallo, nero, verde, blu. In molte incarnazioni appare come una fanciulla, ma si intuisce che è una signora di una certa età. Gli occhi sono profondi, la camminata lenta. Sembra un po' stanca, forse anche triste. Mentre scrivo queste parole, la donna si volta e mi fissa negli occhi. «Faccio finta di non aver sentito il commento sull'età», dice. «Ma... Stanca? Triste? Guarda che sei tu che mi vedi così». Quindi sorride, solleva una mano, con il palmo rivolto verso l'alto e vi soffia sopra. Dal nulla si formano piccoli oggetti volanti. Il primo ha la forma di arcobaleno. 


Anche questa canzone ha una certa età. L'hanno scritta i Rolling Stones una cinquantina (abbondante) di anni fa. Molly Tuttle l'ha fatta sua e registrata in un disco fresco come i primi giorni di primavera, leggero come una piuma e agile come una barchetta di carta che sa come evitare i clown nei tombini. Una raccolta di cover iper-eclettica (oltre ai Rolling Stones, ci sono brani di National, FKA Twigs, Rancid, Arthur Russell, Cat Stevens), che mostra che tipino tosto sia l'artista di Santa Clara, prima donna a vincere nel 2018 il premio di chitarrista dell'anno della International Bluegrass Music Association.


Rimanendo in area sei corde, ma alzando il volume degli amplificatori, una sfida combattutissima si è svolta sul ring del Madison Square Garden, categoria mediomassimi newyorchesi. All'angolo blu, i veterani alternative Nada Surf. All'angolo rosso, gli psichedelici folk Woods. All'angolo viola a pois gialli, gli Strokes. Tutti titolari di album a cui essere grati, ma ai punti hanno vinto gli ultimi. Merito dei pois, forse, e del riff di questa canzone che ti si appiccica addosso senza lasciarti più. Gli Strokes sono in line up al Primavera Sound 2021. Essere laggiù a giugno, sotto il palco in mezzo alla folla, e sentir partire questo riff sarebbe davvero un bel brindisi alla normalità.


Che il 2020 sarebbe stato bizzarro lo si era intuito ascoltando Liscio Gelli, il brillante circo del liscio aperto a gennaio dai Mariposa. A mantenere alto il tasso d'estrosità ci ha pensato Agavi sdrucciole del torinese Carlo Pestelli, piccola e acrobatica suite d'autore piena di funambolismi linguistici. Per mantenere la metafora circense: come se un equilibrista attraversasse l'arena su un filo. Non camminando, però: saltellandoci sopra. Curiosità: una traccia dell'album Venti di Giorgio Canali (che invece è una grattugia perfetta di chitarre e testi rossofuoco) si intitola Canzone sdrucciola. Due indizi non fanno una prova, bensì una certezza: stiamo finalmente assistendo al ritorno del neosdrucciolanesimo. Anno bizzarro, indubbiamente.


Con quella deliziosa faccia da schiaffi che tutti invidiamo a lui e al fratello, Liam Gallagher ha detto che il 2020 è stato «un anno Radiohead». E allora parliamo un po' di Radiohead, anche se per vie traverse. Weird Fishes/Arpeggi è un brano tratto da In Rainbows, un loro disco del 2007. Con una coincidenza che di certo significa qualcosa, due artiste britanniche ne hanno inserito una cover nei rispettivi dischi. Quella di Lianne La Havas, cantata, si chiama Weird Fishes; quella di Kelly Lee Owens, strumentale techno-soul, Arpeggi. L'irlandese Rosie Carney, poi, è andata oltre: ha registrato un onirico tributo integrale a The Bends (disco uscito nel 1995, quando lei ancora non era nata). È stato un anno Radiohead, ma per qualcuno è stato più Radiohead degli altri.


Navigando tra le classifiche di fine anno, ormai in prossimità del capolinea di dicembre, ho scoperto tante belle cose tra jazz e dintorni. Per esempio, la tripletta al pianoforte di casa ECM: Arctic Riff del Marcin Wasilewski Trio (con Joe Lovano al sax), Life Goes On di Carla Bley e l'elegiaco Budapest Concert di Keith Jarrett (registrato nel 2016 e pubblicato pochi giorni dopo l'intervista in cui Jarrett ha rivelato di non poter più suonare a causa degli effetti di un duplice ictus). Poi c'è Matthieu Saglio, un violoncellista francese che vive a Valencia e che in El camino de los vientos ha raccolto brani frutto di collaborazioni con jazzisti della scena scandinava, francese, africana, mediterranea. Un po' come se la barchetta di She's a Rainbow fosse arrivata al mare. Triste per quello che non abbiamo potuto fare e per chi abbiamo dovuto salutare, ma... (SOCIAL MEDIA & WEB MANAGER: inserire citazione Rossella O'Hara o altra frase di viaggio e di speranza)


Bonus tracks
2h20 // 2020 è una playlist che raccoglie 2 ore e 20 minuti di musica del 2020. Sono trenta canzoni, tratte da alcuni dei dischi che più ho ascoltato quest'anno. Amorevolmente presentate a coppie, ma in un unico assembramento.

lunedì, dicembre 21, 2020

Torino 2049







ATTO I - SU E GIÙ PER LA CITTÀ


1. 
(Paolo Spaccamonti - Paul Dance) 
Torino, 8 agosto 2049. Tra la sera e la notte. Un drone della polizia pubblicitaria sorvola il Po, scrutandone la superficie. L'acqua scorre pigra e riflette le luci della città. Un movimento attiva i sensori di controllo. C'è un'ombra nera e affusolata che galleggia al centro del fiume. Il drone la raggiunge e si ferma sulla verticale. Il laser effettua una scansione dell'oggetto: è il ramo di un albero. Nessun mulinello, nessuna irregolarità, nessun segno vitale: la Creatura forse sta riposando. Il drone risale il corso del fiume, costeggia il parco del Valentino, raggiunge un piccolo locale appollaiato sulla riva, seminascosto dagli alberi, animato da luci e persone. Gli occhi digitali osservano la scena, fotografano i volti e li inviano al server centrale. Quindi il drone prosegue ronzando verso sud. Noi ci fermiamo. 

2.
Per la Diva è l'ultima data del tour. Sorride al suo pubblico d'agosto. Un centinaio di spettatori. Chi non ha i soldi per una vacanza, chi li ha già spesi, chi lo farà tra poco, chi non lo farà mai. Studenti, poeti, rider, innamorati. Qualcuno conosce i testi delle canzoni a memoria, come la ragazza adorante in prima fila, che le canta tutte. Qualcun altro si è arenato lì per caso o curiosità, come il vecchio lupo di fiume. Appoggiato al bancone del bar, più che ascoltarne le canzoni le osserva le gambe dietro a un amaro ghiacciato. La Diva vuole bene a tutte e a tutti, e canta meglio che può.  

3.
(Subsonica - Strumentale) 
Tra il pubblico ci sono Lyra e David. Lei è assieme a due amiche, con cui sta cercando di salvare l'estate progettando una settimana in Sardegna; lui è da solo, la mente rivolta a un'altra Diva in un'altra città. Non si vedono da anni, non era nei programmi nemmeno quella sera. Si incrociano alla cassa del bar, dopo la fine del concerto, quando la playlist del dj-robot ha già sostituito la voce della Diva. Dopo il primo sguardo, impiegano qualche istante a riconoscersi. In quella fessura di tempo si infila un messaggio che fa squillare i loro device. Sorridono per la coincidenza, non per il messaggio apparso sugli schermi: «Mattia vuole tornare indietro»  

4.
(Tomat & Federico Bisozzi - Piano Microcinematografie)
Preferiscono non allungare le ore. Tra la nostalgia e il favore della luna, potrebbe essere una cattiva idea. Meglio la guardia del sole. Si danno appuntamento l'indomani mattina alla fontana dietro ExpoTo. Insieme cercheranno una spiegazione al messaggio e magari ne approfitteranno per sbrogliare qualche nodo impigliato nella matassa dei ricordi. Il locale chiude, le luci si spengono, la città si addormenta accompagnata dalla melodia di un film muto in un cinematografo abbandonato. È un'altra notte immobile, appiccicosa, insonne, con la temperatura che si appoggia sulla linea dei 35 gradi senza scendere più giù. Solo il drone non sembra patire il caldo: raggiunto il limite di Moncalieri, inverte la marcia e risale verso nord. 

5. 
(MCDM + CISI - The City) 
In quel mese di fuoco, l'alba è il momento migliore. Serena, lucida, ricca di energie e vuota di pensieri. La città può concedersi un breve respiro, prima che scenda dall'alto la cupola della canicola. Come se fossero richiamati dal canto di un muezzin laico, tutti gli ingranaggi si rimettono in moto. Gli alveari si aprono, l'aroma del caffè esce dai bar e profuma i portici, nelle piazze si montano i banchi del mercato, le automobili si dispongono in linee ordinate sui viali alberati, i turisti fanno colazione e pensano a cosa scopriranno. All'alba del 9 agosto, Torino è una cartolina di progresso e luminosità. 

6.
(Giorgio Li Calzi feat. Giuseppe Culicchia - Che razza di anno è questo) 
Lyra e David riempiono di parole il Valentino. Quando gli alberi sono finiti, continuano a parlare. Attraversano il semaforo del ponte Umberto I e scendono ai Vecchi Murazzi, superando il cartello che li avverte che stanno entrando nel territorio della Creatura. Non sono gli unici a correre il rischio. Tre pescatori sono seduti sul bordo della banchina, le canne puntate verso la collina, un secchio azzurro vuoto. Un altro uomo è appoggiato alla parete di pietra. Indossa una t-shirt nera, sbiadita, con disegnato un volto di donna semicoperto da scritte in inglese. Recita ad alta voce un mantra di nomi antichi. A pochi metri, seduto sui gradini della scala che porta alla strada, un musicista lo accompagna con la tromba. È la prova di uno spettacolo sul '900, il secolo che rifiuta di essere passato. Lyra e David si fermano, incuriositi. Non conoscono quasi nessuno di quei nomi. Quindi riprendono a camminare e a raccontarsi ciò che è successo negli anni di mezzo.

7.
(Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo - Luca sapeva tutto)
Anche i Murazzi finiscono. I due ragazzi risalgono in superficie e imboccano il ponte di Napoleone. Sono più o meno a metà, quando vedono il primo tentacolo infilarsi tra le ringhiere e avanzare sull'acciottolato. È piccolo, rosaceo, un cucciolo. Un tram arriva dalla parte opposta, uno di quelli nuovi, bianchi e silenziosi. Forse l'autista non si accorge del tentacolo, forse pensa che ormai sia tardi per fermarsi: accelera e gli passa sopra, affettandolo in pezzetti spugnosi. È un errore. Subito un altro tentacolo emerge dal fiume: molto più grande, un tronco di quercia con la corteccia di ventose. Per un istante rimane sospeso nell'aria, quasi a voler concedere il tempo per una buona fotografia, quindi si avventa sul tram. Ne abbranca la parte posteriore, lo stringe forte, lo solleva e – tra il crepitio di scintille elettriche, il rumore della plastica che si accartoccia e le grida dei passeggeri – se lo porta con sé nel Po. È il segnale d'attacco. Decine di altri tentacoli si aggrappano ai parapetti del ponte, come assedianti a cui sia stato dato l'ordine dell'assalto finale a un castello medievale. «Corri!», esclama David, prendendo la mano di Lyra.

8.
(Boosta - Amore per le geometrie)
E corrono, corrono davvero molto, oltre la chiesa della Gran Madre e su verso la collina, dove nessun tentacolo potrà mai raggiungerli. Si ritrovano affacciati alla terrazza verde di Villa Genero. Da lassù, la vista si apre per chilometri. C'è la Torino antica dentro quella moderna, la corona dei grattacieli a rispettosa distanza dallo spillo orgoglioso della Mole. Sullo sfondo, prima delle montagne, una colonia di fenicotteri bianchi giganti: è il parco eolico in costruzione alla Mandria, che prima o poi garantirà l'indipendenza energetica della città. Più vicino, sotto di loro, il nastro del Po, agitato da uno sfarfallio di droni, persone e luci blu sul ponte dove la Creatura ha appena fatto colazione. Sembra un quadro fiammingo, con tanti personaggi minuscoli che fanno cose strane. «Un'altra corsa del genere e muoio», ansima David, esagerando. «Non ero mai stata qui», risponde Lyra. Si guardano, sorridono, forse hanno esaurito le parole. Prima di scoprirlo, sentono una musica salire dal basso, come il cobra di un incantatore. «La festa della Diva! Corri!», esclama lei, prendendolo per mano. Questa volta è tutta discesa.



ATTO II - ALTROVE

9.
(Carlot-ta - Samba Macabre)
Formalmente, la Villa della Regina è abbandonata. In realtà le sue stanze screpolate sono oggetto di visite quotidiane degli urbex, mentre il giardino ospita periodici rave illegali concordati con le autorità. Qui la Diva ha voluto la festa finale del tour. La lista degli invitati è chiusa, ma generosa: persino il vecchio lupo di fiume è riuscito a imbucarsi. All'ora più cattiva del pomeriggio, un uomo dal torso nudo e tatuato raggiunge il microfono. «Signore! Signori! È il momento!». Sparse nel giardino, le persone si addensano verso il piccolo palco. L'uomo tatuato ha in mano un tablet, sopra ci sono delle cifre. Sembra il conto alla rovescia di Capodanno, ma non è alla rovescia: «48.7, 48.8, 48.9... 49 gradi! Record europeo!! Torrida Torino!!!». Gli invitati esultano, innalzando calici ricolmi di un cocktail blu, fornito dallo sponsor del tour. Tra quel bosco di braccia tese, ci sono quelle di Lyra e David. La Diva fa un cenno ai musicisti e scatena l'ultimo samba della stagione. 

10.
(Eugenio in Via Di Gioia - Altrove)
Nelle feste baciate dalla fortuna, c'è un momento in cui tutti i presenti si sentono membra di un sol corpo. Spesso è merito di una canzone, che rimuove le distanze e fa ballare assieme ricchi e poveri, felici e tristi, belli e brutti, giovani e vecchi. Ma è giusto un momento. Finito il samba, spente le luci del giorno, riportata la temperatura sotto il livello dei record, tutto torna nei ranghi e il parco della villa si frammenta in microcosmi. C'è chi ha pescato un buon biglietto dalla lotteria e si apparta tra i filari della vigna (il lupo di fiume, la Diva e una bottiglia di champagne: l'avreste mai detto?). Chi continua a ballare e lo farà fino alla fine. Chi beve, chi ride, chi scompare (David) e chi si siede attorno a un fuoco (Lyra) ad ascoltare una chitarra e una voce che risvegliano un sogno antico come l'Eden, la vera ragione che spinse gli annoiati Adamo ed Eva a cogliere la prima mela: il mito di Altrove. 

11. 
(Fabio Giachino Trio - Grimilde's Mirror)
«Ho scoperto un luogo fantastico», le dice David, ricomparso dal nulla. 
Lyra si alza e lo segue. Entrano nella villa.
«Dove eri finito?»
«Cercavo un posto per fare una telefonata».
«Una telefonata... a chi?».
«Fai attenzione, è pieno di vetri», le dice lui, illuminando con il device i corridoi ricoperti di polvere, macerie e bottiglie rotte. 
Scendono per una scala. Nel seminterrato si apre un salone. È molto grande.
«Doveva essere la sala delle feste, strano che sia sottoterra. Ma non è tutto: guarda». 
Mentre attraversano la sala, David alza la luce dal pavimento e la punta a mezza altezza. 
Dall'oscurità, due ombre vengono loro incontro. 
«Chi sono? Chi siete?», chiede Lyra. 
Si bloccano. 
Anche le due ombre si fermano. 
«È uno specchio», risponde David. «Non ne ho mai visto uno così». 
Alto fino al soffitto, copre l'intera parete della sala. 
Lyra si ritrae d'istinto. 
«Non mi piacciono». 
«Gli specchi? Perché?». 
«I riflessi, sono spaventosi». 
In quel momento i lampadari del salone si accendono. Sono quattro, costituiti da centinaia di filari e gocciole di vetro, meduse di luce appese al soffitto. Così il salone appare ancora più maestoso, e lo specchio cerca di renderlo infinito. 
«Andiamo via», dicono le due Lyra. 
«Aspetta», rispondono i due David. 
Uno scatto meccanico. Una linea incornicia le due figure riflesse. 
Un altro scatto e le figure avanzano verso di loro. 
Quindi si spostano di lato, scompaiono. 
È un porta. 
Si è aperta in mezzo allo specchio, rivelando un cunicolo nero.

12.
(Spime.im - Exaland V) 
Entrano. Il cunicolo non è lungo e nemmeno buio come sembrava. Dopo qualche metro, piega a gomito verso sinistra e termina in una stanza di piccole dimensioni, ovale, dalle pareti grigie, lisce, perfette. La illumina un alone soffuso, rassicurante, di cui Lyra e David non riescono a vedere la fonte. «Benvenuti a Exaland V, vi stavamo aspettando», dice una voce attorno a loro. Come la luce, è difficile capire da dove venga: la stanza è vuota, non c'è una persona, un microfono, nemmeno uno schermo. La voce prosegue, nella loro testa. «Mattia vuole tornare indietro. Siete pronti?». Capiscono che non è una domanda. Come è stato istruito fin dal sorgere del tempo, Exaland V avvia il processo di disgregazione. Era da secoli che non lo faceva, ma certe cose non si dimenticano. Tutte le cellule di Lyra e David vengono smaterializzate nello stesso istante. Non è una bella sensazione. Le cellule vorrebbero gridare per il dolore o almeno esprimere il disappunto per non essere state prima interpellate. Non ne hanno il tempo: una manciata di nanosecondi dopo, sono già riscritte altrove.

13.
(Tomat-Petrella - HD 40307 G) 
Era come assistere alla nascita dell'universo attraverso un oblò. Seduti dentro una navicella a forma di luna, Lyra e David attraversavano HD 40307 G, la Galassia dei Costruttori. Centinaia di decametri sotto di loro, legioni di termiti erano impegnate a riedificare i bastioni d'Orione, alti, magnifici e più scintillanti di quelli di prima. Dalla grande vulva a spirale dell'ape regina, uscivano i Palazzi delle Emozioni: l'arena dell'amicizia e l'igloo della solitudine, il tempio del pensiero e il molo delle passioni, la bianca cattedrale dell'amore e la nera fortezza del rancore (o era forse l'orgoglio?). Ovunque gettassero lo sguardo, qualcosa li meravigliava. Anche la semplicità. Quanto poteva essere alta quella montagna imbiancata da nevi eterne da cui scendevano i ruscelli che crescevano fiumi maturavano mari e morivano oceani? In un recinto senza steccati, accuditi da centauri con quattro braccia, pascolavano unicorni, kraken, sfingi, chimere e folletti. Miriadi di folletti. Ogni tanto un centauro indicava una stella e una delle creature scompariva. Dentro un acquario riposava un enorme neonato, immerso in un liquido arcobaleno. Sul bordo, armati di piccole pompe, pittori, musicisti e poeti lillipuziani ne aspiravano il contenuto. Lyra pensò di non aver mai visto qualcosa di così bello e si rammaricò che l'astronave mantenesse la stessa velocità e la stessa rotta, alimentata dal carburante invisibile nella clessidra. Ogni nuova meraviglia cancellava i resti e il ricordo della precedente. Finché non raggiunsero l'orlo di Kepler e la palude della memoria calcificata.

14. 
(Ramon Moro - Recuerdos de la Alhambra)
Nebbia sottile e pioggia fredda, di fine autunno. L'estate dei 49 gradi è lontana. Non sono soli. Ombre di volti e luoghi li circondano. Lyra riconosce i contorni di una città spagnola, amata e perduta in primavera; David incrocia sua madre, ancora distesa sul letto d'ospedale d'inverno. Sfumano altri fantasmi: lui vince una corsa campestre, lei esce dall'università senza voltarsi. E c'è la Normandia, la vacanza dei 18 anni. Lyra, David e Mattia. Tre amici tra le guglie di Rouen, le ninfee di Monet e le maree di Mont Saint-Michel: quante risate su quella sabbia che si scioglie sotto i piedi. Poi in macchina su una strada ondulata, alla ricerca di una taverna che il navigatore non sa scovare. Mattia è seduto dietro che studia le mappe sul device, David e Lyra davanti. Una collina. David scala la marcia. È una vecchia auto, di quelle con il cambio tradizionale: la migliore con cui far pratica, gli ha detto suo padre, facendogliela trovare sotto casa il giorno della patente. Vicino al cambio c'è la mano di Lyra. Non è lì per caso. Si sfiorano. «Ho capito dov'è», esulta Mattia. David abbandona per un attimo la strada e incrocia gli occhi di Lyra. Sorridono. È una scintilla che aspetta da giorni. «Attento!», esclama Mattia. Lyra e David hanno il tempo per voltarsi e vedere il muso feroce di un camion che si scaglia contro di loro. Un colpo di clacson, il botto, il buio. Come è possibile che in un incidente del genere muoia solo chi è seduto dietro? Nella pioggia oltre l'orlo di Kepler, Mattia li osserva. Vogliono tornare indietro, non possono.



ATTO III - IL GRANDE BLACKOUT D'OCCIDENTE

15. 
(Paolo Spaccamonti - Rimettiamoci le maschere)
Il 10 agosto 2049, il giorno del Grande Blackout d'Occidente, a Torino inizia come il 9 agosto. L'aroma del caffè sotto i portici, i banchi del mercato, le automobili sui viali, i turisti a colazione. Anche la scorribanda del giorno prima della Creatura è già stata contabilizzata, giudicata e archiviata: 8 morti, 17 feriti (di cui 12 leggeri e 5 in fin di vita), 6 dispersi finiti chissà dove in fondo al fiume o nella pancia della Creatura. Nello smart-poll lanciato in serata, la popolazione ha votato l'assoluzione della Creatura e la gogna per l'autista del tram, considerato il vero responsabile dell'incidente per aver tranciato il primo tentacolino (lo si vede chiaramente nel video ripreso da un passante). L'autista però è tra i dispersi, quindi per ora la sua pena – isolamento sociale e disabilitazione degli account per un mese – è passata ai congiunti di primo grado. Ma quella è già storia vecchia. La vera novità della mattina è la temperatura dell'aria. Stabilito il record europeo, sembra che il vulcano torinese abbia deciso di placarsi. Per la prima volta da settimane, ci sono meno di 30 gradi. Ecco spiegato il buonumore delle persone: si svegliano, si alzano dal letto, i più indossano la maschera, qualcuno decide di lasciarla sul comodino.

16.
(Carlot-ta - Glaciers) 
«Se i ghiacciai scompaiono, dobbiamo crearne di nuovi». Così una nota influencer commenta l'inaugurazione del primo ghiacciaio artificiale in Norvegia. È una delle news che David scorre sul device, mentre attende un messaggio da Anna, la fidanzata. È seduto sulla sua panchina preferita, sotto il platano più vecchio della città. La mattinata è davvero luminosa, fin troppo per il mal di testa con cui si è svegliato. Una famiglia in bici gli passa davanti, sul vialetto di ghiaia. La bici del bambino più piccolo slitta sulle pietre, si inclina, il bimbo cade. Il padre si ferma per aiutarlo, mentre la sorellina si lamenta che vuole un gelato. Arriva il messaggio di Anna. Iniziano a chattare. Lui non le racconta di Lyra, dovrebbe prima spiegarle chi è, ma non ha senso, tanto non si incontreranno più. «Due buone notizie», gli scrive lei. «I fondi per il mio laboratorio sono confermati per altri tre anni. E mio zio ha visto il tuo portfolio, gli piace come lavori. Ci sarebbe un periodo di prova, qualche mese, ma prenderesti molti più soldi che con il reddito universale. Vieni ad Amsterdam?». David si guarda attorno. La famiglia in bici è ferma alla fontanella verde: il papà sta lavando il ginocchio sbucciato del bambino, mentre la mamma accompagna la figlia dal gelataio. Sul prato un gruppo di ragazzi insegue un pallone, seduti ai tavoli signori anziani litigano per una briscola, studenti entrano ed escono dalla Biblioteca della Musica. Adora quella città, forse è il momento giusto per lasciarla.

17.
(Willie Peyote - Cattività)
Lyra ha cambiato fiume. In pausa pranzo cammina lungo la Dora. Il pensiero di David sta scivolando via. Ieri sera non si sono nemmeno salutati. Le sembra di riemergere dal tuffo in un'altra vita. Già, ma quale vita? Come è finita lì? Come è possibile che abbia chiuso gli occhi da ragazzina e adesso li riapra da trentenne? Anni scivolati via, quasi senza accorgersene. Cosa ha costruito? Cosa ha combinato, a parte star seduta in una gabbietta, a dondolare aspettando che il destino venisse a liberarla (e il destino, bastardo, si è ben guardato dal farlo)? Non si è mai sentita così sola, così rabbiosa. «Adesso basta!», esclama ad alta voce, calciando una lattina abbandonata sul marciapiede. Il proiettile schizza verso alcuni piccioni. Si alzano in volo, tutti tranne uno, distratto, che viene colpito dalla lattina. L'uccello la guarda corrucciato, quasi per redarguirla. «Non provarci», dice lei, «non è il momento». Allora il piccione si volta e se ne va, camminando. «Che animali stupidi», commenta una voce dietro di lei. È il vecchio lupo di fiume, seduto sul parapetto della Dora, con in mano una rivista di parole crociate e una penna bic quasi consumata. «Non provarci», ripete lei, «non è il momento». 

18.
(T.U.N. - Soundshift) 
Ignara di ciò che l'attende, la città scivola verso l'happy hour. La temperatura è accettabile, poco sopra i 40 gradi, niente che le arie condizionate esterne non riescano a gestire. Chi ieri brindava all'eccezionalità del record, oggi brinda al ritorno alla normalità. Nessuno immagina che quel complesso meccanismo – la normalità – si stia per inceppare. E che lo stia per fare proprio nel luogo dove di solito tutto funziona come un orologio svizzero: la Svizzera. Nascosta tra monti e laghi, c'è una cabina elettrica. Lì appare dal nulla un folletto. Si infila attraverso un vetro rotto, zampetta tra le bobine, rosicchia un cavo, provoca un corto circuito. Per anni gli scienziati si domanderanno come abbia fatto il blackout a propagarsi da quella cabina all'intero continente. Alle 18.27, ora di Torino, l'Europa è senza energia elettrica. C'è ancora luce in cielo e la novità viene accolta come un diversivo da celebrare nell'unico modo possibile: twittando e brindando. Quando però due ore dopo l'energia non è ancora tornata e le batterie dei device sono ormai scariche, all'euforia subentra il brivido. Nessuno, tranne forse gli stambecchi e le balene, ha mai visto le ombre della notte calare in quel modo.

19.
(Boosta - Lacrime di San Lorenzo) 
Quante possibilità ci sono che Lyra e David scelgano lo stesso punto d'osservazione per assistere allo spettacolo della notte senza elettricità? Vicino alla ferrovia c'è una collinetta, un cocuzzolo spelacchiato con due panchine, un albero e poco altro. Di solito non è un luogo speciale, ma quella notte lo sono tutti. Caduto il manto dell'illuminazione artificiale, il cielo stellato non fa distinzioni: è ovunque. Miliardi di puntini gettati su un tappeto nero, con finta casualità. San Lorenzo li richiama all'ordine. Ricorda loro che - blackout o meno - quella è la sua notte. Allora alcuni di questi puntini si muovono, attraversano il cielo, scompaiono, regalando uno stupore dimenticato. Lyra e David non si incontrano, non si sfiorano, non si parlano. Il buio che rivela l'universo è lo stesso che impedisce loro di vedersi, nonostante si trovino a un respiro di distanza. Entrambi rimangono distesi per ore, sulla collina, con il naso all'insù. Entrambi formulano un desiderio. Quindi si alzano e riprendono la strada, rinfrancati. Qualunque sia l'esito di scelte e passioni, qualunque il destino di sogni e illusioni, non è male sapere che ciò che hanno appena visto rimarrà per sempre.

20.
(Thomas Feiner & Giorgio Li Calzi - Encounters at the End of the World)
Torino, 11 agosto 2049. Dopo mezzanotte. Mentre scivola sul letto del fiume, annusando l'acqua in cerca di una nutria, un pesce gatto o qualche altro stuzzichino, anche la Creatura capisce che c'è qualcosa di strano. Dall'alto non arrivano le solite luci e il ronzio degli oggetti volanti si è interrotto da ore. Incuriosita, risale verso la superficie e manda un tentacolo in avanscoperta sul pavimento dei Murazzi, sperando che non faccia la fine di quello del giorno prima. Il tentacolo ritorna sano, salvo e con notizie interessanti. Fuori c'è solo l'oscurità. Per la prima volta, la Creatura emerge per intero dal fiume, salta sulla banchina e con leggerezza si concede una passeggiata per le vie della città.
 

Fine.



***



Due parole su TORINO 2049 e sulla sua musica
In origine, avrebbe dovuto essere una semplice playlist. Una raccolta delle produzioni musicali torinesi degli ultimi anni. Scivolata in un tunnel esistenziale che al confronto la TAV è un sottopassaggio, tormentata dagli spettri dell'età d'oro dei Murazzi e delle Olimpiadi (1998-2008) e oggi pure nella stasi del virus (problema globale, mal comune nessun gaudio), la città non ha comunque mai spento il suo laboratorio creativo. Magari giocando più con le ombre che con le luci, ha continuato a incrociare elementi, sperimentare soluzioni, imboccare nuovi sentieri. L'idea era di raccogliere nella playlist alcune di queste opere, quelle che più mi hanno appassionato e che meriterebbero di essere molto più conosciute di quanto non lo siano. Facendo particolare riferimento a un'area ampia, ma al tempo stesso abbastanza circoscritta (anche dal punto di vista anagrafico): all'incrocio tra ciò che resta di rock, jazz, elettronica e avanguardia, in un territorio tra l'atmosferico, il distopico e il dark. Mentre sceglievo i brani, però, è successo qualcosa di strano: dall'ascolto hanno iniziato a gocciolare gli elementi della storia. Personaggi, luoghi, emozioni. Così è venuta fuori TORINO 2049. Non più una semplice playlist, ma lo strano ibrido che trovate sopra, in cui ogni singola scena è in qualche modo ispirata a una canzone. Qui voglio aggiungere qualche parola sulla musica e su chi l'ha composta.
Partiamo da Carlot-ta, che rappresenta una tripla eccezione: non è torinese (è nata a Vercelli), è l'unica donna nella tracklist ed è anche l'unica artista – complice il personaggio della Diva – presente con tre canzoni a proprio nome: Sparrow, Samba Macabre e Glaciers. Provengono tutte dal suo terzo disco, Murmure, «album per organo a canne, voce, percussioni ed elettronica» del 2018. Ma meritano attenzione anche l'esordio Make Me a Picture of the Sun (2011) e Songs of Mountain Stream (2014), tasselli di un percorso artistico assai originale nel caos stanco del XXI secolo.
Non hanno bisogno di presentazioni i Subsonica, mentre merita qualche parola Mentale strumentale, il loro album da cui è tratta Strumentale, traccia numero 3 del racconto. È un disco concepito in pieni anni zero, in mezzo alla turbolenta separazione tra la band e l'etichetta Mescal, ma uscito solo ad aprile 2020, in mezzo al turbolento anno del virus. Un disco nato per essere cullato dalla tempesta, insomma. Fedelissimo al titolo (è tanto mentale quanto strumentale), è stato tra le folgorazioni del mio lockdown: un viaggio in mari molto diversi rispetto a quelli di solito solcati dalla nave ammiraglia. Un discorso simile vale per i lavori solisti dei membri del gruppo. Amore per le geometrie e Lacrime di San Lorenzo sono due tracce estratte da Facile, il disco per pianoforte ed elettronica pubblicato a ottobre 2020 da Boosta. Anche Max Casacci ha appena sfornato un album molto intrigante, Earthphonia, concept costruito sulla manipolazione elettronica di suoni naturali (animali, ruscelli, pietre). Sarebbe stato perfetto per questa avventura sonora, ma è uscito a dicembre, quando ormai nel 2049 era successo tutto. Da anni, Casacci conduce esperimenti alchemico-musicali, come dimostra la traccia City Awakening, ispirata e costruita sui rumori di Torino. È tratta dall'album The City, classe 2017, realizzato assieme ad altri due artisti torinesi: il producer Daniele Mana (the artist formerly known as Vaghe Stelle) e il sassofonista Daniele Cisi.
Sono parecchi i fiati in TORINO 2049. Compare due volte, per esempio, la tromba di Giorgio Li Calzi (co-direttore del Torino Jazz Festival assieme al sassofonista Diego Borotti), altro artista particolarmente a suo agio nelle no man's land della musica. Qui accompagna lo scrittore Giuseppe Culicchia nello «spettacolo sul '900» di Che razza di anno è questo (estratta da Music For Writers, 2017) e il compositore e cantante svedese Thomas Feiner nei titoli di coda di Encounters at the End of the World (figlia del 2020, con un titolo che richiama un meraviglioso documentario antartico di Werner Herzog; se non l'avete già visto, vi consiglio di correre a recuperarlo: è un altro Altrove che merita di essere incontrato). Arriva dal Canavese, ma è torinese da anni, Ramon Moro, anche lui trombettista, anche lui amante delle esplorazioni in territori poco convenzionali, come dimostra l'onirica cover di Recuerdos de l'Alhambra, un brano per chitarra classica composto da Francisco Tárrega nel lontanissimo 1896, che Moro ha rivisitato nel suo recente album Offering.
Torinese d'adozione, ma di origine più remota (Bari), è anche Gianluca Petrella, il magico trombone che nella porzione più aliena di TORINO 2049 ci accompagna a HD 40307 G. Quel brano è firmato assieme all'unico altro artista presente in playlist con tre composizioni, in tre progetti diversi: Davide Tomat. Oltre a quella con Petrella (tratta dall'album Kepler, pubblicato nel 2018 per l'etichetta berlinese !K7), ci sono Piano Microcinematografie, dalla colonna sonora registrata nel 2020 con Federico Bisozzi per il film Pastrone! (un documentario sul regista del kolossal muto Cabiria: come vedete, ogni brano è davvero un portale verso altri mondi) e Exaland V, tratta da Exaland, album-performance del collettivo Spime.Im (che oltre a Tomat comprende il musicista Gabriele Ottino, il media-artist Stefano Maccarelli e l'ingegnere Marco Casolati).
Rientrando dall'orlo di Kepler a latitudini più felinamente post-rock, i Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo (che qui se la vedono contro il Grande Caldo) sono un nome ormai consolidato della scena torinese e nazionale. Negli ultimi anni si sono fatti notare soprattutto per la fertile collaborazione con la regista Susanna Nicchiarelli (per cui hanno composto le colonne sonore di La scoperta dell'alba, Nico, 1988 e del recente Miss Marx). Anche Luca sapeva troppo, la traccia che nel racconto risveglia i primi tentacoli, presenta forti suggestioni audiovisive: proviene da Superotto, un album del 2020 che avrebbe dovuto essere presentato in un binomio spettacolare con vecchi filmini di famiglia. Una delle tante idee finite ai box in attesa di tempi migliori.
In un viaggio che è quasi interamente strumentale, tra le poche voci ci sono quelle degli Eugenio in Via Di Gioia e di Wilie Peyote. I primi rappresentano forse la parentesi più pop di questa raccolta. Anche se il loro è un pop sui generis, non solo per l'origine busker-folk-indie, ma per le inquietudini sparse nei testi delle canzoni, che ben si intravedono anche in Altrove, brano tratto dall'album Natura viva (2019), che in un giorno di novembre si è impossessato di una parte fondamentale di questo racconto. In quanto a Willie Peyote, rapper di educazione sabauda-murazziana, ormai non lo si può più definire un tesoro nascosto dell'underground torinese (tra qualche mese partirà anche alla conquista del Festival di Sanremo). Cattività proviene da Iodegradabile, il suo quinto album, pubblicato a ottobre 2019.
Con Fabio Giachino si ritorna sotto le stelle del jazz. Il pianista albese, anche lui da anni residente a Torino, è presente con due brani: uno acustico e uno elettrico. Grimilde's Mirror è stato pubblicato nel 2019 in At the Edges of the Horizon, disco a firma Fabio Giachino Trio (di cui fanno parte il contrabbassista Davide Liberti e il batterista Ruben Bellavia). Soundshift è invece una creatura dei T.U.N., acronimo che sta per Torino Unlimited Noise e che oltre ai synth di Giachino conta sul sax e gli effetti di Gianni Denitto e la batteria di Mattia Barbieri.
Last but first, c'è il chitarrista e compositore Paolo Spaccamonti, a cui è affidata l'ouverture di Torino 2049. Spaccamonti è un altro gran scandagliatore di mondi sonori, con stretti rapporti con il cinema (sia in termini di colonne sonore che di sonorizzazioni live, spesso in compagnia di Ramon Moro) e affinità elettive verso i luoghi d'arte e gli spazi architettonici imprevedibili (cercate su YouTube le sue performance alla Fondazione Sandretto e al Museo Nazionale del Risorgimento). Oltre ad accendere la miccia con Paul Dance, qui è presente con Rimettiamoci le maschere, entrambe tratte da Volume quattro del 2019. 



lunedì, ottobre 12, 2020

Tempo, scienza, colori: un confronto tra Yellow Submarine e Tenet



Ho visto un film in cui due squadre di personaggi agiscono nello stesso momento: una va indietro nel tempo, l'altra avanti. E i membri che le formano sono gli stessi: in scena, cioè, ci sono contemporaneamente due versioni delle stesse persone. Si vedono, si incontrano, interagiscono. Sto parlando di Tenet di Christopher Nolan? Anche. Ma lo spunto da cui nasce questa riflessione è Yellow Submarine, la divertente (e delirante) avventura animata con i Beatles del 1968. Il segmento in questione è quello che apre il viaggio dei Fab Four sul sommergibile giallo, nel cosiddetto «Mare del Tempo».

Mettere a confronto Tenet e Yellow Submarine è un gioco intrigante, che ci dice molte cose sulle differenze tra gli anni Sessanta del secolo scorso e gli anni Dieci/Venti di questo. Anche nel pensare, gestire e raccontare le distorsioni temporali. Mentre Nolan costruisce un immenso castello scientifico-enigmistico, dove allo spettatore è richiesta una concentrazione massima per ottenere in cambio una comprensione minima (il film andrebbe rivisto due, cinque, dieci volte per prendere dimestichezza con i suoi meccanismi), quello dei Beatles è un sogno colorato che agisce esattamente al contrario: lo guardi con il minimo sforzo, ottenendo il massimo carico della sua abbacinante fantasia.

Il discorso vale per l'intero cartone animato, ma la sequenza nel «Mare del Tempo» è particolarmente efficace ed esemplificativa: non che manchino i paradossi e gli alambiccamenti tipici dei salti nel tempo, ma vengono presentati in modo esuberante, giocoso, con una estrema semplicità di lettura grafica e simbolica. Non devi sforzarti troppo per assimilare le immagini dei Beatles che tornano bambini, delle loro controparti che invecchiano rapidamente, o di tutti quegli orologi, clessidre e numeri che li circondano. Mentre Nolan cerca di spiegarci tutto fino alla dimensione subatomica, addentrandosi con piglio da scienziato in un maelstrom di impossibilità, i Beatles non spiegano nulla: la loro al massimo è fanta-filosofia, non fanta-scienza.

Per spiegare meglio questa differenza, ci aiuta un fuoripista a Disneyland. Immaginate di trovarvi di fronte Eta Beta, con il suo magico gonnellino nero da cui tira fuori di tutto. I Beatles di Yellow Submarine vengono da quel mondo di finzione: inventano, mostrano, ma non stanno a perder troppo tempo nel cercare di spiegarci come funziona. È la ragione per cui quello del tempo è solo uno dei tanti mari che esplorano con il sottomarino giallo (ci sono anche il «Mare della Scienza», il «Mare dei Mostri», il «Mare del Niente», il «Mare delle Teste», il «Mare dei Buchi»). Nolan è l'esatto opposto. Se dovesse mai girare un film su Eta Beta, probabilmente il 90% sarebbe dedicato alla giustificazione scientifica del suo gonnellino. Non è un caso, infatti, se all'ossessione spaziotemporale è dedicata quasi tutta la sua filmografia extra-Gotham (Memento, The Prestige, Inception, Interstellar...). 

Eta Beta e il suo tornello spazio-temporale quantico.  

Yellow Submarine sta agli anni Sessanta (o alla nostra percezione di essi), come Tenet sta all'attuale presente degli algoritmi. E forse Christopher Nolan è il più grande regista contemporaneo proprio per il coraggio, la coerenza, il rigore (e la probabile sofferenza) con cui affronta l'elemento davvero caratterizzante della nostra società e del nostro tempo: la sua estrema complessità. Una complessità che è implicita nell'idea stessa di globalizzazione (un unico network di sette miliardi di persone è inevitabilmente più complesso di tante comunità di poche centinaia, migliaia o anche milioni) ed esplicita nell'oggetto-simbolo della nostra epoca, lo smartphone (vi siete mai chiesti come fa davvero a fare tutte quelle cose?). 

L'architrave della poetica di Nolan è quasi un'utopia: lui prende qualcosa di iper-complesso (metafora del presente) e cerca di darcene una spiegazione scientifica. A rimetterci, quasi inevitabilmente, è la ruota dei colori. I suoi universi sono privi di vivacità. Tutto appare avvolto nell'ovatta monocromatica di una giornata luminosa ma senza un cielo davvero azzurro, un po' come quella che si vede alle spalle di John David Washington nell'immagine in apertura. Grigioblu: un colore perfettamente in linea con la realtà tecno-apatica del 2020 (il blu del digitale più il grigio dell'immobile flusso infinito). Allo stesso modo, la psichedelia e l'esplosione accesa di Yellow Submarine sembrano invece riportarci a un altro zeitgeist visivo, quello degli anni Sessanta, un decennio in cui la pop music, la pop art e tutto il resto del pop conquistarono il mondo occidentale, ricoprendolo con uno tsunami d'energia che sembrava in grado di lavar via finalmente gli ultimi detriti della Seconda Guerra Mondiale.

Il mio può sembrare un discorso deprimente, la constatazione di un'agonia o anche una critica a Nolan (e a un film, Tenet, che in effetti mi ha lasciato con non poche perplessità). In realtà è soprattutto un complimento: la certificazione del ruolo dell'Artista (quello con la A maiuscola, trasversale ai generi e ai linguaggi) come colui che – se non vuole limitarsi a replicare/rimpiangere/riprodurre il passato – deve forgiare le sue opere nello spirito esatto del tempo in cui vive. E lo spirito in cui stiamo vivendo da ben prima del tuffo nel virus, mi sembra rappresentato in modo davvero efficace dalla trappola palindromica di Tenet. Una dimensione sigillata, centripeta, dove il passato e il futuro convergono verso il presente. Ben distante dalla centrifuga cornucopia di possibilità a 360 gradi che è Pepperland, il pianeta multicolore di Yellow Submarine. Dove, e qui c'è un'ultima gustosa coincidenza, il Blu è il colore del Male, dei cattivi «Blue Meanies», coloro che vogliono spegnere la musica, la vita e tutto il resto.  

sabato, settembre 19, 2020

I'm Live. Cronache dall'oltrecovid: Andrea Laszlo De Simone (Torino, 3 settembre 2020)


A volte anche i numeri a singola cifra appaiono enormi. Così è stato il 3 settembre, quando i nove membri della truppa di Andrea Laszlo De Simone sono saliti sul palco di Combo, fortino istituzionale dei live torinesi nell'estate del Covid. Meritano di essere snocciolati: il timoniere De Simone (voce e chitarra), Damir Nefat (chitarra), Daniele Citriniti (basso), Filippo Cornaglia (batteria), Zevi Bordovach (tastiere), Anthony Sasso (tastiere), Stefano Piri Colosimo (tromba), Giulia Pecora (violino) e Clarissa Marino (violoncello). L'enfasi è dovuta a una verifica dell'agenda: il 2020 era nato rumoroso e affollato, con la sonorizzazione di Greed per quattro chitarre, una batteria e un sax al Cinema Massimo e la tempesta elettrica dei Calibro 35 a Hiroshima Mon Amour (il 20 febbraio, la sera di Codogno). Poi c'è stato il blackout, da cui siamo riemersi con palchi ridotti e affannati: capienze, timori ed economie impongono concerti in solo, in duo, in trio. Laszlo ha scelto la via opposta: poche repliche, ma con tanti musicisti. «Anche perché un concerto ha senso solo se riesco a riprodurre ogni nota degli album», mi ha scritto in un'intervista prima di Combo. Da un anno l'oggetto privilegiato delle sue riproduzioni è Immensità, suite da 25 minuti che ha fatto impazzire i francesi e che – a dispetto del titolo – sta come un topolino al fianco del mammut che l'ha preceduta: Uomo Donna, 77 minuti. In scaletta le due opere sono messe una dopo l'altra, quasi come in un programma di classica: si decolla con i quattro movimenti di Immensità, che sembrano scritti per essere ascoltati su un prato, di notte, vogando tra le stelle senza tentare di spiegarle; quindi si sciolgono le briglie con Sogno l'amore, Vieni a salvarmi e le altre scorribande che ci ricordano l'irresistibile psichedelia di Uomo Donna. Sono belli da vedere, i nove sul palco: un po' come erano gli Arcade Fire e come saranno sempre i Radiohead. Ancor di più, all'alba del lungo autunno.

domenica, settembre 13, 2020

Sognando David Lynch sulla zattera di Edda e Marok


Sono passati quattro mesi dalla fine del lockdown. Non è ancora storia ma già nuvoleggia nella memoria, mentre si sfrondano i ricordi vani, conservando la materia per nipotini. Ai loro eredi, Edda (Stefano Rampoldi) e Marok (Gianni Maroccolo) potranno raccontare una storia probabilmente diversa dalla nostra, di aver cioè sfruttato il periodo gaglioffo per concepire un album: sghembo fin dal titolo (Noio; volevam suonar.), privo di qualsiasi appeal radiofonico, distribuito in modo bizzarro, con una promozione fai-da-te e una ricezione il cui perimetro ristretto è tracciato dai crud(el)i numeri di Spotify. Insomma, una fotografia del rock italiano nel 2020, zattera un po' spersa in un oceano alieno. Ma che fotografia! Scattata da due artisti che di quel rock ne hanno scritto la storia (Maroccolo bassista nel periodo d'oro di Litfiba e CCCP/CSI, Edda frontman dei Ritmo Tribale, le cui ali si sono sciolte appena sfiorato il sole di MTV) e che ne affrontano il presente da gagliardi e iconoclasti solisti. Il pargolo è venuto al mondo con 11 tracce. Più sperimentali e nervose le prime sei, tra l'elettrofrankensteinismo di Maranza e le semidistorsioni grunge-dark di Servi dei servi (che qui hanno ridestato spiriti di Mad Season). Più lente e rarefatte le ultime cinque, con una Sognando che proietta Don Backy su una rotonda sul mare di David Lynch e una Achille Lauro il cui titolo molesto nasconde delicati arpeggi e romanticismo. Cometa che ha solcato l'anno del contagio su orbite di periferia, difficilmente Noio avrà un rigoglioso futuro live: un po' per gli ostacoli della congiuntura, un po' perché non credo sia facile da riprodurre (Maroccolo ci ha dato dentro nella produzione). Tuttavia sabato, quasi per magia, Servi dei servi e Sognando sono apparse durante un concerto di Marok a Firenze. Da lì, a cascata: il desiderio di riascoltarlo, il piacere nel rigiocare con i suoi Castelli di sabbia, queste righe e la tessera d'accesso al jukebox del 2020.