Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post

lunedì, ottobre 12, 2020

Tempo, scienza, colori: un confronto tra Yellow Submarine e Tenet



Ho visto un film in cui due squadre di personaggi agiscono nello stesso momento: una va indietro nel tempo, l'altra avanti. E i membri che le formano sono gli stessi: in scena, cioè, ci sono contemporaneamente due versioni delle stesse persone. Si vedono, si incontrano, interagiscono. Sto parlando di Tenet di Christopher Nolan? Anche. Ma lo spunto da cui nasce questa riflessione è Yellow Submarine, la divertente (e delirante) avventura animata con i Beatles del 1968. Il segmento in questione è quello che apre il viaggio dei Fab Four sul sommergibile giallo, nel cosiddetto «Mare del Tempo».

Mettere a confronto Tenet e Yellow Submarine è un gioco intrigante, che ci dice molte cose sulle differenze tra gli anni Sessanta del secolo scorso e gli anni Dieci/Venti di questo. Anche nel pensare, gestire e raccontare le distorsioni temporali. Mentre Nolan costruisce un immenso castello scientifico-enigmistico, dove allo spettatore è richiesta una concentrazione massima per ottenere in cambio una comprensione minima (il film andrebbe rivisto due, cinque, dieci volte per prendere dimestichezza con i suoi meccanismi), quello dei Beatles è un sogno colorato che agisce esattamente al contrario: lo guardi con il minimo sforzo, ottenendo il massimo carico della sua abbacinante fantasia.

Il discorso vale per l'intero cartone animato, ma la sequenza nel «Mare del Tempo» è particolarmente efficace ed esemplificativa: non che manchino i paradossi e gli alambiccamenti tipici dei salti nel tempo, ma vengono presentati in modo esuberante, giocoso, con una estrema semplicità di lettura grafica e simbolica. Non devi sforzarti troppo per assimilare le immagini dei Beatles che tornano bambini, delle loro controparti che invecchiano rapidamente, o di tutti quegli orologi, clessidre e numeri che li circondano. Mentre Nolan cerca di spiegarci tutto fino alla dimensione subatomica, addentrandosi con piglio da scienziato in un maelstrom di impossibilità, i Beatles non spiegano nulla: la loro al massimo è fanta-filosofia, non fanta-scienza.

Per spiegare meglio questa differenza, ci aiuta un fuoripista a Disneyland. Immaginate di trovarvi di fronte Eta Beta, con il suo magico gonnellino nero da cui tira fuori di tutto. I Beatles di Yellow Submarine vengono da quel mondo di finzione: inventano, mostrano, ma non stanno a perder troppo tempo nel cercare di spiegarci come funziona. È la ragione per cui quello del tempo è solo uno dei tanti mari che esplorano con il sottomarino giallo (ci sono anche il «Mare della Scienza», il «Mare dei Mostri», il «Mare del Niente», il «Mare delle Teste», il «Mare dei Buchi»). Nolan è l'esatto opposto. Se dovesse mai girare un film su Eta Beta, probabilmente il 90% sarebbe dedicato alla giustificazione scientifica del suo gonnellino. Non è un caso, infatti, se all'ossessione spaziotemporale è dedicata quasi tutta la sua filmografia extra-Gotham (Memento, The Prestige, Inception, Interstellar...). 

Eta Beta e il suo tornello spazio-temporale quantico.  

Yellow Submarine sta agli anni Sessanta (o alla nostra percezione di essi), come Tenet sta all'attuale presente degli algoritmi. E forse Christopher Nolan è il più grande regista contemporaneo proprio per il coraggio, la coerenza, il rigore (e la probabile sofferenza) con cui affronta l'elemento davvero caratterizzante della nostra società e del nostro tempo: la sua estrema complessità. Una complessità che è implicita nell'idea stessa di globalizzazione (un unico network di sette miliardi di persone è inevitabilmente più complesso di tante comunità di poche centinaia, migliaia o anche milioni) ed esplicita nell'oggetto-simbolo della nostra epoca, lo smartphone (vi siete mai chiesti come fa davvero a fare tutte quelle cose?). 

L'architrave della poetica di Nolan è quasi un'utopia: lui prende qualcosa di iper-complesso (metafora del presente) e cerca di darcene una spiegazione scientifica. A rimetterci, quasi inevitabilmente, è la ruota dei colori. I suoi universi sono privi di vivacità. Tutto appare avvolto nell'ovatta monocromatica di una giornata luminosa ma senza un cielo davvero azzurro, un po' come quella che si vede alle spalle di John David Washington nell'immagine in apertura. Grigioblu: un colore perfettamente in linea con la realtà tecno-apatica del 2020 (il blu del digitale più il grigio dell'immobile flusso infinito). Allo stesso modo, la psichedelia e l'esplosione accesa di Yellow Submarine sembrano invece riportarci a un altro zeitgeist visivo, quello degli anni Sessanta, un decennio in cui la pop music, la pop art e tutto il resto del pop conquistarono il mondo occidentale, ricoprendolo con uno tsunami d'energia che sembrava in grado di lavar via finalmente gli ultimi detriti della Seconda Guerra Mondiale.

Il mio può sembrare un discorso deprimente, la constatazione di un'agonia o anche una critica a Nolan (e a un film, Tenet, che in effetti mi ha lasciato con non poche perplessità). In realtà è soprattutto un complimento: la certificazione del ruolo dell'Artista (quello con la A maiuscola, trasversale ai generi e ai linguaggi) come colui che – se non vuole limitarsi a replicare/rimpiangere/riprodurre il passato – deve forgiare le sue opere nello spirito esatto del tempo in cui vive. E lo spirito in cui stiamo vivendo da ben prima del tuffo nel virus, mi sembra rappresentato in modo davvero efficace dalla trappola palindromica di Tenet. Una dimensione sigillata, centripeta, dove il passato e il futuro convergono verso il presente. Ben distante dalla centrifuga cornucopia di possibilità a 360 gradi che è Pepperland, il pianeta multicolore di Yellow Submarine. Dove, e qui c'è un'ultima gustosa coincidenza, il Blu è il colore del Male, dei cattivi «Blue Meanies», coloro che vogliono spegnere la musica, la vita e tutto il resto.  

venerdì, maggio 01, 2015

Ammazzare uno studente per non educarne cento: l'aumento degli attacchi a scuole e università

"L'assalto dei talebani alla scuola militare di Peshawar, in Pakistan, che (il 16 dicembre 2014) ha portato alla morte di 132 bambini e nove insegnanti, ha inorridito il mondo. Ma non si è trattato di un evento isolato: gli attacchi a istituti scolastici appaiono in crescita. Nei recenti anni sono state colpite scuole e università ovunque, dalla Nigeria al Kenya all'Afghanistan". Inizia così un articolo pubblicato il 30 aprile sul Guardian, nella sezione Datablog. 

Il sito britannico utilizza una versione light di data journalism per ricordarci una triste verità: il mondo dell'istruzione è diventato uno dei bersagli prediletti delle organizzazioni terroristiche, soprattutto in paesi come Afghanistan, Colombia, Pakistan, Somalia, Sudan e Syria, nei quali secondo un report del GCPEA (Global Coalition to Protect Education from Attack) tra il 2009 e il 2012 sono stati realizzati oltre mille attacchi contro istituzioni scolastiche. 

Fonte: Guardian
Un altro report, redatto dal National Consortium for the Study of Terrorism and Response to Terrorism della University of Maryland, mette in fila i paesi nei quali sono stati portati più attacchi agli istituti scolastici tra il 2004 e il 2013: il Pakistan domina questa poco invidiabile classifica, seguito da Thailandia e Afghanistan. Nella percentuale degli attentati alle scuole rispetto agli attacchi terroristici complessivi sono primi Pakistan e Bangladesh (entrambi al 10%).

Fonte: Guardian
Sono dati che purtroppo risultano già superati dalla cronaca: pensiamo all'attacco all'università di Garissa, in Kenya, dove il 2 aprile membri del gruppo jihadista somalo Al-Shabaab hanno ucciso 147 persone. In quel caso, parte del movente è stato religioso: i terroristi islamici hanno infierito soprattutto sugli studenti cristiani. Ma la vera ragione che sta dietro a questi attacchi - in crescita vigorosa dal 2004 - sembra abbastanza evidente: tagliare il cordone ombelicale dell'educazione. 

Spaventare i cittadini del futuro, impedire loro di studiare e crescere, spingerli a restare sotto l'ala "protettiva" di gruppi terroristici e di fanatismo religioso che prosperano in condizioni di ignoranza diffusa. Dal privilegiato osservatorio occidentale, guardando questi dati forse anche noi dovremmo imparare qualcosa: a ridare un valore primario all'istruzione, l'unico strumento che impedisce davvero alla società di scivolare in antiche barbarie. Evitando, se possibile, di simpatizzare per l'ignoranza.

mercoledì, dicembre 03, 2014

Generazioni perdute

Un bel libro sull'altra generazione perduta, quella di un secolo fa
(e sulla libreria parigina che ne fu magnete, Shakespeare and Company)
Dall'editoriale di Francesco Cancellato, nuovo direttore del sito Linkiesta (30 novembre 2014):
Abbiamo di fronte una sfida bella e difficile. Quella di ridare, nel nostro piccolo, fiato e speranza ai nostri coetanei. Un corpo sociale paralizzato, persuaso ormai da sei anni consecutivi di recessione di essere la generazione perduta, quella che guadagnerà meno dei propri genitori, che ne dissiperà la ricchezza prodotta dal dopoguerra a oggi, che è meglio che non faccia figli, per non dar loro un futuro misero. Che scappa dall’Italia, se le va bene. Che si rifugia nella disillusione, nel disinteresse, nel non voto, se va male.
Generazione perduta (Lost Generation) è una definizione resa popolare dallo scrittore americano Ernest Hemingway nel suo primo romanzo Fiesta. Il termine è usato per riferirsi alla generazione, in realtà un gruppo, che raggiunse la maggiore età durante la prima guerra mondiale. In quel volume Hemingway attribuisce la frase a Gertrude Stein, che allora era sua mentore e mecenate. (...) Le figure che s'identificano con la Lost Generation includono autori e poeti come Hemingway, F. Scott Fitzgerald, John Steinbeck, T. S. Eliot, John Dos Passos, Waldo Peirce, Isadora Duncan, Abraham Walkowitz, Alan Seeger, Erich Maria Remarque, Henry Miller, Ezra Pound e Sherwood Anderson.
Adesso bisogna solo scoprire - o essere - gli Hemingway, gli Scott Fitzgerald, gli Eliot e i Miller di questa generazione perduta. 

martedì, ottobre 28, 2014

Rallentare



Al di là della retorica, del marketing e del mercimonio, la lentezza è qualcosa di cui si sente un bisogno quasi inevitabile nell'era in cui società e tecnologia sembrano spingerci in una continua corsa verso le amfetaminiche emozioni dell'istante. Un nuovo manifesto della lentezza è la canzone che apre Popular Problems di Leonard Cohen, album pubblicato in concomitanza con l'ottantesimo compleanno dell'artista canadese. Provate ad ascoltarla, ancor meglio se dopo il tramonto.

Slow

I’m slowing down the tune
I never liked it fast
You want to get there soon
I want to get there last

It’s not because I’m old
It’s not the life I led
I always liked it slow
That’s what my momma said

I’m lacing up my shoe
But I don’t want to run
I’ll get here when I do
Don’t need no starting gun

It’s not because I’m old
It’s not what dying does
I always liked it slow
Slow is in my blood

I always liked it slow:
I never liked it fast
With you it’s got to go:
With me it’s got to last

It’s not because I’m old
It’s not because I’m dead
I always liked it slow
That’s what my momma said

All your moves are swift
All your turns are tight
Let me catch my breath
I thought we had all night

I like to take my time
I like to linger as it flies
A weekend on your lips
A lifetime in your eyes

I always liked it slow...

I’m slowing down the tune
I never liked it fast
You want to get there soon
I want to get there last

So baby let me go
You’re wanted back in town
In case they want to know
I’m just trying to slow it down

(tutti i testi dell'album sono disponibili sul sito ufficiale di Leonard Cohen)

Se anche la pornografia diventa un monopolio

Fonte: Freaking Awesome

Una delle tendenze più evidenti di Internet è il ritorno/trionfo dei monopoli. Quasi tutti i settori della tecnologia sono dominati da un'unica azienda, che attira la maggioranza del pubblico, definisce le regole e i confini del gioco, impedisce (anche solo grazie alle sue dimensioni) l'ingresso in campo e la sopravvivenza dei competitors. Pensiamo a Facebook tra i social network, a YouTube nel videohosting, a Google tra i motori di ricerca, a WhatsApp nella messaggeria, al music store di iTunes nella decadente era degli MP3 e a quello che sta cercando di diventare Spotify nella rampante era dello streaming. E poi ancora a Netflix negli abbonamenti di streaming e serie tv, ad Amazon nell'e-commerce (e non solo), a eBay nelle aste online. Non si tratta quasi mai di monopoli perfetti: qua e là si vedono tracce di concorrenza. Ma spesso si devono limitare all'occupazione di qualche nicchia. 

C'è un altro settore - al tempo stesso tabù e popolarissimo - dove si sta verificando questo fenomeno: la pornografia. Lo racconta molto bene David Auerbach in un articolo su Slate, di cui vi consiglio la lettura: Vampire Porn (è stato tradotto in italiano su Il Post: Il monopolio del porno online). È la storia della MindGeek, una società il cui nome non vi dirà molto, a differenza dei siti che controlla: YouPorn, RedTube, PornHub... 

I maggiori siti di proprietà di MindGeek (fonte Wikipedia)
L'articolo è molto interessante perché spiega come il controllo di alcuni tra i più popolari distributori di video hard online gratuiti abbia permesso a MindGeek di acquisire una posizione dominante nell'intera industria pornografica, anche offline (fino ad acquisire case di produzione e a stringere rapporti diretti con le pornostar). Al di là del lato pruriginoso della faccenda, che inevitabilmente emerge quando si parla di pornografia, il discorso è sempre lo stesso: sembra quasi che Internet e il mondo digitale - un po' per la natura e la novità del mezzo, un po' per la libertà permessa dalle zone d'ombra normative - favoriscano in automatico lo sviluppo di condizioni di monopolio e quasi-monopolio. 

Per qualcuno è un bene per la società. A me sembra che gli scricchiolii inizino a farsi sempre più rumorosi e inquietanti. A cominciare dal modo in cui questi nuovi monopoli - che si chiamino Amazon o MindGeek, Facebook o YouTube - ci stanno trasformando in adepti fedeli e consumatori soddisfatti: attraverso l'offerta di prodotti/servizi gratuiti (o a prezzi stracciati). A guardare il mondo nel 2014, complice anche la crisi economica e del lavoro, sembriamo tutti dei topini che - a cominciare dal sottoscritto - seguono in massa il richiamo dei moderni pifferai di Hamelin. Senza opporre alcun tipo di resistenza (nemmeno a livello di dubbio o riflessione) e avvitandoci in una sorta di circolo vizioso: se c'è la crisi, se abbiamo sempre meno soldi, saremo sempre più obbligati a cercare le offerte più vantaggiose. 

Negli ultimi anni sono state fatte molte letture del gratis e del suo significato per la società. Ne aggiungo una. Può darsi che sia la chiave dell'accettazione sociale, culturale, tecnologica (forse anche politica) dei monopoli. Sarà questa la configurazione del XXI secolo? 

venerdì, ottobre 17, 2014

Quel che vogliamo dalla tecnologia

 Gli aeroplani hanno ampliato i miei orizzonti; i libri mi hanno aperto la mente; gli antibiotici mi hanno salvato la vita; la fotografia ha acceso la mia creatività. Persino la motosega, che può tagliare di netto dei nodi troppo duri per un'accetta, ha instillato in me un senso di riverenza per la bellezza e la forza del legno come nient'altro al mondo avrebbe potuto fare.
(da Quello che vuole la tecnologia, Kevin Kelly, Codice Edizioni, 2011, pag.4)
Può darsi che sia l'unico paragrafo del libro di Kelly con cui sarò d'accordo, ma suggerisce un'idea forte: la tecnologia dovrebbe migliorarci. Aiutarci a superare gli ostacoli, accrescere le conoscenze, farci vivere meglio. Per molto tempo anche Internet è servita a questo. Da qualche anno però ci siamo seduti: non ci rivolgiamo più alla tecnologia in cerca di un miglioramento, ma ci limitiamo a lasciare che la sua alluvione riempia gli interstizi del nostro tempo. E lei, con il potere della moltiplicazione digitale, la seduzione del social e l'interesse delle aziende, lo fa bene. Fin troppo. Guardandosi attorno, spesso si ha l'impressione che il grande sogno di Internet sia finito in un vortice di Facebook, Candy Crush Saga e WhatsApp. Dal quale è sempre più difficile uscire (e quando si esce, ci si sente meglio o peggio di prima?). Alla maggioranza delle persone può darsi che vada bene così, ma le voci degli insoddisfatti iniziano a farsi coro. Bisogna recuperare il giusto rapporto con la tecnologia, a cominciare dalla qualità/quantità della comunicazione e dell'informazione: sia quella che produciamo che quella che consumiamo. Senza premere il bottone off (tra l'altro, ormai sepolto sotto le notifiche), ma riprendendo il controllo e rialzando gli occhi dallo schermo.   

lunedì, ottobre 06, 2014

Sotto assedio

Source

Il mese di settembre mi ha lasciato in eredità la solita domanda esistenzial-tecnologica da 5 centesimi:

È peggio ricevere un album indesiderato degli U2 su iTunes o trovarmi la timeline di Facebook intasata da decine di messaggi di persone che si lamentano di aver ricevuto un album degli U2 su iTunes?

Più che una domanda, diciamo che è un gattino fastidioso che si morde la coda. Tipico della condizione dell'uomo contemporaneo iperconnesso: quello che a colpi di smartphone, sms e notifiche sta scivolando sempre più in una condizione di assedio infinito, circondato dall'esercito degli indesiderata.

Da un lato, a premere sono le ragioni del commercio. In un'epoca in cui diminuiscono le transazioni economiche tradizionali e si dilata la concorrenza globale, i manuali insegnano che la sopravvivenza sta nell'invadere la sfera d'attenzione delle persone. E allora via con i bombardamenti di mass-marketing come quello degli U2 (e noi ingenuotti che ci lamentavamo del guerrilla marketing...)

Dall'altro, ci sono le ragioni social. Nel piccolo delle nostre bacheche, noi seguiamo la stessa strategia. Utilizziamo strumenti di comunicazione “orizzontale” che fondamentalmente si impongono sul prossimo. Invadono il suo schermo. Le modalità sono diverse da quella adottata dagli U2 per la distribuzione di Songs of Innocence, ma gli effetti sulla nostra salute mentale - soprattutto a causa dell'espansione incontrollata dei network e degli ego sociali - possono essere persino più seccanti. 

C'è stato un momento in cui si brindava a Internet come liberatrice dal regime della verticalità: da passivo destinatario di contenuti piovuti dall'alto, l'utente diventava attivo esploratore. A lui veniva fatto dono della possibilità di scelta, lui diventava unico responsabile dei propri consumi. In parte, è ancora così. Ma negli ultimi dieci anni sono cambiate molte cose. Seducente come un like, il 2.0 ha sviluppato un sistema tecnologico in cui i contenuti non ci cadono più addosso come gocce di pioggia, ma ci vengono iniettati direttamente nella corteccia nervosa-digitale. Da centinaia/migliaia/milioni di piccoli aghi con un solo obiettivo: strapparci 15 secondi di personalissima popolarità. 

Non è un discorso solo digitale. Non hai nemmeno il tempo di spegnere il pc, che al telefono è già partita la pesca a strascico dei call center: gestori di telefonia, luce, gas. Quando ci si lamenta della moderna perdita di privacy, spesso si immaginano scenari oscuri dove i cattivi sono governi, servizi segreti, grandi fratelli dittatori. Ma forse il vero effetto nocivo della perdita della privacy è l'aver concesso a chiunque di raggiungerci con le sue proposte commerciali, artistiche, esistenziali, 7 giorni su 7, 24 ore su 24, a Pinerolo come a Bali. Che sia Bono, la ragazza del call center con l'accento straniero o l'amico di Facebook che ogni mattina ce l'ha con qualcuno. E te lo dice.  

La nuova rivoluzione potrebbe partire da qui: adottare tutti gli strumenti possibili per limitare la ricezione degli indesiderata, imparando a usare quelli già a nostra disposizione (per esempio nascosti nelle pieghe dei social network e delle caselle di posta elettronica) e chiedendone di nuovi. Altrimenti rischiamo che in futuro gli anni Dieci vengano ricordati come quel decennio in cui si passava gran parte del proprio tempo a svuotare l'email, leggere notizie fastidiose sulle timeline e consumare contenuti di scarso interesse.

giovedì, settembre 11, 2014

Ciao iPod Classic, insegna agli angeli come ascoltare MP3


Nella serata delle canzoni innocenti e degli orologi intelligenti, Apple ha mandato in pensione un pezzo della sua e della mia seconda giovinezza: l'iPod Classic. L'ultimo erede della prima storica generazione di iPod (senza touchscreen, senza apps, ma con tanta musica e una rotella per comandarla) è stato tolto dal commercio. La parola iPod non è scomparsa dall'Apple Store: ci sono ancora i touch, i nano, gli shuffle. Ma non è la stessa cosa.

Il tuffo al cuore è di quelli silenziosi e profondi. L'iPod classico è stato ciò che ha davvero cambiato l'esperienza musicale del terzo millennio, aiutandoti a razionalizzare, gestire e amare – per di più, con parecchio stile – quelle gigantesche collezioni improvvisamente materializzate dalla bacchetta magica del filesharing (o, per chi ha seguito la retta via, dell'iTunes Music Store). Chi scrive ne ha posseduti due: uno nero da 30GB acquistato durante una rocambolesca trasferta a New York a gennaio del 2006, l'altro sempre nero, ma da 160GB, molto più recente. E si spera, eterno.

Nei confronti dell'iPod, la Apple dovrebbe provare una gratitudine infinita. Prima dei trionfali anni dell'iPhone e dell'iPad, è stato proprio il lettore musicale a far risorgere l'azienda di Cupertino e a renderla - per la prima volta nella sua storia - globally cool. Nel 1997, suonavano le campane, si recitavano i de profundis e si implorava il ritorno del baron samedi Steve Jobs. Nel 2001, appena quattro anni dopo, si passava a tutta un'altra musica. iPod come simbolo del rilancio della mela morsicata. E forse anche, almeno simbolicamente, di un'altra mela martoriata: il primo modello venne presentato a ottobre 2001, quando ancora la polvere dell'occidente volteggiava su ground zero a New York.

Ma bisogna anche capirla, la Apple. Come mostra il grafico sotto, tratto da Wikipedia e aggiornato a fine 2013, è da diversi anni che le vendite complessive degli iPod diminuiscono, trimestre dopo trimestre. Il contesto sociale/tecnologico è (di nuovo) cambiato a una velocità supersonica, con il decisivo contributo della stessa bulimia innovativa della Apple stevejobsiana. Da un punto di vista mass-commerciale, l'iPod - e in particolare l'iPod Classic, ostinatamente privo di wi-fi, funzioni social e altri fronzoli extramusicali - oggi non ha più molto senso, soprattutto per chi nei suoi business plan non prevede più la parola "nicchia": è un oggetto vintage, per nostalgici, la versione digitale del vinile (ma senza l'inerzia positiva che sta vivendo il vinile).


Gli iPod Classic si riempivano, si riempiono e si riempiranno (il mio è eterno, ricordate?) essenzialmente con canzoni scaricate da Internet. Il download: roba da preistoria nel decennio dello streaming, degli smartphone, della musica consumata in tempo reale e in cataloghi infiniti su YouTube o Spotify. Quella stagione è ormai conclusa: persino il P2P arranca, gli MP3 non si moltiplicano più come una volta e iniziano a circolare statistiche che prevedono un crollo verticale della vendita di canzoni dall'iTunes Store nei prossimi cinque anni (notare la somiglianza di questa curva con quella dell'iPod). Cari U2, 500 milioni di account sono molti, ma la vostra mossa è innovativa più da un punto di vista di marketing che di tecnologia.

Ma non è solo una questione di streaming vs download. È proprio la musica ad aver perso un po' del suo appeal digitale, sorpassata e soppiantata da tutto ciò che si può fare e comunicare sui moderni device portatili. Basta guardarsi attorno: gli iPod (soprattutto i piccoli e deliziosi nano) e gli altri lettori MP3 trovano ancora un po' di spazio al parco e negli altri regni del jogging: sugli autobus, in metropolitana, in spiaggia, per strada, ovunque, dominano gli schermi degli smartphone, dei tablet. Forse si vedono persino più Kindle, in un beffardo colpo di coda della lettura. Anche il fattore coolness ormai è parecchio sbiadito. E la sacra regola degli Apple Store è chiara: o sei cool, o te ne vai.

Giocando a fare i piccoli indovini, in un futuro nemmeno così lontano potrebbe verificarsi anche l'evento più incredibile, inatteso, quasi una bestemmia per chi ha vissuto – l'altro ieri – gli anni d'oro delle cuffiette bianche: la rimozione della parola iPod dal vocabolario comune e quotidiano dell'umanità. Magari non accadrà in fretta, soprattutto finché resisteranno gli ultimi araldi nano e touch. Ma è probabile che le prime tracce della foschia dell'oblio siano già visibili tra i teenager: non mi sorprenderei se da quelle parti fosse già più conosciuta e usata la parola Shazam. Nulla di nuovo sotto il sole: quante volte avete sentito pronunciare (o avete pronunciato) “walkman” negli ultimi quindici anni?

Ma non preoccuparti, caro vecchio iPod. Qui si terrà duro. O no? 



mercoledì, settembre 03, 2014

Tecnologia buona, tecnologia cattiva, tecnologia chissà



Tre citazioni da Virtuale di Antonio Caronia:

Le mie opinioni nei riguardi della tecnologia sono completamente ambigue. L'ambiguità mi sembra l'unico modo di rapportarsi a ciò che sta accadendo oggigiorno. Chi non ha più idee ambigue? Non si può essere luddisti, ma allo stesso tempo non si più sposare la tecnocrazia. Quando scrivo sulla tecnologia, scrivo come essa abbia già influenzato le nostre vite. (William Gibson
Mi capita spesso di chiedermi se una tecnologia è buona o cattiva. Allora ho elaborato un mio criterio. Se una tecnologia ha come unico effetto quello di aumentare il potere dell'uomo, anche la sua intelligenza, voglio dire, allora è sicuramente una cattiva tecnologia, alla radice: potenza e intelligenza ne abbiamo a sufficienza già adesso, forse più di quella che ci serve. Ma se al contrario una tecnologia serve ad aumentare la comunicazione fra gli uomini, se serve a migliorare la possibilità di condividere esperienze, allora penso che sia fondamentalmente buona, anche se magari può essere usata a scopi malvagi. I miei esempi preferiti da questo punto di vista sono che la televisione è cattiva, mentre il telefono è buono. (Jarod Lanier
Piangere sulla fine della distanza, protestare contro lo strapotere della tecnologia, rimpiangere i bei tempi in cui soggetto di conoscenza e soggetto di esperienza erano due cose ben distinte e padroneggiabili, ammonire severamente sui pericoli delle nuove macchine mentre si prospera foraggiati da coloro che le costruiscono e ci lucrano, tutto questo non servirà a un bel niente. La scommessa è lì, come sempre è stato nella storia della specie, come sempre è stato in questi ultimi cento/centoventi anni. La tecnologia microelettronica introduce per la prima volta condizioni di trasparenza, di pervasività, di domesticità che i gestori, i burocrati e i manager della morente civiltà industriale si ingegnano a imbrigliare. Gli artisti, i progettisti, gli utenti, non hanno che da prendere quella tecnologia, lavorarci e sudarci, divertirsi, incazzarsi, liberarla dalle logiche che non le sono proprie, costruirci sopra un progetto di vita diverso. Perché quella tecnologia lo consente: e se la rivoluzione dell'immaginario, della civiltà dello spettacolo e dell'immagine (la loro morte), è così convulsa, così dolorosa, così lacerante, la colpa non è né del computer né della televisione: è di chi li usa, distorcendoli, per perpetuare una logica che dovrebbe essere morta da un pezzo. (Antonio Caronia)

La prima citazione, risalente a un'intervista del 1988 allo scrittore William Gibson, è forse quella più banale ma anche quella che mi trova più d'accordo. Si avvicina all'approccio che - dopo anni abbastanza sbilanciati verso il lato luminoso del progresso digitale - sto maturando nei confronti delle nuove tecnologie, in particolare quelle legate a Internet (anche se ormai parlare di "Internet" inizia ad avere un sapore vagamente vintage, parzialmente obsoleto). Un approccio di sicuro più disincantato ma che penso (spero) essere anche più equilibrato e nel quale, paradossalmente, l'insofferenza per le posizioni luddiste più radicali esce addirittura rafforzata. 

La seconda citazione proviene da un'intervista del 1989 ed è la più interessante per almeno due ragioni. Primo, perché è di Jarod Lanier, protagonista di una delle più radicali conversioni in fatto di analisi e giudizio delle nuove tecnologie: da guru e testimonial della prima realtà virtuale negli anni '90 (incarnazione che emerge dal libro di Caronia) a osservatore critico e piuttosto pessimista delle ultime evoluzioni della rivoluzione digitale, soprattutto nei suoi effetti economici e sociali (Lanier: il web sta uccidendo la classe media, Il Venerdì, luglio 2014). Ma la citazione è interessante anche perché - seppure a prima vista condivisibile - oggi viene messa a dura prova da ciò che assistiamo nelle grandi arene della comunicazione sociale. Di fronte agli eccessi che emergono sui social network - sia in fatto di rumore collettivo che di derive comportamentali dei singoli individui - credo sia ormai difficile affermare che "una tecnologia che serve ad aumentare la comunicazione fra gli uomini e a migliorare la possibilità di condividere esperienze sia fondamentalmente buona". C'è un aspetto che i tecnoutopisti hanno mancato di prevedere e che oggi appare difficilissimo da limitare/correggere: il caos che deriva quando la "tecnologia che serve ad aumentare la comunicazione fra gli uomini e a migliorare la possibilità di condividere esperienze" viene consegnata liberamente a oltre un miliardo di persone. Proprio per la natura a network di questi strumenti, in cui si predilige l'esperienza pubblica/collettiva a quella privata/personale, qualsiasi forma di comunicazione viene giocoforza proiettata in una sorta di mercato dove siamo tutti un po' pescivendoli, impegnati a urlare la bellezza delle nostre mercanzie. E a parlar male di quelle altrui.

L'ultima citazione è dell'autore del libro. Saggista, giornalista, esperto di fantascienza, Antonio Caronia è morto a Milano il 30 gennaio del 2013. "Il virtuale" è un libro che raccoglie due saggi: Il cervello messo a nudo dai suoi scapoli virtuali (1990-1994) e Icone messe a nudo sulle autostrade virtuali (1993). In certi punti il testo fa tenerezza per la sua evidente distanza dal presente (gli over 30 forse ricorderanno quegli anni ruggenti e lo-fi in cui l'esperienza di realtà virtuale si viveva con un casco e un guanto), in altri sorprende invece per lo sguardo profetico e per i punti di contatto con il 2014 (è sempre illuminante trovare riflessioni/opinioni che provengono da un contesto temporale, sociale e in questo caso soprattutto tecnologico molto diverso da quello presente, eppure che suonano attuali e calzanti: aiuta a smussare con un pizzico di relativismo gli spigoli più acuti del nostro pensiero).

Snello (una cinquantina di pagine), a buon prezzo (1,99€ l'ebook), Virtuale è di rapida lettura. Consigliato soprattutto a chi ama l'analisi e l'interpretazione di certi temi a sfondo tecnosociale (in questo caso la realtà virtuale e l'idea stessa di virtualità), condotte intrecciando riferimenti classici di sociologia e comunicazione (McLuhan, Bettetini, De Kerckhove) con la visione di grandi autori di fantascienza (Dick, Ballard, Cronenberg, Gibson e gli araldi del cyberpunk). 

giovedì, agosto 28, 2014

Il vero problema dell'Ice Bucket Challenge sono i social network


Ma attenzione: non i cattivi cittadini che vivono sui social network. Più semplicemente e meccanicamente, il modo in cui i social network riproducono e ci mostrano i contenuti virali, in particolare quelli basati una serie continua di repliche, imitazioni, copie. 

Le tappe sono sempre le stesse:

1. Appare online il paziente zero (si tratta pur sempre di un virus...). Anche la reazione dell'umanità è prossima allo zero, nel senso che sono ancora in pochi ad accorgersene.

2. Si diffondono le prime imitazioni. E soprattutto, le prime condivisioni da parte degli utenti forti di Internet, quelli con tanti lettori/followers, in grado di accelerare il passaparola online (a volte questa fase si gioca ancora nell'underground, ma è con gli utenti forti che avviene il vero salto di qualità: il virus-embrione diventa un virus-ometto). 

3. Si mette in moto la macchina social e arriva la prima vera ondata popolare di copie. È il momento più gradevole del contagio, quello in cui i pazienti si sbizzarriscono per distinguersi dagli altri (cresce il tasso medio di creatività dei contenuti) e in cui il pubblico percepisce il virus come una novità: buffa, divertente e – ahimè – condivisibile.

4. Con la seconda ondata, l'incantesimo si spezza. Diventato mainstream, il contagio attiva il suo processo di espansione inarrestabile: i contenuti si moltiplicano a velocità sempre più rapida, la qualità media diminuisce mentre cresce la seccatura nel trovarsi attorniati da decine/centinaia/migliaia di cloni.

5. La terza ondata è quella finale. Tramortito dal bombardamento, l'organismo umano vede con istintiva diffidenza il fenomeno. Ogni ragionamento logico lascia spazio al rifiuto e anche gli eventuali pazienti-capolavoro o le ragioni umanitarie non sfuggono alla reazione stizzita: “Ancora? Che palle!”. È in questa fase che trova il suo ideale terreno di diffusione l'infida signora dei social network: la polemica.

I connotati specifici del virus (compresa la beneficenza per la ricerca contro la SLA nel caso dell'Ice Bucket Challenge) aggiungono semplicemente un po' di spezie e magari definiscono la direzione delle polemiche. Altri aspetti (il meccanismo delle “nomination”, il coefficiente di VIP...) si limitano al massimo a intervenire sulla rapidità di diffusione del virus.

Ma sono aspetti marginali. Che si tratti di un Ice Bucket, di un Harlem Shake o - ampliando l'orizzonte - di un accorato RIP Robin Williams, che l'obiettivo sia la pace del mondo o l'Armageddon, il percorso rimane sempre lo stesso: prima ci si diverte e si apprezza, poi non se ne può più. Oggi non si sta litigando davvero sul ruolo dei VIP nella sfida del secchio, sulla loro buona fede o taccagneria. Si sta semplicemente dando sfogo alla fisiologica e inevitabile fase 5.

Postilla: nei momenti conclusivi della fase 5, di solito c'è già un altro virus che sta sbocciando nella fase 1. Siete pronti?

venerdì, agosto 22, 2014

Se anche Twitter ci intasa la vita

Fonte immagine: Trendhunter

“Ciò che Twitter sta facendo è verificare quanto dolore extra siamo disposti a tollerare”. Così Vlad Savov commenta su The Verge l'ultima novità presentata dal servizio americano: la decisione di mostrare sulla timeline anche i tweet di utenti che non stiamo seguendo ("i più popolari"). Messaggi di cui - in linea di massima - non ce ne frega nulla.

Per ora, si tratta di un esperimento. Limitato a pochi utenti. Un test, appunto. Twitter valuterà la reazione degli utenti sottoposti alla prova e – se non vedrà rischi di rivoluzione – passerà probabilmente alla fase due: l'implementazione universale della novità.

Non è una bella cosa. Significa che le timeline si riempiranno di tweet a cui non siamo interessati, ma che non potremo eliminare. Qualcosa di simile ai promoted tweets, i cinguettii sponsorizzati che già adesso si alternano – non troppo ingombranti, ma inamovibili – ai contenuti degli altri utenti. In una direzione ben conosciuta a chi è su Facebook.

Rumore extra per tutti. O per usare le parole di Savov, dolore extra. Perché il rumore sta diventando una vera fonte di dolore: qualcosa da cui, giorno dopo giorno, si sente il bisogno di sfuggire. Un servizio che aumenta il rumore-dolore, invece di limitarlo, va automaticamente contro a quella che dovrebbe essere la missione originaria della tecnologia: farci vivere meglio.

Una missione che purtroppo su Internet e dintorni appare sempre più annacquata. È come se una talpa gigante stesse scavando un profondissimo vicolo cieco. Le aziende devono fare profitto: Twitter e Facebook non sono filantropi digitali ma società quotate in borsa. Tuttavia non possono mettere i propri servizi a pagamento, perché quello sì che scatenerebbe una rivoluzione (e, ancora peggio, il rischio di una immediata fuga di massa).

Nel vicolo cieco, l'unica soluzione rimane allora la pubblicità: catturare ogni giorno un secondo in più del nostro tempo, mostrandoci contenuti non decisi da noi ma dagli inserzionisti; o comunque che gli algoritmi hanno valutato come fonte di potenziale guadagno per le aziende: un tweet, uno status, un video, un flash subliminal-digitale. Quello che Google è riuscita a fare per anni, senza darci troppo fastidio.

È tutto freddamente logico. Ma altrettanto fredda e logica dovrebbe essere la riflessione attorno alla frase che apre questo post.  

Quanto saremo disposti ad andare avanti, di fronte alla graduale trasformazione di servizi di comunicazione in megafoni commerciali? Svilupperemo dei miracolosi anticorpi che ci permetteranno di vivere e prosperare anche immersi in un rumore digitale destinato alla crescita illimitata? O ci sarà un momento in cui cederemo alla stanchezza, alla nausea, al dubbio ("perché sono qui?") decidendo che il gioco non vale più la candela e abbandonando quei resort tecnologici che oggi sembrano più interessati a ipnotizzarci che a farci vivere meglio?

mercoledì, agosto 20, 2014

La prima regola d'oro contro l'ansia da information overload


"Uno degli effetti collaterali più angoscianti dell'era dell'informazione è la sensazione di dover sapere tutto. Accettare i propri limiti diventa essenziale per sopravvivere alla valanga di contenuti; non si può e non si deve assorbire e tantomeno dare attenzione a tutto". 

Questa considerazione - molto attuale - risale a un libro precedente alla diffusione di Internet: Information Anxiety di Richard Saul Wurman del 1989. Io l'ho trovata (la traduzione è mia) in Bit Literacy: Productivity in the Age of Information and E-mail Overload di Mark Hurst, un ebook nel quale vengono offerti consigli e suggerimenti su come sopravvivere alla moderna abbondanza di contenuti/stimoli digitali (risalente al 2007 e attualmente in fase di lettura: alcuni capitoli risultano un po' indigesti per l'eccesso di pubblicità a un software apparentemente realizzato dall'autore, altri sono più utili e gli 0,89€ della versione per Kindle sono in fondo ben spesi).

Tornando alla citazione da Wurman, credo che valga in mille campi e situazioni diverse. Un'applicazione musicale, per esempio, è "non si può e non si deve ascoltare tutto ciò che viene pubblicato". Si potrebbe anche aggiornarla alla realtà socio-comunicativa del 2014, con una piccola postilla che non riguarda solo la fruizione ma anche la produzione di rumore: "come non si può e non si deve sapere tutto, così non si può e non si deve parlare di tutto". 



mercoledì, luglio 23, 2014

La quiete dopo la Concordia


Io non so se sarà tutto così, anche nelle prossime ore. Ma in questo momento sul canale 504 di Sky viene trasmesso il viaggio della Concordia dal Giglio a Genova. Una telecamera fissa sulla nave che, da qualche parte nel mar di Toscana, viene trainata silenziosamente verso nord. Il sole è tramontato, le luci a bordo sono accese e minuto dopo minuto – con l'arrivo dell'oscurità – risaltano sullo schermo. Non c'è commento, non c'è quasi rumore, se non il lontano ronzio di un motore (quello della barca con la telecamera, presumibilmente; ma potrebbe anche essere quello dei rimorchiatori). L'inquadratura è quasi fissa, nel senso che ondeggia cullata dalle pigre onde di questa sera di luglio.

Ne seguirò solo pochi minuti, è evidente. Ma è un racconto meraviglioso, quasi un frammento di lenta tv scandinava incastrato nella babele del quotidiano. L'ultimo viaggio del pachiderma d'acciaio, ucciso dalla mediocrità umana e da essa reso assassino di innocenti. Rimasto spiaggiato per lunghi mesi come una balena steampunk, prima di essere riportato in vita dalle gru e dai galleggianti evocati da un maestro vudù sudafricano. Zombi per un ultimo viaggio, verso il macello di Genova. C'è molto sangue, in questa storia. Sangue versato con stupidità, il peggiore. Ma non riesce mica a entrare nello schermo. Il canale 504 trasmette solo immagini di serenità e Concordia. Ti trovi proiettato in una storia di follia che paradossalmente - quasi per chiedere perdono - si trasforma in finestra di tranquillità in mezzo alla follia degli altri canali. Potenziale distorcente del mezzo televisivo, hai di nuovo mostrato ciò che vali. E quanti universi riesci ad attivare con la complicità della nostra mente.

La quiete.

Quiete irreale.

Quiete surreale.

Quiete salmastra.

Poi arriva la pubblicità. Una cosa chiamata Hell's Kitchen, dove tutti urlano e hanno lo sguardo feroce. L'incanto (malefico? benefico? neutro?) svanisce. Si cambia canale, si riaccende il rumore della tempesta.


martedì, luglio 22, 2014

Scrivendo romanzi, annunciandolo su Twitter


In un'epoca ormai lontana, si usava dire che ogni italiano avesse scritto un romanzo e lo conservasse nel cassetto. Immagine ormai fuoritempo e fuoriluogo. Innanzitutto, bisognerebbe sostituire il cassetto con l'hard disk del computer (e a breve con la cloud). Inoltre, all'italiano medio oggi interessa ancora scrivere un romanzo? Che voglia esprimersi con ardore tuttologico, lo sappiamo bene: ce lo ha raccontato la stagione dei blog, lo conferma quella dei social network. Ma qualcosa di impegnativo come un romanzo? La dittatura dell'istante gioca a suo sfavore: come concentrarsi su un testo lungo, quando Facebook, WhatsApp & C. ti inseguono ogni secondo? Come concedersi alla fantasia quando sei distratto dal pragmatico rumore delle notifiche? È solo una questione di organizzazione, sosteneva Cory Doctorow. Basta scrivere, sempre, ovunque: a casa, in aeroporto, in albergo. Beato lui e la sua capacità di gestire il continuo stop-and-go dell'esistenza.

Eppure, anche nel 2014 scrivere un romanzo rimane vibrante attività e frustrante utopia per molti. Magari non in Italia, di sicuro all'estero. La prova arriva da Twitter. Working on a Novel è un libro di Cory Arcangel, in uscita a fine luglio per Penguin. Il suo contenuto è un collage: una raccolta dei tweet in cui è usata la frase del titolo (“lavorando a un romanzo”). In bilico tra opera d'arte, appropriazione di confessioni altrui e fotografia antropologica, il libro promette anche uno sviluppo narrativo. Secondo Creative Review, Arcangel ha riorganizzato i tweet seguendo un ordine preciso: dall'ottimismo del prima (“Ehi, scrivo un romanzo!”) alla disperazione del dopo (“Riuscirò mai a scrivere un romanzo?”). C'è molto Zeno Cosini nell'aria, la sua ultima sigaretta ripetutamente annunciata su un muro. Con la differenza che oggi il muro privato è un wall pubblico: la terapia di automotivazione viaggia sui social network, per la gioia di psicologi e voyeur.

Io non sto lavorando a un romanzo, posso dirlo con una certa sicurezza. Ma ho voluto partecipare al gioco, riportando l'obiettivo verso il nostro belpaese e la sua bella moltitudine di aspiranti e provetti scrittori. Cosa succede cercando "scrivendo un romanzo" su Twitter? Pur nel ping pong del 2014, qualche tweet salta fuori. Tra speranza e ironia, ecco una manciata di esempi relativi agli ultimi mesi:








lunedì, maggio 12, 2014

La casta davvero invincibile: i supereroi

Gilles Barber - L'hospice (2002) 
I supereroi al cinema stanno vivendo una nuova età dell'oro. Partendo da quello straordinario serbatoio di creatività che furono i fumetti popolari americani della metà del Novecento, si sono ormai impossessati del reame hollywoodiano a colpi di blockbuster e di incassi worldwide da centinaia di milioni di dollari. Tutto molto bello, soprattutto quando il risultato è scoppiettante e divertente come in The Avengers.

Rimane però un dubbio: stiamo assistendo all'ennesima variazione di quella sorta di colonialismo vintage che sta intrappolando – in forme e modi diversi – quasi tutte le discipline dello spettacolo e della creatività (esempio quasi proverbiale: la musica rock)? Moderno negli effetti speciali digitali e globale nel trionfo di merchandising, il genere dei supereroi è ormai solo più una categoria blindata dove ci si limita a riciclare archetipi, idee, personaggi e canovacci narrativi del secolo scorso?

A spulciare l'anagrafe utilizzando l'elenco qui sotto, pubblicato dal sito Quartz, le coordinate temporali appaiono chiarissime. Tutti i protagonisti principali dei film che mietono i maggiori successi al botteghino sono stati creati in una fascia storica molto ristretta, più o meno identificabile con il cuore dell'American Dream: dal 1938 al 1963. Si va da nonno Superman (nato 76 anni fa) al piccolo Iron Man (51 anni).

L'odierno cinema fantastico mainstream trae quasi interamente origine dalla fantasia del New Deal e del Dopoguerra USA. Ci sono oasi più moderne (Transformers, Harry Potter, I pirati dei Caraibi), ma il continente dei supereroi appare chiuso a qualsiasi innovazione. E soprattutto, in crescente espansione rispetto a tutti gli altri (pensiamo alla rapidità con cui si chiudono e aprono nuovi cicli dedicati a Superman, Batman, l'Uomo Ragno).

Forse è questo l'aspetto meno confortante, anche solo da un punto di vista creativo: il fatto che una formula narrativa sostanzialmente impermeabile all'innovazione e all'innesto di nuovi personaggi occupi uno spazio così rilevante nell'immaginario cinematografico contemporaneo. Senza un minimo ricambio. Supereroi del XXI secolo, dove siete? Uscite da quegli smartphone e battete un colpo!

Come ben sappiamo, da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Tra le responsabilità dei supereroi sembra esserci anche quella di aver soffocato – con la grandeur, il potere di brand e quegli incassi che spingono a un'infinita produzione di sequel – la nascita di qualsiasi altro discendente. Non più giovanotti, Batman, Superman e l'Uomo Ragno fanno una montagna di soldi grazie a privilegi acquisiti in buona parte nel secolo scorso. E se provi a fermarli, ti scagliano contro Hulk (classe 1962) o La Cosa (classe 1961). Insomma, sconfiggere questa casta non sarà un gioco da ragazzi.  



BATMAN
Età: 75 anni (maggio 1939)

L'UOMO RAGNO
Età: 51 anni (agosto 1962)

SUPERMAN
Età: 76 anni (aprile 1938)

THE AVENGERS (come team)
Età: 50 anni (settembre 1963)

X-MEN
Età: 50 anni (settembre 1963)

IRON MAN
Età: 51 anni (marzo 1963)

LANTERNA VERDE
Età: 73 anni (luglio 1940)

THOR
Età: 51 anni (agosto 1962)

CAPTAIN AMERICA
Età: 73 anni (marzo 1941)

sabato, aprile 26, 2014

Quella strana sensazione del non avere più fretta di ascoltare un disco nuovo

Il leak è un demone indonesiano dall'aspetto terrificante.
Ma oggi fa un po' meno paura che ai tempi di Napster. 
La scorsa settimana è uscito un nuovo disco di Neil Young. Si intitola A Letter Home ed è una raccolta di cover di Bob Dylan (Girl From the North Country), Bruce Springsteen (My Hometown), Phil Ochs (Changes), Tim Hardin (Reason To Believe) e altri artisti. La notizia era stata annunciata all'inizio dell'anno, con pochi dettagli e mi era sfuggita. Quando ho letto dell'uscita, ho subito pensato: "oh, sembra interessante, proviamo ad ascoltarlo". Pochi secondi e ancora meno clic sono stati sufficienti per rendermi conto che l'album (pubblicato solo in vinile per la Third Man Records di Jack White) non era disponibile sui miei due attuali principali fornitori di musica: YouTube e Spotify. In passato la mia reazione sarebbe stata forse furente ("cazzo!"), quasi sicuramente garibaldina (Napster, Audiogalaxy, Soulseek, Kazaa, eMule, a seconda del periodo storico). L'assaggio istantaneo di nuova musica era un diritto garantito dalla Costituzione di Internet e un obbligo del moderno ascoltatore digitale!

Domenica scorsa è stata invece qualcosa tipo: "Pazienza, me lo ascolterò quando arriverà su Spotify e YouTube". Con un insinuante retrogusto inconscio: "Può darsi che non lo ascolterò mai". Senza vergogna, ansia o sensi di colpa, mi sono rituffato nella playlist degli artisti che suoneranno al Primavera Sound di Barcellona. Il fatto è che questa condizione dell'animo ormai vale per chiunque. Persino per i mostri sacri della mia vita, vecchi e nuovi: U2, Pearl Jam, Radiohead. Lo stesso Everyday Robots di Damon Albarn - artista in rapida ascesa nel pantheon personale all-time - lo sto smozzicando con calma olimpionica. Per A Letter Home non mi è nemmeno passato per l'anticamera del cervello di aprire eMule (remore legali? diciamo piuttosto che si è proprio esaurito quel bisogno...). E la parola leak, "il disco che filtra in anticipo su Internet", terribile spauracchio per artisti e discografici nel decennio 1999-2009, ormai mi risuona in mente con lo stesso sapore museale di grammofono

A cosa si deve questa strana sensazione del non avere più fretta di ascoltare un disco nuovo? È solo un problema mio? È la vecchiaia che avanza inesorabile? In parte, forse. Ma da quel che leggo sui social network o dalle chiacchiere scambiate away from keyboard (but not from smartphone) davanti a un amaro, credo di non essere l'unico soggetto a questa mutazione di aspettative e atteggiamento. E lo interpreto come l'ennesimo effetto di quella meravigliosa e terribile creatura che abbiamo imparato a conoscere nel moderno evo digitale: la Signora Abbondanza. Lo switch di pensiero è evidente: da "oddio oddio oddio, devo averlo subito" a "se non è quello sarà quest'altro". C'è sempre un quest'altro, a portata di mano. Un milione di quest'altro. Diciotto, venti, trenti milioni, a seconda dei comunicati stampa. E a volte scopri addirittura che l'indolenza ha avuto ragione: che il quest'altro ti suona meglio dell'oddio oddio oddio. Che non ha quasi più senso pensare oddio oddio oddio

Dal punto di vista dell'ascoltatore, cioè dal mio punto di vista, ho come l'impressione che ci sia qualcosa di negativo in questo cambiamento. Ma visto che è praticamente inevitabile avere l'impressione che ci sia qualcosa di negativo in tutto ciò che è diverso dalle vecchie abitudini, tendo a fermare immediatamente quel ragionamento e a prendere un altro amaro. Dal punto di vista delle band, penso che ci troviamo di fronte a una situazione ambigua. Spesso sono gli stessi artisti - con la pratica delle esclusive, delle edizioni limitate, dei cofanetti deluxe - a elevare artificialmente la barriera d'accesso "immediato" ai loro prodotti. È una scelta dettata da comprensibilissime logiche economiche e alimentari: vendere meno, vendere nettamente meglio (qui c'è una limited edition di A Letter Home a 110$). E solo in un secondo tempo raggiungere le masse. Oggi lo definirei Modello Pixies, ma anche i grandiosi e santi Radiohead dell'epoca In Rainbows furono accusati di abusare di simili pratiche. 

Non me la sento di biasimare gli artisti, anzi: finché le entrate tengono, il modello potrebbe essere destinato a durare (e forse - ma su questo sono più scettico, visto l'avanzare della vendita online - a dare un po' di ossigeno ai negozianti di dischi).  Gli artisti però dovrebbero fare attenzione all'estinzione dell'oddio oddio oddio e al dilagare del se non è quello sarà quest'altro. Non sottovalutare il processo, non alimentarlo. Oggi, è molto più forte che in passato. Oggi il pubblico che ti volta le spalle il giorno dell'uscita magari poi non lo riacchiappi più, nemmeno quando raggiungi il mezzo proletario di YouTube. Ne sta creando di terremoti, la Signora Abbondanza. Chissà che non finisca per stravolgere in modo radicale anche i meccanismi e l'idea stessa di "nuova uscita". Si diceva che il formato album sarebbe scomparso a causa dell'atomizzazione dei contenuti su Internet. E se a minacciarlo fosse invece la moltiplicazione degli stessi e la derivante decrescente necessità del pubblico di ascoltarlo subito?




sabato, marzo 15, 2014

Facebook secondo Pawel Kuczynski


Pawel Kuckzynski è un artista meraviglioso, nato a Stettino (Polonia) nell'annus mirabilis 1976. Il suo nome circola online da un paio d'anni, ma io l'ho scoperto solo questa mattina. Le sue illustrazioni sono al tempo stesso poetiche, geniali e spesso crudeli (perché dotate di una straordinaria, quasi magica, capacità di mettere in contatto il surrealismo con la realtà). Qui metto solo quelle relative a Facebook, ma andate a vedervi anche le altre sul suo sito ufficiale e soprattutto (ce n'è di più) sullo store online Pictorem. Parlano di guerra, politica, povertà, società. Sono pronto a scommettere che vi piaceranno. 




sabato, marzo 01, 2014

La regola di Goebbels


Tra le citazioni attribuite a Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda nella Germania nazista, ce n'è una - forse apocrifa - che recita più o meno così: 
Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità 
Per farlo, il potente uomo politico tedesco dimostrò di saper usare molto bene la radio. Ottant'anni dopo, i mezzi di comunicazione sono cambiati radicalmente, ma forse la sua teoria si può applicare agevolmente al presente. Basta sostituire un verbo: 
Retwittate una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità 
Non è ciò che avviene con tutte le notizie false (o parziali) che si propagano sui social network, a colpi di retweet e condivisioni Facebook? È vero, a differenza che nel Terzo Reich oggi la comunicazione è orizzontale: non è controllata rigidamente dall'alto, se Goebbels spegne il suo microfono io posso continuare a cinguettare su Internet. E le bugie virali spesso hanno la forma indignata e innocua di un gattino in un vasetto di vetro.

Ma in questa differenza di comunicazione, dietro al dolce sapore della libertà, si inizia a sentire anche un retrogusto fastidioso. Non abbiamo più l'alibi che le notizie false ci piovono in testa: a volte siamo bravi a bloccarle/denunciarle, ma troppo spesso - un po' per pigrizia, un po' per pancia, un po' per vanità - contribuiamo alla loro diffusione. Non ci fermiamo nemmeno a pensare: accettiamo il rischio-complicità con un'alzata di spalle. Speriamo solo che non cresca troppo in fretta una nuova generazione di Goebbels in grado di governare e sfruttare queste pigrizie, queste pance e queste vanità. 

giovedì, febbraio 27, 2014

Se ce la fa una violoncellista canadese, perché non possiamo farcela noi?

Dall'account Flickr dell'artista
Essere musicisti. Essere indipendenti. Distribuire la propria musica principalmente via web. Questi tre fattori producono uno stipendio decente? O solo lacrime, sangue, lamentele e sofferenza economica?L'artista canadese Zoë Keating ci offre qualche cifra su cui riflettere.

Lei appartiene a tutte e tre le categorie citate sopra. Non è una popstar di fama planetaria (alzi la mano chi di voi ha mai sentito un suo brano) e non ha nemmeno scelto il percorso musicale più facile (violoncello d'avanguardia), però ha saputo costruirsi una robusta popolarità sui social network (in particolare su Twitter, dove l'account @zoecello ha più di un milione di follower).

Insomma: per varie ragioni, è un caso di studio interessante. Contemporaneo. E molto trasparente. Ogni anno, infatti, un po' sulla falsariga della Operazione Glasnost dei Wu Ming, l'artista condivide i dati dei suoi introiti digitali dell'annata appena conclusa. Anche il resoconto del 2013 è ora disponibile su un foglio elettronico caricato online.

Zoe Keating - Online sales and streaming figures from 2013
Come potete vedere dal link o dall'immagine sopra, lo stipendio decente c'è. Più che decente: solo dal web nel 2013 sono arrivati a Zoë Keating circa 81700$. Al cambio di oggi, più o meno 60000€. I download sono ancora nettamente più redditizi dello streaming, che comunque inizia a dare le prime soddisfazioni (6380$ complessivi).

Quantitativamente, iTunes rappresenta ancora la voce principale e risulta il negozio perfetto per vendere singoli download. Guardando le percentuali sulle singole unità, però, non conviene sottovalutare nemmeno Bandcamp, soprattutto se lo si utilizza anche come marketplace personale su cui vendere compact disc. Sempre per quanto riguarda il supporto fisico (commercializzato però tramite Internet), su Amazon Zoë Keating ha venduto anche 1325 cd, che le hanno fruttato circa 8700$.

Ficcare il naso nel borsellino altrui genera sempre un mix di sensazioni: da un lato ti senti un po' un ladro, dall'altro non riesci a farne a meno. In questo caso, oltre a trattarsi di una possibilità offerta volontariamente dalla diretta interessata, si aggiunge un significato bonus per gli artisti (e per i manager). Esempi come questi andrebbero letteralmente vivisezionati, confrontati con la propria esperienza, magari anche imitati nella ricerca di possibili nuove vie di monetizzazione digitale.

Dal tweet con cui Zoë Keating ha diffuso i dati emerge un altro aspetto interessante: il 2013 è stato un "non-album cycle", senza cioè la distribuzione di un nuovo disco

È chiaro che senza sufficienti volumi di pubblico non si va da nessuna parte, ma in fondo gli 82mila dollari guadagnati in un anno da Zoë Keating sono arrivati con la vendita di 32mila singoli download, 9mila album (tra download e cd) e lo streaming di 2,7 milioni di brani. Numeri buoni ma non certo stratosferici (ricordo che solo su YouTube, solo con un brano, solo in dieci giorni, i Perturbazione hanno fatto dopo Sanremo quasi mezzo milione di views... e Arisa è a 3,5 milioni). Senza dimenticare che in tutto ciò rimangono fuori altre possibili fonti di guadagno come concerti, licenze, edizioni, merchandising. Insomma, l'impressione è che un margine di manovra per gli artisti musicali nella società digitale ci sia. Anche per quelli piccoli e indipendenti. E forse - questo vuole essere più di un wishful thinking - anche per gli scrittori, per i giornalisti, per i videomaker, per i fotografi, per gli autori/artisti/artigiani/creativi in tutte le varie forme d'espressione. 

Con tutti i distinguo dell'universo, ok. A partire dal fatto che Zoë Keating - sia per talento che per imprenditorialità - è molto più che una "semplice violoncellista canadese". E che di sicuro qui in Italia tutto è più difficile. Ma anche con la consapevolezza che in Italia forse non siamo ancora così bravi a giocarci davvero tutte le carte a nostra disposizione. Essere #nocoglioni non significa solo riuscire a farsi rispettare e dare dei soldi, ma anche essere in grado di scovare quei percorsi - magari ancora poco battuti ma già operativi ed efficienti - in cui i soldi sono più a portata di mano. E adottare quegli approcci e quegli strumenti che ti permettono di raccoglierli. Se non per diventar ricchi come pascià, per lo meno per far quadrare i conti. 

giovedì, gennaio 16, 2014

Il capitale umano (Paolo Virzì)


E' un inizio di 2014 folgorante per il cinema italiano. Mentre in America La grande bellezza di Paolo Sorrentino vince il Golden Globe e viene candidato agli Oscar, nelle sale è in programmazione uno dei film più convincenti che il nostro paese abbia prodotto negli ultimi anni: Il capitale umano di Paolo Virzì. E come viene accolto questo momento di grazia? Ovvio, con un po' di polemiche. A conferma di come – da Internet alla tv, dalla piazza al mercato – la discussione, ancor meglio se accesa, sia ormai rimasta l'unica forma d'espressione davvero attraente (nonché la più facile verso cui dirottare i propri sogni di visibilità-ergo-esistenza).

E' un peccato, anche per la dignità stessa delle polemiche e delle critiche, che se fossero formulate principalmente come confronto di idee più che come batteria da insulto, sarebbero un'ottima spezia per il pensiero. Ma ormai sono quasi sempre urlate, ignoranti, istintive, pretestuose. Come molte di quelle che hanno avvolto Il capitale umano, un film strumentalizzato in chiave politica persino da chi ammette di non averlo nemmeno visto. Quello di Paolo Virzì è tutto tranne che un attacco a una determinata area del paese (tra l'altro, location abbastanza logica e prevedibile: un film in cui la finanza gioca un ruolo importante, in Italia, dove ambientarlo se non vicino a Milano?). E' invece un ritratto più generale – corrosivo e frontale – della cancrena materialistica ed esistenziale che sta divorando l'intera società. A tutti i suoi livelli: dai grandi finanzieri ai piccoli spacciatori, dalla borghesia che sogna un arricchimento precox a un mondo culturale sempre più chiuso e stritolato dalla continua sponda tra le proprie superbie e mediocrità. Giocando un po' con le parole (senza dimenticare il lato ironico del titolo di Sorrentino) potremmo ribattezzarlo: La grande bruttezza. E si tratta di una bruttezza che pervade ormai tutto il paese e che si può tranquillamente espandere oltre ai confini e agli oceani (il film è tratto da un libro ambientato nel Connecticut). Insomma, altro che Brianza velenosa. 

Due parole sulla trama, per chi non la conoscesse. Ne Il capitale umano assistiamo in gran parte agli intrecci – sociali, economici, affettivi – tra due famiglie: i ricchi Bernaschi (il broker Giovanni, la bluejasminesca moglie Carla, il rampollo Massimiliano) e i rappresentanti del ceto medio benestante Ossola (l'immobiliare Dino, la moglie psicologa Roberta e la figlia Serena, nata da un precedente matrimonio di Dino). Galeotta è la liaison tra i figli, Massimiliano e Serena, che avvicina le famiglie e spinge Dino a entrare con 700.000 euro (chiesti in prestito a una banca) nel fondo d'investimento ad alto rischio gestito da Bernaschi. Tutto questo avviene nei primi minuti del film: il resto è una rapida spirale verso il basso che - intrecciandosi con un fatto di cronaca: l'investimento notturno di un ciclista e la ricerca del responsabile - coinvolge e travolge tutto (dai soldi agli affetti) e tutti (compresi altri coprotagonisti o comprimari: il giovane Luca, un grottesco consiglio d'amministrazione di un teatro locale, gli amici di Massimiliano, il collaboratore di un servizio di catering). 

Storicamente, è difficile che Virzì sbagli un film. Ma è altrettanto raro che riesca a uscire da quella sua dimensione – quasi protettiva – di simpatica e amara commedia all'italiana, nella quale si finisce spesso per rimanere tra satira e ironia agrodolce. Il capitale umano rappresenta un evidente salto di qualità, ambizione e spessore. Il film non ha praticamente nulla della commedia, se non alcuni automatismi comici derivanti da vizi e difetti umani: è un dramma che per alcuni personaggi sfocia nella tragedia, scritto in modo solido e convincente (con un incastro narrativo forse non originalissimo ma efficace, in cui la storia viene raccontata attraverso diversi punti di vista) e interpretato in modo ideale dall'intero cast (dagli attori più navigati, volti noti allo spettatore di cinema italiano dell'ultimo ventennio, a -  soprattutto - quelli più giovani e meno conosciuti). E' un'opera forte e in molti punti fa stare male, perché deve far star male: trasmette un'angoscia sul presente tanto penetrante, cupa, realistica quanto in grado di scuotere la coscienza e magari far sperare anche in un riscatto, difficilissimo ma non impossibile. 

Già, perché – pur serio e spietato – Virzì non chiude del tutto la porta della speranza. Il film si congeda con un piccolo spiraglio di luce ed è significativo che le poche briciole di calore sparse sullo schermo siano riservate alla nuova generazione. Soffocati dalla vacuità, dallo squallore, dalla debolezza (troppo spesso usata come alibi) dei grandi, i giovani mostrano già notevoli segni di cedimento – compiono sciocchezze, anche gravissime – ma non sono ancora del tutto perduti: resistono, scalciano, amano. Forse non è un caso che anche l'unico personaggio adulto non interamente fagocizzato dal lato oscuro e materialistico della società – la psicologa Roberta – sia quello che porta in grembo due germogli per il futuro. Quasi a volerci ricordare che alla fine, come sempre, ci sarà la riproduzione/sostituzione della specie. E forse, anche senza troppa evoluzione, sarà quella a salvarci.