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lunedì, ottobre 13, 2014

Targhe Tenco 2014 - Le playlist Spotify con brani e album nominati


A voler essere generosi, quest'anno ho dedicato alla musica italiana più o meno il 5% dei miei ascolti. Troppo poco: è giunto il momento di rimediare.

Sono state pubblicate le liste complete delle candidature alle Targhe Tenco 2014, riconoscimento annuale (assegnato dal 1984) alla miglior musica italiana "di qualità". Sono suddivise in cinque sezioni: miglior album, miglior album in dialetto, miglior opera prima, miglior interprete di canzoni non proprie e miglior canzone

Ho pensato che fosse cosa buona e giusta raccoglierle in altrettante playlist su Spotify. Le pubblicherò tutte su questa pagina, utilizzando la formula tipica di Spotirama: prima la playlist, poi l'elenco dei brani e degli album (quelli barrati non sono disponibili su Spotify, ma voi eventuali giurati che capitate da queste parti non fate i birbanti: ascoltate tutto). Buon ascolto.


TARGHE TENCO 2014 - MIGLIOR ALBUM DELL'ANNO
(nomination, 46 album disponibili su 48, segui la playlist)


Altera - I Love Freak
Bandabardò - L'improbabile
Samuele Bersani - Nuvola numero nove
Alessio Bonomo - Tra i confini di un’era
Brunori Sas - Il cammino di Santiago in taxi
Caparezza - Museica
Nicolò Carnesi - Ho una galassia nell‘armadio
Mario Castelnuovo - Musica per un incendio
Cordepazze - L’arte della fuga
Cesare Cremonini - Logico
Edoardo De Angelis - Non ammazzate Anna
Dente - Almanacco del giorno prima
Diaframma - Preso nel vortice
Giuliano Dottori - L'arte della guerra. Vol. 1
Filarmonica Municipale Lacrisi - L’educazione artistica
Eugenio Finardi - Fibrillante
Alessandro Fiori - Cascata
Francesco Forni e Ilaria Graziano - Come 2 Me
Giancarlo Frigieri - Distacco
Michele Gazich - Una storia d’amore e di sangue
Cristiano Godano e Giancarlo Onorato - Ex Live
I Cani - Glamour
Il Pan del Diavolo - FolkRockaBoom
Enzo Jannacci - L'artista
La Metralli - Qualche grammo di gravità
Massimiliano La Rocca - Qualcuno stanotte
Le Luci Della Centrale Elettrica - Costellazioni
Cesare Malfatti - Una mia distrazione + 2
Mannarino - Al Monte
Massimo Volume - Aspettando i barbari
Nada - Occupo poco spazio
Nobraino - L'ultimo dei Nobraino
Non Voglio Che Clara - L'amore fin che dura
Pacifico - In cosa credi. Canzoni nascoste n.1
Susanna Parigi - Apnea
Pippo Pollina - L’appartenenza
Daniele Ronda - La rivoluzione
Ivan Segreto - Integra
Riccardo Sinigallia - Per tutti
The Niro - 1969
Carmine Torchia - Bene
Davide Tosches - Luci della città distante
Roberto Vecchioni - Io non appartengo più
Virginiana Miller - Venga il regno
Peppe Voltarelli - Lamentarsi come ipotesi
Yo Yo Mundi e Andrea Pierdicca - La solitudine dell’ape
Zen Circus - Canzoni contro la natura
Zibba & Almalibre - Senza pensare all’estate


TARGHE TENCO 2014 - MIGLIORE CANZONE DELL'ANNO
(nomination, 47 brani disponibili su 49, segui la playlist)


3 Fingers - Guitar Ingresso
Franco Battiato e Antony - Del suo veloce volo
Samuele Bersani - En e Xanax
Betti Barsantini - Dissocial Network
Brunori Sas - Kurt Cobain
Caparezza - Mica Van Gogh
Pierpaolo Capovilla - Dove vai
Mario Castelnuovo - Annie Lamour
Cesare Cremonini - Logico #1
Cristiano De André - Il cielo è vuoto
Dente - Invece tu
Diodato - Babilonia
Egokid - Il re muore
Fabi / Silvestri / Gazzè - L'amore non esiste
Piergiorgio Faraglia - L'uomo nero
Eugenio Finardi - Le donne piangono in macchina
Eugenio Finardi - Lei s'illumina
Galoni - Carta da parati
Filippo Graziani - Le cose belle
I Cani - Come Vera Nabokov
Il Pan del Diavolo - FolkRockaBoom
Enzo Jannacci feat. J-Ax - Desolato
Giacomo Lariccia - Sessanta sacchi di carbone
Le Luci della Centrale Elettrica - I destini generali
Lo Stato Sociale - C'eravamo tanto sbagliati
Mannarino - Malamor
Stefano Marelli - Immobile
Marta sui Tubi e Franco Battiato - Salva gente
Massaroni Pianoforti - Carlo
Massimo Volume - Dio delle zecche
Massimo Volume - La cena
Mina - La palla è rotonda
Pietra Montecorvino - Esagerata
Nada - Occupo poco spazio
Nobraino - Bigamionista
Non Voglio Che Clara - Le mogli
Pacifico - In cosa credi
Susanna Parigi - Donne esoteriche
Perturbazione - L’unica
Daniele Ronda - La rivoluzione
Vasco Rossi - Dannate nuvole
Riccardo Sinigallia - Prima di andare via
Davide Van De Sfroos - Goga e Magoga
Roberto Vecchioni - Io non appartengo più
Virginiana Miller - Anni di piombo
Virginiana Miller - Lettera di San Paolo agli operai
Virginiana Miller - Tutti i santi giorni
Zen Circus - Viva
Zibba - Senza di te


TARGHE TENCO 2014 - MIGLIOR ALBUM IN DIALETTO
(nomination, 27 album disponibili su 33, segui la playlist)



99 Posse - Curre curre guagliò 2.0
Agricantus - Turnari
Enzo Avitabile - Music life O.s.t.
Antonio Castrignanò - Fomenta
Valeria Cimò - Terramadonna
Contrada Lorì - Doman l’è festa
Francesco Di Bella - Francesco Di Bella & Ballads Cafè
Mimmo Epifani - Pe’ i ndò
Foja - Dimane torna ‘o sole
Enzo Gragnaniello - Live
Giancarlo Guerrieri - Pazzu
Il Muro del Canto - Ancora ridi
Francesca Incudine - Iettavuci (solo un brano)
Lassociazione - Libere correnti dorsali
Canio Loguercio - Amaro Ammore
Canio Loguercio - Canzoni sussurrate lo-fi
Lou Tapage - Finisterre
Luca Maciacchini - Quando eravamo quasi nemici
Mascarimirì - Tam!
Gianni Pellegrini - Ferlizze
Matilde Politi e Compagnia Bella - Vacanti sugnu china
Pupi di Surfaro - Suttaterra
Radicanto - Oltremare
Luca Rossi - Pulecenella love
Rua Port'Alba - Storia di uno
Sossio Banda - Sugne
Sud Sound System - Sta tornu
Taranproject Mimmo Cavallaro & Cosimo Papandrea - Sonu
Adriano Tarullo - Anch'io voglio la mia auto blues
Valeria Tron & Joglar - Leve les yeux
Unavantaluna - Isula ranni
Davide Van De Sfroos - Goga e Magoga
Loris Vescovo-  Peninsolâti


TARGHE TENCO 2014 - MIGLIOR ALBUM OPERA PRIMA
(nomination, 32 album disponibili su 37, segui la playlist)


Angelica Mente - Inverno rosso – Inverno blu
Alessio Arena - Bestiari(o) familiar(e)
Bardamu - Asa Nisi Masa
Betti Barsantini - Betti Barsantini
Dario Buccino - La costrizione della nudità
Pierpaolo Capovilla - Obtorto collo
Marcello Capozzi - Sciopero
Claudia Cestoni - La casa di Claudia
Luca D’Aversa - Luca D’Aversa
Paola Donzella - Confine
Serena Finatti - Serena più che mai
Leo Folgori - Vieni via
Gli Amanti - Strade e santi
Filippo Graziani - Le cose belle
Il Vocifero - Amorte
Domenico Imperato - Postura libera
I Viaggi di Jules - Entronauta
Johann Sebastian Punk - More Lovely And More Temperate
La Rappresentante di Lista - (Per la) via di casa
Levante - Manuale distruzione
Lo Sburla - I masochisti
Ylenia Lucisano - Piccolo universo
Michele Mainardi - Senza convenzioni
Manupuma - Manupuma
Stefano Marelli - Facile o felice
Davide Matrisciano - Il profumo dei fiori secchi
Carlo Mercadante - 7 briciole lungo la strada
Molla - Prendi Fiato
Moostroo - Moostroo
Na Isna - Un dio furioso
Sabrina Napoleone - La parte migliore
Niggaradio - Na storia
Punto e Virgola - L'uomo dei tuoi sogni
Cassandra Raffaele - La valigia con le scarpe
SiVa - Argomenti che non vi interessano, scritti con i piedi
Agnese Valle - Anche oggi piove forte…
Ilaria Viola - Giochi di parole


TARGHE TENCO 2014 - MIGLIOR INTERPRETE DI CANZONI NON PROPRIE
(nomination, 21 album disponibili su 29, segui la playlist)


Renzo Arbore & The Arboriginals - My American Way
Giuliana Bergamaschi - Tropico italiano
Luca Bonaffini - Sette volte Bertoli
Carlone / Li Calzi / Righeira - Italiani
Andrea Celeste - Se stasera sono qui
Beppe Chierici - La cattiva erba
Fausto Cigliano e Gabriella Pascale - Silenzio cantatore
Chiara Civello - Canzoni
Barbara Errico - Sentimentale. Dedicato a Lelio Luttazzi
Fratelli di Soledad - Salviamo il salvabile. Atto II
Giovanardi / Cotto / Curallo - Chelsea Hotel
Patrizia Laquidara - Cara
L'Orchestraccia Sona - Orchestraccia sona
Mango - L’amore è invisibile
Fiorella Mannoia - A te
Mirco Menna - Io, Domenico e tu
Mina - Selfie
Pietra Montecorvino - Esagerata
Orchestra Bottoni - Orchestra Bottoni Live
Gino Paoli e Danilo Rea - Napoli con amore
Susanna Parigi - Il saltimbanco e la luna
Alberto Patrucco e Andrea Mirò - Segni (e) particolari
Punkreas - Radio Punkreas
Raiz e Fausto Mesolella - Dago Red
Massimo Ranieri - Senza 'na ragione
Roberta Rossi e Daniele Bazzanti - Mi sono innamorata di Tenco
Saluti da Saturno - Shaloma locomotiva
Danila Satragno - Christmas in Jazz
Saya 5et - Ho un pinguino nella scarpa


mercoledì, agosto 20, 2014

La prima regola d'oro contro l'ansia da information overload


"Uno degli effetti collaterali più angoscianti dell'era dell'informazione è la sensazione di dover sapere tutto. Accettare i propri limiti diventa essenziale per sopravvivere alla valanga di contenuti; non si può e non si deve assorbire e tantomeno dare attenzione a tutto". 

Questa considerazione - molto attuale - risale a un libro precedente alla diffusione di Internet: Information Anxiety di Richard Saul Wurman del 1989. Io l'ho trovata (la traduzione è mia) in Bit Literacy: Productivity in the Age of Information and E-mail Overload di Mark Hurst, un ebook nel quale vengono offerti consigli e suggerimenti su come sopravvivere alla moderna abbondanza di contenuti/stimoli digitali (risalente al 2007 e attualmente in fase di lettura: alcuni capitoli risultano un po' indigesti per l'eccesso di pubblicità a un software apparentemente realizzato dall'autore, altri sono più utili e gli 0,89€ della versione per Kindle sono in fondo ben spesi).

Tornando alla citazione da Wurman, credo che valga in mille campi e situazioni diverse. Un'applicazione musicale, per esempio, è "non si può e non si deve ascoltare tutto ciò che viene pubblicato". Si potrebbe anche aggiornarla alla realtà socio-comunicativa del 2014, con una piccola postilla che non riguarda solo la fruizione ma anche la produzione di rumore: "come non si può e non si deve sapere tutto, così non si può e non si deve parlare di tutto". 



martedì, ottobre 01, 2013

Sulle tracce di Alberto Denti di Pirajno, lo scrittore-medico italiano che piace a David Bowie



Alberto Denti di Pirajno, chi era costui?

Nasce a La Spezia il 7 marzo 1886.
Laureato in medicina nel 1910.
Sopravvissuto a Caporetto nel 1917.
Ufficiale medico in Libia tra il 1924 e il 1929.
Assistente di Amedeo di Savoia (credo sia lui; gli Amedei di Savoia sono numerosi).
Funzionario coloniale in Eritrea, Somalia ed Etiopia tra il 1930 e il 1938.
Quindi di nuovo in Libia dove il 23 gennaio 1943, come prefetto di Tripoli, consegna la città al generale britannico Montgomery.
Prigioniero in Kenya dal 1943 al 1946.
Muore nel 1968.
Questo per quanto riguarda gli studi, la politica, la guerra, la vita e la morte.

Poi c'è l'attività letteraria.
Alcuni romanzi (tra cui La mafiosa e Ippolita) e la trilogia dedicata all'attività di medico in Africa:
Un medico in Africa (Neri Pozza, 1952)
A Grave For a Dolphin (Deutsch, 1956, scritto in inglese)
La mia seconda educazione inglese (Longanesi, 1971, postumo)
Il tema della civilizzazione, del fardello dell’uomo bianco, della necessità di elevare popoli primitivi a concezioni più elevate e a modalità più “civili” di esistenza è presente nell’opera di Pirajno. Non gli è estraneo quel paternalismo che informa ogni impresa e ogni discorso coloniale e conosce fin troppo bene il mito del buon selvaggio, anche se rielabora questi strumenti di dominio e questi miti in maniera personale, adeguata alle circostanze. Nelle prime pagine di A grave for a dolphin, il libro rivolto al pubblico anglofono, pubblicato esclusivamente in lingua inglese nel 1956, sembra quasi che si senta di dover dare indicazioni alla potenza inglese, che a quel tempo viveva il declino del suo Impero, su modalità che avrebbero interferito in maniera meno pesante nella vita di popoli altri; sembra che voglia insegnare agli inglesi certe “buone maniere” che sono sovente mancate nella loro attitudine verso i popoli sottomessi, nonché verso i prigionieri di guerra.
Tutte queste informazioni, compreso l'estratto qui sopra, provengono da un .pdf, Alberto Denti di Pirajno: medico, funzionario, scrittore, redatto da Marianna Scarfone dell'Università Ca' Foscari - Venezia, nel 2011, per un convegno sui funzionari del periodo coloniale. 

Un'unica fonte? Sì, perché sul Web non si trova molto altro su Alberto Denti di Pirajno. Nessuno ne parla: forse per il suo legame con il fascismo e il colonialismo, forse perché non se lo merita dal punto di vista letterario (ma non si direbbe: "Un medico in Africa è forse il più bel libro scritto da un italiano sulla Libia" sostiene Stefano Malatesta su Repubblica*), forse perché il suo destino è stato semplicemente quello di perdere la partita a dadi con Internet e finire in uno di quei misteriosi buchi neri della Rete, quelli dove si nascondono chissà quanti altri artisti, autori, scienziati, poeti, calciatori e navigatori, non rintracciabili persino dal potente radar collettivo di Wikipedia (su Alberto Denti di Pirajno c'è solo una scarnissima paginetta in tedesco). 

Su Amazon praticamente tutti i suoi libri appaiono fuori catalogo. Anche Google Images alza quasi bandiera bianca. Ho trovato solo una foto, proviene dal sito della Biblioteca Reale di Copenaghen, lo ritrae assieme a Karen Blixen (l'autrice de La mia Africa) ed è a suo modo molto tenera: uno scambio di sguardi in cui probabilmente scorrono e si riconoscono orizzonti e ricordi ormai lontani. 

Sul retro si legge:


Naturalmente, anch'io non avevo mai sentito parlare di Alberto Denti di Pirajno. Fino a stamattina, quando il titolo A Grave For a Dolphin è comparso - unica presenza di un autore italiano assieme al ben più noto Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa - tra i 100 libri preferiti da David Bowie (che a contare bene non mi pare siano 100, e non sono nemmeno tutti libri, e chissà se sono davvero i suoi preferiti, ma il discorso non è questo...).

* Vent'anni prima, nel 1994, Malatesta l'aveva addirittura giudicato "il più bel libro sull'Africa scritto da un italiano negli ultimi cinquant'anni". I due articoli di Malatesta, nell'archivio online di Repubblica sono tra le altre scarsissime fonti che sono riuscito a rintracciare. 




giovedì, settembre 12, 2013

Vedo squali ovunque




2-Headed Shark Attack (2012) 
Voto IMDb: 2.6

Dinoshark (2010) 
Voto IMDb: 3.2

Ghost Shark (2013) 
Voto IMDb: 3.7

Jersey Shore Shark Attacks (2012) 
Voto IMDb: 3.0

Mega Shark vs Crocosaurus (2010) 
Voto IMDb: 2.6

Mega Shark vs Giant Octopus (2009) 
Voto IMDb: 2.6

Sand Sharks (2011) 
Voto IMDb: 2.7

Sharknado (2013) 
Voto IMDb: 3.5

Sharktopus (2010) 
Voto IMDb: 3.3

Swamp Shark (2011) 
Voto IMDb: 3.8

How much importance do you place on the title? 
If we don’t have a good title, we’re not going to make the movie.
Thomas Vitale, dirigente del canale americano Syfy, intervistato da Vulture. La maggior parte dei film sopra (oltre ai vari Piranhaconda, Megapython vs Gatoroid, Mongolian Death Worm, Mansquito...) sono prodotti da Syfy nella serie di film per la tv Original Movies

sabato, aprile 06, 2013

Piccole trascurabili meduse immortali


La Turritopis dohrnii è una medusa di pochi millimetri che riesce a invertire il suo ciclo vitale. A un certo punto sembra che si lasci morire, si posa sul fondo dell'oceano e lì torna a una forma embrionale di polipo, da cui rinasce come nuova medusa. Per questa sua capacità, è conosciuta come "medusa Benjamin Button". Non l'ho scoperta facendo scuba diving, ma leggendo un articolo sul numero 992 di Internazionale (lo trovate in versione originale, in inglese, sul sito del New York Times Magazine). Era accompagnato dalla foto sopra, che mi ha lasciato incantato. Da quanto è che non vedevo qualcosa di così bello?

A proposito di incantesimi. I Verlaine sono un gruppo torinese che in qualche momento imprecisato delle scorse settimane deve avermi versato una polverina strana nel caffè. Non vedo altre spiegazioni del perché mi piaccia così tanto il loro ultimo album, ...e ti proteggerò dal jazz: un pugno di canzoni romantiche per tempi bui. Ma il sortilegio ha avuto anche degli effetti collaterali: sono diventati la mia cavia preferita su cui sfogare pulsioni di piccolo videosarto amatoriale. Così: dopo Respirare, ecco Piccoli trascurabili errori. Dopo la pioggia di Parigi, un diluvio di meduse. Non immortali come la piccola Turritopis, comunque magiche, fluttuanti, aliene, serene... oddio, non è che sto iniziando a invidiare delle meduse?  


P.S. Il mash up naturalistico-musicale è frankenstein assai comune su Web, fin dagli albori di YouTube. A memoria, ricordo i Radiohead applicati a frammenti di Microcosmos dall'americano J Tyler Helms nel 2007 e la meravigliosa serie di video creata dal tedesco Tobi Totschlag nel 2012, ricamando brani di Bjork, Portishead, The XX su immagini dei documentari Life della BBC. Questi ultimi, purtroppo, durarono poco: furono rimossi da Totschlag su richiesta della BBC. Con le meduse non dovrebbero esserci problemi: la fonte è Drifters of the Deep, un video ripreso al Monterey Bay Acquarium da Eugenia Loli, caricato su Vimeo nel 2007 e distribuito su licenza Creative Commons. Io mi sono limitato a tagliuzzarlo qua e là, per adattarlo alla canzone.

P.S.2 Per chi legge questo post sabato 6 aprile e per chi orbita in zona Torino & hinterland, stasera i Verlaine presenteranno ... e ti proteggerò dal jazz alle Officine Corsare (maggiori info su Facebook). 



lunedì, gennaio 07, 2013

Barefoot Gen (R.I.P. Keiji Nakazawa, 1939-2012)


Non so più dove ho letto che per generazioni di bambini il primo terribile contatto con la morte è avvenuto guardando Bambi, quando la madre del cerbiatto protagonista viene uccisa dal cacciatore. Io non ricordo quando ho visto per la prima volta quel film e non ho nemmeno memorie particolari della scena in cui muore la madre. Quello che ricordo benissimo invece, forse anche perché è di molto più recente, è stato il mio primo impatto con Barefoot Gen

Film d'animazione giapponese del 1983, tratto dall'omonimo manga di Keiji Nakazawa, Barefoot Gen (Hadashi No Gen) è il racconto della bomba atomica di Hiroshima attraverso gli occhi di un bambino. Non un semplice cartone animato, ma un doloroso, necessario, pugno nello stomaco. Soprattutto se vi arrivi impreparato e ti lasci cullare dalla prima mezzora, dove viene presentata la famiglia protagonista: padre, madre (incinta) e tre figli. Il punto di vista è quello di Gen, il figlio intermedio, un bambino di sei anni. Noi seguiamo lui e il fratellino per le strade di Hiroshima, estate 1945: li vediamo combattere la fame, nascondersi nei rifugi quando le sirene annunciano gli aerei americani, trascorrere le giornate nelle difficoltà del periodo bellico in una clima quasi leggero, dove anche lo stomaco vuoto si affronta con il sorriso sulle labbra. La stessa Hiroshima - i fiumi, i tram, le strade polverose - sembra tranquilla, pigramente in attesa di tempi migliori. C'è un po' di stoico, sobrio buonismo, nell'aria. Purtroppo, c'è anche qualcos'altro.

Arriva il 6 agosto. Una mattina che sembra uguale alle altre. Un puntino luminoso in alto nel cielo. Un riflesso lontano. E poi la bomba. Ecco, improvvisamente, da un secondo all'altro, come deve essere accaduto nella realtà, tutto cambia. L'esplosione (e i suoi effetti sulle persone, sugli animali, sugli edifici) ti toglie il respiro. Per qualche minuto rimani in apnea. Come paralizzato, tu spettatore, dallo stesso flash di morte che abbagliò e bruciò la città quel giorno. Quindi inizia il calvario del dopo: Gen e i sopravvissuti cercano di resistere alla devastazione dei giorni successivi, agli orrori della miseria, al veleno delle radiazioni. Il sorriso e la speranza rimangono il sottile e umanissimo filo conduttore. Ma per quanto tu cerchi di andare avanti, anche solo nella visione del film, le cicatrici non scompaiono semplicemente voltandosi dall'altra parte. Anche perché sembra non esserci mai fine alla tragedia: dopo l'esplosione, ci sono tre/quattro momenti del film in cui è impresa inumana porre un argine alle lacrime. 

Eppure Barefoot Gen è un film da vedere. E magari anche rivedere. Io ci sono tornato ieri, dopo aver appreso con qualche giorno di ritardo della scomparsa di Keiji Nakazawa. Nakazawa è morto per un tumore ai polmoni, il 19 dicembre 2012 all'età di 73 anni. Ne aveva sei, quella mattina del 6 agosto 1945, quando l'esplosione della bomba atomica lo sorprese nel tragitto verso la scuola. A salvarlo fu un muretto, che lo protesse dalla fiammata. Lo stesso muretto che Nakazawa ha inserito nel manga, dolorosissimo eppure rivitalizzante racconto autobiografico di quell'esperienza. Ho fatto un po' di ricerche: non ho trovato tracce di alcuna versione italiana di Barefoot Gen (su Amazon, a un buon prezzo, vendono il doppio dvd con anche il sequel Barefoot Gen 2, ma si tratta della versione per il mercato UK), mentre del manga Panini dovrebbe aver pubblicato - qualche anno fa - i primi quattro volumi (in tutto sono dieci). Su YouTube però si trova il film in versione integrale, sottotitolata in inglese. Ieri, l'ho riguardato lì. E' il video che trovate in apertura di post. Sempre su YouTube, nella versione originale in inglese (con sottotitoli in portoghese) è disponibile White Light/Black Rain: The Destruction of Hiroshima and Nagasaki, un documentario del 2007 di Steven Okazaki con interviste a quattordici superstiti delle bombe. Tra cui Keiji Nakazawa. 


sabato, novembre 19, 2011

United Soviet of Benetton


Il bacio, vero, tra Leonid Brezhnev ed Eric Honecker, in occasione del trentesimo anniversario della fondazione della DDR, il 7 ottobre 1979. Honecker era il segretario del partito socialista della Germania Est, Brezhnev di quello comunista sovietico. Ed evidentemente, come vuole Benetton nella recente campagna Unhate, non si odiavano affatto. Sotto, la famosa riproduzione del bacio dipinta dall'artista Dmitri Vrubel su uno dei pochi tratti superstiti del Muro di Berlino (e cancellata nel 2009).

domenica, novembre 06, 2011

Finché morte non vi separi. Se ci riesce.


I due scheletri rinvenuti durante alcuni scavi archeologici a Modena. Da circa 1500 anni si tengono per mano. (Gli amanti di 1500 anni fa, sepolti mano nella mano, Gazzetta di Modena)

martedì, maggio 17, 2011

La poesia nell'essere dentro un tramezzino imbottito.



Viaggiare in treno è fantastico, perché può capitare di fare incontri o chiacchierate come quella sopra. Se poi nel tuo scompartimento non c'è traccia di Julie Delpy, beh, c'è sempre la possibilità di lasciarsi cullare dalla nostalgia:

"Salgo in stazione, cerco un posto, mi accomodo. Il convoglio parte e il paesaggio si mette a scorrere in due strisce separate, come le fette di pane di un tramezzino imbottito. In mezzo, al posto del tonno e della maionese, ci sta lo scompartimento: gli altri passeggeri, il corridoio, il controllore che punzona i biglietti. Io non mi muovo, sto seduto in poltrona come se fossi al cinema, solo che lo schermo è sdoppiato e laterale: un pezzo a destra e uno a sinistra. Oltre i finestrini, anche il mondo è immobile, se si esclude la rotazione terrestre. Sta fermo, eppure lo vedo fuggire, non posso afferrarlo. Ci sfioriamo, facciamo le presentazioni, ma non c’è tempo di conoscersi: resta l’amaro in bocca delle occasioni perdute. Ecco un filare d’uva che avrei voluto assaggiare o un torrente d’acqua limpida dove sarebbe bello tuffarsi. Ecco un cantiere stradale che devasta la campagna, mentre io passo e non ne so nulla; ecco un paese arroccato su un colle, del quale non conosco nemmeno il nome. Apro il giornale, lo sfoglio e per una mezz’ora mi perdo dietro alle notizie. Ogni tanto il treno rallenta, si ferma in stazione, ma non sono io a decidere le soste. Guardo i binari, leggo le insegne degli alberghi di là dalle rotaie e se mai scopro con gli occhi un angolo interessante, è già tempo di andarsene, di ripartire. Nostalgia dell’abbandono: mi si chiudono le palpebre, dormo, sogno di camminare sulla strada bianca intravista poco fa."

(Wu Ming 2, estratto da http://www.carta.org/2011/05/17345/, dalla prefazione di «L’arte del camminare. Consigli per partire con il piede giusto», di Luca Gianotti, Ediciclo)

sabato, marzo 19, 2011

Gianduja Banksy


Nel mio quartiere, c'è qualcuno che sta aggiungendo occhialini, naso rosso e baffoni alla Groucho Marx ai cartelloni dei candidati alle prossime elezioni comunali a Torino. Con spirito bipartisan. Ma non è solo una faccenda politica: qualche giorno fa, la stessa sorte era toccata ai poster di Gianna Nannini e Rihanna (che non sono riuscito a fotografare). Inutile dire che, così, sono molto più belli.





mercoledì, febbraio 16, 2011

Back to the Future.

Ritorno al futuro è magico. Non è solo un film che parla di un viaggio indietro nel tempo. E' anche un film che ti riporta indietro nel tempo. Senti parlare di Marty McFly, di DeLorean, di flusso canalizzatore, di libici e - zac - ti ritrovi negli anni '80. Arrivi quasi a rimpiangerlo quel decennio. E chissenefrega se è proprio quello in cui è iniziato l'imbarbarimento della società occidentale contemporanea. E' chiaro, fin troppo banale: stai rimpiangendo la tua adolescenza.

E' azzeccatissimo, Back To The Future, come titolo per il progetto fotografico di Irina Werning. Una raccolta di scatti in cui i soggetti rimettono in scena vecchie foto di cui erano stati protagonisti molti anni prima. La stessa posa, gli stessi sorrisi, gli stessi abiti (o qualcosa di simile). Qualche ruga in più, qualche capello in meno, un volto più adulto. L'effetto è un miscuglio di sensazioni: malinconia, gioco, surrealismo, serenità. La fragilità del tempo che passa. Ma anche la bellezza di ritrovarsi, almeno per un istante, se stessi nel tempo che passa.

giovedì, febbraio 10, 2011

In una galassia nemmeno tanto lontana, più o meno venticinque secoli fa.


Qualche giorno fa sono incappato in questa insolita abitudine "fiscale", in uso nell'Antica Grecia:

"... il pagamento di un'imposta diretta era considerato incompatibile con la dignità e i diritti del cittadino, mentre era normale che lo pagasse uno straniero ammesso a risiedere sul suolo di altre comunità per i suoi interessi o per il suo piacere. (...) Il cittadino abbiente, pur essendo esente dalle imposte, in età classica poteva essere obbligato ad assumersi funzioni di interesse pubblico, ritenute proporzionate ai suoi mezzi, e tali funzioni gravavano sul suo patrimonio, allo stesso modo come doveva provvedersi il cavallo e le armi, nonché il mantenimento, per il suo servizio militare. Questi obblighi venivano genericamente chiamati liturgie, delle quali, la più importante, almeno per Atene e la sua potenza militare, era la trierarchia, cioè l'obbligo di assumersi la spesa di costruzione e armamento di una trireme, nonché il soldo e il mantenimento dell'equipaggio. (...)
Dopo la trierarchia, la liturgia più gravosa era quella di provvedere all'allestimento di spettacoli, allestimento che consisteva, come è noto, essenzialmente nel coro, e che per questa parte si chiamava coregia. Altre spese che un cittadino ateniese poteva assumersi obbligatoriamente, a titolo di liturgia, erano la ginnasiarchia, che, in età classica, era soltanto l'assunzione delle spese relative al mantenimento di un ginnasio di proprietà della città; inoltre vi era l'architeoria, cioè l'incarico di dirigere, organizzare e spesare la rappresentanza della delegazione della propria città ai festeggiamenti ordinari o straordinari di un'altra città; l'estiasi, cioè l'assunzione delle spese di un banchetto pubblico; le spese per feste navali come le regate che si facevano ogni anno a Capo Sunio e altre minori liturgie che potevano essere imposte ai cittadini più ricchi per sollevare dalla spesa il bilancio della città e per dare, in compenso, al cittadino colpito dall'onere della liturgia un'occasione per rendersi popolare, autorevole e rispettato".
(da La Storia. Enciclopedia "La Biblioteca di Repubblica", vol. 2. La Grecia e il mondo ellenistico)

Quindi, mi pare di capire, i ricchi cittadini non pagavano le tasse comunali come le intendiamo noi oggi. Erano però in un certo senso obbligati a forme di mecenatismo in favore della cultura, dello spettacolo, dell'attività sportiva e della difesa di Atene. Un'idea quasi illuministica del contributo fiscale: inteso come supporto diretto, immediato, anche riconoscibile, al miglioramento della vita della comunità (e non solo come pozzo nel quale si è obbligati a gettare soldi, senza sapere poi come verranno utilizzati...). Le tasse anonime, brutte e cattive, invece, in una sorta di protoleghismo, le pagavano solo gli stranieri. Più o meno, si era intorno al V secolo a.C. 

sabato, febbraio 05, 2011

Elio e le Storie Tese - Le canzoni di "Parla con me"

Le cover/parodie di Elio e le Storie Tese a Parla con me non sono semplice divertissement. Sono un incredibile esempio di creatività e genialità pop (forse il più straordinario nel panorama artistico italiano contemporaneo). Dentro c'è conoscenza della storia e della tecnica musicale, continua ricerca linguistica, capacità di comprendere alla perfezione i moderni meccanismi dei media (forsennato passaparola su Facebook compreso).  Quello che negli Stati Uniti riesce agli sketch del Saturday Night Live e ai frammenti dei vari night show che rimbalzano sul Web pochi secondi dopo la loro trasmissione televisiva, in Italia riesce agli Elii. E il mix tra tecnica, immediatezza, satira e canzonette è un capolavoro. Un nuovo piccolo grande canone artistico. Prima o poi qualcuno ci scriverà su un libro o una tesi universitaria. Io mi limito a raccoglierlo.

L'elenco (in progress):
Surfin' Lampedusa (30/3/2011)
Te la ricordi Lella (29/3/2011)
Amici come prima (16/3/2011)
Sono un pirata, sono un signore (15/3/2011)
Sì, viaggiare (4/2/2011)
Money (3/2/2011)
Regime di cuori (2/2/2011)
Orgia On My Mind (21/1/2011)
Mamma gli ci vuol la fidanzata (19/1/2011)
Ruby Baby (18/1/2011)
Nano Nano (15/12/2010)
W il Papa (26/11/2010)
W la Carfagna (24/11/2010)
Bunga Bunga (28/10/2010)
Il lodo (27/10/2010)
Se potessi avere 300.000 euro al mese (14/5/2010)
Le 44 tope (18/11/2009)
Luca era gay (13/2/2009)

SURFIN' LAMPEDUSA (30/3/2011)
(originale: Surfin' USA dei Beach Boys, con campionamento di Sabato pomeriggio di Claudio Baglioni)


TE LA RICORDI LELLA (29/3/2011)
(originale: Te la ricordi Lella di Edoardo De Angelis; in mezzo c'è anche un bello snippet di With a Little Help From My Friends dei Beatles, nella versione di Joe Cocker a Woodstock)


AMICI COME PRIMA (16/3/2011)
(originale: Amici come prima di Paola & Chiara con sfumature di Norwegian Wood dei Beatles e aulico finale sui "lieti calici" della Traviata di Verdi, più un riferimento alla vecchia canzone di inizio '900 Tripoli, bel suol d'amor)


SONO UN PIRATA, SONO UN SIGNORE (15/3/2011)
(originale: Sono un pirata, sono un signore, vecchio classico iper-almodovariano di Julio Iglesias; con chiusura su Quelli eran giorni/Those Were The Days, celebre brano basato su un motivo popolare russo, cantato un po' da tutti negli ultimi cinquant'anni, di cui vi consiglio questa versione parigina firmata da Aki Kaurismaki e Leningrad Cowboys)


SI', VIAGGIARE (4/2/2011)
(originale: Sì, viaggiare di Lucio Battisti, da Io tu noi tutti, 1977)


MONEY (3/2/2011)
(originale: Money dei Pink Floyd, da The Dark Side of the Moon, 1973)


REGIME DI CUORI (2/2/2011)
(originale: Regina di cuori dei Litfiba, 1997; con brevi accenni di Bohemian Rhapsody dei Queen)


ORGIA ON MY MIND (21/1/2011)
(originale: Georgia On My Mind, scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, famosa soprattutto per l'interpretazione di Ray Charles)


MAMMA GLI CI VUOL LA FIDANZATA (19/1/2011)
(originale: Mamma voglio anch'io la fidanzata di Natalino Otto; è un brano del 1942, già campionato nel 1998 dagli Articolo 31 in La fidanzata)


RUBY BABY (18/1/2011)
(originale: Ruby Baby, singolo pubblicato originariamente dai Drifters nel 1956; l'arrangiamento proposto da Elio è simile a quello della versione di Donald Fagen nel 1982; curiosità: c'è anche una versione registrata dai Beatles, in epoca amburghese, con Tony Sheridan)


NANO NANO (15/12/2010)
(originale: Nano Nano di Bruno D'Andrea, sigla del telefilm Mork & Mindy)


W IL PAPA (26/11/2010)
(originale: Viva la pappa col pomodoro di Rita Pavone, 1965... con finale su Seven Nation Army dei White Stripes... o meglio sulla sua interpretazione po-poro-po-po-po dei tifosi italiani).


W LA CARFAGNA (24/11/2010)
(originale: W la campagna di Nino Ferrer, 1970: godetevi il video, con tanto di Carrà giovane, rocambolesca caduta dalle scale e un Ferrer scatenato non in playback)


BUNGA BUNGA (28/10/2010)
(originale: Waka Waka (This Time For Africa) di Shakira; a sua volta basata su un canto camerunense degli anni '80 e registrata assieme al gruppo sudafricano Freshlyground, inno ufficiale dei Mondiali FIFA 2010)


IL LODO (27/10/2010)
(originale, tre al prezzo di uno: Una donna per amico di Lucio Battisti, Kobra di Donatella Rettore, A Strange Kind of Woman dei Deep Purple)


SE POTESSI AVERE 300.000 EURO AL MESE (14/5/2010)
(originale: Mille lire al mese di Gilberto Mazzi, 1939)


44 TOPE (18/11/2009)
(originale: 44 gatti, cantata da Barbara Ferigo, vinse l'edizione 1968 dello Zecchino d'Oro)


LUCA ERA GAY (13/2/2009)
(originale: Luca era gay di Povia, seconda classificata al Festival di Sanremo 2009; in realtà, il brano di Elio e le Storie Tese non è né una cover né una parodia, bensì un breve commento ironico - con citazioni sparse, da YMCA al tema di Biancaneve e i sette nani - su Povia e sulla sua canzone)

lunedì, novembre 08, 2010

La generazione sbagliata.


Siamo la generazione sbagliata. Abbiamo più di vent'anni e meno di quaranta. Siamo cresciuti pensando che tutto ci fosse dovuto, che la crescita fosse continua e garantita, che il paradiso terrestre fosse tornato tra noi senza più serpenti, che il gioco sporco lo avessero già fatto i nostri genitori, che la guerra fosse finita, che tutto ciò che c'era da conquistare fosse stato conquistato. Noi potevamo e dovevamo solo godere: dal mulino bianco alla pensione d'oro. The future is written. Amen. Oggi invece ci ritroviamo a osservare spauriti i brandelli del cielo che cade. E come reagiamo? Corriamo a raccontarlo disperati ai nostri psicanalisti, ai nostri neurologi, ai nostri amici, ai nostri specchi, ai nostri schermi. Gli anticorpi della lotta sono stati sostituiti da quelli del lamento. Gli ormoni della curiosità da quelli del voyeurismo. Il desiderio di conquistare il futuro dal terrore di essere inculati dal passato. La socialità è ormai un reality: serve a sfogarsi e a distrarsi. C'è un bell'articolo di Marco Mancassola, pubblicato ieri sul Manifesto e rimbalzato su Facebook. Titolo: Generazione locked-in. Tra le tante domande che pone: "Perché un popolo di trentenni precari e sottopagati, de-realizzati, senza prospettive su alcun piano, si limita a soffrire ognuno per conto suo, nel chiuso ermetico della propria esistenza?". Spesso è così, è vero. Ma altrettanto spesso la sofferenza riesce a uscire dal chiuso ermetico... peccato che si concretizzi solo in uno sterile lamento. Un rumoriccio di sottofondo. Una scoreggetta buttata lì. Venti righe su un blog o uno status esclamativo su Facebook. Un "che merda" rantolante, con l'occhio triste e il bisogno quasi disperato di tornare nel guscio. Siamo una generazione sbagliata. Paranoica. Depressa. Delusa. Eppure geneticamente paralizzata. Persino quando vediamo un errore su Wikipedia mica lo correggiamo, però ce ne lamentiamo. Ci sentiamo talmente fragili e stanchi che sugli autobus i posti dovrebbero riservarli a noi, non ai settantenni. Anzi, per colpa del Viagra e della pensione, quei maledetti settantenni iniziamo addirittura a invidiarli. Ma come, io sono qui che soffro e tu fai le orge a palazzo? Abbiamo imparato solo una cosa: aspettare Godot. Perché Godot deve assolutamente arrivare. Deve rimettere le cose a posto. Deve darci quello che ci è stato promesso, assicurato, garantito negli anni felici e totalmente disimpegnati della gioventù. Siamo la generazione sbagliata. Sfigata. Non abbiamo colpe, e anche di vertebre non è che ne siano rimaste molte. Però sappiamo aspettare. E aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Su Wikipedia c'è scritto che Godot alla fine mica arriva. Ma è di certo un altro errore. 

sabato, novembre 06, 2010

A Damon Albarn non piacciono i talent show.



I Blur, i Gorillaz, i The Good, the Bad and the Queen, la cotta per Reykjavik e l'Islanda. Sono parecchi i pregi di  Damon Albarn. E sembra che ne emergeranno altri nei prossimi mesi, compresa una nuova band - che promette di essere assai ritmica - con Tony Allen e Flea dei Red Hot Chili Peppers. Ecco un paio di estratti da una lunga intervista apparsa qualche giorno fa sul sito web neozelandese Stuff.

Sul lavoro del musicista:
"Well it's all about the palette you use. I mean, I'm still the same songwriter, I have the same ideas. In that sense it's all the same but the entry point is very different, the palette is different. With Gorillaz, I mean, really, it has no form," break for a brief laugh, "hopefully it will feel like a benchmark really, this group. I mean that - it has been a rewarding experience. Also you have to remember that the reason I have been able to do all these things is because I work hard at them and I have not been touring. I gave up touring and focused on the work of writing. I have a young family so touring was not desirable, not ideal. And so I started working five days a week with a studio I've built, treating it like a 9-5 job. I've been bringing up a family and I've been enormously productive because of not touring and having a home studio - it's really that simple. I'm interested in a lot of different music and I have worked hard to put it across."

Sui talent show:
"Well, it's just an empty vessel really, innit? I mean I just find that there's nothing there at all. It's pointless. And I think the really sad thing is that it's actually just wrong to build up these hopes and to build this hype because where it is really wrong is that there'll be a generation that will be left standing there with nothing. They will actually have nothing. None of this music is going to last. None of these acts will mean anything at all. And there will be a generation just left standing there holding this...this...empty vessel." 

lunedì, agosto 16, 2010

R.I.P. - Bruno Schleinstein

Trent'anni e qualche spicciolo fa, la notte prima di suicidarsi, Ian Curtis guardò in tv il film La ballata di Stroszek di Werner Herzog. In Control, il biopic sul cantante dei Joy Division, se ne vede una scena. Bruno Schleinstein, il protagonista di quel film (e del precedente L'enigma di Kaspar Hauser), è morto martedì 10 agosto a Berlino, all'età di 78 anni. Cresciuto tra orfanotrofi nazisti e manicomi, Bruno S. venne scovato da Herzog a suonare per le strade berlinesi ed elevato a icona culturale dei cinefili per una breve stagione, prima di ridiscendere nei viottoli dell'oblio (qui, un bello e dolceamaro ritratto pubblicato il giorno di Natale del 2008 sul New York Times). 

martedì, giugno 22, 2010

Il brutto della diretta.

 
La dittatura del presente contro la dittatura del limbo. Nel 2010, nell'era del trionfo di ogni singolo istante, in cui siamo tutti aggiornati su qualsiasi cosa accade nel momento stesso in cui ciò accade, può ancora capitare che un intero paese scopra per la prima volta il bello (e il brutto) della diretta. Ai cittadini della Corea del Nord ieri è stato concesso l'incredibile privilegio di poter vedere in diretta televisiva la partita della propria nazionale contro il Portogallo, ai Mondiali del Sudafrica. Non era mai capitato prima. L'unico canale tv del paese al massimo aveva trasmesso le partite registrate, il giorno successivo. Mentre gran parte del mondo ha ormai ripudiato il concetto stesso di differita, al punto che l'episodio finale di Lost deve essere trasmesso in diretta ovunque e che lo streaming sta surclassando la registrazione/memorizzazione, i nordcoreani scoprono per la prima volta cosa vuol dire vedere una partita di calcio nel momento stesso in cui questa viene giocata. Nel 2010. Una gentile concessione del regime. Che probabilmente ora si starà mordendo le mani, visto che il suo regalo al popolo si è tramutato in una lenta e umiliante Caporetto: nell'attesissima partita della rivincita (il Portogallo aveva sconfitto la Corea del Nord nei quarti di finale dell'edizione 1966 dei Mondiali), quella che avrebbe dovuto celebrare la superiorità della nazione comunista e del suo leader, i coreani sono stati travolti: 7-0. Ha segnato persino due gol Tiago (e i tifosi juventini sanno come questa sia forse l'umiliazione più grande). Per noi è solo una briciola di presente, un granellino nella sabbia di un miliardo di altre partite: toh, guarda, è finita 7-0, oggi chi gioca?  Ma cosa devono essere stati quei novanta minuti per i coreani? Un'Italia-Germania 4-3 al contrario? Un'infamia che provocherà altri mille anni di embargo televisivo? In mezzo al disastro, saranno riusciti a catturare uno spicchio di chiassoso e vuvuzelante presente, prima di tornare nel loro limbo misterioso, ovattato, protetto e condannato a rimanere immobile nel tempo?

mercoledì, aprile 14, 2010

Katie Sketch, le Organ e il lesbo-bar di Toronto.

Katie Sketch è stata la cantante delle Organ, un gruppo canadese il cui unico album (Grab That Gun, 2004) ho adorato in modo tanto intenso quanto irrazionale. Le Organ non sono durate molto. Il tempo di riuscire a vederle nel 2006 a Milano e Benicassim e poi - puff - la band si è sciolta e il suo ricordo è stato sepolto sotto il peso di un miliardo di altri gruppi, stimoli, cose, persone. Ma non è morto. E' rimasto lì a riposare, sotto tutti quei gruppistimolicosepersone, pronto a tornare a galla al momento opportuno. Cioè oggi. Quando lo shuffle dell'iPod, con la consueta nonchalance, ha sputato improvvisamente fuori Brother. L'effetto distrazione è stato improvviso. Così come il dubbio da soddisfare: che fine avranno fatto quelle simpatiche e un po' darkeggianti figliuole? Una risposta parziale è arrivata da Wikipedia, dove si accenna all'acquisto di un bar a Toronto da parte di Katie e dell'ex-organista della band Jenny Smyth. E da quest'articolo del giugno 2009 di Eye Weekly, che spiega come il locale gestito dalle due ragazze (l'Henhouse di Dundas Street) sia diventato "one of the city's hottest lesbian bars".

(nell'immagine a sinistra, un preziosissimo reperto: la scaletta, vergata a mano da Katie, del concerto delle Organ al Transilvania di Milano nel 2006)