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sabato, maggio 09, 2015

Dove trovare contenuti sotto licenza Creative Commons

Le opzioni di copyright offerte da Medium.
Da mercoledì 6 maggio, gli articoli pubblicati sulla piattaforma Medium possono essere distribuiti sotto Creative Commons. La notizia riporta un po' di luce su questo sistema di licenze alternative, che si avvicina a compiere quindici anni di vita e rappresenta il tentativo più concreto di trovare un equilibrio tra il regime del copyright (che vieta qualsiasi forma di copia non autorizzata) e la realtà di Internet (che basa il suo funzionamento proprio sulla copia infinita di contenuti digitali).

Rispetto a qualche anno fa, oggi le Creative Commons presentano un sapore quasi tecnovintage. Con l'accelerazione verso la comunicazione istantanea impressa dai social network (e con la diffusione di strumenti embed, come quelli che permettono di condividere ovunque e legalmente i video di YouTube), per molti creatori l'attenzione si è spostata dal come tutelare i propri contenuti a come farli circolare in modo più rapido ed efficace.

Ma le Creative Commons non sono da riporre nei manuali di storia di Internet. Da un lato, perché rappresentano una terza via, a metà strada tra copyright e pubblico dominio, che è bene tenere a mente in vista di un'eventuale ridefinizione del sistema globale di tutela della proprietà intellettuale. Dall'altro, perché sono molto presenti in settori-chiave della società, della conoscenza e del web: dalle riviste scientifiche/accademiche a Wikipedia, le cui voci sono distribuite sotto CC.

Il problema è dove trovare online contenuti multimediali sotto licenza Creative Commons. Non esiste una soluzione del tutto soddisfacente, ma nei corsi di scrittura digitale consiglio sempre di provare a partire dal motore di ricerca sul sito americano di Creative Commons. Come si vede dall'immagine sotto, permette di gestire ricerche su Flickr, Google Images, YouTube, SoundCloud e altri grandi archivi online che autorizzano la pubblicazione di contenuti sotto licenze alternative.

Si tratta di un buon metodo per velocizzare le ricerche, ma è necessaria un'avvertenza: l'interfaccia fornita da Creative Commons (in fase di aggiornamento) si collega a motori esterni, che restringono le ricerche ai contenuti "indicati" come sotto licenza CC. Non offre garanzie sulla veridicità della certificazione. Quando si è nel dubbio - e soprattutto se si vuole riutilizzare un contenuto a fini commerciali - meglio effettuare ulteriori verifiche con l'autore o il sito d'origine.

Esempio: utilizzando "Torino" come chiave di ricerca e "Google Images" come sito di riferimento,
i primi risultati fanno tutti riferimento a immagini ospitate su Wikipedia






lunedì, marzo 16, 2015

Quando Michael Jackson comprò le canzoni dei Beatles


Il complesso mondo del diritto d'autore conserva una miriade di aneddoti, curiosità e storie a loro modo avvincenti. Come quella del travagliato destino dell'edizioni del catalogo dei Beatles, che dopo diverse peregrinazioni negli anni Ottanta sono finite nelle mani di Michael Jackson e ancora oggi sono in parte controllate dagli eredi del cantante.

Qualche giorno fa ho trovato un articolo che racconta la vicenda, suddividendola in due parti: How Paul McCartney and John Lennon Lost Ownership of the Beatles catalogue e How Michael Jackson bought the Beatles catalogue and turned it into a billion dollar empire. Il doppio articolo - che ricalca in modo fedele la ricostruzione disponibile su Wikipedia - è molto interessante e spiega diverse cose su come funziona l'industria musicale e su come ad arricchirsi con il sistema del copyright spesso non siano necessariamente o principalmente gli autori delle opere. 

Ecco i passaggi più significativi:

1. Il peccato originale. Nel 1963 John Lennon e Paul McCartney, su suggerimento di Brian Epstein, creano una società destinata a proteggere i diritti sulle edizioni dei loro brani: la Northern Songs. Il problema è che i due artisti - che all'epoca hanno rispettivamente 23 e 21 anni - accettano di controllarne solo il 20% a testa. Il 10% va a Epstein, il 50% a Dick James e Charles Silver. 

2. ATV machine. Dopo una serie di passaggi intermedi, dopo la morte di Epstein e dopo un infruttuoso tentativo da parte di Lennon & McCartney di riprendere il controllo dei brani, nel 1967 James e Silver vendono il loro pacchetto di quote a una compagnia chiamata ATV Music Publishing. 

3. Il lungo addio. Nel 1969, con i Beatles in fase terminale e con il desiderio di liberarsi anche di un vecchio obbligo contrattuale che li avrebbe costretti a scrivere nuove canzoni per la ATV fino al 1973, Lennon e McCartney decidono di vendere alla società anche le loro quote della Northern Songs. Da quel momento ATV controlla il 100% delle edizioni dei brani scritti dai due artisti per i Beatles.

4. Smooth Criminal. Nel 1982 Paul McCartney ospita Michael Jackson per registrare Say Say Say. Una sera, dopo cena, gli mostra una cartellina in cui sono elencate tutte le canzoni di cui detiene i diritti. Perso il repertorio dei Beatles (e senza esser riuscito a convincere Yoko Ono a ricomprarlo assieme), McCartney ha infatti acquisito i diritti di canzoni di altri artisti famosi, arrivando a guadagnare decine di milioni di dollari all'anno. Michael Jackson si dimostra molto interessato e sembra che pronunci la battuta: "Un giorno sarò io a controllare le tue canzoni".

5. Quel giorno non è lontano. Nel 1984 il nuovo proprietario della ATV Music Publishing, il miliardario Robert Holmes à Court, decide di metterla in vendita. Michael Jackson, che negli ultimi due anni ha seguito il consiglio di McCartney e ha iniziato ad acquistare i diritti di centinaia di canzoni, avvia le trattative di acquisto (sembra dopo essersi accertato del disinteresse di McCartney). L'operazione si chiude nell'agosto del 1985, al prezzo di 47,5 milioni di dollari.   

La storia proseguirà negli anni Novanta, con la cessione da parte di Jackson di metà della ATV alla Sony. Oggi dopo la scomparsa dell'artista avvenuta nel 2009, su Wikipedia si legge che "Sony/ATV Music Publishing is the largest music publishing company in the world and is co-owned by Sony Corporation and the Estate of Michael Jackson". E nel suo immenso catalogo, mezzo secolo dopo, ci sono ancora le edizioni dei Beatles. 

venerdì, ottobre 10, 2014

Copiare le idee: da giovani è innovazione, da vecchi è furto?

Jonathan Ive sul palco del Vanity Fair New Establishment Summit

Secondo una storia su cui ammetto di non aver mai indagato molto, ma che probabilmente non è troppo distante dalla realtà, la giovane Hollywood è stata costruita all'insegna della pirateria. All'inizio del secolo scorso, alcuni produttori si spostarono da New York alla West Coast e - contando sulla distanza e su leggi di copyright ancora molto blande - iniziarono a replicare le storie, le sceneggiature, i film dei produttori della Costa Atlantica, gettando le basi per quello che sarebbe diventato un impero. Poi, nella seconda metà del Novecento, lo stesso impero avrebbe invece lottato per irrigidire ed estendere all'infinito le norme sul copyright (con un obiettivo che ancora oggi appare tanto chiaro quanto inquietante: evitare che qualsiasi cosa, a cominciare da Topolino, finisca nel pubblico dominio).

Questo esempio mi è tornato in mente oggi, leggendo un articolo di The Verge in cui si riportano i commenti rilasciati il 9 ottobre da Jony Ive, il guru del design Apple, al Vanity Fair New Establishment Summit di San Francisco. In riferimento a prodotti fortemente "ispirati" allo stile Apple, come lo Xiaomi Mi Pad, Ive dice di non sentirsi affatto lusingato, bensì incazzato. "Non lo vedo come un omaggio, ma come un furto". Il territorio è ben conosciuto, non solo nel mondo dell'industria e dell'high tech ma anche in quello della creatività artistica: in eterno bilico sul confine tra citazione e plagio. E probabilmente Ive ha ragione nel distinguere l'ispirazione dall'imitazione e nel lamentarsi degli eccessi di questa moderna età dei cloni. Ma la sua reazione violenta ha il retrogusto della leggenda hollywoodiana. Un altro evento caro alla mitologia del progresso tecnologico è infatti la visita di Steve Jobs ai laboratori Xerox di Palo Alto nel 1979, quella in cui il fondatore di Apple scoprì e "rubò" le idee del mouse, delle finestre, dell'interfaccia grafica, poi sviluppate nei Macintosh.  

Un'altra leggenda, forse. Riscritta e amplificata dal trascorrere del tempo, nonché accompagnata dalla giustificazione "sì, ma lui quelle idee le ha trasformate e migliorate". A mio parere, il problema rimane lo stesso: la doppia e comunissima natura dell'azienda (o dell'intera industria) che da giovane si muove con allegra spavalderia nei confronti delle regole, per poi gradualmente adottare comportamenti sempre più chiusi e conservatori, soprattutto quando i fatturati crescono a dismisura e in modo inversamente proporzionale al potenziale innovativo dei propri prodotti. Il periscopio non deve rimanere ancorato a passato e presente, possiamo anche girarlo verso il futuro. Facebook, Google e Amazon sono giovani. Ma non più così giovani. E nel loro settore sono tutte aziende quasi-monopoliste. Dopo aver ridisegnato il nostro mondo - spesso con spavalderia ancora maggiore rispetto a quella di Hollywood o Apple  - si trasformeranno anche loro in entità conservatrici? Inizieranno a lamentarsi di comportamenti che sono stati decisivi nel loro processo di crescita? Lo stanno già facendo?

mercoledì, ottobre 24, 2012

Sei fuori! (quando Amazon decide di non farti più entrare sul Kindle)


E’ un moderno racconto dell’orrore digitale quello che ha visto come protagonista, un paio di giorni fa, un’utente norvegese di Amazon, improvvisamente cacciata dal servizio di gestione ebook: account cancellato, libri regolarmente acquistati smaterializzati dal suo Kindle e una sorta di uomo-robot a rispondere come un muro di gomma alle sue email, senza offrire spiegazioni, ma semplicemente ripetendo come un Briatore qualsiasi: “Sei fuori!”.

La storia è venuta fuori grazie al post di un amico, Martin Bekkelund, che ha raccontato la versione di Linn (la ragazza “espulsa”) sul suo blog, con tanto di copia-e-incolla del surreale scambio di email con Amazon. Quando è uscito il post, il dramma era ancora in corso. Il tam tam antisopruso ha impiegato poche ore a raggiungere le antenne di autorevoli e influenti commentatori del web, come Jeff Jarvis e Cory Doctorow, che hanno prontamente fatto da megafono alla vicenda. Simon Phipps ha anche contattato la ragazza norvegese e il suo è forse il resoconto più dettagliato di quanto accaduto. 

Alla fine, come per magia e nonostante l’uomo-robot avesse invitato Linn a lasciare ogni speranza, l’account è stato “misteriosamente” riattivato e tutto si è sgonfiato. A chi volesse saperne di più, consiglio di consultare gli articoli linkati sopra. Ne viene fuori un bel groviglio. Esattamente lo stesso che avvolge qualcosa all’apparenza così semplice, leggero, moderno ed efficiente come il sistema di “vendita” di libri elettronici su Amazon. Un meccanismo in grado di regalarti non poche gioie – come può testimoniare il sottoscritto, che da poco ha finalmente ceduto alla tentazione e si è acquistato un Kindle – e che tuttavia si poggia su basi legali, tecnologiche e anche filosofiche un po’ inquietanti. E assai diverse rispetto a ciò a cui eravamo abituati nel mondo predigitale in cui i contenuti si acquistavano per davvero. Non si veniva solo illusi di farlo. 

Su molti negozi di ebook, Amazon compreso, domina ancora quella parolina che per quasi un decennio ha imperversato nel mercato della musica digitale: DRM. Digital Rights Managements. I contenuti che acquisti (nella fattispecie, i libri elettronici) e scarichi sul tuo bel dispositivo portale, in realtà non diventano tuoi. Li hai solo presi in licenza e risponderanno sempre alle regole dei citati DRM. Ma quello forse sarebbe il meno. Il più è che, per come è strutturato, Amazon esercita un controllo diretto sul contenuto digitale e sul network dei Kindle. E se ti scopre a violare le sue regole (o pensa che tu lo abbia fatto: nel caso di Linn non sembra ci sia stata alcuna violazione), può intervenire a distanza. Agire sul dispositivo, magari quando riposa sul tuo comodino mentre dormi, cancellarti i libri. 

Con l’aggravante, come dimostrato dallo scambio di email che ha coinvolto l’utente norvegese, di lasciarti nell’impossibilità pratica di reagire. Se Golia ha deciso che sei fuori, tu piccolo Davide non puoi fare nulla. Se non ci fosse stata la levata di scudi popolare e l’intervento dei vari Jarvis e Doctorow, è possibile che l’inconveniente non venisse mai risolto. Di certo non così in fretta. E tutti i libri acquistati (e pagati) dall’utente norvegese sarebbero scomparsi nel nulla, come le ormai proverbiali e triste lacrime nella pioggia. 

Il problema non è di poco conto. Ci sono molteplici risvolti: 
  • economici/industriali: è giustificabile il costo così alto di libri elettronici che di fatto (oltre a essere digitali, e quindi non prevedere costi di stampa o distribuzione fisica), ti vengono solo prestati?; 
  • legali: l’eterna controversia sul diritto d’autore e sul copyright trasformato più in strumento di controllo e sfruttamento dei contenuti, che di stimolo della produzione creativa;
  • commerciali/concorrenziali: in casi come questi, di fatto, il DRM è inteso come mezzo per rafforzare un monopolio o comunque un controllo ferreo sul mercato; quello di Amazon/Kindle, come l’universo mobile Apple/App Store, è un recinto chiuso; 
  • filosofici/etici: è auspicabile lo sviluppo e la diffusione di sistemi di controllo a distanza così invasivi e potenti? Anche qui non sussiste qualche problema di privacy? (la domanda è rivolta soprattutto alle istituzioni, a cominciare dalla Commissione Europea)
  • paradossali: come hanno segnalato molti degli utenti che hanno commentato il post di Martin Bekkelund e gli altri articoli citati sopra, alla fine l’unico modo che hai per fare in modo che un contenuto sia davvero tuo è di piratarlo, spogliarlo dei DRM (incorrendo automaticamente nell’ira di Amazon), scaricarlo in formati liberi dal P2P. Un problema che nel campo della musica è venuto meno quando i due principali competitor del mercato, prima la stessa Amazon poi Apple, hanno convinto i produttori a vendere brani privi di DRM;  
Come detto, l’ecosistema Kindle offre dei servizi a elevato valore. La sua bright side è ricca di possibilità e di funzioni che rendono la lettura (e anche il commercio di ebook, dal punto di vista degli autori) un’esperienza addirittura più piena, libera e potente che in passato. Personalmente, quei nanosecondi che trascorrono dal momento in cui scopro che è uscito un libro in lingua inglese che mi interessa, faccio un one-click e mi arriva sul lettore hanno ancora il sapore della magia. C’è però anche una dark side. Ed è piuttosto appiccicosa. Leggendo storie come quella di Linn, scende qualche brivido lungo la schiena e sale il dubbio che la direzione non sia quella giusta, che ci sia bisogno di correggere qualcosa. 

Il lato positivo di tutta la faccenda? Forse proprio il modo in cui la bomba è stata disinnescata. Il passaparola sui social network, sulle mailing list (io ho scoperto la notizia su quella di Nexa) e l’intervento di figure forti, indipendenti, che hanno portato la storia all’attenzione di un pubblico più vasto e hanno probabilmente velocizzato la soluzione del problema. Ci sono tanti fastidi nella possibilità che oggi tutti hanno di dire la loro su Internet. Anche lì, il lato oscuro (e soprattutto rumoroso) non manca. Ma la superiorità della bright side – la nascita di una nuova generazione di cani da guardia, tosti e globali, in grado di non lasciar passare scorrettezze, ingiustizie, problemi o anche solo spiacevoli inceppamenti del sistema – è ancora netta.

(a proposito di politiche reader-friendly, totale assenza di DRM e un approccio sostanzialmente diverso alla vendita di e-book, proprio oggi ho scritto su LaStampa.it un articolo su tutta un'altra storia: Il miracolo degli Humble Bundle, gli e-book a prezzo libero). 

giovedì, agosto 04, 2011

Il pere di Ubu.


Per la serie: le interviste che avrei voluto e dovuto fare io, se ancora fossi il ghepardo di dieci anni fa. Kenneth Goldsmith è il fondatore di Ubu, un immenso archivio online di poesia, videosperimentazione, arte d'avanguardia e nicchie creative varie, con frammenti di Cage, Ballard, Sun Ra, Satie, Borges, Brecht, Greenaway, Eno, Debord, Sontag... Semplicissimo nella struttura grafica (very 1.0), ma dotato di una sua arcaica multimedialità (con video, testi, immagini, audio). Goldsmith viene intervistato dal magazine Tank. Qui sotto, qualche estratto. Qui, l'intervista integrale.

NR: Why do you think that is the case?
KG: Everyone is frightened of copyright. Ubuweb simply acts like copyright doesn’t exist: we just ignore it. Everything on Ubu is free. We don’t touch money. The site is run by students and volunteers, and our server space and bandwidth is donated by universities. Ubu has discovered an economic gray zone by hosting out-of-print and hard-to-find items that aren’t valuable, economically speaking. It’s mostly artists’ ephemera and although it might not be worth a lot of money, intellectually and historically it’s priceless. The only value of the avant-garde is artistic and political.

NR: How do you think new digital technology affects how artists create and show their work?
KG: If you look at art galleries and art fairs, you’d forget that the internet even exists. To me, that’s not being contemporary. The market is still the thing that drives the art world, to the exclusion of almost everything else. I feel the art world is falling behind culture. Art used to lead culture – if I wanted the latest and most innovative ideas, I’d go to a contemporary art museum. Today, I’ll go to Apple. Corporate and mainstream culture makes the art world look like an antiques shop. What the art world is missing is the idea that it’s not the content any more that makes a work radical; instead, it is the way it’s distributed. A Matthew Barney video is still a Matthew Barney video, just as it was 20 years ago, but how it is distributed – across file-sharing networks to far-flung corners of the world, for free and on demand – is what makes it radical. For the art world, the primacy of content has long been replaced by market status. The art world doesn’t care what artworks are about; they care how much money they are worth.

NR: You have said you don’t believe in a democratic approach to art – why is that?
KG: One of the problems with the web – and social media in general – is the ethos of “everything is good” (the “like” button on Facebook), or “everybody has a voice”. Everybody might have a voice, but not every voice is worth listening to. You need someone to separate and discern which ones are worth hearing. And that’s always been the role of the curator. In the age of the archivist – and we are all archivists by default in the digital era – curation has become even more important. With more and more artworks and files, you really need someone to sort it all out for you. Ubu doesn’t have an open policy or any social media or “community” attached to it. It’s more like a library where you come to it and take what’s there.

venerdì, febbraio 05, 2010

Errare è discografico, perseverare è librario.


(fonte immagine: CrunchGear)

Le case editrici di libri hanno avuto la "fortuna" di assistere da lontano al tracollo dell'industria discografica: l'avvento di Napster, gli MP3, l'iPod, iTunes, la disintermediazione, lo streaming, eccetera eccetera. Quindi, si suppone, dovrebbero cercare di trarre qualche beneficio da quella lezione. Di non commettere gli stessi errori. Di evitare il baratro.
Quanto sta avvenendo in questi giorni, sembra invece mostrare l'esatto contrario. A cominciare da Macmillan e proseguendo con la Harper & Collins (appendice libraria dell'impero di Rupert Murdoch), i grandi editori stanno cercando di sfruttare la concorrenza iPad/Kindle nel mercato degli ereader per alzare i prezzi dei loro libri elettronici. E intanto, nel tempo libero si lamentano del rischio pirateria legato alla transizione verso il digitale. Eppure, è proprio aumentando i prezzi e avvicinandoli artificialmente a quelli dei libri di carta, che si rischia di agevolare il trionfo della pirateria. Esattamente come accaduto nel mondo della musica.
Quando Napster "liberò" gli MP3 e decine di milioni di utenti presero a scaricarli, consumarli e trasferirli sui loro iPod, l'industria discografica (soprattutto quella grande, le major) reagì con un harakiri durato diversi anni. Un harakiri di formato: niente MP3, niente libertà, solo DRM e ferrei divieti per qualsiasi utilizzo normalissimo nell'ambiente digitale (a cominciare dalla copia). Un harakiri di prezzo: mica possiamo allontanarci troppo dai 15 dollari di un album, no? Risultato: gli appassionati di musicale iniziarono a rifornirsi altrove e ancora oggi un vero mercato legale stenta a decollare.
Oggi le case editrici sanno come funzionano le cose. Non hanno scuse, non possono parlare di un ipotetico rischio di pirateria come se vagassero in cerca di una sfera di cristallo per comprendere un futuro imperscrutabile. Anche i libri inizieranno a circolare liberamente come canzoni, film e serie tv. Lo fanno già, in modo più o meno carbonaro. L'unica possibilità per fare concorrenza a questo scenario è di venire incontro ai lettori e al mercato, adattando le proprie politiche alle abitudini dei primi e alle condizioni del secondo. E difficilmente i lettori e il mercato accetteranno un prezzo di 15 dollari per un libro elettronico. E' assurdamente alto. Ed è inutile che gli editori dicano: "non è vero, non è alto! i libri di carta li vendiamo a 30 dollari o 25 euro!". Anche i cd si vendono a 20 euro, i vinili forse anche a qualcosa di più. Ma quello digitale è un altro mondo. Bisogna adattarsi.
Amazon non è una santa. Come fece Apple con iTunes, ha adottato la stessa strategia protettiva per i libri venduti per il Kindle: DRM a manetta, incompatibilità con altri lettori, e così via. Già questa non è una buona scelta, ma la forza della sua offerta è la stessa della coppia iTunes/iPod: un ottimo lettore su cui è più facile e comodo comprare un libro, che non scaricarlo dal P2P o da altre fonti non autorizzate. Per ora.
Solo che questo giochino può funzionare solo se si agisce in modo intelligente sulla leva del prezzo. Cioè: se non lo si aumenta in modo assurdo (Amazon vorrebbe tenere il limite a 9,99 dollari, che a me pare già un po' alto; Macmillan e Harper & Collins puntano ai 12/15 dollari). Nei loro comunicati stampa e nelle interviste, gli editori ripetono che bisogna attribuire il giusto valore a un libro, che bisogna compensare gli autori, che ci sono costi altissimi, che se no saranno costretti a licenziare migliaia di dipendenti innocenti, che deve essere così... Stranamente, non citano mai l'abbattimento dei costi di produzione/distribuzione permessi dal digitale. Una volta la scusa per l'aumento dei prezzi non era il costo della carta e i dei tir che servivano per arrivare in libreria? Con il digitale quelle voci non scompaiono del tutto, ma quasi. Quanto paga, un editore, per "stampare" e "distribuire" un libro elettronico? Quanti centesimi?
Viviamo in una società a scopo di lucro: tutti, il sottoscritto compreso, cerchiamo di guadagnare il più possibile dal nostro lavoro. Le case editrici cercano di spremere al massimo, a loro vantaggio, le mucche digitali di Amazon e Apple. Quella è l'unica ragione dell'aumento dei prezzi.
Non si venga però a dire che in questo modo si sviluppa un nuovo mercato, perchè la direzione sembra essere proprio quella opposta. Protezioni DRM, prezzi alti e una restrizione sistematica sulla circolazione dei contenuti (JK Rowling che si rifiuta di vendere versioni elettroniche dei suoi libri, così come fanno i Beatles nella musica...): tutte assi di legno perfette per la costruzione di un nuovo galeone pirata.
Con una doppia aggravante.
Primo: non siamo più nel 1999, sappiamo benissimo ciò che è accaduto negli ultimi dieci anni, non possiamo far finta di vivere su un pero. Secondo: rispetto alla musica, che un mattino si risvegliò improvvisamente su Internet grazie al malizioso intervento di un diciottenne appassionato di informatica, l'editoria ha la possibilità di costruire il nuovo mercato attraverso una via maestra, controllata, retribuita. Gli ebook non sono ancora diffusi ovunque. Stanno per farlo, proprio grazie a strumenti come l'iPad o il Kindle. Ma non lo sono ancora. E il ragazzino che inventerà il Napster perfetto per ereader non si è ancora palesato all'orizzonte. Le condizioni per anticiparlo, sviluppando un immenso mercato legale ci sono tutte. E' un privilegio che alle major discografiche non fu concesso. Eppure le case editrici rischiano di sprecarlo a causa di un'ingordigia a breve termine.

martedì, gennaio 12, 2010

Il copyright che protegge, il copyright che brucia e la fragilità delle nicchie





Cory Doctorow su Boing Boing riprende un articolo in cui Jamie Boyle denuncia i lati oscuri delle leggi sul copyright. In particolare, gli effetti incendiari su parte della cultura, che viene bruciata e dimenticata esattamente come i pompieri bruciavano e cancellavano i libri in Fahrenheit 451. Il succo dell'accusa: per blindare le opere più redditizie (Disney, Beatles...), l'industria dell'intrattenimento è riuscita a ottenere delle normative che non solo sono sempre più estese nel tempo (fino a 70 anni oltre la morte dell'autore), ma che automaticamente applicano il velo del copyright a qualsiasi opera. Anche su quelle che non hanno più valore commerciale e nessun editore/produttore ha più interesse a pubblicare, ristampare, diffondere. Nella stragrande maggioranza dei casi, il risultato è l'oblio dell'opera. Esattamente ciò che cercavano di ottenere i pompieri di Bradbury. Per usare una metafora ittica, il copyright agisce un po' come una spadara: il suo obiettivo sono i pesci più succosi, ma tra le sue maglie finisce impigliato un po' di tutto.

Da questo punto di vista, è chiaro come Internet sia intervenuta come una variabile impazzita e praticamente speculare. Mentre nel mondo "fisico" si fa di tutto per restringere il recinto del pubblico dominio, in Rete (nel P2P, su RapidShare, su YouTube) praticamente è come se ogni steccato venisse abbattuto e tutto confluisse in un pubblico dominio di fatto. Dai video dei Beatles (sopra) a quelli di reinterpretazioni jazz di Eleanor RiDby sulla tv neozelandese (sotto). Il problema è che il Web è un sistema imperfetto. Un oceano dove, sotto i crismi di una sostanziale illegalità, milioni di utenti si sono presi la briga di edificare e riempire la più impressionante biblioteca multimediale di tutti i tempi. Vastissima, spontanea, ma effimera. Limitata dalle preoccupazioni legali e basata sulle abituali dinamiche della massa. E' vero che il popolo di Internet benedice e legittima l'esistenza delle nicchie (la "lunga coda"), ma è anche vero che l'effetto complessivo delle sue interazioni pende pur sempre dalla parte del mainstream. Su eMule di Beatles ne trovi a bizzeffe, mentre della Eleanor RiDby di Marcia Hines non c'è traccia. Se la sua memoria sopravvive, è merito di quell'utente che si è messo a caricare vecchi video della tv kiwi su YouTube.

Spavaldi e infaticabili, i pirati hanno messo una prima toppa all'estinzione delle opere minacciate dal lato oscuro del copyright. Ma è una toppa organica, non organizzata. Ha un funzionamento affascinante, ma offre ben poche garanzie. Nonostante la diffusione di cataloghi legali sempre più grandi (milioni di canzoni su iTunes), nonostante il traffico corsaro sul P2P, ogni giorno siamo inconsapevoli testimoni della scomparsa di chissà quante porzioni della nostra storia e della nostra cultura. In buona parte si tratta solo di ciofeche che meritano l'estinzione? Può darsi. In buona parte. E poi perchè dovrebbero comunque meritare l'estinzione, se è possibile evitarlo?

Una possibile modifica del copyright. Forse si potrebbe inserire l'obbligo a rendere sempre accessibile qualsiasi opera di cui si detiene il diritto di pubblicazione. Il copyright non sarebbe più solo "sfruttamento commerciale dell'opera", ma anche "tutela e garanzia della sua diffusione". In questo modo, probabilmente, gli editori si concentrerebbero sulle opere che ritengono più redditizie e le altre diventerebbero di pubblico dominio e potrebbero essere tranquilllamente salvate, senza paura di ritorsioni legali, su grandi biblioteche libere come l'Internet Archive. Così si sconfiggerebbe anche l'idea - oggi davvero tremendamente anacronistica - del "fuori catalogo". Poi si dovrebbe anche ragionare sulla durata nel tempo delle protezioni. Ma quella è un'altra, spinosissima, storia.




sabato, febbraio 28, 2009

Sita sings the blues... online!



Il bello dei festival cinematografici è quando scopri inaspettatamente dei piccoli grandi film. A me è capitato al Future Film Festival di Bologna con Sita Sings the Blues. E' stato l'ultimo film che ho visto, quasi per caso: avevo la domenica mattina da riempire, prima di un pranzo con amici e di prendere il treno del ritorno. L'orario di proiezione e la sala a due passi dall'albergo erano perfetti.
E' un film particolare, difficile da presentare, perchè qualsiasi modo in cui tu lo faccia non rende. Proviamo comunque: un coloratissimo cartone animato in cui la protagonista racconta i suoi problemi affettivi attraverso un parallelo con le vicende di un antico testo sacro indiano. Il tutto, usando come coro greco le registrazioni di una cantante jazz degli anni Trenta.
Visto? Non rende.
Eppure il film è molto meglio della sua presentazione. I disegni sono molto semplici, bidimensionali, vintage, l'approccio è invece moderno: sia per l'intreccio dei piani narrativi, sia per una commistione tra atmosfere diversissime (il Ramayana, il jazz, l'animazione) che sa molto di mash up.
La sua forza è la freschezza.
Da qualche giorno chiunque può vederlo online. Ancora invischiata in qualche problema di copyright (per le registrazioni jazz di settant'anni fa...), la regista Nina Paley lo ha comunque distribuito con licenza Creative Commons. Potete vederlo all'indirizzo che trovate in basso. Sul suo blog la Paley promette anche l'imminente arrivo di una versione ad alta qualità.
In lingua originale e senza sottotitoli, in effetti non è semplicissimo da seguire. Però almeno potete farvi un'idea.

Sita Sings the Blues in streaming.

venerdì, marzo 02, 2007

Ma perché ci deve essere ancora qualcuno che guadagna soldi sulle canzoni di Elvis Presley?

Le polemiche e i botta e risposta sul copyright e sul diritto d'autore si moltiplicano, anche sui quotidiani italiani. Oggi leggevo sull'inserto Nova del Sole 24 Ore la reazione di Giorgio Assumma (presidente della Siae) a un precedente intervento sulle stesse pagine di Massimo Mantellini.
Difendendo a spada tratta il diritto d'autore, Assumma scrive: "Il diritto d'autore non è un balzello, ma un diritto del lavoro. E' il salario di chi compone una canzone, scrive un romanzo, crea un film eccetera, e nessuno si sognerebbe di ridurre gli stipendi dei professori per aiutare, per esempio, la didattica" (la polemica era nata sull'utilizzo su Web a scopo didattico di materiale protetto da diritto d'autore).
Quelle di Assumma sono parole sacrosante. Il diritto d'autore è un salario che va pagato all'autore e che deve permettergli di sopravvivere e di continuare a creare.
Ma quando l'autore muore, non dovrebbe morire anche il diritto d'autore?
Perché c'é ancora qualcuno che guadagna soldi grazie alle canzoni di Elvis Presley, che ci ha lasciato ormai trent'anni fa? Perché Yoko Ono riceve le royalties su brani che i Beatles (e non certo lei) scrissero ancora prima che lei incontrasse John Lennon? E perché anche le case discografiche, le case d'edizione, e tutte le altre parti in causa ogni anno ricevono royalties su opere con cui non c'entrano assolutamente niente?
Assumma scrive: "Perché semplicemente, di Siae e società omologhe gli autori (più o meno famosi) e i loro eredi ci campano".
Vada per gli autori, ma gli eredi cosa c'entrano? Che diritto morale hanno sulle opere dei loro bisnonni, consuoceri o mariti morti?
Il primo esempio di Assumma riguardava i professori. Bene, mia madre ha insegnato per più di trent'anni in una scuola media. Ha guadagnato i suoi soldi, penso che abbia messo qualcosa da parte, ora è in pensione. Quando se ne andrà (speriamo tra due o tre secoli) presumibilmente lascerà quello che ha risparmiato a me e mia sorella. Stessa cosa per mio padre, che vende apparecchi chimici. Non lasceranno le loro pensioni o le "royalties" sul loro lavoro. Se io vorrò continuare a vivere, comprare poster su eBoy, andare al cinema e magari mettere su famiglia i soldi me li dovrò guadagnare. Con l'aiuto dell'eredità, ok. Ma senza il foraggio di un diritto d'autore su i compiti corretti da mia madre o le provette vendute da mio padre. E lo stesso discorso vale per qualsiasi tipo di lavoro. Che "royalties" lascia ai figli il panettiere? E il poliziotto? E l'operaio?
Per gli autori dovrebbe essere lo stesso. Elvis Presley avrà guadagnato un fracco di soldi nella sua carriera e presumibilmente ne avrà lasciati un bel po' ai suoi eredi. Bene, giusto, una normale eredità frutto di anni di lavoro. Perché Pino Presley, Michael Presley, Priscilla Presley o qualsiasi altro discendente da Elvis dovrebbe ottenere anche delle royalties aggiuntive per dieci, venti, trent'anni su canzoni che non ha mai scritto?
Mi si risponderà: perché c'è una legge che dice così.
Ok, ma come è stata scritta quella legge? Quali sono state la sua genesi e la sua evoluzione?
Vado a memoria, quindi sarò forse impreciso sui dettagli, però mi risulta che le prime leggi sul diritto d'autore - che nacquero proprio per tutelare e garantire gli autori (e non qualcun altro) - avessero delle durate molto più ridotte e addiritura prevedessero la cessazione dei diritti su un'opera con ancora l'autore in vita. Diciotto anni, mi pare fosse la durata del primo copyright negli Stati Uniti.
Poi qualcuno si accorse dei fantastici poteri del catalogo. Le opere migliori continuavano a essere vendute molti anni dopo la loro pubblicazione, generando super-profitti. Bisognava assolutamente fare in modo di controllarle più a lungo. Da qui i periodici "allungamenti" del periodo del copyright, sostenuti soprattutto dalle lobby dei produttori (discografici, cinematografici, librari). Come quello che in questi mesi viene dibattuto in Europa, per scongiurare che tra pochi anni le canzoni dei Beatles diventino di pubblico dominio.
Si fa tanto parlare dell'immoralità di chi scarica canzoni o film da Internet. Rubano il pane dalla tavola degli autori, si dice. Cioé, se io scarico una canzone di Jimi Hendrix a quale autore sottraggo il pane? Visto che si parla di moralità, quali sono le basi morali che giustificano questa espansione ad libitum del diritto d'autore? Non esistono. Non hanno senso. Sono solo frutto di convenzioni costruite ad arte nell'ultimo secolo.
Proprio perché si chiama così, il diritto d'autore dovrebbe tutelare esclusivamente l'autore. Finché vive, è giusto che si goda il frutto del suo lavoro. Quando muore, l'opera diventa di pubblico dominio, patrimonio di una collettività che ha un disperato bisogno di essere trattata come un insieme di cittadini da coltivare intellettualmente e non solo di consumatori da spremere. Non esiste alcuna ragione logica, etica, culturale, sociale o economica in grado di confutare questa posizione.
E' vero che perdendo i diritti sul catalogo gli editori e i produttori perderanno la loro più feconda gallina dalle uova d'oro. Ma allora forse saranno spronati a inventare qualche altra nuova gallina, a rigenerare la cultura (qui intesa essenzialmente come musica, cinema, letteratura), a farle recuperare quel ruolo di propulsione artistica in caduta libera. Senza indugiare in operazioni che in certi casi possono anche assumere connotati di cattivo gusto. Cosa penserà, da lassù, Fabrizio De André di tutte queste compilation con le sue Marinelle e le sue Bocca di Rosa che escono un Natale sì e l'altro pure? E il buon vecchio Lucio Battisti, forse il nostro miglior autore del ventesimo secolo, la colonna sonora della nostra anima? Perché le loro canzoni oggi non sono di tutti?
Lo ammetto: anch'io ho amato e invidiato lo Hugh Grant di About a Boy, che ciondola pigramente senza lavorare, grazie alle royalties di una canzone natalizia scritta dal babbo (che peraltro lui odia e non vorrebbe mai sentire). Ecco, per quanto ironica e irresistibile, quella è una fotografia di una delle grandi distorsioni dell'attuale sistema sul diritto d'autore. Perché Hugh Grant deve ricevere quell'assegno mensile? E' un autore? No. E allora perché deve essere tutelato e mantenuto da un "diritto d'autore"?

lunedì, aprile 25, 2005

Noiose considerazioni pomeridiane sul copyright

Mentre una coccinella dai colori improbabili zampetta tranquillamente sul mio pc, vi segnalo un compleanno che sono stati (comprensibilmente) in pochi a festeggiare. Il 23 aprile ha compiuto due anni il Founders' Copyright, una delle tante licenze inventate da quei tizi che si nascondono dietro al nome Creative Commons.

In mezzo a tanta modernità e futurologia, il Founders' Copyright rappresenta un tuffo nel passato più remoto, che per gli americani non va oltre al 1776. Dopo aver dichiarato l'indipendenza dalla perfida Albione, George Washington e compagni si preoccuparono di stabilire subito un paio di regole relative alla proprietà intellettuale. E fissarono in 14 anni il copyright su un'opera.

Per molto tempo, quello è rimasto il limite del diritto d'autore negli Stati Uniti, rinnovabile ad altri 14 anni dietro richiesta. Poi, su pressione dell'industria dell'intrattenimento (soprattutto di Hollywood, negli ultimi anni), quel limite è stato aumentato, aumentato, aumentato. E adesso in certi paesi è di 75 anni dopo la pubblicazione dell'opera (o addirittura dopo la morte dell'autore).

E' la sindrome di Walt Disney. Topolino è nato un bel po' di anni fa, ma è ancora molto redditizio. Perchè bisognerebbe renderlo di dominio pubblico, quando frutta ancora un sacco di quattrini? C'è già chi inizia a preoccuparsi per i Beatles. In Europa il limite del copyright è fissato a 50 anni dopo la pubblicazione. Nel 2013, quindi, le canzoni dei baronetti di Liverpool dovrebbero iniziare a diventare libere, copiabili, senza controllo. Un insulto per l'industria discografica, se si pensa che ancora oggi - epoca in cui finalmente si trovano nei negozi quasi tutti i compact disc di catalogo a 10 euro - i dischi dei Beatles sono gli unici ad essere venduti a prezzo pienissimo. Senza se e senza ma (però, su Amazon ho acquistato la raccolta 1 ad appena 10 dollari).

Se si considerasse la musica (e il cinema, e la letteratura) come un banale prodotto industrial-commerciale, allora non ci sarebbero dubbi. Il copyright potrebbe anche essere allungato ad libitum. Forse però bisognerebbe soffermarsi sugli aspetti culturali, sociali ed emotivi delle canzonette. Sull'effetto benefico che un ritornello azzeccato regala ai nostri cuori. Fate l'amore, non la guerra. E se non potete fare l'amore, almeno ascoltate un po' di buona musica: vedrete che vi passerà la voglia di fare la guerra. Ecco perchè non si può pensare alla musica semplicemente come a un prodotto.

Inoltre, non bisogna dimenticare che il diritto d'autore è nato per tutelare l'autore, per permettergli di guadagnare qualcosa grazie alle sue opere, di mangiare due pasti caldi al giorno e di continuare a creare. Non è stato inventato per garantire il guadagno di chi con quell'opera magari non ha mai avuto niente a che fare (se io compro un album dei Beatles, perchè i miei soldi devono finire a Michael Jackson?).
Quindi, se è sacrosanto chiedere che l'Iva della musica venga abbassata dal 20% al 4%, proprio insistendo sul suo valore culturale, sarebbe anche giusto tornare a un copyright a misura d'autore. Che serva a proteggere i diritti degli artisti e dei produttori che permettono agli artisti di diffondere il proprio lavoro, ma non a ostacolare la circolazione delle opere. Perchè se si è davvero convinti della valenza sociale e culturale del rock'n'roll, allora si dovrebbe essere contentissimi se le canzoni di Elvis Presley - che ormai è morto da quasi trent'anni - stanno iniziando a diventare di dominio pubblico. Esattamente come sono di dominio pubblico la Divina Commedia e le sinfonie di Beethoven.

E ricordiamoci che se un lavoro è di pubblico dominio, questo non vuol dire che diventa automaticamente poco profittevole. Negli ultimi anni, i grandi quotidiani nazionali hanno guadagnato un sacco di soldi offrendo insieme al giornale una serie di libri privi di diritto d'autore, ma venduti comunque a pagamento ("I grandi classici dell'Ottocento" di Repubblica, i "Classici" della Stampa, quelli del Corriere della Sera, ecc. ecc.). Nello splendido mondo che regaleremo ai nipoti dei nostri nipoti, forse si sarà finalmente capito che il profitto sociale di una maggior circolazione di cultura non arriva per forza a discapito di un profitto economico, anzi.

Tornando all'inizio del messaggio, quindi, tanti auguri al Founders' Copyright, con il quale le Creative Commons offrono la possibilità di proteggere le proprie opere all'antica, con 14 anni di copyright. E tanti saluti alla coccinella dai colori improbabili, che - evidentemente annoiata da quanto stavo scrivendo - è volata via dal mio computer.

lunedì, febbraio 28, 2005

Creative Kicks

E' partita una nuova rubrica di cui sono molto orgoglioso. Si chiama Creative Kicks ed è pubblicata su KwMusica. Ogni settimana segnalerò tre dischi che si possono scaricare gratuitamente (e legalmente) dal Web. Alcuni con licenza Creative Commons, altri semplicemente messi a disposizione di tutti dagli artisti. In questo numero, ci sono le forgotten songs di Jens Lekman, i remix di The Sand e un live degli ... And You Will Know Us by the Trail of Dead.
Perchè continuo a spingere verso il download gratuito da Internet?
Perchè secondo me:
- più liberta di download = più conoscenza musicale
- più conoscenza musicale = più interesse verso concerti, dischi, merchandising, giornali, verso la musica nel senso più completo del termine (quindi, non nel senso radiofonico e commerciale)
- più interesse vero (e non drogato dal marketing) = miglior salute dell'intero settore

LINK: Creative Kicks

venerdì, dicembre 24, 2004

Creative Commons e qualche netlabel

Giornata fortemente all'insegna delle Creative Commons.
Sul quotidiano La Stampa di oggi, nelle pagine della cultura, è uscito il mio articolo dedicato al lancio della versione italiana delle licenze. Quando l'ho visto non ho potuto evitare di provare una calda sensazione d'orgoglio e di intonare un canto di ringraziamento agli Dei dell'Olimpo (si tratta del mio battesimo in quella prestigiosa sezione del giornale). Purtroppo, non conosco il greco, ho cantato in piemontese e temo che gli Dei dell'Olimpo non abbiano capito niente.
Inoltre ho aggiunto qualche indirizzo alla "Creative Commons Community", sulla fascia laterale del blog.
Ecco le new-entry, nel dettaglio:
-) il blog ufficiale della Creative Commons
-) Textone: un'etichetta tedesca, specializzata in musica elettronica
-) Webbed Hand: un'etichetta americana, specializzata in musica sperimentale e d'avanguardia (roba davvero visionaria, che fonde suoni, rumori e voci)
-) Comfort Stand: un'etichetta americana senza una precisa bandiera stilistica (rock, elettronica, un po' di tutto). A prima vista, sembra quella che potrebbe offrirmi i maggiori piaceri musicali.
Textone, Webbed Hand e Comfort Stand sono state inserite nella neonata categoria "NetLabel". Così vengono indicate quelle etichette che promuovono i loro album su Internet, permettendone il download integrale. Sono molto più numerose di quanto uno potrebbe immaginare e non tutte hanno adottato le licenze Creative Commons (quelle che segnalerò nei link, però, sì). Tanto per dare i numeri, dal sito di Textone si possono scaricare ventidue album, da Webbed Hand trentasette e da Comfort Stand cinquanta.

giovedì, dicembre 16, 2004

Creative Commons, il lancio

Oggi ho assistito alla conferenza di presentazione della versione italiana delle Creative Commons. Si tratta di un pacchetto di licenze che ridisegnano il concetto di copyright, rendendolo più flessibile, adeguato a Internet e all'era digitale, con l'obiettivo di tutelare i diritti d'autore, al tempo stesso favorendo la massima diffusione e condivisione delle opere (che siano canzoni, film, testi scritti, ecc. ecc.).
Come era abbastanza prevedibile, mi sono innamorato del progetto e ho deciso di apportare un paio di modifiche a questo blog.
La prima è simboleggiata dalla scritta "building a Creative Commons community", in alto, sotto il titolo. Oggi si è parlato molto della fase 2 dello sviluppo delle Creative Commons. Dopo aver preparato il terreno da un punto di vista tecnico-legale (la versione italiana delle licenze si adatta al nostro ordinamento giuridico), ora si tratta di costruire una comunità attorno a questa iniziativa. Una comunità il più possibile numerosa - di artisti ma anche solo di persone comuni - che siano al corrente della presenza di questa alternativa. Per questa ragione, ho varato un acronimo bruttissimo - bTc - che sta a significare "building The community" e raccoglierà tutte le notizie relative al mondo Creative Commons. In particolare, cercherò di segnalare il maggior numero possibile di siti, etichette discografiche, artisti, case editrici, università, blog, ecc. ecc., che in qualche modo aderiscono al progetto.
La seconda novità sarà molto più graduale e riguarderà la fascia a destra del blog, nella quale compariranno i link più interessanti relativi al mondo Creative Commons. Il guaio è che il tempo è sempre poco e aggiornare il "template" è un procedimento piuttosto noioso (almeno per il pigro sottoscritto). Per cui, in realtà, non so quando avverrà questo cambiamento.
Terza e ultima novità: in data da destinarsi, anche tutti i contenuti di questo blog passeranno sotto una licenza Creative Commons.
Bene. Dopo questa dichiarazione d'intenti, chiudo con un paio di indirizzi chiave:
- Creative Commons (il sito ufficiale)
- iCommons Italy (il sito ufficiale italiano)
- Creativecommons.it (sito italiano non ufficiale, ma quasi, realizzato da alcuni volontari in collaborazione con iCommons Italy)

lunedì, novembre 15, 2004

The Wired CD: un cd da diffondere

Immagine tratta dal sito creativecommons.org

È The Wired Cd, la compilation distribuita in allegato al numero di novembre del mensile americano e da qualche giorno disponibile per il libero download su creativecommons.org/wired/. Sedici canzoni di altrettanti artisti, alcuni molto famosi (Gilberto Gil, Beastie Boys, David Byrne), altri un po' meno ma comunque parecchio bravi (Thievery Corporation, Le Tigre, Rapture, Matmos, Cornelius). Tutto in Mp3 e tutto gratis, con l'invito aperto a condividere, masterizzare e remixare le canzoni.

È uno spot pubblicitario per la diffusione gratuita e proletaria di musica online? No, è invece una forma di sostegno per quella meritevole entità californiana che passa sotto il nome di Creative Commons e che si batte per una nuova forma di copyright, più congeniale ai tempi digitali che stiamo vivendo. Non più un'unica licenza all rights reserved, ma tante licenze che proteggono alcuni diritti e ne lasciano liberi altri (puoi ascoltare la canzone, ma non masterizzarla; remixarla ma non venderla; e così via, a seconda dei casi).

Tra un mese, verranno presentate ufficialmente anche le Creative Commons italiane. Intanto, buon ascolto!

Link:
(brani di Beastie Boys, David Byrne, Zap Mama, My Morning Jacket, Spoon, Gilberto Gil, Dan the Automator, Thievery Corporation, Le Tigre, Paul Westerberg, Chuck D with Fine Arts Militia, Rapture, Cornelius, Danger Mouse & Jemini, Dj Dolores, Matmos)
(fresco articolo di news.com sui nuovi orizzonti "scientifici" di Creative Commons)