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domenica, ottobre 10, 2021

Zycie rodzinne

 

Il poster originale di Vita di famiglia (Zycie rodzinne) di Krzysztof Zanussi,
dalla carrellata dedicata da Mubi ai poster dell'edizione 1971 del New York Film Festival

lunedì, ottobre 12, 2020

Tempo, scienza, colori: un confronto tra Yellow Submarine e Tenet



Ho visto un film in cui due squadre di personaggi agiscono nello stesso momento: una va indietro nel tempo, l'altra avanti. E i membri che le formano sono gli stessi: in scena, cioè, ci sono contemporaneamente due versioni delle stesse persone. Si vedono, si incontrano, interagiscono. Sto parlando di Tenet di Christopher Nolan? Anche. Ma lo spunto da cui nasce questa riflessione è Yellow Submarine, la divertente (e delirante) avventura animata con i Beatles del 1968. Il segmento in questione è quello che apre il viaggio dei Fab Four sul sommergibile giallo, nel cosiddetto «Mare del Tempo».

Mettere a confronto Tenet e Yellow Submarine è un gioco intrigante, che ci dice molte cose sulle differenze tra gli anni Sessanta del secolo scorso e gli anni Dieci/Venti di questo. Anche nel pensare, gestire e raccontare le distorsioni temporali. Mentre Nolan costruisce un immenso castello scientifico-enigmistico, dove allo spettatore è richiesta una concentrazione massima per ottenere in cambio una comprensione minima (il film andrebbe rivisto due, cinque, dieci volte per prendere dimestichezza con i suoi meccanismi), quello dei Beatles è un sogno colorato che agisce esattamente al contrario: lo guardi con il minimo sforzo, ottenendo il massimo carico della sua abbacinante fantasia.

Il discorso vale per l'intero cartone animato, ma la sequenza nel «Mare del Tempo» è particolarmente efficace ed esemplificativa: non che manchino i paradossi e gli alambiccamenti tipici dei salti nel tempo, ma vengono presentati in modo esuberante, giocoso, con una estrema semplicità di lettura grafica e simbolica. Non devi sforzarti troppo per assimilare le immagini dei Beatles che tornano bambini, delle loro controparti che invecchiano rapidamente, o di tutti quegli orologi, clessidre e numeri che li circondano. Mentre Nolan cerca di spiegarci tutto fino alla dimensione subatomica, addentrandosi con piglio da scienziato in un maelstrom di impossibilità, i Beatles non spiegano nulla: la loro al massimo è fanta-filosofia, non fanta-scienza.

Per spiegare meglio questa differenza, ci aiuta un fuoripista a Disneyland. Immaginate di trovarvi di fronte Eta Beta, con il suo magico gonnellino nero da cui tira fuori di tutto. I Beatles di Yellow Submarine vengono da quel mondo di finzione: inventano, mostrano, ma non stanno a perder troppo tempo nel cercare di spiegarci come funziona. È la ragione per cui quello del tempo è solo uno dei tanti mari che esplorano con il sottomarino giallo (ci sono anche il «Mare della Scienza», il «Mare dei Mostri», il «Mare del Niente», il «Mare delle Teste», il «Mare dei Buchi»). Nolan è l'esatto opposto. Se dovesse mai girare un film su Eta Beta, probabilmente il 90% sarebbe dedicato alla giustificazione scientifica del suo gonnellino. Non è un caso, infatti, se all'ossessione spaziotemporale è dedicata quasi tutta la sua filmografia extra-Gotham (Memento, The Prestige, Inception, Interstellar...). 

Eta Beta e il suo tornello spazio-temporale quantico.  

Yellow Submarine sta agli anni Sessanta (o alla nostra percezione di essi), come Tenet sta all'attuale presente degli algoritmi. E forse Christopher Nolan è il più grande regista contemporaneo proprio per il coraggio, la coerenza, il rigore (e la probabile sofferenza) con cui affronta l'elemento davvero caratterizzante della nostra società e del nostro tempo: la sua estrema complessità. Una complessità che è implicita nell'idea stessa di globalizzazione (un unico network di sette miliardi di persone è inevitabilmente più complesso di tante comunità di poche centinaia, migliaia o anche milioni) ed esplicita nell'oggetto-simbolo della nostra epoca, lo smartphone (vi siete mai chiesti come fa davvero a fare tutte quelle cose?). 

L'architrave della poetica di Nolan è quasi un'utopia: lui prende qualcosa di iper-complesso (metafora del presente) e cerca di darcene una spiegazione scientifica. A rimetterci, quasi inevitabilmente, è la ruota dei colori. I suoi universi sono privi di vivacità. Tutto appare avvolto nell'ovatta monocromatica di una giornata luminosa ma senza un cielo davvero azzurro, un po' come quella che si vede alle spalle di John David Washington nell'immagine in apertura. Grigioblu: un colore perfettamente in linea con la realtà tecno-apatica del 2020 (il blu del digitale più il grigio dell'immobile flusso infinito). Allo stesso modo, la psichedelia e l'esplosione accesa di Yellow Submarine sembrano invece riportarci a un altro zeitgeist visivo, quello degli anni Sessanta, un decennio in cui la pop music, la pop art e tutto il resto del pop conquistarono il mondo occidentale, ricoprendolo con uno tsunami d'energia che sembrava in grado di lavar via finalmente gli ultimi detriti della Seconda Guerra Mondiale.

Il mio può sembrare un discorso deprimente, la constatazione di un'agonia o anche una critica a Nolan (e a un film, Tenet, che in effetti mi ha lasciato con non poche perplessità). In realtà è soprattutto un complimento: la certificazione del ruolo dell'Artista (quello con la A maiuscola, trasversale ai generi e ai linguaggi) come colui che – se non vuole limitarsi a replicare/rimpiangere/riprodurre il passato – deve forgiare le sue opere nello spirito esatto del tempo in cui vive. E lo spirito in cui stiamo vivendo da ben prima del tuffo nel virus, mi sembra rappresentato in modo davvero efficace dalla trappola palindromica di Tenet. Una dimensione sigillata, centripeta, dove il passato e il futuro convergono verso il presente. Ben distante dalla centrifuga cornucopia di possibilità a 360 gradi che è Pepperland, il pianeta multicolore di Yellow Submarine. Dove, e qui c'è un'ultima gustosa coincidenza, il Blu è il colore del Male, dei cattivi «Blue Meanies», coloro che vogliono spegnere la musica, la vita e tutto il resto.  

martedì, settembre 08, 2020

La villa che visse quattro volte


Se potesse parlare, Villa Scott avrebbe almeno quattro vite da raccontare. La prima inizia nel 1902, l'anno in cui fu progettata sulla collina di Torino da Pietro Fenoglio (il maestro del Liberty) su commissione di Alfonso Scott (amministratore della casa automobilistica Rapid, tra le prime rivali della Fiat). Una giovinezza d'alta borghesia che termina con la morte di Scott e il passaggio alle Suore della Redenzione, che la trasformano in collegio femminile. Siamo nel cuore del Novecento, chissà com'era l'Italia del boom vista dalle ragazze sulla collina. La quarta vita è quella attuale: acquistata da nuovi proprietari, la villa viene restaurata e oggi si presenta – seminascosta dagli alberi – come un gioiello di bovindi, scaloni e motivi floreali, meta di turisti che salgono su Corso Lanza solo per lei. Già, perché Villa Scott ormai è una star. E il merito va alla terza vita, la più breve: quei pochi giorni in cui negli anni Settanta le ragazze del collegio furono mandate in villeggiatura a Rimini e la casa fu usata da Dario Argento come set per Profondo rosso. Un film che oggi appare impossibile, con la trama che traballa come un ponte tibetano, eppure ancora potentissimo. L'occhio di Argento non è un occhio qualsiasi, così come la sua capacità di infondere una nuova e soprannaturale anima ai luoghi che sceglie come location. In Profondo rosso l'esempio più incredibile è Piazza CLN (sempre a Torino), che sul grande schermo rimane lei e diventa qualcos'altro. Anche Villa Scott non scherza. Passandoci davanti, in una tranquilla e soleggiata mattina di fine agosto, si percepisce un'aura insolita. Niente filastrocche arcane o bambini urlanti, ma è come se nell'aria pulsassero le ultime radiazioni scaturite dall'incontro tra i due visionari: Fenoglio e Argento. Non è un luogo segreto, il web è ricolmo di foto e video, con Google Maps la raggiungi in un baleno. Ma è perfetto per fare auguri torinesi a Dario Argento, che ieri ha compiuto 80 anni.

giovedì, febbraio 18, 2016

Le vite degli altri (1998-2016)


C'è una notevole progressione voyeuristico-tecnologica che ci porta da The Truman Show al social web, passando attraverso il Grande Fratello. The Truman Show è un film del 1998, diretto da Peter Weir e interpretato da Jim Carrey, in cui si immagina un reality televisivo costruito attorno alla figura di Truman Burbank. Senza saperlo, fin dalla nascita Truman è stato seguito dalle telecamere e la sua vita è confinata all'interno di un gigantesco set dove tutto è fittizio (parenti, amici, colleghi, luoghi) tranne - come suggerisce il demiurgo dello show Christof (Ed Harris) - Truman stesso. Sebbene il film si ispiri alla nascente/crescente fascinazione collettiva dell'epoca per i programmi reality, siamo ancora di fronte a uno spettacolo puramente cinematografico. Nel film, il pubblico che guarda la tv è in realtà un comprimario: quasi una stampella per sorreggere una narrazione tutta basata sul protagonista e su un discorso un po' alla Philip K. Dick (o, visto l'anno d'uscita del film, alla Matrix) sull'artificialità delle nostre vite e della realtà che ci circonda. Numericamente parlando, in Truman Show il protagonista è solo uno. Da un punto di vista tecnologico/espressivo, il mezzo utilizzato per raccontare la sua storia è il cinema (forma d'intrattenimento che, nella sua incarnazione originaria, richiede al pubblico di uscire dalle proprie case e raccogliersi in un luogo circoscritto e determinato). Anche la durata è limitata: nella finzione della vita di Truman sono circa centomila giorni, nella nostra fruizione i cento minuti del film. La costruzione narrativa e il distacco dalla nostra realtà sono totali: The Truman Show è un'opera di finzione al 100%, confezionata da un team di straordinari professionisti come il regista Peter Weir (Picnic ad Hanging Rock, L'attimo fuggente), lo sceneggiatore Andrew Niccol (fresco reduce dalla regia di Gattaca), l'attore Jim Carrey (all'epoca famoso soprattutto per i film demenziali, che sorprese il pubblico con un ruolo a tutti gli effetti drammatico), con un simbolismo evidente - persino plateale - fin dai nomi scelti: Tru(e)man, Christof, il paesino Seaheaven, la barca Santa Maria. 

Il 14 settembre del 2000, cioè più o meno un paio d'anni dopo l'uscita nei cinema di The Truman Show, il pubblico italiano scopre direttamente la "realtà" dei reality show. Quella sera viene trasmessa su Canale 5 la prima puntata della prima edizione del Grande Fratello. Rispetto a Truman, la progressione è evidente. Su tutti i piani. Dal punto di vista numerico, non c'è più un unico protagonista - attorniato da attori/complici - ma un gruppo di dieci persone. Si creano quindi delle relazioni sociali tra una piccola comunità di individui che partono allo stesso livello (non a caso, diversi commentatori ragionarono sul suo valore di esperimento sociale). Per quanto riguarda tecnologia e canale di distribuzione, il mezzo cinematografico viene sostituito da quello televisivo. Dunque, rispetto a The Truman Show, si entra direttamente nelle case degli spettatori. Anche la durata si espande: non più cento minuti, ma novantanove giorni (per i protagonisti) e una serie di appuntamenti settimanali in prima serata per i telespettatori. Come nella finzione ipotizzata dal film di Peter Weir, c'è però anche un'opzione - per gli abbonati alla pay tv - di seguire il programma 24 ore su 24. All'incremento dell'invasività del programma, corrisponde un aumento della sua opacità sull'asse finzione/realtà. Sebbene si sospetti fin da subito l'esistenza di autori incaricati di indirizzare gli avvenimenti nella casa dove sono rinchiusi i protagonisti, l'idea alla base del programma è quella di presentare al pubblico lo spettacolo della vita naturale di persone normali. Persone che potremmo essere noi. Se il volto di Jim Carrey creava automaticamente un effetto di distacco, quelli dello studente Pietro Tarricone, della bagnina Cristina Plevani o del pizzaiolo Salvo Veneziano generano nello spettatore televisivo un istantaneo effetto-specchio. Ma la presenza delle telecamere - di cui i protagonisti del programma, a differenza di Truman, sono perfettamente consapevoli - fa sì che il presunto gioco della realtà sia inevitabilmente contaminato dall'artificio. Il corto circuito è evidente: l'esperimento sociale non avviene tanto nella casa, quanto nel rapporto con gli spettatori a casa.

Facciamo un salto di quindici anni e arriviamo al presente, ai social network e in particolare a quello più popolare al mondo: Facebook. Di nuovo, siamo testimoni di una progressione a tutti i livelli, avvenuta a ritmi ancora più sostenuti di quella precedente. Per quanto riguarda i numeri, si balza improvvisamente dalla monarchia (Truman) e dall'oligarchia (i dieci del Grande Fratello) a una democrazia universale. Non solo il cast dello show adesso conta più di un miliardo di co-protagonisti (chiunque pubblichi/condivida qualcosa di personale) ma questi attori provengono da tutto il mondo (non più un villaggio come Seaheaven, né un paese come l'Italia: altra progressione) e non c'è più nemmeno bisogno di fare il minimo sforzo di identificazione: i protagonisti siamo davvero noi, i nostri parenti, i nostri amici di prima generazione e i nostri amici acquisiti sul web. Tecnologicamente parlando, si è passati al network digitale. Prima era venuto meno l'obbligo di andare al cinema, adesso anche quello di trovarsi davanti a un televisore: basta avere uno smartphone in mano per essere costantemente aggiornati sulle vite degli altri. Se già il Grande Fratello in versione pay tv poteva contare su una portata temporale di 24 ore su 24, con Facebook oggi si ragiona su un dominio del tutto nuovo: la totalità spaziotemporale. Lo spettacolo non va in scena solo in ogni istante, ma anche in ogni luogo. In quanto al vecchio corto circuito tra realtà e finzione, anche quello esplode in un vortice di opacità perfetta: le persone di cui scandagliamo la vita sulle bacheche dei social sono in carne e ossa, vediamo i loro volti, i loro animali domestici, i loro viaggi, i loro pensieri. Ma al tempo stesso, non sono loro. La consapevolezza della telecamera si è trasformata nella consapevolezza del selfie: noi tutti costruiamo una nuova identità da social network, che - a volte inconsciamente, più spesso scientemente - si distacca da quella che potremmo definire come naturale. Sotto molti aspetti, l'ambiente social contemporaneo rappresenta dunque una potentissima variazione dell'ipotesi - agli occhi dell'uomo del XXI secolo, ormai quasi umile - avanzata in e da The Truman Show. Un immenso spettacolo voyeuristico/tecnologico diffuso, di cui - come esige la dottrina del 2.0 - non siamo più semplici spettatori. 

Abbastanza curiosamente e altrettanto imprevedibilmente, questo ragionamento è scaturito dalla visione del surreale The Boy with a Camera for a Face. Scritto e diretto nel 2013 da Spencer Brown, premiato a diversi festival cinematografici, il cortometraggio è stato reso disponibile a inizio anno su Vimeo e lo trovate qui sotto (in versione originale, in inglese, a metà strada tra il musical e la poesia). Al suo interno si mescolano molti elementi della tesi che ho provato a esporre nelle righe precedenti. C'è la pura componente narrativa di The Truman Show, c'è la ricerca spasmodica della vita degli altri che ritorna sull'intero arco 1998-2016, c'è l'inevitabile contaminazione tra realtà e finzione, vita genuina e vita artificiale. Inoltre, in modo molto più diretto che in The Truman Show (che da buon film hollywoodiano evita di prendere di mira esplicitamente il proprio pubblico) si pone l'accento sui rischi che un'ulteriore espansione di questo trend potrebbe comportare: la progressiva trasformazione in spettatori-zombi delle vite altrui. Infine, pur passando da vie traverse e vintage (la testa del protagonista non è sostituita da un iPhone, ma da una vecchia macchina fotografica), l'autore apre anche una parentesi su un'altra evoluzione antropotecnologica del secolo digitale: il nostro rapporto con la cattura e l'archiviazione dell'immagine. Dell'istante. Di qualsiasi istante.



martedì, agosto 19, 2014

Come film e serie tv visualizzano sms, testi e Internet


A livello di linguaggio, l'incrocio tra formati, mezzi, canali e sfere sensoriali diverse è uno degli aspetti più affascinanti della comunicazione contemporanea. Sia dal punto di vista creativo/artistico che da quello della semplice analisi dell'esistente (e della sua continua mutazione). Spesso ci si sofferma sui percorsi che procedono in senso espansivo e transmediale, cioè in cui un contenuto viene sviluppato in modo da raggiungere (in forme diverse e autonome, ma intrecciate tra loro) più media differenti. Un esempio classico, ormai stagionato, è quello di Matrix: i fratelli Wachowski crearono diversi filoni narrativi, sviluppandoli attraverso la trilogia cinematografica, il videogioco e la serie di corti d'animazione The Animatrix. In comune (oltre ad alcuni personaggi) c'era soprattutto l'universo di riferimento. Oggi la transmedialità è quasi un obbligo, all'inseguimento dell'attenzione di un pubblico sempre più frammentato e distribuito su un ventaglio infinito di dispositivi, social network, interessi.

Esattamente opposto - ma non meno interessante - è il processo di sinergia che tenta di racchiudere più linguaggi all'interno di un unico formato, in passato "monopolistico". Da questo punto di vista, il detonatore è stato il Web: basti pensare al quotidiano di carta (testo + immagine fissa) che nella sua versione online si trasforma in contenitore di testi, immagini fisse, immagini video, podcast audio, banner, videogiochi, mappe... (aprite Repubblica.it, Corriere.it LaStampa.it per conferma). Ma il cambiamento, sospinto dalla digitalizzazione globale, è in corso ovunque. E sul fronte artistico e spettacolare se ne trova una traccia interessante nel crescente tentativo di inserire unità testuali caratteristiche della vita quotidiana (sms, whatsapp, email, tweet, status, siti web) nel racconto per immagini in movimento di cinema e serie tv. Il video qui sotto, realizzato da Tony Zhou, è una bella panoramica (sotto forma di microsaggio in inglese) del modo in cui gli autori di film, telefilm e cartoni animati hanno iniziato a sovrapporre i testi alle immagini. Non solo contribuendo al massiccio ritorno - quasi cento anni dopo le didascalie dei film muti - del testo all'interno del linguaggio cinematografico, ma anche risparmiando sul budget (è più economico applicare un testo in computer graphics che girare una scena per inquadrare lo schermo di uno smartphone o di un computer) e sviluppando un nuovo senso estetico e di design.


(non li ho ancora visti, ma anche gli altri video-saggi a tema cinematografico 
di Tony Zhou sembrano molto interessanti)

L'immagine che trovate in apertura, però, non rientra nel video di Tony Zhou. È un fotogramma tratto dal nuovo film di Jason Reitman (il regista di Juno), Men, Women & Children. Un'opera in cui, a giudicare dal primo trailer diffuso oggi, non solo avremo un'applicazione pratica e sulla lunga distanza delle teorie sul neolinguaggio cinematografico di Zhou, ma il mix testo/immagine si sovrapporrà a un'altra novità - di comportamento - ormai diffusa in qualsiasi ambito sociale. Guardate bene l'immagine: quasi tutti i personaggi hanno gli occhi fissi sui loro smartphone e tablet. 

lunedì, maggio 12, 2014

La casta davvero invincibile: i supereroi

Gilles Barber - L'hospice (2002) 
I supereroi al cinema stanno vivendo una nuova età dell'oro. Partendo da quello straordinario serbatoio di creatività che furono i fumetti popolari americani della metà del Novecento, si sono ormai impossessati del reame hollywoodiano a colpi di blockbuster e di incassi worldwide da centinaia di milioni di dollari. Tutto molto bello, soprattutto quando il risultato è scoppiettante e divertente come in The Avengers.

Rimane però un dubbio: stiamo assistendo all'ennesima variazione di quella sorta di colonialismo vintage che sta intrappolando – in forme e modi diversi – quasi tutte le discipline dello spettacolo e della creatività (esempio quasi proverbiale: la musica rock)? Moderno negli effetti speciali digitali e globale nel trionfo di merchandising, il genere dei supereroi è ormai solo più una categoria blindata dove ci si limita a riciclare archetipi, idee, personaggi e canovacci narrativi del secolo scorso?

A spulciare l'anagrafe utilizzando l'elenco qui sotto, pubblicato dal sito Quartz, le coordinate temporali appaiono chiarissime. Tutti i protagonisti principali dei film che mietono i maggiori successi al botteghino sono stati creati in una fascia storica molto ristretta, più o meno identificabile con il cuore dell'American Dream: dal 1938 al 1963. Si va da nonno Superman (nato 76 anni fa) al piccolo Iron Man (51 anni).

L'odierno cinema fantastico mainstream trae quasi interamente origine dalla fantasia del New Deal e del Dopoguerra USA. Ci sono oasi più moderne (Transformers, Harry Potter, I pirati dei Caraibi), ma il continente dei supereroi appare chiuso a qualsiasi innovazione. E soprattutto, in crescente espansione rispetto a tutti gli altri (pensiamo alla rapidità con cui si chiudono e aprono nuovi cicli dedicati a Superman, Batman, l'Uomo Ragno).

Forse è questo l'aspetto meno confortante, anche solo da un punto di vista creativo: il fatto che una formula narrativa sostanzialmente impermeabile all'innovazione e all'innesto di nuovi personaggi occupi uno spazio così rilevante nell'immaginario cinematografico contemporaneo. Senza un minimo ricambio. Supereroi del XXI secolo, dove siete? Uscite da quegli smartphone e battete un colpo!

Come ben sappiamo, da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Tra le responsabilità dei supereroi sembra esserci anche quella di aver soffocato – con la grandeur, il potere di brand e quegli incassi che spingono a un'infinita produzione di sequel – la nascita di qualsiasi altro discendente. Non più giovanotti, Batman, Superman e l'Uomo Ragno fanno una montagna di soldi grazie a privilegi acquisiti in buona parte nel secolo scorso. E se provi a fermarli, ti scagliano contro Hulk (classe 1962) o La Cosa (classe 1961). Insomma, sconfiggere questa casta non sarà un gioco da ragazzi.  



BATMAN
Età: 75 anni (maggio 1939)

L'UOMO RAGNO
Età: 51 anni (agosto 1962)

SUPERMAN
Età: 76 anni (aprile 1938)

THE AVENGERS (come team)
Età: 50 anni (settembre 1963)

X-MEN
Età: 50 anni (settembre 1963)

IRON MAN
Età: 51 anni (marzo 1963)

LANTERNA VERDE
Età: 73 anni (luglio 1940)

THOR
Età: 51 anni (agosto 1962)

CAPTAIN AMERICA
Età: 73 anni (marzo 1941)

martedì, gennaio 28, 2014

Good Ol' Freda (Ryan White)


Il guaio dei Beatles è che tutto ciò che li riguarda – soprattutto in riferimento al favoloso decennio della loro esistenza – finisce in modo automatico e inevitabile per essere considerato come qualcosa di unico, straordinario, assolutamente da leggere/vedere/ascoltare. Il bello di Good Ol' Freda, il documentario che racconta la storia della segretaria che accompagnò i Fab Four dai primi concerti al Cavern di Liverpool fino allo scioglimento, è che si tratta di un film unico, straordinario, assolutamente da vedere.

In pratica è la storia del gruppo raccontata attraverso i ricordi della ragazzina che – appena 17enne – il manager Brian Epstein scelse come sua segretaria, affidandole anche la responsabilità del neonato fan club ufficiale. Dal 1962 al 1972 (quando il fan club venne definitivamente chiuso), Freda Kelly è stata una sorta di presenza costante e abbastanza nascosta – una delle pochissime femminili – nell'entourage del gruppo.

Gestiva la posta dei fan, portava a Paul, John, George e Ringo il materiale da autografare (e in casi eccezionali, anche le paghette settimanali), faceva da punto di riferimento e contatto tra i musicisti e le rispettive famiglie, soprattutto dopo il trasferimento del quartier generale a Londra e durante i tour. Gli aneddoti, inevitabilmente, sono infiniti e gustosi. E vengono raccontati - in modo sempre piuttosto solare e leggero - in un film dalla struttura semplicissima, giocato sull'alternanza tra il racconto di Freda e la proposizione di materiale audiovideo di repertorio (unico/straordinario/assolutamente da leggere/vedere/ascoltare, of course).

Con Paul McCartney

Ci sono alcuni aspetti che risaltano in modo particolare. Uno di questi – marginale nel racconto, ma inevitabile in ogni inquadratura della protagonista – è il percorso di vita di Freda Kelly successivo ai Beatles. Dopo aver abbandonato la Apple Records, la donna ha continuato (e continua tuttora, a quasi settant'anni) a lavorare come segretaria in uno studio legale; ha fatto la mamma; è diventata nonna; soprattutto, ha abbandonato il mondo della musica, si è mimetizzata nella normalità e, fino a oggi, non aveva quasi mai parlato della sua esperienza (e tantomeno cercato di lucrarne). 

Quella che a noi sembra un'epifania totalizzante - ci ipnotizza, ci conquista, ci spreme emozioni, nostalgie su un decennio che non abbiamo nemmeno vissuto, impossibili invidie postume - per la diretta interessata è stata in fondo solo una parentesi, vissuta da ragazzina. In quello che oggi forse definiremmo come il suo periodo universitario, Freda ha semplicemente lavorato con i Beatles. È stato bello. Poi è finito ed è subentrata - rapida, radicale, sul lungo termine - la vita normale. Senza nemmeno traumi eccessivi: sposata e incinta del primo figlio, Freda accolse quasi con sollievo lo scioglimento della band. Con un po' di tristezza, certo, ma quella che accompagna ciò che è naturale e inevitabile. Ecco, in Good Ol' Freda non brilla solo la fantastica meraviglia dei Beatles, ma traspare anche l'incredibile e sorprendente naturalezza di una vita dopo i Beatles.

A un certo punto del film, Freda confessa in modo piuttosto spontaneo che il vero periodo d'oro del gruppo - quello in cui tutto era divertente, dominava l'entusiasmo, i rapporti umani erano meravigliosi - durò molto poco. Tre anni o poco più, dal 1962 al 1965. Poi le cose iniziarono a incrinarsi, precipitando dopo la morte di Brian Epstein (agosto 1967) e l'esperienza bizzarra del Magical Mystery Tour (nato pochi giorni dopo la scomparsa del manager, quasi con l'obiettivo di salvare la band dalla disintegrazione, senza riuscire a centrarlo). Da quel punto in avanti, i Beatles continuarono a sfornare capolavori (l'album bianco, Abbey Road, Let It Be), ma qualcosa si era ormai rotto e tutti ne erano più o meno consapevoli.

Con George Harrison

Non solo i Beatles sono durati pochissimo, ma una buona parte del loro breve arco di vita si è consumato in discesa: forse non dal punto di vista creativo, di certo da quello dei rapporti umani. Ed è proprio questo uno degli aspetti più accecanti e incredibili della loro grandezza: l'essere riusciti a sprigionare un tale concentrato d'energia in un periodo di tempo così ridotto e anche travagliato. Un'energia nucleare di cui ancora oggi sentiamo tutti gli effetti, al punto da drizzare le antennine non appena Paul e Ringo salgono assieme sul palco dei Grammy e da sentire il bisogno di vedere un documentario su una ragazzina-segretaria ("ma chi è che può essere interessato alla storia di una segretaria?", si chiede la stessa Freda), ritrovandosi - sui titoli di coda - a crogiolarsi in una nuvola di calore davvero unica, straordinaria, assolutamente da provare.


Bonus tracks:

A chi vuole approfondire, consiglio il solito articolo bello, lungo e dettagliato dedicato al film dal Guardian. Nel quale si cita anche il momento più gossip, gestito dalla protagonista con delicata malizia: At one point, she confesses to having had crushes on each of the Fab Four. Did the crush ever turn into anything more serious? "Pass." She gives a naughty grin. "We were all teenagers – use your imagination."

Progetto indipendente e low budget, il film è stato co-finanziato da una campagna di crowdfunding su Kickstarter. Tra ottobre e novembre del 2011 ha raccolto 58mila dollari.

... eppure è riuscito a strappare le costosissime/rarissime licenze per usare quattro brani ufficiali dei Beatles: I Saw Her Standing There, Love Me Do, I Feel Fine, I Will. Forse la prova più evidente e gratificante del ruolo che Freda Kelly svolse per la band.

Piccola e doverosa citazione per il regista: l'americano Ryan White (l'articolo del Guardian racconta bene anche la genesi del progetto e il suo coinvolgimento).

Paul McCartney e Ringo Starr non sono tra le persone intervistate in Good Ol' Freda. Ma c'è una piccola e simpatica sorpresa dopo i titoli di coda. 

Il trailer.



giovedì, gennaio 16, 2014

Il capitale umano (Paolo Virzì)


E' un inizio di 2014 folgorante per il cinema italiano. Mentre in America La grande bellezza di Paolo Sorrentino vince il Golden Globe e viene candidato agli Oscar, nelle sale è in programmazione uno dei film più convincenti che il nostro paese abbia prodotto negli ultimi anni: Il capitale umano di Paolo Virzì. E come viene accolto questo momento di grazia? Ovvio, con un po' di polemiche. A conferma di come – da Internet alla tv, dalla piazza al mercato – la discussione, ancor meglio se accesa, sia ormai rimasta l'unica forma d'espressione davvero attraente (nonché la più facile verso cui dirottare i propri sogni di visibilità-ergo-esistenza).

E' un peccato, anche per la dignità stessa delle polemiche e delle critiche, che se fossero formulate principalmente come confronto di idee più che come batteria da insulto, sarebbero un'ottima spezia per il pensiero. Ma ormai sono quasi sempre urlate, ignoranti, istintive, pretestuose. Come molte di quelle che hanno avvolto Il capitale umano, un film strumentalizzato in chiave politica persino da chi ammette di non averlo nemmeno visto. Quello di Paolo Virzì è tutto tranne che un attacco a una determinata area del paese (tra l'altro, location abbastanza logica e prevedibile: un film in cui la finanza gioca un ruolo importante, in Italia, dove ambientarlo se non vicino a Milano?). E' invece un ritratto più generale – corrosivo e frontale – della cancrena materialistica ed esistenziale che sta divorando l'intera società. A tutti i suoi livelli: dai grandi finanzieri ai piccoli spacciatori, dalla borghesia che sogna un arricchimento precox a un mondo culturale sempre più chiuso e stritolato dalla continua sponda tra le proprie superbie e mediocrità. Giocando un po' con le parole (senza dimenticare il lato ironico del titolo di Sorrentino) potremmo ribattezzarlo: La grande bruttezza. E si tratta di una bruttezza che pervade ormai tutto il paese e che si può tranquillamente espandere oltre ai confini e agli oceani (il film è tratto da un libro ambientato nel Connecticut). Insomma, altro che Brianza velenosa. 

Due parole sulla trama, per chi non la conoscesse. Ne Il capitale umano assistiamo in gran parte agli intrecci – sociali, economici, affettivi – tra due famiglie: i ricchi Bernaschi (il broker Giovanni, la bluejasminesca moglie Carla, il rampollo Massimiliano) e i rappresentanti del ceto medio benestante Ossola (l'immobiliare Dino, la moglie psicologa Roberta e la figlia Serena, nata da un precedente matrimonio di Dino). Galeotta è la liaison tra i figli, Massimiliano e Serena, che avvicina le famiglie e spinge Dino a entrare con 700.000 euro (chiesti in prestito a una banca) nel fondo d'investimento ad alto rischio gestito da Bernaschi. Tutto questo avviene nei primi minuti del film: il resto è una rapida spirale verso il basso che - intrecciandosi con un fatto di cronaca: l'investimento notturno di un ciclista e la ricerca del responsabile - coinvolge e travolge tutto (dai soldi agli affetti) e tutti (compresi altri coprotagonisti o comprimari: il giovane Luca, un grottesco consiglio d'amministrazione di un teatro locale, gli amici di Massimiliano, il collaboratore di un servizio di catering). 

Storicamente, è difficile che Virzì sbagli un film. Ma è altrettanto raro che riesca a uscire da quella sua dimensione – quasi protettiva – di simpatica e amara commedia all'italiana, nella quale si finisce spesso per rimanere tra satira e ironia agrodolce. Il capitale umano rappresenta un evidente salto di qualità, ambizione e spessore. Il film non ha praticamente nulla della commedia, se non alcuni automatismi comici derivanti da vizi e difetti umani: è un dramma che per alcuni personaggi sfocia nella tragedia, scritto in modo solido e convincente (con un incastro narrativo forse non originalissimo ma efficace, in cui la storia viene raccontata attraverso diversi punti di vista) e interpretato in modo ideale dall'intero cast (dagli attori più navigati, volti noti allo spettatore di cinema italiano dell'ultimo ventennio, a -  soprattutto - quelli più giovani e meno conosciuti). E' un'opera forte e in molti punti fa stare male, perché deve far star male: trasmette un'angoscia sul presente tanto penetrante, cupa, realistica quanto in grado di scuotere la coscienza e magari far sperare anche in un riscatto, difficilissimo ma non impossibile. 

Già, perché – pur serio e spietato – Virzì non chiude del tutto la porta della speranza. Il film si congeda con un piccolo spiraglio di luce ed è significativo che le poche briciole di calore sparse sullo schermo siano riservate alla nuova generazione. Soffocati dalla vacuità, dallo squallore, dalla debolezza (troppo spesso usata come alibi) dei grandi, i giovani mostrano già notevoli segni di cedimento – compiono sciocchezze, anche gravissime – ma non sono ancora del tutto perduti: resistono, scalciano, amano. Forse non è un caso che anche l'unico personaggio adulto non interamente fagocizzato dal lato oscuro e materialistico della società – la psicologa Roberta – sia quello che porta in grembo due germogli per il futuro. Quasi a volerci ricordare che alla fine, come sempre, ci sarà la riproduzione/sostituzione della specie. E forse, anche senza troppa evoluzione, sarà quella a salvarci. 

lunedì, settembre 23, 2013

Dalla pellicola al digitale, Side By Side racconta il cinema che cambia (e come Keanu Reeves cambia con lui)

(... ovvero, il piacere di recuperare documentari del 2012)

Io odio Keanu Reeves. 

Non per il successo, i soldi, le donne, la capacità di rimanere fermo in volo, ma perché Side By Side è il tipo di documentario che piacerebbe fare a me, girando per il mondo a intervistare Martin Scorsese e David Lynch, Christopher Nolan e Lars Von Trier, James Cameron e George Lucas, David Fincher e Steven Soderbergh, Robert Rodriguez e Richard Linklater, Danny Boyle e i Wachowski (solo per citare i più famosi). Invece il fortunello è lui. E, come se non bastasse, a ogni intervista si presenta con un look diverso: capelli corti, capelli lunghi, cuffia, barba alla Band of Horses, liscio come il guscio di un uovo, ecc. ecc. Come a dire: “faccio interviste ai maestri del cinema, ma sono sempre io, il vecchio Keanu, la star, tiè!”. 

Keanu Reeves (e Martin Scorsese) in Side By Side (I)

Inutili invidie a parte, Side By Side non è un documentario per tutti. Nel senso che non è pensato per il pubblico mainstream, ma per gli addetti ai lavori e gli appassionati del lato produttivo/realizzativo/tecnico del fare cinema. Scorsese e Lucas, Von Trier e Linklater, non sono interrogati sui loro film, sogni, storie o attori, ma su quale sia il loro rapporto nei confronti della questione pellicola/digitale. Anche nel cinema infatti – come un po' in tutte le arti – stiamo vivendo un periodo di radicale transizione: il passaggio dalla celluloide (dominatrice assoluta del Novecento) al digitale (che si insinua nelle riprese, nel montaggio, nella distribuzione, negli effetti speciali, ovunque...).

Keanu Reeves in Side By Side (II)

Lanciato a inizio 2012 dal trampolino della Berlinale, diretto da Christopher Kenneally, Side By Side racconta questa transizione, soffermandosi sull'evoluzione delle tecniche di ripresa, sulla fotografia, sulle moderne macchine digitali, con tanto di marchi, nomi, numeri, spiegazioni più o meno dettagliate (a onor di Reeves, va detto che le domande non sono rivolte solo agli uomini al comando, ma anche a direttori della fotografia, addetti al montaggio, “coloristi”). 

Keanu Reeves in Side By Side (III)

Chi è interessato sinceramente e semplicemente al lato emozionale e narrativo del cinema, può benissimo fare a meno di vederlo (a meno che non siate dei fan di Keanu, ovviamente). Chi invece vuole sbirciare cosa succede dietro a ciò che vediamo sul grande schermo e vuole sentirselo raccontare da alcuni titani – di quelli che ci hanno fatto e fanno sognare – in questi cento minuti troverà pane per i suoi denti. E scoprirà un panorama ormai fortemente e prevedibilmente orientato verso il digitale (compreso il sostegno convinto dei “grandi vecchi” Scorsese e Lynch), nel quale brilla un ultimo vero highlander, testardo e coerente custode della pellicola: il cavaliere oscuro Christopher Nolan. Tutti i suoi film sono stati girati in pellicola: da Memento a Insomnia, da The Prestige a Inception, passando per la trilogia di Batman. Sarà anche un'eccezione, ma che eccezione.

Keanu Reeves in Side By Side (IV)

giovedì, luglio 11, 2013

Per fortuna l'hanno trovato, e ci hanno anche raccontato come


Sono finalmente riuscito a vedere Searching For Sugar Man, il film sul musicista americano Rodriguez e sul suo successo in Sudafrica, premio Oscar come miglior documentario del 2012. Condizioni ideali: accogliente cinema in centro a Torino, discreta aria condizionata a lasciar fuori per un paio d'ore il sudore dell'estate, versione originale con sottotitoli. E soprattutto: un film da ricordare, passaparolare, magari anche rivedere.

La storia, molti di voi la conosceranno. Classe 1942, discendenze messicane, base a Detroit, nei primi anni Settanta Sixto Díaz Rodríguez incide due album - Cold Fact e Coming From Reality - destinati all'immediato oblio. Ovunque. Tranne in Sudafrica. Dove, per qualche arcana ragione (che in Searching For Sugar Man viene anche legata a un sentimento di ribellione nei confronti dell'apartheid), diventano dei bestseller. Al punto che "in tutte le case della classe media bianca trovavi Abbey Road dei Beatles, Bridge over Troubled Water di Simon & Garfunkel e Cold Fact di Rodriguez". Ad aumentare il mito, a un certo punto si diffonde anche la voce della morte del cantante, tramite pirotecnico suicidio su un palcoscenico.

Ma Rodriguez è vivo. Vegeto. Sta semplicemente facendo altro. E il Sudafrica lo scopre quando un giornalista e il proprietario di un negozio di dischi, a metà anni Novanta, riescono a rintracciarlo.




L'Internet (cit.)
Cerco di non aggiungere molte altre informazioni, perché il film merita assolutamente di essere visto e di sicuro lo si gode meglio se non si sa troppo della trama e dei suoi colpi di scena (per quanto appartenenti alla vita reale e ormai facilmente rintracciabili online). Due o tre pensierini, però, me li tolgo dalla scarpa. Il primo riguarda l'avvento di Internet. Da un lato, agevola il ricongiungimento tra il Cantante e la sua Terra Promessa. Non è un caso se ciò avviene a fine anni Novanta e non nel 1979, nel 1986 o nel 1992: il film spiega bene come e perché. Dall'altro lato, però, il Web è ciò che rende praticamente impossibile il ripetersi di una storia simile. Non esiste paese, tranne forse la Corea del Nord, dove oggi un artista (o chiunque) potrebbe diventare famosissimo, senza che il resto del mondo se ne accorga nel giro di qualche link. Oppure, dove gli stessi fan non riescano a trovare informazioni su di lui, magari anche a chattarci un po'. Credere erroneamente che qualcuno sia morto per oltre vent'anni? Nell'era di Wikipedia, Facebook e Google, ciò è difficile che accada riguardo a una persona comune, figurarsi per un cantante presunto suicida su un palcoscenico. 

Colpo di lunga coda.
Qualche giorno fa ho fatto un esperimento su Spotify: ho creato una playlist basata sulle Top 10 dei singoli in 31 paesi diversi. L'obiettivo iniziale era quello di origliare gli ascolti altrui - a Hong Kong, in Messico, in Estonia - nella speranza che saltasse fuori qualcosa di meritevole, di sorprendente, di "diverso" dal nostro universo musicale. Inconsciamente, forse, andavo proprio a caccia di uno sugar man. Un artista o una band interessante, già scoperta o premiata da qualche popolazione lontana, ma non ancora arrivata alle nostre orecchie (inciso: le canzoni di Rodriguez sono semplici e belle; i paragoni nel film, da Bob Dylan in giù, sono fin troppo lusinghieri e di sicuro funzionali all'enfasi del racconto, ma la verità è che esci dalla sala fischiettando I Wonder e Crucify Your Mind). Sebbene non l'abbia poi portata del tutto a termine, dalla panoramica delle charts su Spotify è emersa una realtà un po' sconfortante: di un altro sugar man, per ora, nessuna traccia. Al suo posto - piuttosto visibile - la crescente omologazione/globalizzazione degli ascolti. Nella Top 10 di 28 dei 31 paesi c'è la versione-singolo di Get Lucky dei Daft Punk (e in 14 c'è anche la versione-album), in 27 ci sono Blurred Lines di Robin Thicke e Can't Hold Us di Macklemore. Il sogno della lunga coda è già finito? Tutti stiamo tornando ad ascoltare più o meno le stesse cose? L'intreccio tra la tendenza al colonialismo e all'uniformazione culturale e la necessità di trovare strumenti che ci aiutino a sopravvivere all'oceano dei contenuti (giocoforza, limitando la scelta) sembrano muoverci verso un'epoca che di sicuro è potenzialmente più libera del XX secolo (Robin Thicke? Macklemore? Daft Punk? In questo momento ascolto Rodriguez e nessuno può impedirmelo), ma comunque orientata verso la restaurazione dell'hit parade. Una restaurazione che però - proprio complice Internet - è ancora più globale che in passato. Coinvolge molti più paesi, latitudini, popoli. Sudafrica compreso: lì Spotify non è ancora attivo ma iTunes sì e in questo momento nella Top 10 ci sono Get Lucky e Blurred Lines. Rodriguez? La colonna sonora di Searching For Sugar Man, un po' malinconicamente, è al 176° posto tra gli album, Coming From Reality al 194°. Insomma, si torna al discorso accennato nel paragrafo/capitolo precedente: una storia incredibile e aliena come quella del successo isolato di Rodriguez in Sudafrica, oggi non può più ripetersi. Il che non è necessariamente un male: magari così un artista la sua popolarità (e i relativi benefici) se li può godere subito e non - come accaduto al cantautore di Detroit - quando ha già doppiato la boa dei 55 anni. E di certo questa unicità rende ancora più prezioso, magico, emozionante ciò che ci viene rivelato in Searching for Sugar Man. Che è davvero un film speciale...

L'assassino è il maggiordomo. Nero. 
... dove, comunque, salta all'occhio anche qualche increspatura. Anche solo a livello di curiosità, di sensazione, di piccola inquietante interruzione nella matrice. Come accennato sopra, il successo di Rodriguez avvenne esclusivamente nel Sudafrica bianco. Giovane, ribelle, liberal... ma bianco. E' logico: gli appartenenti alla comunità nera di sicuro negli anni dell'apartheid avevano ben altro a cui pensare e la popolazione era divisa da un muro impermeabile anche al potere della musica. Ma è qualcosa che in Searching for Sugar Man lascia una traccia molto nitida: tutti i personaggi che sfilano nel documentario - dai protagonisti (il giornalista segugio, il negoziante di dischi, i musicisti, i distributori sudafricani) alle migliaia di spettatori che nel 1998 possono finalmente applaudire il loro idolo - sono invariabilmente bianchi. Tutti. Eccetto uno. E l'unico uomo nero del film (seppur americano) è anche l'unico Uomo Nero di questa strana favola. L'unico cattivo. E' un caso, ovvio. Ma in un film che racconta una storia ambientata in un certo Sudafrica fa l'effetto di una strana cicatrice. 

Questo post è stato scritto inevitabilmente e piacevolmente ascoltando:

martedì, marzo 05, 2013

"Valibation" (Todd Strauss-Schulson)

(recensioni digitali: spazio a contenuti disponibili, per ora o per sempre, solo in formato liquido)


“Whatever it is, it isn't in you. It is you”

Qual è la prima cosa che fate la mattina, appena svegli: controllate l'email o Facebook? 
Alternative, lo sapete, non esistono. Al massimo, Ruzzle. Negli anni '10 del ventunesimo secolo, la connessione con i social media è la prima preghiera della giornata. E con la diffusione degli smartphone, questo rito è diventato talmente facile e immediato che ormai lo si consuma spesso a letto. Al buio. Ancor prima di alzarsi, andare in bagno o aprire le persiane. 

Valibation di Todd Strauss-Schulson è un film che prende spunto proprio dal legame ormai indissolubile e protesico che abbiamo con i portatori mobili di tecnologia sociale. Nella fattispecie, un iPhone (ma voi potete sostituirlo con il vostro gadget di riferimento). 

Più che ribelle e sovversivo, l'horror è sempre stato un genere assai conservatore, inquisitore, repressivo, punitivo. Gli piace scavare nelle nostre debolezze, scandagliarci l'anima a caccia di peccati. E appena ne trova uno - zac! - adora punirci. Pensate a tutti gli slasher movies, da Venerdì 13 e Halloween in giù, in cui ragazzetti disinibiti venivano massacrati dal serial killer di turno. Oppure alle ripetute epidemie di zombi di cui siamo stati testimoni negli ultimi tempi, al cinema, in tv, su Web: una punizione dell'umanità su larga scala, no? 

Valibation, a modo suo, prosegue questo discorso e condanna il protagonista per il suo rapporto incestuoso con gli smartphone (nonché per la vivace attività sessuale che, da che horror è horror, viene sempre castigata). Lo fa passando attraverso gli archetipi narrativi ed estetici della fusione/mutazione, quelli che in passato abbiamo goduto in tutto il loro splendore in opere come Matango il mostro, La mosca (non a caso citato nella sequenza d'apertura) e Tetsuo

Un capolavoro? Forse no. Chi scrive non ha nemmeno ancora deciso se approva/apprezza il disturbante pseudo happy end, tra psicofilosofia motivazionista e umorismo nero. Ma sono venti minuti di assoluto impatto, che scartavetrano il nostro presente e giocano inesorabilmente con lo splatter, ipotizzando la nascita dell'ennesima nuova carne. Questa volta non a base di vhs (cit. Videodrome), ma rigorosamente digitale. E questa volta, chissà, forse molto meno fantascientifica.


lunedì, gennaio 07, 2013

Barefoot Gen (R.I.P. Keiji Nakazawa, 1939-2012)


Non so più dove ho letto che per generazioni di bambini il primo terribile contatto con la morte è avvenuto guardando Bambi, quando la madre del cerbiatto protagonista viene uccisa dal cacciatore. Io non ricordo quando ho visto per la prima volta quel film e non ho nemmeno memorie particolari della scena in cui muore la madre. Quello che ricordo benissimo invece, forse anche perché è di molto più recente, è stato il mio primo impatto con Barefoot Gen

Film d'animazione giapponese del 1983, tratto dall'omonimo manga di Keiji Nakazawa, Barefoot Gen (Hadashi No Gen) è il racconto della bomba atomica di Hiroshima attraverso gli occhi di un bambino. Non un semplice cartone animato, ma un doloroso, necessario, pugno nello stomaco. Soprattutto se vi arrivi impreparato e ti lasci cullare dalla prima mezzora, dove viene presentata la famiglia protagonista: padre, madre (incinta) e tre figli. Il punto di vista è quello di Gen, il figlio intermedio, un bambino di sei anni. Noi seguiamo lui e il fratellino per le strade di Hiroshima, estate 1945: li vediamo combattere la fame, nascondersi nei rifugi quando le sirene annunciano gli aerei americani, trascorrere le giornate nelle difficoltà del periodo bellico in una clima quasi leggero, dove anche lo stomaco vuoto si affronta con il sorriso sulle labbra. La stessa Hiroshima - i fiumi, i tram, le strade polverose - sembra tranquilla, pigramente in attesa di tempi migliori. C'è un po' di stoico, sobrio buonismo, nell'aria. Purtroppo, c'è anche qualcos'altro.

Arriva il 6 agosto. Una mattina che sembra uguale alle altre. Un puntino luminoso in alto nel cielo. Un riflesso lontano. E poi la bomba. Ecco, improvvisamente, da un secondo all'altro, come deve essere accaduto nella realtà, tutto cambia. L'esplosione (e i suoi effetti sulle persone, sugli animali, sugli edifici) ti toglie il respiro. Per qualche minuto rimani in apnea. Come paralizzato, tu spettatore, dallo stesso flash di morte che abbagliò e bruciò la città quel giorno. Quindi inizia il calvario del dopo: Gen e i sopravvissuti cercano di resistere alla devastazione dei giorni successivi, agli orrori della miseria, al veleno delle radiazioni. Il sorriso e la speranza rimangono il sottile e umanissimo filo conduttore. Ma per quanto tu cerchi di andare avanti, anche solo nella visione del film, le cicatrici non scompaiono semplicemente voltandosi dall'altra parte. Anche perché sembra non esserci mai fine alla tragedia: dopo l'esplosione, ci sono tre/quattro momenti del film in cui è impresa inumana porre un argine alle lacrime. 

Eppure Barefoot Gen è un film da vedere. E magari anche rivedere. Io ci sono tornato ieri, dopo aver appreso con qualche giorno di ritardo della scomparsa di Keiji Nakazawa. Nakazawa è morto per un tumore ai polmoni, il 19 dicembre 2012 all'età di 73 anni. Ne aveva sei, quella mattina del 6 agosto 1945, quando l'esplosione della bomba atomica lo sorprese nel tragitto verso la scuola. A salvarlo fu un muretto, che lo protesse dalla fiammata. Lo stesso muretto che Nakazawa ha inserito nel manga, dolorosissimo eppure rivitalizzante racconto autobiografico di quell'esperienza. Ho fatto un po' di ricerche: non ho trovato tracce di alcuna versione italiana di Barefoot Gen (su Amazon, a un buon prezzo, vendono il doppio dvd con anche il sequel Barefoot Gen 2, ma si tratta della versione per il mercato UK), mentre del manga Panini dovrebbe aver pubblicato - qualche anno fa - i primi quattro volumi (in tutto sono dieci). Su YouTube però si trova il film in versione integrale, sottotitolata in inglese. Ieri, l'ho riguardato lì. E' il video che trovate in apertura di post. Sempre su YouTube, nella versione originale in inglese (con sottotitoli in portoghese) è disponibile White Light/Black Rain: The Destruction of Hiroshima and Nagasaki, un documentario del 2007 di Steven Okazaki con interviste a quattordici superstiti delle bombe. Tra cui Keiji Nakazawa. 


venerdì, gennaio 04, 2013

Il cortometraggio di buon 2013 di Michel Gondry (che in pochi hanno visto)



A giudicare dal numero di contatti raccolti su YouTube (appena 1561 in una settimana) e dei like su Vimeo (52), praticamente nessuno si è accorto del cortometraggio messo online da Michel Gondry (Se mi lasci ti cancello, L'arte del sogno) come augurio per un buon 2013. Semplice distrazione universale? Un errore macroscopico nel contatore delle views? Siamo tutti anestetizzati dal Gangnam Style? Oppure il proverbiale stile povero e carino del regista francese (in questo caso poverissimo: sembra un cartoon cecoslovacco di metà Novecento, accompagnato da musica retro-lounge) sta scivolando ormai fuori moda nell'epoca in cui proprio YouTube ha sdoganato e moltiplicato la videoarte povera e carina? Nel dubbio, grazie Michel e speriamo che sia davvero una bonne année.

martedì, dicembre 04, 2012

Entracte: Holy Motors


Film potente, film assurdo, film ricamato sulla pelle dell’istrionico protagonista Denis Lavant (alle prese con undici incarnazioni differenti) e sospinto sulle ali della fantasia visionaria del regista, Holy Motors di Leos Carax è stata una delle esperienze più vive del recente Torino Film Festival. Già passato da Cannes, addirittura incoronato numero 1 dell’anno dai Cahiers du Cinema, ha uno straordinario pregio: regala ciò che ormai troppo raramente si vede in sala, un folle viaggio di 115 minuti, tutt’altro che accomodante, confortevole, facile, prevedibile. Ci sono segmenti che flirtano con il disgusto (il rapimento di Eva Mendes al Père Lachaise), altri che si rivestono di irresistibile romanticismo vintage (il musical con vista notturna sulla Senna, protagonista una quasi irriconoscibile Kylie Minogue, su musica e testi di Neil Hannon dei Divine Comedy). Tra omaggi alla storia del cinema e cammeo più o meno nascosti, è un circo di meraviglia che dispensa selvagge emozioni, ma solo dopo aver richiesto una certa dose di sacrificio. Un assaggio? Il video sopra è l’entr’acte, l’intervallo (e anche lì c’è un cammeo nascosto: l’armonicista del gruppo, in mezzo agli altri musicisti, è Bertrand Cantat, ex-Noir Desir). Spero di sbagliarmi, ma non credo che Holy Motors abbia ancora trovato un distributore italiano. D’altronde, come detto, è un film tosto, di quelli che nei nostri sempre più omologati cinema di prima visione trovano poco spazio e ancora meno pubblico (a Torino la sala era esaurita, ma in questi casi il virtuoso effetto doping del TFF è sempre piuttosto forte). 

domenica, gennaio 22, 2012

Star Wars Uncut: Guerre Stellari rifatto dai fan su Internet



Vi ricordate Be Kind Rewind di Michel Gondry? Con Jack Black e Mos Def che, dopo aver smagnetizzato involontariamente tutti i film di una videoteca, ne girano delle versioni amatoriali interpretando loro stessi i ruoli dei protagonisti? Ecco Star Wars Uncut è qualcosa del genere. Declinato all'ennesima potenza. Sfruttando il vento collettivo del Web.

E' una versione integrale di Guerre stellari (il primo, quello del 1977) rigirata attraverso il contributo di migliaia di fan sparsi per il mondo. Quindici secondi ciascuno. A volte anche meno. Senza alcuna indicazione di genere, stile, linguaggio... se non quella di ricalcare il copione del film originale.

Il risultato è pazzesco, esagerato, avanguardista (nel senso davvero avanguardista e non museale del termine). Il collage perfetto del terzo millennio. Si parte con un tweet  ("A long time ago, in a galaxy far, far away....") e quindi si prosegue con esempi di animazione povera, con la guasconeria, con il citazionismo estremo (le Tartarughe Ninja, Homer Simpson, Abramo Lincoln, a un certo punto dal nulla viene fuori un frammento di una bellezza assoluta, in bianco e nero, ambientato in un bar degli anni '40 con il tema di As Time Goes By in sottofondo...).

In Star Wars Uncut c'è tutta la nerditudine dei fan di Guerre stellari, così come la strabordante ricchezza espressiva del Web e della sua popolazione. Gli effetti speciali lasciano spazio alla creatività. La tecnologia si inchina di fronte alla fantasia e al culto per il LOL. E' l'antitesi della perfezione estetica della Pixar. Le caverne contrapposte al design Apple. Eppure proprio questa varietà e questa sporcizia amatoriale, le stesse che rendono un po' complicata e difficoltosa la visione (ogni quindici secondi si cambia completamente registro), rappresentano la straordinaria energia del progetto. Anzi, la sua Forza.

Un omaggio ad alta gratitudine e magnitudine, del nono grado sulla scala dei remix. La prima grande opera del 2012.

Qui il sito ufficiale del progetto: http://www.starwarsuncut.com/
Sopra la versione YouTube. 

lunedì, febbraio 08, 2010

"I gatti persiani" di Bahman Ghobadi (e i Take It Easy Hospital)

I gatti persiani è uno di quei film che ti fanno stare bene, perchè ti mostrano che - pur in mezzo a tante difficoltà e ad altrettanti bradburiani pompieri - il fuoco non si spegne mai. C'è sempre qualcuno che lo alimenta, che si ribella alle barriere e alle costrizioni, che sente il bisogno di esprimersi, anche solo attraverso le fragili linee di una melodia indie-rock.



Il film di Bahman Ghobadi racconta la scena musicale underground di Teheran. E' un film proibito, così come è praticamente proibito suonare rock in Iran. E' stato girato senza permesso per le strade, le cantine e le stalle della città e oggi Ghobadi è costretto a vivere all'estero. Stessa sorte per i due giovani protagonisti, Ashkan Kooshanejad e Negar Shagaghi, che si sono trasferiti a Londra. Qualche giorno fa, i due ragazzi sono stati invitati a presentare il loro progetto musicale (Take It Easy Hospital) in Francia, dove I gatti persiani è già uscito, con molto successo. In rete si trovano alcune testimonianze di questa scappatella al di là della Manica.

Un'intervista ai due musicisti, in cui Ashkan confessa la sua devozione nei confronti dei Sigur Ros (un ragazzo di Teheran a cui un gruppo islandese ha cambiato la vita... esiste miglior spot per il villaggio globale?).


Take It Easy Hospital, image par image
di sourdoreille


Una scarnissima versione acustica - chitarra e voce - di Human Jungle, suonata al festival Mo'Fo'.



I gatti persiani uscirà in Italia in primavera (la data ufficiosa comunicata dalla Bim, per ora, è il 5 maggio). Ieri a Firenze, nell'ambito di un piccolo festival-gioiello chiamato Middle East Now, ho avuto l'occasione di fare una lunga intervista al regista Bahman Ghobadi. Anche quella uscirà in primavera, sul Mucchio, anche se non abbiamo ancora deciso su quale numero (ufficiosamente, potrei dire quello di maggio).


sabato, febbraio 28, 2009

Sita sings the blues... online!



Il bello dei festival cinematografici è quando scopri inaspettatamente dei piccoli grandi film. A me è capitato al Future Film Festival di Bologna con Sita Sings the Blues. E' stato l'ultimo film che ho visto, quasi per caso: avevo la domenica mattina da riempire, prima di un pranzo con amici e di prendere il treno del ritorno. L'orario di proiezione e la sala a due passi dall'albergo erano perfetti.
E' un film particolare, difficile da presentare, perchè qualsiasi modo in cui tu lo faccia non rende. Proviamo comunque: un coloratissimo cartone animato in cui la protagonista racconta i suoi problemi affettivi attraverso un parallelo con le vicende di un antico testo sacro indiano. Il tutto, usando come coro greco le registrazioni di una cantante jazz degli anni Trenta.
Visto? Non rende.
Eppure il film è molto meglio della sua presentazione. I disegni sono molto semplici, bidimensionali, vintage, l'approccio è invece moderno: sia per l'intreccio dei piani narrativi, sia per una commistione tra atmosfere diversissime (il Ramayana, il jazz, l'animazione) che sa molto di mash up.
La sua forza è la freschezza.
Da qualche giorno chiunque può vederlo online. Ancora invischiata in qualche problema di copyright (per le registrazioni jazz di settant'anni fa...), la regista Nina Paley lo ha comunque distribuito con licenza Creative Commons. Potete vederlo all'indirizzo che trovate in basso. Sul suo blog la Paley promette anche l'imminente arrivo di una versione ad alta qualità.
In lingua originale e senza sottotitoli, in effetti non è semplicissimo da seguire. Però almeno potete farvi un'idea.

Sita Sings the Blues in streaming.

lunedì, settembre 01, 2008

La prima notte dei Lumière


(fonte immagine Institut Lumière)

Sto coltivando una nuova perversa, entusiasmante, anacronistica ed effimera passione: le origini del cinema.
YouTube è una miniera di vecchi filmati, risalenti anche alla fine del diciannovesimo secolo: il meglio dei fratelli Lumière, di Georges Méliès, dei primi cineasti europei e americani. Un tesoro che pochi conoscono e che grazie al Web può essere recuperato, conservato e diffuso facilmente. Ricordo quando - ai tempi dei miei esami universitari - per vedere certi vecchi film non avevi alternative che rinchiuderti negli stanzini bui dei sotterranei di Palazzo Nuovo (l'università "umanistica" torinese), spulciando in un archivio di videocassette sgualcite e limitate. Era tutto molto carbonaro, ma anche abbastanza triste.

Dei Lumière forse le opere più interessanti sono i documentari realizzati spedendo operatori in giro per il mondo: Venezia, Berlino, New York, l'estremo Oriente. Brevi fotografie in movimento della società dell'epoca. I titoli più famosi rimangono però quelli dei primi anni, diretti dai due fratelli tra il 1895 e il 1896. In particolare, quelli presentati la sera del 28 dicembre 1895 al Salon Indien del Grand Café di Parigi. E' il primo spettacolo cinematografico della storia, il battesimo della settima arte, e grazie a YouTube lo si può ricostruire completamente.
Ecco il manifesto (tratto dal sito Institut Lumière) e i link a tutti i brevi film che vennero proiettati quella storica sera di quasi 113 anni fa:


1. La Sortie de l'usine Lumière à Lyon
2. La Voltige
3. La Pêche aux poissons rouges
4. Le Débarquement du congrès de photographie à Lyon
5. Les Forgerons
6. L'Arroseur arrosé
7. Le Repas de bébé
8. Le Saut à la couverture
9. La Place des Cordeliers à Lyon
10. La Mer (Baignade en mer)

Nella lista manca quello che è probabilmente il titolo più famoso dei Lumière:
L'arrivée d'un train en gare de La Ciotat, la ripresa dell'arrivo di un treno in stazione che - vuole la leggenda - impressionò gli spettatori al punto da farli scappare dal teatro. In realtà non venne programmato la prima sera, ma poco dopo.
E certo non poteva mancare al ricco catalogo di YouTube.
L'arrivée d'un train en gare de La Ciotat


L'arrivée d'un train en gare selon monsieur Fantozzi

giovedì, dicembre 13, 2007

Nel finale di "Lost in Translation", Bill sussurrò a Scarlett...

Voi lettori del Pozzo di Cabal siete degli spiriti superiori, quindi di sicuro avrete amato Lost in Translation di Sofia Coppola. In questo video, pubblicato su YouTube ad aprile e tornato popolare in questi giorni, viene rivelato ciò che Bill Murray sussurra nell'orecchio di Scarlett Johansson al termine del film.


Tradotto in italiano, letteralmente, è qualcosa tipo:
"Devo andarmene, ma non lascerò che ciò avvenga tra noi, ok?"
E potrebbe essere interpretato come:
"Adesso dobbiamo separarci, ma non intendo perdere i contatti".
Ma dice proprio quello? A me non sembra del tutto comprensibile. L'ho ascoltato almeno dieci volte, al massimo del volume, e sono ancora perplesso.
Nel dubbio, faccio finta di non sapere nulla e lascio correre l'immaginazione. Il bello di quella scena finale era proprio quel loro piccolo segreto, no?

domenica, dicembre 05, 2004

Cinque ragioni per cui è impossibile non amare Donnie Darko

(Lui, lei e l'altro. Dal sito www.smh.com.au/)

1. Per la presenza di un gigantesco uomo-coniglio nero iettatore.
2. Per l'assenza di ragazze giapponesi con i capelli lunghi neri che compaiono improvvisamente davanti alla macchina da presa e ti guardano con occhio inquietante.
3. Per il modo creativo con cui viene accostata alle immagini la colonna sonora (un bel patchwork degli anni Ottanta con Joy Division, Echo & The Bunnymen, Duran Duran, Tears For Fears e la splendida Under the Milky Way dei Church).
4. Per la citazione iniziale di It (Stephen King) e quella intermedia di La Casa (Sam Raimi)
5. Per l'istante successivo alla comparsa dei titoli di coda, quando tutti gli spettatori si alzano e iniziano a discutere animatamente di paradossi spaziotemporali.