Visualizzazione post con etichetta interscrittura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta interscrittura. Mostra tutti i post

martedì, maggio 05, 2015

Scripta volant, verba manent

Fonte: Curious Apes Publishing
Ci sono alcuni aspetti in cui la scrittura digitale ha davvero ribaltato abitudini e convenzioni secolari. Prendiamo il detto "verba volant, scripta manent". Secondo Wikipedia si tratta di un "antico proverbio che trae origine da un discorso di Caio Tito al senato romano" che "insinua la prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre formare documenti incontrovertibili". Non ho idea se l'origine del proverbio sia corretta (l'unica fonte è un libro pubblicato dalla Presses Universitaires de Rennes nel 2004, non ho trovato altre conferme), certo è che il suo significato è stato sostanzialmente valido per secoli, fino all'avvento della scrittura digitale. Non è un caso se nel commercio in molti paesi è diventata abitudine basarsi su contratti scritti e firmati, senza accontentarsi di un semplice accordo verbale.

Con il digitale, il discorso si è fatto più complicato. Innanzitutto, gli scripta non manent più come una volta. I testi non sono più scolpiti e immutabili fino alla scomparsa del supporto che li conserva (pietra, pergamena, papiro, carta...), ma - se basati sulla liquida sequenza di 0 e 1 - possono venire facilmente modificati e cancellati. Nel mondo del giornalismo questo ha comportato novità positive (si possono correggere errori, imprecisioni, refusi, in un'ottica di ecologia dell'informazione) e pericolose insidie (non tutti i siti segnalano chiaramente le correzioni significative apportate agli articoli). La possibilità di intervenire in un secondo tempo su un testo già pubblicato ha senza dubbio contribuito anche alla diffusione di un'abitudine non proprio ortodossa, ma sempre più comune nella produzione di contenuti online: il "prima pubblico, poi correggo", figlio di un'epoca in cui si tende a fare le corse per battere sul tempo la concorrenza e accaparrarsi la prima ondata di clic/condivisioni di una notizia. La volatilizzazione degli scritti non va però considerata solo per i suoi effetti spiacevoli o contraddittori: ha reso possibile anche la nascita di creature meravigliose come Wikipedia, che proprio nella sua capacità di aggiornamento continuo trova una delle sue forze più innovative e radicali.

Qualcosa di interessante, in direzione esattamente opposta, è avvenuto anche nel terreno dei verba. Già in parte ingabbiati dall'invenzione di tecnologie di registrazione audio-video, con la diffusione dei social network sono stati sottoposti a un processo di cristallizzazione nel tempo che ha portato alla conservazione di miliardi di parole che in passato sarebbero scomparse nel nulla, un secondo dopo essere state pronunciate. Pensiamo a tutti i commenti, in particolare a quelli più istintivi, che riempiono le timeline e le bacheche di Twitter, Facebook, YouTube e degli altri social media. In molti casi si tratta del corrispettivo digitale delle discussioni da bar: sul calcio, sul gossip, sulla politica, sul festival di Sanremo (oggi: X Factor e Masterchef). Eppure, tranne nei casi in cui l'autore decida di cancellarle o in rari servizi (Snapchat), nell'universo digitale tutte queste parole tendono a rimanere nel tempo. Di certo nascoste sotto il peso dei successivi tweet, status e commenti, ma sempre pronte a tornare a galla. 

È uno dei tanti, curiosi e spiazzanti ribaltamenti che la scrittura, la comunicazione e in fondo l'intera società hanno incontrato a partire dalla fine del ventesimo secolo. 

mercoledì, aprile 22, 2015

Due modi ben diversi di vedere il boom del vinile


I due grafici che vedete sopra, realizzati da Digital Music News, usano la stessa base di dati (forniti dalla Recording Industry Association of America) per raccontarci la medesima storia: il revival del vinile negli USA. Solo che il primo si concentra sugli ultimi dieci anni, mentre il secondo risale fino alla metà degli anni Settanta. E il risultato è ben diverso. 

Nel primo grafico, la crescita delle vendite di vinili sul territorio statunitense risulta esaltante e giustifica implicitamente tutti gli articoli che avete letto (e che anch'io ho scritto) sul fenomeno. La reazione è quasi spontanea: "Nessuno compra più dischi? Tutti ascoltano la musica su Internet? Ah ah, sciocchezze. Guardate qua". E l'effetto è ancora più forte se accompagniamo il grafico con quello dei download a pagamento, in drastico calo. 

Le vendite di vinili negli USA dal 2005 al 2015 (stima). Fonte: Digital Music News.
Guardando il secondo grafico, però, il bicchiere si svuota immediatamente: il topolino da 15/20 milioni di copie del presente risulta quasi invisibile rispetto alla montagna da oltre mezzo miliardo del 1977. Anche la sfavillante crescita dell'ultimo decennio scivola ai confini dell'impercettibile. Tutto è relativo: se io l'anno scorso compravo un disco e quest'anno ne compro due, la crescita percentuale è favolosa. Ma se mezzo secolo fa ne compravo cento...

Le vendite di vinili negli USA dal 1975 al 2015 (stima). Fonte: Digital Music News.
L'infografica è uno strumento sempre più comune del racconto giornalistico: sia perché il formato-immagine si presta molto bene a un panorama dei media dominato dagli schermi, sia perché quando si tratta di "mostrare dei numeri" (e non solo dei numeri) l'impatto di un grafico sul lettore/utente è automaticamente maggiore rispetto a quello di un testo. Anche uno dei settori più dinamici dell'informazione, il data journalism, si accompagna in modo quasi inestricabile a una visualizzazione grafica finale della storia. 

Ma:

a) Se siete autori di contenuti, ricordate che il valore informativo del vostro lavoro non aumenta solo con la citazione chiara della base dati utilizzata (obbligatoria), ma anche fornendo al lettore adeguati strumenti di contestualizzazione del lavoro. È qui che interviene il corretto utilizzo del testo, che troppo spesso viene lasciato in secondo piano, ridotto a nanodidascalia o addirittura gettato nel contenitore del superfluo ("perché tanto la gente non legge più").

b) se siete fruitori di contenuti, ricordate di non sopravvalutare l'effetto da "informazione a prima vista". Se è vero che le infografiche raggiungono rapidamente il bersaglio, è anche vero che spesso lasciano un messaggio parziale (quando non sbagliato/scorretto), che solo una maggiore consapevolezza da parte del lettore aiuta a riconoscere. Fatevi sempre qualche domanda; non date nulla per scontato; non lasciate che il primo contatto visivo con l'informazione si trasformi nell'assunzione di un dato di fatto.

Tabelle, grafici, diagrammi e altre forme di infografica sono uno strumento utilissimo per raccontare in modo efficace (e spesso esteticamente gradevole) una storia. Sono però sempre frutto di un processo narrativo: si basano su dei numeri ma non sono verità scientifiche. Alla fine dipende sempre tutto dalla prospettiva, da dove si punta lo sguardo, da quale risposta si cerca. Tornando agli esempi mostrati sopra, il secondo grafico è di certo ottimo per frenare un po' l'entusiasmo generato dal primo, ma è evidente che il contesto tecnologico del 1975 (vinile = formato dominante, con pochi rivali) è nettamente diverso da quello del 2015 (vinile = in crescita, ma nicchia): da un lato non può che esserci una montagna, dall'altro un topolino. 

sabato, ottobre 04, 2014

Web Stories - Raccontare, comunicare, informare con Internet e social network (Presentazione del corso)


Questa mattina ho presentato Web Stories - Raccontare, comunicare, informare con Internet e social network, un corso che terrò il 25 e 26 ottobre presso la Scuola Holden di Torino. La presentazione si è svolta negli spazi di Toolbox Coworking a Torino e rientra nel programma di Hangar Re-inventare il futuro, un progetto dell'Assessorato alla Cultura e al Turismo della Regione Piemonte, realizzato in collaborazione con il Circolo dei Lettori e con la Fondazione Fitzcarraldo.

La presentazione è stata molto breve: circa 20 minuti. Volendola accompagnare con alcune semplici slide, ho deciso di sperimentare il servizio emaze. È uno strumento online che permette di realizzare presentazioni non troppo sofisticate, inserendo contenuti sia dal proprio pc che dal web. Io avevo bisogno solo di alcune immagini di supporto e il risultato è stato questo:

Powered by emaze

Un paio di foto della presentazione (da Twitter).



martedì, agosto 19, 2014

Come film e serie tv visualizzano sms, testi e Internet


A livello di linguaggio, l'incrocio tra formati, mezzi, canali e sfere sensoriali diverse è uno degli aspetti più affascinanti della comunicazione contemporanea. Sia dal punto di vista creativo/artistico che da quello della semplice analisi dell'esistente (e della sua continua mutazione). Spesso ci si sofferma sui percorsi che procedono in senso espansivo e transmediale, cioè in cui un contenuto viene sviluppato in modo da raggiungere (in forme diverse e autonome, ma intrecciate tra loro) più media differenti. Un esempio classico, ormai stagionato, è quello di Matrix: i fratelli Wachowski crearono diversi filoni narrativi, sviluppandoli attraverso la trilogia cinematografica, il videogioco e la serie di corti d'animazione The Animatrix. In comune (oltre ad alcuni personaggi) c'era soprattutto l'universo di riferimento. Oggi la transmedialità è quasi un obbligo, all'inseguimento dell'attenzione di un pubblico sempre più frammentato e distribuito su un ventaglio infinito di dispositivi, social network, interessi.

Esattamente opposto - ma non meno interessante - è il processo di sinergia che tenta di racchiudere più linguaggi all'interno di un unico formato, in passato "monopolistico". Da questo punto di vista, il detonatore è stato il Web: basti pensare al quotidiano di carta (testo + immagine fissa) che nella sua versione online si trasforma in contenitore di testi, immagini fisse, immagini video, podcast audio, banner, videogiochi, mappe... (aprite Repubblica.it, Corriere.it LaStampa.it per conferma). Ma il cambiamento, sospinto dalla digitalizzazione globale, è in corso ovunque. E sul fronte artistico e spettacolare se ne trova una traccia interessante nel crescente tentativo di inserire unità testuali caratteristiche della vita quotidiana (sms, whatsapp, email, tweet, status, siti web) nel racconto per immagini in movimento di cinema e serie tv. Il video qui sotto, realizzato da Tony Zhou, è una bella panoramica (sotto forma di microsaggio in inglese) del modo in cui gli autori di film, telefilm e cartoni animati hanno iniziato a sovrapporre i testi alle immagini. Non solo contribuendo al massiccio ritorno - quasi cento anni dopo le didascalie dei film muti - del testo all'interno del linguaggio cinematografico, ma anche risparmiando sul budget (è più economico applicare un testo in computer graphics che girare una scena per inquadrare lo schermo di uno smartphone o di un computer) e sviluppando un nuovo senso estetico e di design.


(non li ho ancora visti, ma anche gli altri video-saggi a tema cinematografico 
di Tony Zhou sembrano molto interessanti)

L'immagine che trovate in apertura, però, non rientra nel video di Tony Zhou. È un fotogramma tratto dal nuovo film di Jason Reitman (il regista di Juno), Men, Women & Children. Un'opera in cui, a giudicare dal primo trailer diffuso oggi, non solo avremo un'applicazione pratica e sulla lunga distanza delle teorie sul neolinguaggio cinematografico di Zhou, ma il mix testo/immagine si sovrapporrà a un'altra novità - di comportamento - ormai diffusa in qualsiasi ambito sociale. Guardate bene l'immagine: quasi tutti i personaggi hanno gli occhi fissi sui loro smartphone e tablet. 

martedì, luglio 22, 2014

Scrivendo romanzi, annunciandolo su Twitter


In un'epoca ormai lontana, si usava dire che ogni italiano avesse scritto un romanzo e lo conservasse nel cassetto. Immagine ormai fuoritempo e fuoriluogo. Innanzitutto, bisognerebbe sostituire il cassetto con l'hard disk del computer (e a breve con la cloud). Inoltre, all'italiano medio oggi interessa ancora scrivere un romanzo? Che voglia esprimersi con ardore tuttologico, lo sappiamo bene: ce lo ha raccontato la stagione dei blog, lo conferma quella dei social network. Ma qualcosa di impegnativo come un romanzo? La dittatura dell'istante gioca a suo sfavore: come concentrarsi su un testo lungo, quando Facebook, WhatsApp & C. ti inseguono ogni secondo? Come concedersi alla fantasia quando sei distratto dal pragmatico rumore delle notifiche? È solo una questione di organizzazione, sosteneva Cory Doctorow. Basta scrivere, sempre, ovunque: a casa, in aeroporto, in albergo. Beato lui e la sua capacità di gestire il continuo stop-and-go dell'esistenza.

Eppure, anche nel 2014 scrivere un romanzo rimane vibrante attività e frustrante utopia per molti. Magari non in Italia, di sicuro all'estero. La prova arriva da Twitter. Working on a Novel è un libro di Cory Arcangel, in uscita a fine luglio per Penguin. Il suo contenuto è un collage: una raccolta dei tweet in cui è usata la frase del titolo (“lavorando a un romanzo”). In bilico tra opera d'arte, appropriazione di confessioni altrui e fotografia antropologica, il libro promette anche uno sviluppo narrativo. Secondo Creative Review, Arcangel ha riorganizzato i tweet seguendo un ordine preciso: dall'ottimismo del prima (“Ehi, scrivo un romanzo!”) alla disperazione del dopo (“Riuscirò mai a scrivere un romanzo?”). C'è molto Zeno Cosini nell'aria, la sua ultima sigaretta ripetutamente annunciata su un muro. Con la differenza che oggi il muro privato è un wall pubblico: la terapia di automotivazione viaggia sui social network, per la gioia di psicologi e voyeur.

Io non sto lavorando a un romanzo, posso dirlo con una certa sicurezza. Ma ho voluto partecipare al gioco, riportando l'obiettivo verso il nostro belpaese e la sua bella moltitudine di aspiranti e provetti scrittori. Cosa succede cercando "scrivendo un romanzo" su Twitter? Pur nel ping pong del 2014, qualche tweet salta fuori. Tra speranza e ironia, ecco una manciata di esempi relativi agli ultimi mesi:








lunedì, aprile 14, 2014

Remix! Un corso di arte, giornalismo e creatività nell'era digitale (Scuola Holden, 5 maggio-9 giugno 2014)


Nulla si crea nulla si distrugge, tutto si trasforma. Valeva per la conservazione della materia ai tempi di Lavoisier, vale per la produzione di contenuti nel secolo digitale. Nella società liquida ciò che "creiamo" è sempre più spesso una trasformazione - più o meno consapevole, più o meno esplicita - di idee e materiali preesistenti

Per almeno tre ragioni:
1. Abbiamo a disposizione molti più contenuti (= ingredienti) che in passato;
2. Possiamo utilizzare strumenti che - complice la lingua franca digitale - rendono fattibile, semplice ed economica la manipolazione diretta di qualsiasi contenuto (testi, musiche, immagini fisse e in movimento: nulla sfugge alla nostra bacchetta magica);
3. Le piattaforme di web publishing ci consentono la diffusione immediata e universale delle nostre opere: i mash up esistono non solo perché qualcuno li produce, ma perché chiunque può vederli, subito;

Culturalmente, forse anche senza rendercene conto, ci stiamo abituando alla fruizione di contenuti contaminati/derivativi/remixati: in modo molto più rapido e naturale di quanto non stia facendo l'impianto normativo del copyright, secondo il quale - a eccezione delle alternative tipo Creative Commons - praticamente qualsiasi tipo di manipolazione non autorizzata di contenuti creativi è ancora vietata. 

È la remix culture su cui hanno scritto e stanno scrivendo in molti. La remix culture che stiamo contribuendo ad alimentare su quei giganteschi frullatori of everything chiamati social network e che partendo da forme più o meno antiche (citazione, cut up, cover, remake, adattamento) si estende ormai a qualsiasi ambito dell'arte e della comunicazione: la proliferazione dei mash up audio/video, gli articoli di curation e la trasformazione di numeri in idee/infografiche del data journalism,  la moda delle liste (e delle playlist), l'esplosione del crossmedia in cui si intrecciano videomaking, pubblicità, informazione, musica, videogiochi, marketing. 

A tutto questo è dedicato Remix! Arte, giornalismo e creatività nell'era digitale, un corso che curerò presso la Scuola Holden di Torino. Cinque appuntamenti serali dal 5 maggio al 9 giugno in cui si racconterà l'evoluzione del fenomeno, si mostreranno gli esempi più significativi e si forniranno gli strumenti per entrare nel mondo del remix e realizzare il proprio primo mash up. Magari non complesso, poetico, ipermediale o adrenalinico come quelli citati sotto, ma pur sempre un punto di partenza. Le iscrizioni sono aperte fino al 28 aprile. Maggiori info sul sito www.scuolaholden.it/12129/remix/












lunedì, marzo 24, 2014

Un dilemma del giornalista web: segnalare o non segnalare una correzione?

Fonte: The New York Times

“Verba volant, scripta manent”. Un tempo. Oggi non è più così, almeno su Internet: lì gli scripta non manent, si possono cancellare, manipolare, trasformare. Anche le parole che vi trovate davanti in questo momento forse non sono le stesse che altri visitatori del blog hanno letto minuti/giorni/mesi fa: può darsi che abbia cambiato una virgola, un verbo, un intero paragrafo. O forse no, forse tutto è rimasto identico. Ma il dubbio, potenziale, c'è. Sulla carta l'inchiostro è fisso, sul web è liquido.

È una novità molto potente, affonda le radici nell'avvento dei word processor e i giornalisti/redattori hanno imparato a usarla con disinvoltura. Troppa? Dipende. La demanentizzazione della parola scritta non è per forza un brutta cosa: da un lato, permette di rimediare a refusi, lapsus, errori (che sarebbe stato meglio non fare, ma non avrebbe alcun senso non correggere); dall'altro, è alleata nella copertura delle notizie in corso, che richiedono aggiornamenti e integrazioni. 

Una straordinaria creatura internettiana che si espande e domina il nostro tempo grazie a questa nuova caratteristica della scrittura è Wikipedia. Immaginatela come un organismo vivente che si aggiorna e cambia con il mondo che cambia: quello è il suo vantaggio davvero irresistibile rispetto alla carta. Oggi Wikipedia sa già che l'ex-presidente primo ministro spagnolo Adolfo Suárez è morto e che la Crimea è in bilico tra Russia e Ucrania. Le enciclopedie sui nostri scaffali non lo sapranno mai.

Ma un conto è un'enciclopedia, un altro è un articolo. Come devono essere segnalati i cambiamenti? Il giornalista/redattore dovrebbe avvertire sempre il lettore quando modifica un articolo rispetto alla prima forma di pubblicazione? Se non lo fa vuol dire che è in malafede? Rispondere non è semplice come potrebbe sembrare. Un esempio che mostro spesso nei corsi di giornalismo e scrittura digitale è l'articolo in cui The New York Times annuncia la morte di Michael Jackson, nell'estate del 2009.




Al fondo del testo su web si trovano tre correzioni apportate nei giorni successivi. Riguardano errori di varia natura: un virgolettato, un quartiere, un numero, il titolo di una canzone. È un esempio interessante per due ragioni: la prima è che l'articolo è lo stesso uscito, forse in forma leggermente diversa, sull'edizione di carta, dove inevitabilmente le modifiche non possono essere state fatte e gli errori sono rimasti; la seconda è il dettaglio con cui vengono segnalate le correzioni.

Ma deve essere sempre così? La deontologia ti obbliga ad avvertire il pubblico quando sostituisci Black and White con Black or White? Bisogna segnalare tutti i refusi, tutti i lapsus, tutti gli sbagli? Se io mi accorgo, dopo la pubblicazione, di aver usato nella stessa frase il sostantivo “burloni” e l'aggettivo “burleschi”, posso cancellare uno dei due termini silenziosamente (come ho fatto fare) o devo comunque avvertire il pubblico del cambiamento?

Il 14 marzo Ryan Chittum ha raccontato su Columbia Journalism Review una sua disavventura, legata a un testo modificato. Dopo aver notato un errore numerico su un articolo pubblicato su The Guardian e relativo al nuovo sito di data journalism di Nate Silver, Chittum lo ha segnalato su Twitter. A stretto giro di tweet, Chittum è stato a sua volta corretto da Nate Silver, con un'allusione al rapporto tra giornalisti e numeri, al centro di molte polemiche proprio attorno al data journalism.


Cosa era successo? “Non mi ero sbagliato, come ho scoperto grazie a un altro lettore che aveva visto l'articolo originale”, spiega Chittum. “The Guardian aveva appena riscritto il passaggio sbagliato, senza segnalarlo con una linea sopra (lo strikethrough) o in altro modo”. Morale della favola, di fronte ai 670,000 follower su Twitter di Nate Silver, Chittum è diventato un altro protagonista della barzelletta “quanti giornalisti ci vogliono per calcolare una percentuale?”.

Di fronte a una storia del genere, il mio primo pensiero è stato: “Ti sta bene, Chittum, così impari a fare il maestrino che segnala gli errori su Twitter” (una pratica che purtroppo appare sempre meno finalizzata al desiderio di migliorare la qualità dell'informazione e sempre più a quello di mostrare quanto si è bravi a scovare gli errori altrui e quanto si è deliziosamente arguti nel denunciarli). Ma il dilemma sulla corretta segnalazione delle modifiche rimane.

In particolare quando non ci si limita a correggere piccoli errori ma si modificano parti sostanziali degli articoli – ragionamenti sbagliati, affermazioni infondate, considerazioni deboli – magari per correre ai ripari dopo esser stati messi alla berlina su Facebook. Non credo esista “la” soluzione giusta: probabilmente basta un po' di buon senso (e nel mio caso, un'ulteriore rilettura di controllo). E forse non sarebbe male che i giornali spiegassero al pubblico le proprie linee guida in materia.

mercoledì, febbraio 26, 2014

Le 4 regole per un buon tweet (giornalistico) secondo la BBC

(il tweet di BBC Breaking News più retwittato a gennaio)


I grandi media britannici sono tra quelli che in Europa stanno più sperimentando nel campo delle nuove tecnologie e dell'informazione diffusa verso/tramite smartphone e social network. Tra questi, spiccano in particolare BBC e The Guardian. Mark Frankel, uno dei redattori per i social media di BBC, ha condiviso su Journalism.co.uk le quattro linee guida seguite dai giornalisti della media company nell'utilizzo di Twitter. Si tratta di regole piuttosto semplici e in parte scontate, che non fa però male ricordare. Qui sotto le trovate tradotte e riassunte: spiegazioni ed esempi aggiuntivi sono disponibili su Journalism.co.uk.


1. USARE UN LINGUAGGIO CHIARO, DIRETTO, SEMPLICE 
(concedendosi anche qualche semplificazione: per esempio, se in un articolo si parla di un obstetrician, su Twitter ci si può anche concedere un più semplice doctor)

2. SCRIVERE MESSAGGI BREVI
(trattandosi di Twitter sembra una battuta tautologica, ma non lo è: i tweet non dovrebbero superare i 100 caratteri, per lasciare spazio agli eventuali commenti dei lettori che li retwittano)

3. PUNTARE SU UNA COMUNICAZIONE VISIVA 
(e fare attenzione che le immagini, nel processo di condivisione automatica su Twitter, non appaiano ai lettori tagliate e/o fuori contesto)

4. SEGUIRE LE STORIE PRINCIPALI CON PIÙ TWEET
(aggiungendo contenuti extra alle breaking news, ma senza esagerare)


mercoledì, gennaio 22, 2014

Un giornalista deve ancora saper scrivere? (appunti di giornalismo digitale)

Fonte immagine: Giò Fuga Type


La domanda nel titolo sembra una provocazione, in parte lo è, ma deriva dalla concreta constatazione di quanto - sempre più spesso - è richiesto oggi al giornalista attivo in ambito digitale: più che scrivere un vero articolo, deve twittare, aggiornare status, tradurre/riassumere articoli stranieri, produrre brevi notizie tipo agenzia di stampa. Il tutto alla massima velocità possibile, in modo da apparire online prima degli altri e conquistarsi i like e i retweet del primo arrivato. A volte basta anche concentrarsi sul titolo: azzeccando quello giusto, si rimbalza come un sasso piatto sui social network, i contatti si impennano e pazienza se poi il testo/contenuto a cui fa riferimento quel titolo è così così. 

Per soddisfare queste esigenze comunicative, in effetti non c'è poi questo gran bisogno di saper scrivere. O meglio, bisogna imparare a gestire un altro tipo di linguaggio: quello dei social network, dei 140 caratteri su Twitter, della produzione di paragrafi standardizzati, tutti identici, perfetti per essere indicizzati su Google News o motori di ricerca. Sono competenze importanti, da un certo punto di vista necessarie nel panorama digitale, che tuttavia si allontanano da quella che un tempo era considerata la "bella scrittura". O semplicemente, la "scrittura corretta". E gli effetti sono evidenti. 

A complicare le cose, ci si mette anche l'obbligo - tutto digitale e sempre più pressante in una società always on - di seguire una notizia in corsa, in real time, aggiornando un articolo man mano che si viene in possesso di nuovi elementi. Esempio recente: il mancato scambio dei calciatori Guarin e Vucinic tra Inter e Juventus. Tra lunedì 20 e martedì 21 gennaio, i giornalisti sportivi dei principali siti d'informazione hanno tentato disperatamente di modificare i loro articoli con le notizie più fresche, mantenendoli almeno vagamente scorrevoli e sensati. Nella maggior parte dei casi con risultati dall'italiano traballante, seguendo una sorta di wikipedizzazione della scrittura (in situazioni simili, spesso la strada migliore è quella di usare lo stratagemma della diretta: piccoli paragrafi aggiunti in stile blog all'inizio della pagina; molti siti, anche in Italia, ne fanno già un ottimo uso). 

Fatto sta che il decadimento della scrittura in ambito giornalistico appare sempre più evidente. E viene davvero da chiedersi: nel 2014, vista la natura del mezzo tecnologico, un giornalista digitale deve ancora saper scrivere?

Sottolineando come ciò non voglia dire rifiutarsi di imparare a utilizzare i moderni strumenti di comunicazione digitale, a mio parere la risposta è sì. Per almeno tre motivi:

a) Innanzitutto, perché non si può e non si deve giustificare la perdita della scrittura (... se non quella bella, almeno quella corretta) solo con la scusa che bisogna essere più veloci e ottenere più like/views/retweet/contatti. Prendiamolo pure come un diktat di natura etica: la tecnologia modifica una lingua, è inevitabile, ma non possiamo lasciare che la inaridisca o la uccida solo per un suo interesse che non corrisponde a un miglioramento della condizione umana e della società. Se proprio devi uccidere qualcosa, ok, fallo, ma ci deve essere un vantaggio per l'umanità: non può essere solo per le esigenze di Twitter o di Google (e dei modelli intrecciati di business che ne conseguono);

b) Perché la pubblicazione di materiale originale e di valore (a livello di complessità, contenuti, scrittura) è in realtà un'arma vincente, forse l'unica rimasta ai media per sperare di rimanere rilevanti nel panorama informativo digitale. Sei davvero un giornalista o un semplice megafono di contenuti altrui? Questa è una domanda che credo dovrebbero porsi in molti. E ho il sospetto che un discreto numero di addetti ai lavori, soprattutto quelli più pragmatici, tenderebbe a rispondere che sì, un giornalista/giornale, a maggior ragione se italiano, oggi è ormai davvero soprattutto un megafono di contenuti altrui. Siamo tutti satelliti del New York Times, del Guardian e dei profili di personaggi famosi sui social network (può anche darsi che abbiano ragione, ma è bello sperare ancora il contrario...);

c) Perché sul lungo termine il giornale che perde la sua capacità/qualità di scrittura su web non diventa altro che una vocina sbiadita nella rumorissima conversazione in corso nelle arene sociali. Giorno dopo giorno, il livello dei contenuti si appiattisce e si confonde sempre più con tutto ciò che nuota nell'oceano dei social network. Il rischio è che per qualche mucchietto di contatti in più oggi, si stia correndo il serio rischio di buttare via tutto il futuro. Perché chiunque è bravo a mettere tette e culi in un boxino o a twittare una frase di buon impatto. E a un certo punto, se non l'ha già fatto, il lettore potrebbe iniziare a porsi un'altra domanda, diversa da quella del titolo: "ma se scrivono peggio di me, non contestualizzano e spiegano nulla, si limitano a riassumere, linkare e twittare esattamente come faccio io sui miei profili personali, perché dovrei continuare a leggerli?"

Riflessioni e appunti in vista di un corso di giornalismo digitale (Scuola Holden, 11 febbraio - 11 marzo 2014)

venerdì, novembre 01, 2013

Una notte d'inverno, un navigatore

La notte del 15 ovresto 2483, il navigatore Jakovlenko si fermò sul bordo della strada per svuotare la vescica. Mentre procedeva nell'operazione, i suoi occhi colsero un luccichio in basso tra i cespugli. Jakovlenko scostò il fogliame con il piede, temendo di incontrare lo sguardo imperturbabile di una lexamera dell'Alleanza. Con sollievo, raccolse invece un sottile parallelepipedo di metallo scuro e crepato. Su una superficie brillavano i resti di una sfera argentea, l'altra era uno schermo. Jakovlenko riconobbe un manufatto di comunicazione del XXI secolo, come quelli collezionati da suo padre. Il navigatore aprì il polso, estrasse i cavi della batteria quantica e li collegò all'apertura sul fondo del dispositivo. Quindi diede energia. Due figure apparvero sullo schermo, mentre una musica arcana si alzava verso la fredda falce di luna. “Che civiltà misteriosa e affascinante”, pensò Jakovlenko, ancora con i pantaloni abbassati.

venerdì, ottobre 04, 2013

Janelle Monáe e gli orizzonti dell'afrofuturismo


E se l'afrofuturismo diventasse il nuovo steampunk?

Ipotesi che si disegna nella mente per colpa del nuovo album di Janelle Monáe, The Electric Lady. Soprattutto delle recensioni a esso dedicate, dove - in particolare sui media d'oltre Atlantico - la parola "afrofuturismo" torna in modo quasi ossessivo.

Prima di divagare, sei righe di plauso a The Electric Lady. Tra i dischi che ho ascoltato quest'anno, è di certo il più lontano dai miei gusti abituali, con il suo mix di soul, funky, r'n'b, pop e disco (nel 2013 TUTTI mettono un po' di disco nei propri dischi). The Electric Lady è un album coloratissimo, energetico, flamboyant, da febbre del sabato sera, perfetto da ascoltare in macchina a tutto volume, mentre stai andando a ballare con gli amici (una situazione da cui io fieramente rifuggo: mi limito ad ascoltarlo a tutto volume, sì, ma a casa, per la gioia dei vicini). 


I saggi vi diranno che nell'album ci sono canzoni più interessanti.
Hanno ragione, ma questa è pura ruggente malinconia da colonna sonora '70-'80.

Dal punto di vista narrativo e di immaginario, in The Electric Lady Janelle Monáe torna a indossare i panni dell'androide Cindi Mayweather, il suo Ziggy Stardust, alter ego artistico e fantascientifico già protagonista dei precedenti EP e dell'album The ArchAndroid. Ed è qui che ci spostiamo verso l'afrofuturismo.

Come spiega Wikipedia (la traduzione è mia):
L'afrofuturismo è un'estetica emergente - letteraria e culturale - che combina elementi di fantascienza, fiction storica, fantasy, "afrocentricity" e realismo magico con cosmologie extra-occidentali, come critica non solo delle problematiche contemporanee relative alle persone di colore, ma anche per rivedere, interrogare e rimettere sotto esame gli eventi storici del passato. Coniato da Mark Dery nel 1993, il termine "afrofuturismo" affronta temi e questioni della Diaspora Africana attraverso le lenti della tecnocultura e della fantascienza. 
Sulla bilancia spesso finiscono per pesare di più i connotati antropologici/razziali di afro (da afroamerican), rispetto a quelli geografici (da Africa). Opinione personale: dal punto di vista estetico e soprattutto narrativo, le potenzialità più interessanti sono però radicate proprio nel continente africano (più che in una fusione - inevitabilmente americanocentrica - tra le tradizioni della popolazione di colore e la fantascienza). Se ci si concentrerà su quegli orizzonti e quei territori, possibilmente limitando/neutralizzando l'approccio neocolonialista, potrebbe davvero venirne fuori una mitologia nuova, ricca, affascinante, avvincente, a tratti anche distopica, come quella che anima lo steampunk

Cinque esempi trasversali di afrofuturismo - o perlomeno, di ciò che a me piace intendere come afrofuturismo - che ho incontrato nei giorni/mesi/anni scorsi:

District 9 (Neill Blomkamp, lungometraggio)
I dischi volanti atterrano a Città del Capo. 



The Afronauts (Cristina De Middel, progetto fotografico) 
1964, lo Zambia, il sogno del primo uomo africano sulla Luna.



Pumzi (Wanuri Kahiu, cortometraggio) 
Post-apocalypse now, in Kenya




Sonic Journey Into Afrofuturism (King Britt, mix musicale)
Una raccolta compilata per il sito Okay Africa, che ripercorre le stagioni dell'afrofuturismo musicale, dalla preistoria jazzata (Herbie Hancock, Miles Davis, Alice Coltrane) alla contemporaneità contaminata (Flying Lotus, Bombino, Common) a un'ipotesi di futuro (Shabazz Palaces). Ascoltabile integralmente su SoundCloud o, in versione ridotta, nella playlist che ho preparato su Spotify. 



The Dead (Jonathan & Howard Ford, lungometraggio)
 L'alba dei morti viventi. In Burkina Faso.


mercoledì, settembre 18, 2013

Le fantastiche benevole avventure di Kavalier e Clay



I mash up nascono dove meno te l'aspetti.

Per ragioni del tutto accidentali, a fine agosto ho iniziato - contemporaneamente - la lettura di due romanzi-mammuth, da oltre 800 pagine ciascuno: Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon e Le benevole di Jonathan Littell. Chabon, perché avevo deciso di aggredire il grattacielo dei libri arretrati - mai letti - partendo dalle fondamenta più massicce. Littell, perché in partenza per Parigi, un po' stufo della Belle Époque, della Generazione Perduta e della Nouvelle Vague, ero alla ricerca di un romanzo francese scritto nel ventunesimo secolo (Littell ha doppia cittadinanza americana-francese e la versione originale di Le benevole, del 2006, è in francese).

Un po' per gioco, un po' per una patologica tendenza all'equilibrio, ho mantenuto un ritmo di lettura regolare: 50 pagine di uno, 50 pagine dell'altro... E così ho visto nascere sotto i miei occhi e nella mia mente una creatura impossibile: un unico mash up letterario di quasi duemila pagine, che si sviluppa in modo incredibilmente naturale, incastrando le vicende dei due romanzi.

Coincidenze e convergenze, dicevo. Kavalier e Clay e Le benevole non condividono solo la dimensione pachidermica (o il palmarès prestigioso: uno ha vinto il Pulitzer, l'altro il Goncourt). Sono entrambi ambientati intorno alla metà del secolo scorso, attorno al nazismo, alla Seconda Guerra Mondiale, alla persecuzione degli ebrei. Il loro percorso è però speculare: da un lato (Le benevole) c'è il punto di vista dell'ufficiale SS, testimone e carnefice, la cui avanzata sul fronte sovietico si trasforma gradualmente in una sorta di Apocalypse Now, risalendo fino alle radici del Male e della Follia; dall'altro (Kavalier e Clay), c'è il viaggio della speranza del giovane ebreo Joe Kavalier, che scappa dalla Praga invasa dai nazisti, trovando una possibilità di vita a New York.

Le due strade si avvolgono, riflettono e intrecciano come lo yin e lo yang. All'inizio, l'arrogante euforia e sicurezza dei tedeschi durante la prima parte dell'Operazione Barbarossa, osservata attraverso gli occhi di Maximilien Aue, fa da contraltare alla rocambolesca fuga di Josef Kavalier, nascosto in una bara, scelto dalla famiglia per riuscire a scampare - almeno lui - al terribile destino verso cui stanno precipitando gli abitanti del ghetto di Praga. Pagina dopo pagina, però, gli orizzonti e le sorti si ribaltano: mentre la campagna nazista si trasforma in una catastrofe, impantanata nelle montagne del Caucaso e nell'inverno/inferno di Stalingrado, l'odissea di Josef assume i contorni di un trionfo quasi hollywoodiano, coloratissimo, tra Salvador Dalì, i grattacieli di New York e il fantastico mondo dei fumetti: Nazi Nightmare vs American Dream, nelle sfumature, negli scenari, nella scrittura.

E' sorprendente la simmetria e la naturalezza con cui ciò avviene. C'è un momento preciso in cui i due romanzi toccano l'apice della loro simbiosi: quando - a poche pagine di distanza - in entrambi viene pronunciata la parola Madagascar (una delle folli "soluzioni" antisemite progettate dai nazisti: spedire tutti gli ebrei nell'isola africana). In realtà non è un termine chiave. E' citato quasi di sfuggita, in mezzo ad altri milioni, sia in Le benevole che in Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Non conta nulla. Eppure, all'occhio del sottoscritto, quel Madagascar buttato lì, quasi inconsapevolmente, dagli autori/protagonisti è la potentissima prova della magia. Il simbolo definitivo dell'avvenuto contatto, della nascita di una nuova creatura: Le fantastiche benevole avventure di Kavalier e Clay, un'entità meravigliosa mai incontrata prima da essere umano (ho il sospetto e la presunzione che nessuno - in Italia, Francia, Stati Uniti o Madagascar - abbia mai letto questi due libri contemporaneamente).

Come i giochi, anche le magie più belle durano poco. In questo momento sono intorno a pagina 300/350 dei due romanzi (o 650 del mash up). Non so cosa attenderà me, Josef e Maximilien. E' possibile e probabile che nei prossimi capitoli i protagonisti si allontanino, le coincidenze si affievoliscano, i romanzi si stacchino, il Madagascar torni a essere un'isola dell'Oceano Indiano (o un film della Dreamworks). Ma queste prime due settimane di settembre, queste prime centinaia di pagine incrociate, questo imprevedibile incrocio di storie, meritavano di essere fissati almeno sulla cartavelina di un blog. E' orribile ciò che può fare l'uomo, annullando intenzioni ed esistenze altrui (Le benevole è un romanzo di fiction storica, scritto con vividezza documentaria: in certi momenti ti stritola lo stomaco); sono splendidi gli universi che può inventare la mente umana, miscelando invenzioni ed esperienze altrui.

mercoledì, settembre 11, 2013

Il riflesso e la grandeur (genuflettendosi di fronte a "Reflektor" degli Arcade Fire)


Lunedì 9 settembre, nel giorno in cui i lyric video sono sbarcati in Italia sulle ali di Laura Pausini e in cui Miley Cyrus ha proseguito nel suo elegante riposizionamento estetico (leccando mazze da cantiere), sul versante del rock (ex?) alternativo si è abbattuto il tornado Arcade Fire. Nel lancio di Reflektor, singolo che anticipa il nuovo album in arrivo a fine ottobre, tutto è stato decisamente oversize: la durata del brano (otto minuti, pura eresia secondo i vetusti canoni radiofonici), la produzione (James LCD Soundsystem Murphy), i cameo (David Bowie, con conferma ufficiale), un videoclip firmato da quel gran genio di Anton Corbijn. Persino le teste dei musicisti, nel suddetto video, sono più grandi della norma. E non è mancato nemmeno un po' di sano esagerazionismo tecnofilo, attraverso il filmato interattivo Just a Reflektor, realizzato dall'amico Vincent Morisset in partnership con un'altra realtà famosa per il suo basso profilo: Google

Non c'è due senza tre. Dal crocicchio in cui si incrociano Web e video, gli Arcade Fire erano già passati almeno un paio di volte. All'epoca di Neon Bible, prima, e poi attraverso il progetto The Wilderness Downtown, esempio ancora oggi piuttosto innovativo di collisione e creazione di nuovi linguaggi, in cui si genera un video personalizzato della canzone We Used To Wait con le mappe di Google Earth e Street View. Da quell'esperimento è nata la collaborazione con Google che si ripete oggi con Reflektor, nell'alveo dei Chrome Experiments

Road test. In Just a Reflektor (sul video "normale" di Corbijn non scrivo niente... mi limito ad aggiungerlo, con stima rinnovata, in fondo al post), l'asticella tecnologica viene alzata assai. E l'orologio si sintonizza su un tempo presente in cui si dà per scontato che l'ascoltatore medio degli Arcade Fire sia dotato di smartphone d'ordinanza: il progetto si sviluppa infatti con un dialogo tra smartphone e computer (attraverso la webcam), nel quale i movimenti del dispositivo portatile producono degli effetti visivi sul video girato da Morisset ad Haiti e visualizzato sullo schermo del pc. Le immagini sfumano, coni di luce vagano per lo schermo, saette bianche scheggiano il volto della protagonista, a seconda degli scatti del device-telecomando. Un gioco domestico, declinato quasi inseguendo le dinamiche della Nintendo Wii, in cui purtroppo - per quelli che sono stati i risultati personali di una prova mattutina - l'obiettivo non coincide con il risultato. Il mio MacBook si è rifiutato di collaborare, un vecchio pc lo ha fatto ma senza riuscire a dialogare bene con lo smartphone. Insomma, un disastro o giù di lì. Se la seduzione della tecnologia si realizza soprattutto attraverso la sua semplicità/intuitività/immediatezza, Just a Reflektor con il sottoscritto ha trovato un due di picche (alla fine, sono riuscito a comandare il video solo nel modo più arcaico: senza geolocalizzazione e smartphone, ma muovendo il ditino sul mouse incorporato del laptop). 


Nel laboratorio

V come Vincent. Coincidenza onomastica curiosa, un secolo e mezzo dopo lui, altri Vincent tengono in mano le redini della nuova arte visiva, in questo caso nella sua espressione in movimento e legata a Internet. Alcuni dei progetti più interessanti post-2000 sono stati sfornati dal transalpino Vincent Moon (anch'egli, coincidenza #2, in passato al lavoro con gli Arcade Fire), altri provengono invece proprio da Vincent Morisset, l'autore di Just a Reflektor. Canadese di Montreal (la stessa città che fa da quartier generale alla band), nella sua iper-minimale pagina web ufficiale afferma di "essere alla ricerca di nuovi modi per raccontare storie". Ne ha già sperimentati parecchi con gli Arcade Fire (prima di Reflektor, Neon Bible, Miroir Noir, Sprawl #2... i link sono tutti sul suo sito), ma anche con i Sigur Ros (Inni) o in modo slegato dalla musica ("Bla Bla, a film for computer", su cui forse approfondirò nei prossimi giorni).    

Grandeur. Un po' insoddisfacente - alla prova pratica - nel suo comparto più futuristico, il progetto Reflektor rimane una meraviglia sotto tutti gli altri aspetti (compreso quello filosofico digitale: il filmato è open source e sono stati resi disponibili codici sorgenti e approfondimenti sulle tecnologie utilizzate). Proviamo a ripetere di nuovo i nomi dei collaboratori: David Bowie, James Murphy, Anton Corbijn, Vincent Morisset, Google. Solo per il primo singolo... Nell'anno domini 2013, dagli Arcade Fire sembra provenire il respiro e il rimbombo di un'ambizione grande come l'universo. Nella scelta dei complici, ma anche e soprattutto nelle visioni disco dark che trasudano dagli otto minuti di Reflektor. Tra un mese scopriremo se è un bluff, ma oggi è bello respirarla tutta quest'ambizione, a pieni polmoni. Perché ok, massimo rispetto per il minimalismo, il lo-fi, l'umiltà da garageband, l'unplugged per tutti, l'etica indie, l'artista vicino di Facebook, ma ogni tanto è bello ancora incrociare e lasciarsi stordire da un po' di sana grandeur. Magari il pomeriggio rimani incantato da un busker che strimpella sotto casa e la sera spalanchi le pupille di fronte a uno show poderoso, rigonfio di tecnologia come il Po nei giorni cattivi del 2000 (esempio: l'attuale tour dei Nine Inch Nails... per darvi un'idea).

On your knees, boy. Da tempo gli Arcade Fire non sono più la band per pochi eletti scoperta da Pitchfork nel 2004: hanno vinto un Grammy, piacciono (sembra proprio tanto) a Jovanotti, ormai sono pronti a giocare in Champions League, con tutto ciò che questo vuol dire, dai possibili torrenti di nuovi seguaci all'inevitabile pioggia di acuminate antipatie. Senza avere la più pallida idea di cosa sarà davvero il resto del nuovo album e come sarà organizzato il conseguente tour, rischiando dunque di prendere un'imbarcata colossale (magari è una raccolta di ballatine acustiche che saranno presentate su un palco con tre candele), chi scrive sogna - ampliando un'idea captata su Twitter - che gli Arcade Fire stiano per entrare nel loro Zoo Tv. Un tempio dove tracciare scenari e sconvolgere orizzonti, senza limiti o moderazioni, con l'umiltà tipica del gigante a cui è saggio e doveroso sottomettersi, ciondolando e gattonando al ritmo di Reflektor (e se poi così non fosse...).  



venerdì, luglio 05, 2013

Il fascino poco discreto della Springfield virtuale


Non so quale sia il futuro dell'intrattenimento da luna park, ma il presente che ho appena scoperto è terribilmente eccitante. La scorsa settimana ho visitato gli Universal Studios di Orlando, in Florida, un grosso parco di divertimenti (a pochi chilometri da Walt Disney World e SeaWorld) ispirato a film e serie tv. Due attrazioni mi hanno lasciato lo sguardo ebete ed esaltato del bambino di dieci anni: The Simpsons Ride e Transformers: The Ride. Praticamente, due montagne russe digitali: il vagoncino sta fermo o si muove di pochi metri, facendo scossoni e piroette in base alle immagini che ti avvolgono su megaschermi ad altissima definizione (nel caso di Transformers, pure in 3D, con occhialini d'ordinanza).  

Siete scettici? Vi capisco. Quando sono entrato nel tunnel che porta a The Simpsons Ride, con ancora un Krusty Burger caldo nello stomaco (hanno costruito una specie di piccola Springfield lì attorno), trasudavo cinismo e perplessità ("ma non doveva essere una montagna russa? Al chiuso?"). Figurarsi poi quando ho visto il vagone da otto posti, in una stanzetta di pochi metri quadrati ("è un film, che fregatura!"). 

Beata ignoranza.  

The Simpsons Ride esiste ormai dal 2008. Qui sotto c'è un video che riprende l'intera corsa. Non rende nemmeno al 5% l'esperienza reale, ma almeno vi può aiutare a capire di cosa sto parlando (è un po' uno spoiler: magari evitatelo, nella fortunata ipotesi di un'imminente vacanza in Florida).



Stesso discorso, ancora più stupefacente, per Transformers: The Ride. Attrazione fresca fresca, è stata aperta a Orlando il 20 giugno (dopo esser stata testata con successo in altri due parchi targati Universal, a Singapore e in California). Rispetto a The Simpsons Ride, i vagoncini si muovono su vere rotaie, spostandosi all'interno di un grande capannone. Ma tu perdi presto cognizione del percorso "reale", visto che i sensi vengono catturati dal mondo "virtuale" e dall'acceso scontro che si scatena quasi subito tra Optimus Prime e Megatron (credo siano loro: essendo ispirato a Transformers, praticamente ci sono solo robot che si prendono a sberle metalliche, e tu sei lì in mezzo...). Anche in questo caso, un video viene in aiuto al racconto (le immagini sfocate sono dovute al 3D). 


Qualche riflessione sparsa:

a) Attrazioni come The Simpsons Ride e Transformers: The Ride mostrano tutto il magnifico e subdolo effetto della dittatura dello stupore. Dopo aver provato qualcosa del genere (dopo aver assaggiato il sapore del sangue...), non riesci più a tornare indietro. Non ti accontenti. E quando ti trovi di fronte a cose vecchiotte come T2 3-D: Battle Across Time (con i personaggi di Terminator) e Twister... Ride It Out, che fino a pochi anni fa erano probabilmente all'avanguardia, provi un'immediata delusione. T2 3-D in realtà è un interessante mix di film in 3D e spettacolo in live action, con schermi surround e robot cattivi a grandezza dinosauro, e regge ancora dignitosamente (soprattutto considerando i 17 anni sul groppone). Twister... Ride It Out, risalente al 1998, fa tenerezza: gli scricchiolii dovuti all'uragano, le folate sparate in faccia da qualche ventilatore, la luce che si spegne all'improvviso, la mucca di pezza che vola appesa a un filo, gli stessi video introduttivi di Helen Hunt e Bill Paxton... sembra tutto uscito dallo scatolone dei giocattoli dei nostri genitori. Non a caso la coda per entrare era praticamente nulla, contro i trenta minuti buoni trascorsi nel labirinto d'accesso a Transformers: The Ride. C'è poco da fare: per quel che si vede a Orlando, la finzione digitale travolge ormai la finzione meccanica. Il paragone è improponibile. E in questo caso non ti salva nemmeno l'effetto vinile: in un parco di divertimenti dal sapore e fragore hollywoodiano, tra robot che si picchiano, non cerchi certo il romanticismo vintage o il conforto della nostalgia. Vuoi un po' di sangue, appunto. 

b) Questo fenomeno è ben noto agli architetti di simili paesi delle meraviglie. Scorrendo la timeline del parco su Wikipedia, si nota come in poco più di vent'anni i cambi di scena siano già stati numerosi. I cicli di vita delle attrazioni sono sempre più brevi. La Springfield virtuale ha preso il posto di una ride dedicata a Ritorno al Futuro, i Transformers fanno a botte su quello che un tempo era il reame di Hercules e Xena. Il lungo addio ha già coinvolto anche King Kong, Lo Squalo, Alfred Hitchcock: questo è l'elenco completo dei cari estinti. La dittatura dello stupore è davvero crudele. E non fa prigionieri: preferisce radere al suolo e ricostruire. 

c) Il che ci porta a una terza riflessione: arrivando dall'Italia, paese sempre più sprofondato in un letargo esistenziale con pochi sogni e tante paure, dove - a furia di vedere e sentire la crisi - ti senti quasi obbligato a essere cinico, pessimista e grigiamente sobrio (più per necessità ombrosa, che per scelta virtuosa), una realtà come quella degli Universal Studios (e della Florida in generale, almeno quello spicchio di ricca suburbia che ho visto) ti appare inevitabilmente stridente per la sua grandeur economica. Per costruire The Simpsons Ride, ci sono voluti 40 milioni di dollari. Per Transformers: The Ride, 100 milioni (e altrettanto sono costate le versioni in California e a Singapore). Insomma, sull'asse economico Italia-Florida - per investimenti, atmosfera, tenore di vita - percepisci una distanza che non è poi così dissimile da quella sull'asse tecnologico tra il Twister analogico e i Transformers digitali. E l'aspetto più inquietante è che la reazione che accompagna questa riflessione è puntualmente di scoraggiamento. Non è preoccupante tanto l'ipotesi che noi non costruiremo mai una Springfield (o un Paese dei Balocchi) virtuale di quel livello (in fondo è solo intrattenimento). O un ospedale per l'infanzia high tech da 400 milioni di dollari come quello che ho visitato sempre a Orlando (meglio tutelare un sistema di sanità pubblica più orizzontale e meno verticale). Il vero problema è che, in cuor nostro, siamo convinti che - anche volessimo - non avremo mai la possibilità di fare qualcosa del genere. Che ormai abbiamo preso un'altra direzione. Che saranno solo lacrime, sangue e tagli sulla spesa di pane e alimentari. E' un brutto vicolo cieco mentale*. 

d) Per fortuna, però, c'è il fanciullino inside. Sì, all'alba dei 37 anni c'è ancora! Lui torna subito a sgranare gli occhi: è fatto per volare sulle montagne russe, non per pensare alla crisi. E quando senti riemergere ed esplodere la sua sorpresa - anche se non di fronte a un paesaggio bucolico dei tempi pascoliani, ma scappando da un panda gigante guidato da Telespalla Bob - beh, quella è sempre una sensazione dannatamente meravigliosa. 

e) ... poi, detto tra noi noiosi appassionati di scritture digitali, narrazioni crossmediali, nuovi orizzonti della fantasia, ecc. ecc., anche sotto questi aspetti meno fanciulleschi, mirabilie spettacolari come quelle degli Universal Studios lasciano molto su cui pensare, da approfondire e da cui lasciarsi intrigare. 

* Lo stesso vicolo cieco che, a pensarci bene, ha generato la riflessione al punto c) : invece che limitarmi a descrivere le montagne russe di Orlando, ho sentito il bisogno di aggiungere una fosca nuvola di italica crisi... 

lunedì, giugno 24, 2013

Bastard Access Memories (3/3): la metà oscura


Nella terza e ultima puntata di questa serie dedicata alle derivazioni e mutazioni da Random Access Memories dei Daft Punk, ci concentriamo sulla seconda parte della tracklist. Entriamo dunque nella dark side of the album, la metà oscura, quella che molto spesso - per semplici ragioni di ascolto fedele/abitudinario della scaletta ufficiale di un disco - rimane un continente selvaggio e poco esplorato (nel quale a volte sono gli artisti stessi a concedersi un po' di relax e a riporre i pezzi più strani, sperimentali o semplicemente riempitivi). Basta dare un'occhiata alla classifica qui sotto (che riguarda gli ascolti di RAM, la scorsa settimana, da parte degli utenti della community Last.fm) per avere una conferma dell'acqua calda: l'album dei Daft Punk non fa eccezione, le sei canzoni che lo chiudono,  Doin' It Right a parte, sono le meno ascoltate.


Eppure, e qui sta la forza contagiosa di questa strana creatura vintage, anche loro sono già tutte finite nel frullatore azionato da fan, dj e video-alchimisti sparsi. Come scoprirete qui sotto. Con una piccola immensa doppia sorpresa finale, per chi riuscirà a reggere fino al fondo (o vi salterà a piè pari). 
Buoni suoni, buone visioni, buone memorie random.


Bastard Access Memories è un progetto in tre parti, dedicato a quello strano, sporco e luccicante continente formato dalle cover, dai remix, dai mash up e da altre "bastardizzazioni" dell'album Random Access Memories dei Daft Punk.
Questo è il capitolo finale. 
In precedenza:


7. Touch

Se Cristo si è fermato ad Eboli, Michael Jackson non si accontenta di Get Lucky. Il suo spettro invade anche le zone più periferiche di Random Access Memories, materializzandosi in due versioni ibride di Touch. La prima è piuttosto arzigogolata: la voce del King of Pop viene roboticamente manipolata (fondendo frammenti di diversi brani) in modo che ripeta meccanicamente la frase "love is the answer". La trovate qui. La seconda è più semplice, breve, forse anche più adatta ad aprire in pace e serenità questa carrellata: è il mash up con Heal the World che potete far scorrere qui sotto.



9. Beyond

Una vera e propria calamita per mash up. C'è chi l'ha fusa (bene) con Regulate di Warren G e Nate Dogg, chi (così così) con Roadgame di Kavinsky e chi (ahi ahi) con Canned Eat di Jamiroquai. Alla fine, per il sottoscritto la versione migliore è però una cover: una di quelle - assai comuni su YouTube - in cui il moderno ed eclettico menestrello digitale si riprende mentre suona diversi strumenti, rimontando il tutto con un buon software di editing audio e video. Direttamente da Portlandia, ecco un buon risultato a tutto vocoder, chitarra acustica e microkorg.



10. Motherboard

Se Beyond era una acchiappamashup, Motherboard stuzzica la fantasia dei puri remixer. Ce ne sono davvero per tutti i gusti, ne ho ascoltati almeno una dozzina e tra i miei preferiti indicherei quelli di Rico Puestel, AMD e FarmWorker (con l'aggiunta fantasmatica e suggestiva della voce di Sebastien Tellier). E' tuttavia la scheda madre originale dei Daft Punk quella che potete ascoltare nel video qui sotto. A vincere questa volta sono le immagini: paesaggi notturni di Melbourne, montati in time-lapse. Poteva mancare questa forma di editing fotografico - gettonatissima su YouTube - nel viaggio caleidoscopico di Bastard Access Memories?*

* No, non poteva. E visto che siamo nell'era dell'abbondanza... abbondiamo! Oltre che per accompagnare Melbourne, qualcuno ha usato Motherboard anche come colonna sonora di un timelapse stradale nella Bruce Peninsula, in Canada



11. Fragments of Time

C'è un remix di Roman Kouder che va piuttosto forte. Ci sono i mash up con i Quad City Dj's e con Kendrick Lamar. E c'è un ragazzo in barba, chitarra e occhialini alla John Lennon che ci dimostra come Fragments of Time possa finire, assieme a Battisti e Knockin' On Heaven's Door, nel nostro repertorio da falò sulla spiaggia: tre accordi e la verità. Ma in questo caso trionfa la buffitudine domestica...



12. Doin' It Right

Quasi al fotofinish, i Daft Punk ci regalano il pezzo forse meno passatista dell'intero album. Di sicuro uno di quelli che più ha stuzzicato la fantasia della crowd manipolatrice. Meritano almeno una segnalazione i remix targati Macintrash, Theatre of DelaysMirror CityFlirtphonic e Jnathyn, nonché i mash up con Skrillex e con la vecchia Da Funk. Ma la versione prescelta, che trovate qui sotto, ha un elemento in più: è cantata in portoghese. E ben rappresenta lo spirito globale di questo progetto (senza cadere - soprattutto alle orecchie di chi, come il sottoscritto, non conosce il portoghese: negli orrori delle traduzioni multilingue di Get Lucky, su cui la settimana scorsa abbiamo lasciato calare un velo di compassione). 



13. Contact

Infine, lo spazio infinito. Che può essere quello esplorato in un video mash up con immagini dell'omonimo film (Contact) del 1997. Oppure quello, ancora più mozzafiato, delle sequenze finali di 2001 Odissea nello Spazio. Ma Kubrick deve aspettare qualche riga. Il contatto finale lo assegniamo a un video, presumo di matrice thailandese, apparso giusto un paio di settimane fa. Una sarabanda berlinese che comprende time-lapse (again), vorticosi movimenti di macchina, montaggio frenetico, il Bundestag, la porta di Brandeburgo, la torre di Alexanderplatz, il Muro, due persone che camminano tenendosi per mano, ecc. ecc. Credo che il senso e il sottotitolo potrebbero essere: "ricordo visivo di una bella vacanza a Berlino". O altrimenti... video random access memories.   




Extra - Giove e oltre l'infinito

Da quando ho iniziato a pubblicare questa serie, il processo di bastardizzazione di Random Access memories non si è arrestato. Anzi, ha conquistato nuovi spazi, tracciando percorsi sempre più ambiziosi e impegnativi. Sono diversi i casi in cui gli artistiweb non hanno deciso di manipolare un singolo brano, ma l'intero disco: c'è chi lo ha risuonato tutto al pianoforte, chi lo ha trasformato integralmente in 8 bit, chi lo ha rallentato, ecc. ecc.  Due soli esempi, che potrebbero essere la porta d'accesso a ulteriori mondi, ulteriori viaggi. Il primo è Daftside, la versione integrale dell'album remixata e uploadata su Soundcloud da Nicholas Jaar e Dave Harrington. Cupa e d'autore, la potete ascoltare qui sotto.


La seconda coinvolge Stanley Kubrick.
I più pinkfloydiani di voi forse conosceranno la storia della sincronizzazione tra Echoes e il segmento finale di 2001 Odissea nello Spazio. Adesso non è più sola. Su YouTube è apparsa una versione ridotta del film, accompagnata dall'intero Random Access Memories (in tracklist manipolata rispetto all'originale). Non una visione perfetta, ma di certo psichedelica. Ottima metafora di chiusura per un viaggio in cui il soggetto - la matrice delle bastard access memories digitali - in fondo è come l'infinito di 2001 (e come quello che ci circonda): un universo in continua espansione, alimentato dalla replica costante e inesausta del più immenso big bang dell'umanità, quello che nasce dallo scontro tra la memoria e la fantasia.