Visualizzazione post con etichetta mash up. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mash up. Mostra tutti i post

lunedì, marzo 02, 2015

Supercalifragilistichespiralimetal


"Cara Lady Gaga, mi hai scaldato il cuore". Così Julie Andrews – pochi giorni fa – ha ringraziato la popstar per l'omaggio dedicatole durante la cerimonia di premiazione degli Oscar, sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles. Non mi risulta invece che la Andrews abbia commentato un altro tributo, spuntato su YouTube il 24 febbraio. Un'opera che aspettavamo da tempo: la versione death metal di Supercalifragilistichespiralidoso, la celebre canzoncina dal titolo nonsense del film Mary Poppins. Tutta da ascoltare, ma soprattutto da vedere nel videomashup ottimamente sincronizzato con le immagini del film. L'autore dell'arrangiamento è Andy Rehfeldt, le voci sono di Sera Hatchett e Thomas Hinds. Non siamo ai livelli semplicemente miracolosi della Felicità di Albano & Romina in salsa berlinese, ma l'accostamento sfrigola bene. Per un paragone con l'originale, qui c'è la versione cinematografica in italiano, con la voce di Tina Centi.



giovedì, novembre 06, 2014

La nuova musica di John Carpenter sui vecchi film di John Carpenter


A volte per promuovere un contenuto online non c'è bisogno di tanta fantasia: basta fare uno più uno e sfruttare le potenzialità multimediali offerte dal mezzo. Prendiamo John Carpenter, maestro del cinema horror (e non solo), autore di capolavori come La Cosa, Halloween, Distretto 13 - Le brigate della morte, Essi vivono, Il seme della follia... Appassionato di musica e compositore di molte delle colonne sonore dei suoi film, Carpenter pubblicherà nel 2015 l'album John Carpenter's Lost Themes.

Il disco raccoglie brani inediti, ma per lanciare il primo singolo online Carpenter ha deciso di creare un legame artificiale tra la musica e il cinema. Come? Lasciando scorrere in loop, sotto le note del brano Vortex, un supercut di spezzoni dei suoi film più famosi. Il risultato, visibile su johncarpenter.sacredbonesrecords.com, è un mash up semplice ma meraviglioso, anche leggermente ipnotico, che gli appassionati del grande regista americano non potranno che apprezzare.

giovedì, ottobre 30, 2014

Il Giardino delle delizie emoji


Il Trittico del Giardino delle delizie è una delle opere più famose del pittore olandese Hyeronimus Bosch. Risale alla fine del quindicesimo secolo ed è conservato al Museo del Prado di Madrid. Il Trittico del Giardino delle delizie emoji è la versione realizzata dall'artista contemporanea Carla Gannis, in cui lo spazio è invaso dalle piccole icone che oggi - complice l'effetto WhatsApp - stanno diventando componente sempre più significativa del nostro linguaggio. Non è la prima volta che gli artisti giocano con gli emoji, magari inserendoli nel mondo reale o utilizzandoli come frammenti neogeroglifici per indovinelli cinematografici. L'opera di Carla Gannis attualmente è esposta alla Kasia Kay Art Projects Gallery di Chicago. Qui sotto potete fare un confronto. 



In versione .gif animata:

martedì, agosto 19, 2014

Come film e serie tv visualizzano sms, testi e Internet


A livello di linguaggio, l'incrocio tra formati, mezzi, canali e sfere sensoriali diverse è uno degli aspetti più affascinanti della comunicazione contemporanea. Sia dal punto di vista creativo/artistico che da quello della semplice analisi dell'esistente (e della sua continua mutazione). Spesso ci si sofferma sui percorsi che procedono in senso espansivo e transmediale, cioè in cui un contenuto viene sviluppato in modo da raggiungere (in forme diverse e autonome, ma intrecciate tra loro) più media differenti. Un esempio classico, ormai stagionato, è quello di Matrix: i fratelli Wachowski crearono diversi filoni narrativi, sviluppandoli attraverso la trilogia cinematografica, il videogioco e la serie di corti d'animazione The Animatrix. In comune (oltre ad alcuni personaggi) c'era soprattutto l'universo di riferimento. Oggi la transmedialità è quasi un obbligo, all'inseguimento dell'attenzione di un pubblico sempre più frammentato e distribuito su un ventaglio infinito di dispositivi, social network, interessi.

Esattamente opposto - ma non meno interessante - è il processo di sinergia che tenta di racchiudere più linguaggi all'interno di un unico formato, in passato "monopolistico". Da questo punto di vista, il detonatore è stato il Web: basti pensare al quotidiano di carta (testo + immagine fissa) che nella sua versione online si trasforma in contenitore di testi, immagini fisse, immagini video, podcast audio, banner, videogiochi, mappe... (aprite Repubblica.it, Corriere.it LaStampa.it per conferma). Ma il cambiamento, sospinto dalla digitalizzazione globale, è in corso ovunque. E sul fronte artistico e spettacolare se ne trova una traccia interessante nel crescente tentativo di inserire unità testuali caratteristiche della vita quotidiana (sms, whatsapp, email, tweet, status, siti web) nel racconto per immagini in movimento di cinema e serie tv. Il video qui sotto, realizzato da Tony Zhou, è una bella panoramica (sotto forma di microsaggio in inglese) del modo in cui gli autori di film, telefilm e cartoni animati hanno iniziato a sovrapporre i testi alle immagini. Non solo contribuendo al massiccio ritorno - quasi cento anni dopo le didascalie dei film muti - del testo all'interno del linguaggio cinematografico, ma anche risparmiando sul budget (è più economico applicare un testo in computer graphics che girare una scena per inquadrare lo schermo di uno smartphone o di un computer) e sviluppando un nuovo senso estetico e di design.


(non li ho ancora visti, ma anche gli altri video-saggi a tema cinematografico 
di Tony Zhou sembrano molto interessanti)

L'immagine che trovate in apertura, però, non rientra nel video di Tony Zhou. È un fotogramma tratto dal nuovo film di Jason Reitman (il regista di Juno), Men, Women & Children. Un'opera in cui, a giudicare dal primo trailer diffuso oggi, non solo avremo un'applicazione pratica e sulla lunga distanza delle teorie sul neolinguaggio cinematografico di Zhou, ma il mix testo/immagine si sovrapporrà a un'altra novità - di comportamento - ormai diffusa in qualsiasi ambito sociale. Guardate bene l'immagine: quasi tutti i personaggi hanno gli occhi fissi sui loro smartphone e tablet. 

giovedì, maggio 08, 2014

L'alluvione sotto casa


Remixando il mondo che ci circonda... o semplicemente sbirciando in una waterworldiana sfera di cristallo? In vista della Giornata Mondiale dell'Ambiente (5 giugno), Carbon Story ha creato un sito in cui si può vedere come apparirebbe qualsiasi luogo del pianeta (compresa casa vostra, se è stata fotografata da Street View) in caso di innalzamento del livello degli oceani. O di un nuovo diluvietto universale. Si chiama World Under Water e dovrebbe funzionare solo su Google Chrome (ma non ho provato sugli altri browser, quindi non so se è vero). (via)

lunedì, aprile 14, 2014

Remix! Un corso di arte, giornalismo e creatività nell'era digitale (Scuola Holden, 5 maggio-9 giugno 2014)


Nulla si crea nulla si distrugge, tutto si trasforma. Valeva per la conservazione della materia ai tempi di Lavoisier, vale per la produzione di contenuti nel secolo digitale. Nella società liquida ciò che "creiamo" è sempre più spesso una trasformazione - più o meno consapevole, più o meno esplicita - di idee e materiali preesistenti

Per almeno tre ragioni:
1. Abbiamo a disposizione molti più contenuti (= ingredienti) che in passato;
2. Possiamo utilizzare strumenti che - complice la lingua franca digitale - rendono fattibile, semplice ed economica la manipolazione diretta di qualsiasi contenuto (testi, musiche, immagini fisse e in movimento: nulla sfugge alla nostra bacchetta magica);
3. Le piattaforme di web publishing ci consentono la diffusione immediata e universale delle nostre opere: i mash up esistono non solo perché qualcuno li produce, ma perché chiunque può vederli, subito;

Culturalmente, forse anche senza rendercene conto, ci stiamo abituando alla fruizione di contenuti contaminati/derivativi/remixati: in modo molto più rapido e naturale di quanto non stia facendo l'impianto normativo del copyright, secondo il quale - a eccezione delle alternative tipo Creative Commons - praticamente qualsiasi tipo di manipolazione non autorizzata di contenuti creativi è ancora vietata. 

È la remix culture su cui hanno scritto e stanno scrivendo in molti. La remix culture che stiamo contribuendo ad alimentare su quei giganteschi frullatori of everything chiamati social network e che partendo da forme più o meno antiche (citazione, cut up, cover, remake, adattamento) si estende ormai a qualsiasi ambito dell'arte e della comunicazione: la proliferazione dei mash up audio/video, gli articoli di curation e la trasformazione di numeri in idee/infografiche del data journalism,  la moda delle liste (e delle playlist), l'esplosione del crossmedia in cui si intrecciano videomaking, pubblicità, informazione, musica, videogiochi, marketing. 

A tutto questo è dedicato Remix! Arte, giornalismo e creatività nell'era digitale, un corso che curerò presso la Scuola Holden di Torino. Cinque appuntamenti serali dal 5 maggio al 9 giugno in cui si racconterà l'evoluzione del fenomeno, si mostreranno gli esempi più significativi e si forniranno gli strumenti per entrare nel mondo del remix e realizzare il proprio primo mash up. Magari non complesso, poetico, ipermediale o adrenalinico come quelli citati sotto, ma pur sempre un punto di partenza. Le iscrizioni sono aperte fino al 28 aprile. Maggiori info sul sito www.scuolaholden.it/12129/remix/












venerdì, novembre 01, 2013

Una notte d'inverno, un navigatore

La notte del 15 ovresto 2483, il navigatore Jakovlenko si fermò sul bordo della strada per svuotare la vescica. Mentre procedeva nell'operazione, i suoi occhi colsero un luccichio in basso tra i cespugli. Jakovlenko scostò il fogliame con il piede, temendo di incontrare lo sguardo imperturbabile di una lexamera dell'Alleanza. Con sollievo, raccolse invece un sottile parallelepipedo di metallo scuro e crepato. Su una superficie brillavano i resti di una sfera argentea, l'altra era uno schermo. Jakovlenko riconobbe un manufatto di comunicazione del XXI secolo, come quelli collezionati da suo padre. Il navigatore aprì il polso, estrasse i cavi della batteria quantica e li collegò all'apertura sul fondo del dispositivo. Quindi diede energia. Due figure apparvero sullo schermo, mentre una musica arcana si alzava verso la fredda falce di luna. “Che civiltà misteriosa e affascinante”, pensò Jakovlenko, ancora con i pantaloni abbassati.

mercoledì, settembre 18, 2013

Le fantastiche benevole avventure di Kavalier e Clay



I mash up nascono dove meno te l'aspetti.

Per ragioni del tutto accidentali, a fine agosto ho iniziato - contemporaneamente - la lettura di due romanzi-mammuth, da oltre 800 pagine ciascuno: Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon e Le benevole di Jonathan Littell. Chabon, perché avevo deciso di aggredire il grattacielo dei libri arretrati - mai letti - partendo dalle fondamenta più massicce. Littell, perché in partenza per Parigi, un po' stufo della Belle Époque, della Generazione Perduta e della Nouvelle Vague, ero alla ricerca di un romanzo francese scritto nel ventunesimo secolo (Littell ha doppia cittadinanza americana-francese e la versione originale di Le benevole, del 2006, è in francese).

Un po' per gioco, un po' per una patologica tendenza all'equilibrio, ho mantenuto un ritmo di lettura regolare: 50 pagine di uno, 50 pagine dell'altro... E così ho visto nascere sotto i miei occhi e nella mia mente una creatura impossibile: un unico mash up letterario di quasi duemila pagine, che si sviluppa in modo incredibilmente naturale, incastrando le vicende dei due romanzi.

Coincidenze e convergenze, dicevo. Kavalier e Clay e Le benevole non condividono solo la dimensione pachidermica (o il palmarès prestigioso: uno ha vinto il Pulitzer, l'altro il Goncourt). Sono entrambi ambientati intorno alla metà del secolo scorso, attorno al nazismo, alla Seconda Guerra Mondiale, alla persecuzione degli ebrei. Il loro percorso è però speculare: da un lato (Le benevole) c'è il punto di vista dell'ufficiale SS, testimone e carnefice, la cui avanzata sul fronte sovietico si trasforma gradualmente in una sorta di Apocalypse Now, risalendo fino alle radici del Male e della Follia; dall'altro (Kavalier e Clay), c'è il viaggio della speranza del giovane ebreo Joe Kavalier, che scappa dalla Praga invasa dai nazisti, trovando una possibilità di vita a New York.

Le due strade si avvolgono, riflettono e intrecciano come lo yin e lo yang. All'inizio, l'arrogante euforia e sicurezza dei tedeschi durante la prima parte dell'Operazione Barbarossa, osservata attraverso gli occhi di Maximilien Aue, fa da contraltare alla rocambolesca fuga di Josef Kavalier, nascosto in una bara, scelto dalla famiglia per riuscire a scampare - almeno lui - al terribile destino verso cui stanno precipitando gli abitanti del ghetto di Praga. Pagina dopo pagina, però, gli orizzonti e le sorti si ribaltano: mentre la campagna nazista si trasforma in una catastrofe, impantanata nelle montagne del Caucaso e nell'inverno/inferno di Stalingrado, l'odissea di Josef assume i contorni di un trionfo quasi hollywoodiano, coloratissimo, tra Salvador Dalì, i grattacieli di New York e il fantastico mondo dei fumetti: Nazi Nightmare vs American Dream, nelle sfumature, negli scenari, nella scrittura.

E' sorprendente la simmetria e la naturalezza con cui ciò avviene. C'è un momento preciso in cui i due romanzi toccano l'apice della loro simbiosi: quando - a poche pagine di distanza - in entrambi viene pronunciata la parola Madagascar (una delle folli "soluzioni" antisemite progettate dai nazisti: spedire tutti gli ebrei nell'isola africana). In realtà non è un termine chiave. E' citato quasi di sfuggita, in mezzo ad altri milioni, sia in Le benevole che in Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Non conta nulla. Eppure, all'occhio del sottoscritto, quel Madagascar buttato lì, quasi inconsapevolmente, dagli autori/protagonisti è la potentissima prova della magia. Il simbolo definitivo dell'avvenuto contatto, della nascita di una nuova creatura: Le fantastiche benevole avventure di Kavalier e Clay, un'entità meravigliosa mai incontrata prima da essere umano (ho il sospetto e la presunzione che nessuno - in Italia, Francia, Stati Uniti o Madagascar - abbia mai letto questi due libri contemporaneamente).

Come i giochi, anche le magie più belle durano poco. In questo momento sono intorno a pagina 300/350 dei due romanzi (o 650 del mash up). Non so cosa attenderà me, Josef e Maximilien. E' possibile e probabile che nei prossimi capitoli i protagonisti si allontanino, le coincidenze si affievoliscano, i romanzi si stacchino, il Madagascar torni a essere un'isola dell'Oceano Indiano (o un film della Dreamworks). Ma queste prime due settimane di settembre, queste prime centinaia di pagine incrociate, questo imprevedibile incrocio di storie, meritavano di essere fissati almeno sulla cartavelina di un blog. E' orribile ciò che può fare l'uomo, annullando intenzioni ed esistenze altrui (Le benevole è un romanzo di fiction storica, scritto con vividezza documentaria: in certi momenti ti stritola lo stomaco); sono splendidi gli universi che può inventare la mente umana, miscelando invenzioni ed esperienze altrui.

lunedì, giugno 24, 2013

Bastard Access Memories (3/3): la metà oscura


Nella terza e ultima puntata di questa serie dedicata alle derivazioni e mutazioni da Random Access Memories dei Daft Punk, ci concentriamo sulla seconda parte della tracklist. Entriamo dunque nella dark side of the album, la metà oscura, quella che molto spesso - per semplici ragioni di ascolto fedele/abitudinario della scaletta ufficiale di un disco - rimane un continente selvaggio e poco esplorato (nel quale a volte sono gli artisti stessi a concedersi un po' di relax e a riporre i pezzi più strani, sperimentali o semplicemente riempitivi). Basta dare un'occhiata alla classifica qui sotto (che riguarda gli ascolti di RAM, la scorsa settimana, da parte degli utenti della community Last.fm) per avere una conferma dell'acqua calda: l'album dei Daft Punk non fa eccezione, le sei canzoni che lo chiudono,  Doin' It Right a parte, sono le meno ascoltate.


Eppure, e qui sta la forza contagiosa di questa strana creatura vintage, anche loro sono già tutte finite nel frullatore azionato da fan, dj e video-alchimisti sparsi. Come scoprirete qui sotto. Con una piccola immensa doppia sorpresa finale, per chi riuscirà a reggere fino al fondo (o vi salterà a piè pari). 
Buoni suoni, buone visioni, buone memorie random.


Bastard Access Memories è un progetto in tre parti, dedicato a quello strano, sporco e luccicante continente formato dalle cover, dai remix, dai mash up e da altre "bastardizzazioni" dell'album Random Access Memories dei Daft Punk.
Questo è il capitolo finale. 
In precedenza:


7. Touch

Se Cristo si è fermato ad Eboli, Michael Jackson non si accontenta di Get Lucky. Il suo spettro invade anche le zone più periferiche di Random Access Memories, materializzandosi in due versioni ibride di Touch. La prima è piuttosto arzigogolata: la voce del King of Pop viene roboticamente manipolata (fondendo frammenti di diversi brani) in modo che ripeta meccanicamente la frase "love is the answer". La trovate qui. La seconda è più semplice, breve, forse anche più adatta ad aprire in pace e serenità questa carrellata: è il mash up con Heal the World che potete far scorrere qui sotto.



9. Beyond

Una vera e propria calamita per mash up. C'è chi l'ha fusa (bene) con Regulate di Warren G e Nate Dogg, chi (così così) con Roadgame di Kavinsky e chi (ahi ahi) con Canned Eat di Jamiroquai. Alla fine, per il sottoscritto la versione migliore è però una cover: una di quelle - assai comuni su YouTube - in cui il moderno ed eclettico menestrello digitale si riprende mentre suona diversi strumenti, rimontando il tutto con un buon software di editing audio e video. Direttamente da Portlandia, ecco un buon risultato a tutto vocoder, chitarra acustica e microkorg.



10. Motherboard

Se Beyond era una acchiappamashup, Motherboard stuzzica la fantasia dei puri remixer. Ce ne sono davvero per tutti i gusti, ne ho ascoltati almeno una dozzina e tra i miei preferiti indicherei quelli di Rico Puestel, AMD e FarmWorker (con l'aggiunta fantasmatica e suggestiva della voce di Sebastien Tellier). E' tuttavia la scheda madre originale dei Daft Punk quella che potete ascoltare nel video qui sotto. A vincere questa volta sono le immagini: paesaggi notturni di Melbourne, montati in time-lapse. Poteva mancare questa forma di editing fotografico - gettonatissima su YouTube - nel viaggio caleidoscopico di Bastard Access Memories?*

* No, non poteva. E visto che siamo nell'era dell'abbondanza... abbondiamo! Oltre che per accompagnare Melbourne, qualcuno ha usato Motherboard anche come colonna sonora di un timelapse stradale nella Bruce Peninsula, in Canada



11. Fragments of Time

C'è un remix di Roman Kouder che va piuttosto forte. Ci sono i mash up con i Quad City Dj's e con Kendrick Lamar. E c'è un ragazzo in barba, chitarra e occhialini alla John Lennon che ci dimostra come Fragments of Time possa finire, assieme a Battisti e Knockin' On Heaven's Door, nel nostro repertorio da falò sulla spiaggia: tre accordi e la verità. Ma in questo caso trionfa la buffitudine domestica...



12. Doin' It Right

Quasi al fotofinish, i Daft Punk ci regalano il pezzo forse meno passatista dell'intero album. Di sicuro uno di quelli che più ha stuzzicato la fantasia della crowd manipolatrice. Meritano almeno una segnalazione i remix targati Macintrash, Theatre of DelaysMirror CityFlirtphonic e Jnathyn, nonché i mash up con Skrillex e con la vecchia Da Funk. Ma la versione prescelta, che trovate qui sotto, ha un elemento in più: è cantata in portoghese. E ben rappresenta lo spirito globale di questo progetto (senza cadere - soprattutto alle orecchie di chi, come il sottoscritto, non conosce il portoghese: negli orrori delle traduzioni multilingue di Get Lucky, su cui la settimana scorsa abbiamo lasciato calare un velo di compassione). 



13. Contact

Infine, lo spazio infinito. Che può essere quello esplorato in un video mash up con immagini dell'omonimo film (Contact) del 1997. Oppure quello, ancora più mozzafiato, delle sequenze finali di 2001 Odissea nello Spazio. Ma Kubrick deve aspettare qualche riga. Il contatto finale lo assegniamo a un video, presumo di matrice thailandese, apparso giusto un paio di settimane fa. Una sarabanda berlinese che comprende time-lapse (again), vorticosi movimenti di macchina, montaggio frenetico, il Bundestag, la porta di Brandeburgo, la torre di Alexanderplatz, il Muro, due persone che camminano tenendosi per mano, ecc. ecc. Credo che il senso e il sottotitolo potrebbero essere: "ricordo visivo di una bella vacanza a Berlino". O altrimenti... video random access memories.   




Extra - Giove e oltre l'infinito

Da quando ho iniziato a pubblicare questa serie, il processo di bastardizzazione di Random Access memories non si è arrestato. Anzi, ha conquistato nuovi spazi, tracciando percorsi sempre più ambiziosi e impegnativi. Sono diversi i casi in cui gli artistiweb non hanno deciso di manipolare un singolo brano, ma l'intero disco: c'è chi lo ha risuonato tutto al pianoforte, chi lo ha trasformato integralmente in 8 bit, chi lo ha rallentato, ecc. ecc.  Due soli esempi, che potrebbero essere la porta d'accesso a ulteriori mondi, ulteriori viaggi. Il primo è Daftside, la versione integrale dell'album remixata e uploadata su Soundcloud da Nicholas Jaar e Dave Harrington. Cupa e d'autore, la potete ascoltare qui sotto.


La seconda coinvolge Stanley Kubrick.
I più pinkfloydiani di voi forse conosceranno la storia della sincronizzazione tra Echoes e il segmento finale di 2001 Odissea nello Spazio. Adesso non è più sola. Su YouTube è apparsa una versione ridotta del film, accompagnata dall'intero Random Access Memories (in tracklist manipolata rispetto all'originale). Non una visione perfetta, ma di certo psichedelica. Ottima metafora di chiusura per un viaggio in cui il soggetto - la matrice delle bastard access memories digitali - in fondo è come l'infinito di 2001 (e come quello che ci circonda): un universo in continua espansione, alimentato dalla replica costante e inesausta del più immenso big bang dell'umanità, quello che nasce dallo scontro tra la memoria e la fantasia.

mercoledì, giugno 12, 2013

Bastard Access Memories (2/3): le vie di Get Lucky sono infinite

(image by Saad Arto)

Che Get Lucky fosse una canzone destinata a scatenare la fantasia di alchimisti, remixer e vicini di casa, lo si era già intuito in tempi non sospetti, lo scorso aprile, quando i Daft Punk proiettarono un minuto di antipasto del brano al festival di Coachella. Due nanogiorni dopo, in rete erano già spuntati i primi frankenstein: il popolo ansioso non aveva nemmeno atteso l'arrivo della canzone intera e si era già divertito a manipolare il trailer.

Erano solo le avvisaglie dell'uragano. L'universo Get Lucky su YouTube - oggi che la canzone è stata ampiamente ascoltata, condivisa e metabolizzata - conta ormai un numero imprecisato di variazioni, sicuramente già oltre le quattro cifre. Cover, remix, mashup, virtuosismi, baggianate: l'arcobaleno è completo. Ed è talmente ricco da occupare per intero il secondo capitolo di questo piccolo viaggio nella bastardification di Random Access Memories (di cui qui potete recuperare la prima puntata).


I. La primogenita


Proviamo a immaginarlo come un viaggio in quindici tappe, che parte la sera di sabato 27 aprile. Negli studi del programma Live Lounge, sul primo canale radiofonico della BBC, i Daughter di Elena Tonra offrono una delle prime cover "vip" di Get Lucky. Una rilettura che dilata e scarnifica l'allegro inno retromaniaco dei Daft Punk, restituendo tutti i dolori del giovane indie ai tempi degli XX. 



II. Cover mutanti

A Live Lounge sono recidivi. Nemmeno un mese dopo, è il produttore Naughty Boy (talent scout di Emeli Sandé) a proporre nello studio della BBC una nuova versione, assai affascinante, del singolo dei Daft Punk. A cantarla è la vocalist Tanika. E se fate attenzione, a un certo punto il brano muta forma, assumendo testo, melodia e connotati di Diamonds di Rihanna, per poi tornare nell'alveo di Get Lucky. Un passaggio non casuale: i medley di cover fanno ormai parte della moderna grammatica musicale. Su YouTube, ne abbiamo innumerevoli esempi underground: c'è la ragazza che mescola i Daft Punk con TLC e Macklemore, il ragazzo che paciocca un po' con altri brani del duo francese (mentre l'amico suona il violoncello seduto su un'altalena) e i due italiani che osano sfidare il Dio della Musica (e il Re Elvis, che li osserva dallo scaffale dietro le spalle) mettendo assieme la contagiosa leggerezza della Get Lucky daftpunkiana con l'altrettanto contagioso senso funereo della Lucky dei Radiohead. A trionfare - perché mica la vita è un Mulino Bianco - è ovviamente il secondo.



III. Tutti pazzi per George (AKA la secondogenita)

Ma non sono solo gli studi di Live Lounge a essere presi d'assalto. A giudicare da ciò che si vede su YouTube, dj e conduttori hanno dovuto far fronte all'invasione primaverile di artisti in cerca di una notte fortunata. E' uno zibaldone dai mille colori: cantanti islandesi (Ylja), ragazze che suonano i bonghi (nella line up degli australiani San Cisco), vocalist incinte (nella reggae-band olandese Postmen). Non è lo studio di una radio bensì la redazione di un giornale (l'inglese NME), quella che accoglie il ritorno - con una cover non entusiasmante - delle brasiliane CSS (facevano l'amore e ascoltavano la morte da sopra, ricordate?). E a proposito di artisti redivivi, c'è spazio anche per i Jonas Brothers, che non si sono sciolti - come stolti credevamo - ma suonano Get Lucky a un festival di Acapulco. Il biglietto vincente della lotteria delle cover lo pesca però George Barnett: modello, cantante e batterista dei These New Puritans (maledetta l'omonimia e chi l'ha inventata...). Non ha nemmeno bisogno di recarsi in uno studio radiofonico: il 29 aprile carica online quella che a oggi è la videocover di Get Lucky più popolare su YouTube, con oltre 4 milioni di views.



IV. E' un disco molto suonato (AKA la terzogenita)

Se avete letto qualcuna delle interviste concesse dai Daft Punk per promuovere l'uscita di RAM (o se avete semplicemente ascoltato l'album), saprete che la band ha compiuto una vera e propria operazione di recupero della musica pre-elettronica e pre-digitale. KO Computer! A questo giro, i robot hanno suonato strumenti veri. Sarà forse per prendere alla lettera la filosofia del disco che una legione di utenti/musicisti ha seguito l'esempio. Su YouTube si trovano cover di Get Lucky suonate con il violino, il pianoforte (in mescolanza con un singolo di David Guetta), il sassofono tenore e quello altopercussioni assortite, senza dimenticare il violoncello del ragazzo sull'altalena. Ci sono anche versioni per corno francese e oboe (con tanto di spartito, birbantelli!), ma nel loro caso il mio orecchio perfetto sente puzza di sintetizzatore. Trattandosi di Internet, non possono mancare le millemila versioni all'ukulele e le altrettante acapella. In quanto a basso, batteria e chitarra funky, non metto nemmeno i link, non finirei più. Salendo di livello, la canzone è finita triturata anche da un'orchestrina mariachi: non un granché. Se proprio bisogna cambiare stile, molto meglio l'enfasi degli archi hollywoodiani di The Daft Knight (che risponde a una domanda che ci siamo posti tutti: "e se Get Lucky fosse stata concepita come colonna sonora del prossimo film di Batman?").  A giudicare dal voto popolare, il podio è però occupato, in ordine crescente, dal flauto-da-scuola-media (taglia extralarge) su sfondo di prodotti di igiene domestica del danese Ivan Tønder...



... dal binomio  chitarra classica/zazzera impertinente del russo Igor Presnyakov...



... e dal banjo yankee di Charles Butler: 1,6 milioni di views, una vittoria per tutti gli Appalachi.




V. Ritorno al futuro

Il premio della cover più completa/complessa è fresco fresco e va al francese PV/NOVA. Se quei pigroni dei suoi connazionali si sono fermati alla disco degli anni '70, lui ha proceduto come un'idrovora nel risucchio della tradizione musicale. Anzi, delle tradizioni musicali. Evolution of Get Lucky è un viaggio nel tempo che parte dal 1910, arriva al presente e si spinge fino oltre le colonne d'Ercole di un immaginario futuro. Con i disegnini degli occhiali come ciliegina sulla torta. 




Caricato online il 10 giugno, il brano può già contare 700mila views. Nei prossimi giorni aumenteranno parecchio, anche perché il progetto è in fieri: l'artista francese vuole realizzare un video collettivo della cover cronologica e ha invitato gli utenti di Internet a scegliere un periodo storico e ad accompagnarlo con i loro clip. Una pia illusione? Una follia? Se con questa tecnica è stato rifatto l'intero Guerre Stellari (e sta per arrivare L'impero colpisce ancora), i quattro minuti di Get Lucky non dovrebbero essere un problema. Chi volesse partecipare, qui trova tutte le istruzioni (en français).


VI. Siamo belli e la Terra sarà nostra 

La cover più inquietante è invece quella del coro dei modelli dei CFDA Awards, i premi del Council of Fashion Designers of America. Minacciosi come i bambini de Il villaggio dei dannati, solo un po' più grandicelli, meno biondi e più griffati.





VII. Just for lulz

I più raffinati di voi sapranno che su Internet esiste un nuovo sottogenere musicale che esplora con audacia le possibilità dell'interazione uomo-capra. Qui trovate un piccolo bignami. Sotto, l'inevitabile Goat Lucky



Il fronte del buffo offre anche cani vestiti da robot, un ragazzo che canta nel bosco, un uomo che fa cose orribili con i suoi bulbi oculari e l'intrigante abbinamento tra la canzone e una pubblicità di wurstel. Scivoliamo invece nel tragico con le versioni del brano in altre lingue. E sì... c'è anche quella in italiano.


VIII. Intervallo




Per chi ha bisogno di un intervallo più lungo, ci sono il loop da un'ora e quello da dieci ore.



IX. Tecnovintage

Se nel mondo reale c'è il recupero del vinile, in quello virtuale c'è la riscoperta dell'8-bit, colonna sonora dei videogiochi della nostra infanzia, quando il mondo era ancora buono, giusto e pieno di idraulici italiani coi baffi. Anche questa categoria è stata illuminata dalla stella cometa di Get Lucky e uno dei risultati migliori è il seguente (anche per il video che lo accompagna).



X. Mash up culture: l'audio

Il mash up audio - cioè l'abbinamento/sovrapposizione/intreccio - di due brani musicali diversi non sarà vintage come l'8-bit, ma poco ci manca. Sono trascorsi ormai la bellezza di dodici anni dalla  funambolica copula tra gli Strokes e Christina Aguilera (cerimoniere Freelance Hellraiser) e quasi dieci dal mash up d'autore tra Beatles e Jay-Z firmato da Danger Mouse, eppure il genere continua ad andare per la maggiore, sempre più spesso integrato al linguaggio video. Nel caso di Get Lucky tra le tante collisioni si sono registrate, in ordine sparso, quelle con i JusticeJustin TimberlakePsyMadonna (ovviamente Lucky Star), Never Gonna Give You Up ("rickrolled, with style!"), con gli stessi Daft Punk. Una delle creature più riuscite (e interessanti anche dal punto di vista concettuale, visto che crea un ponte tra la musica dance del passato e quella del presente) incrocia Get Lucky con i Bee Gees e i Justice.

State pensando "ok, ma io mica posso andare a vedere tutti questi link"? Basta chiedere: c'è anche una sorta di collage dei mash up. Ipercaotico, ça va sans dire.




XI. Mash up culture: i video

I mash up video sono un'altra faccenda: in genere la canzone rimane invariata e tutto il gioco è concentrato sulla scelta delle immagini. Con risultati a volte un po' goffi (pubblicità!), a volte incantevoli (rimanendo in tema daftpunkiano, il mielosissimo e adorabile romance innescato dall'incontro tra Instant Crush e Drive). Nella fattispecie di Get Lucky, senza toccare vette di creatività assoluta, meritano una citazione almeno gli abbinamenti con gli spezzoni dei film diretti dagli stessi Daft Punk (Interstella 5555 e Electroma: interessante notare come di quest'ultimo ne esistano due versioni, una risalente all'uscita del trailer e una con il brano intero, che sono di fatto diventate - almeno in termini di views - una sorta di doppio video ufficiale). E ovviamente, quelli di natura più o meno danzereccia, già ampiamente affrontati in passato con i brani Give Life Back To Music e Lose Yourself To Dance. A scatenarsi sulle note di Get Lucky sono i soliti fantastici ballerini neri di Soul Train, il cast della serie tv Mad Men, una Emma Watson in loop linguistico dall'ultimo film di Sofia Coppola e una Celine Dion d'annata. Come spesso accade su YouTube, però, a trionfare è il supercut, il video che mette assieme frammenti da molteplici film. Quello sotto è firmato dalla divisione dell'Huffington Post al servizio di Sua Maestà.




XII. Mash up culture: Jacko

C'è un convitato di pietra al banchetto di Random Access Memories: Michael Jackson. Il menù musicale presentato dai Daft Punk trasuda jackotudine da tutti i suoi ingredienti (e non è un caso, ricorderete, che la carrellata di Bastard Access Memories si sia aperta con il balletto degli zombie di Thriller e del loro capobranco sulle note di Give Life Back To Music). Con Get Lucky, l'attrazione gravitazionale reciproca tra Michael Jackson e le sonorità di RAM produce effetti derivativi ancora più massicci. Alcuni dei mash up audiovideo più riusciti riguardano proprio lo smooth criminal. Per esempio, questo mix con Billie Jean, culminante in un duetto tra Jacko e Pharrell Williams.




Ma c'è anche chi rifiuta l'idea del duetto, preferendo alzare artificialmente il tono dell'intera canzone*, per avvicinare il timbro vocale di Pharrell Williams a quello più falsettoso di Michael Jackson ("i risultati forse non sono spettacolari, ma il pensiero va premiato" deve aver pensato il popolo di YouTube: 1,1 milioni di views). E l'influenza del King of Pop è talmente forte che - grazie alla sua complicità - anche a Sir James Paul McCartney viene concessa una chance di diventare fortunato.

* se al posto di alzare il tono acceleri la velocità, ottieni invece il celeberrimo effetto chipmunk.


XIII. La terzultima

La teoria dell'evoluzione dei contenuti ai tempi del Web prevede una continua sovrapposizione dei cicli di riproduzione del materiale esistente. In soldoni, questo vuol dire che i remix, i mash up, le cover e le altre possibili variazioni non partono necessariamente dal contenuto originale. Su YouTube sono già disponibili numerosi remix di seconda generazione di Get Lucky: discendenti non dalla versione dei Daft Punk, ma da quelle già masticate/manipolate/condivise dagli artisti/utenti. Questo è forse l'aspetto creativamente più interessante e promettente dell'intero processo del remix: l'opera d'arte diventa davvero un giardino borgesiano, dove i suoi sentieri portano ad altri sentieri, che portano ad altri sentieri, che portano ad altri sentieri (spesso incrociati con i sentieri generati da altre opere d'arte). Guardando il giardino mezzo vuoto, è inevitabile sentire l'oppressione del caos e del riciclaggio creativo. E' una sensazione che questa stessa rassegna può contribuire ad alimentare, visto che molti dei contenuti presentati si muovono più sul terreno della parodia e dell'imitazione che non su quello della rielaborazione creativa. Se però guardiamo al giardino mezzo pieno, si intravedono le possibili vie artistiche che potrebbero aprirsi quando si inizierà a considerare i contenuti preesistenti come veri e propri mattoncini su cui costruire qualcosa di nuovo, allontanandosi sempre più dall'originale, rendendolo quasi irriconoscibile. Un processo che potrebbe avverarsi proprio grazie alla stratificazione delle rielaborazioni. E che Internet e le reti digitali, rispetto alla prima stagione dei remix, hanno indubbiamente accelerato, amplificato, democratizzato.

Abbandonando gli svolazzi pindarici e riplanando verso la terra, la dimostrazione di questo ragionamento sta nei Beat Antique che prendono il banjo di Charles Butler come base per una nuova e orientaleggiante cover...




XIV. La penultima

... nel ragazzo che decide di ballare non sulle note dei Daft Punk, ma su quelle di George Barnett...





XV. L'ultima?


... o nei primi esempi di remix della cover di Daughter, quella registrata sabato 27 aprile negli studi della BBC, da cui è cominciato il nostro viaggio quattordici tappe fa e su cui ora si conclude, con una fulminea ed estemporanea deviazione nel ribollente regno di SoundCloud.



(continua)

The Long Lucky Tail. 
Altri remix/mashup/cover successivi alla pubblicazione di questo post.

- Black Simon & Garfunkel (The Roots @ Jimmy Fallon)
- Wilco - Get Lucky (live 21/6/2013)
- Barack Obama singing Get Lucky

mercoledì, giugno 05, 2013

Bastard Access Memories. L'album dei Daft Punk attraverso cover, mash up e remix (1/3)

(Daft Punk in Lego by Jake Meier)


Nel 2013 la popolarità globale di un brano spesso si valuta (e si alimenta) attraverso le cover e i remix che il medesimo riesce a generare su YouTube. E' un postulato che emerge dalla radiografia dei più recenti tormentoni della generazione social - le Don't Call Me Maybe, le Gangnam Style, gli Harlem Shake - per i quali è incalcolabile il beneficio tratto dalle imitazioni/rielaborazioni viralmente moltiplicatesi online. Quanti conoscerebbero Harlem Shake se non esistesse YouTube? Le ragioni del fenomeno ci riportano alle basi stesse del 2.0: in particolare, alla facilità con cui oggi chiunque può produrre contenuti (testuali, visivi, sonori, multimediali) e diffonderli sul Web. Se nel 1996 ci fosse stato YouTube, facile pensare che sarebbe rimasto inondato dai video di gente che ballava la Macarena. Nella maggior parte dei casi, il meccanismo viene attivato da un istinto ironico-parodistico, raramente segue ambizioni artistiche o ispirazioni creative particolarmente accentuate, e quasi sempre si riferisce a un singolo brano.  

Almeno fino a ieri. Random Access Memories dei Daft Punk è forse il primo esempio di album passato integralmente nel filtro del remix globale. A sole due settimane dalla pubblicazione, sono già centinaia i contenuti derivativi caricati su YouTube, coprono tutte le categorie espressive più popolari in ambito Web (remix musicali, video mash up, cover), sono spesso spinti da un istinto creativo che va oltre all'imitazione stile Gangnam Style o alla zuzzurellona sguaiatezza alla Harlem Shake e, soprattutto, coprono l'intera tracklist del disco. In un periodo storico in cui - per varie ragioni (dal deficit d'attenzione del pubblico all'esaurimento dell'ispirazione degli artisti, alla natura stessa dell'infrastruttura tecnologica) - l'album mostra segni di sofferenza, forse potremmo ipotizzare una variazione (remix?) del postulato d'apertura: nel 2013 uberpartecipativo, l'effettiva presa di un album (sul pubblico e sull'immaginario globale) si valuta in base a quante delle sue canzoni riescono a generare cover e remix.

Random Access Memories, dunque, ha fatto bingo. In questo speciale, suddiviso in tre puntate, trovate un possibile racconto alternativo dell'album, attraverso le cover, i mash up, i remix e gli altri frammenti digitali che gli utenti hanno caricato su YouTube*. Canzone dopo canzone, variazione dopo variazione, access memory dopo access memory. A volte rimanendo tranquillamente dentro i confini della forma (musicale) originale, altre gettando il cuore e i bit oltre le Colonne d'Ercole. Sempre aggiungendo sfumature percettive, associazioni/connessioni e chiavi di lettura, a seconda della fantasia, dell'umore, della competenza tecnica di musicisti, videomaker, smanettoni, artisti, fan. Ne viene fuori una creatura ultrabastarda, ultramediale, ultranostalgica, ultramutante (nel momento stesso in cui scrivo, chissà quante altre rielaborazioni vengono caricate online...). A suo modo, simbolo caotico ed effervescente, abbondante e ridondante, della realtà che stiamo vivendo. Bando alle ciance, via alle danze.

* Il progetto originale prevedeva anche l'esplorazione di Vimeo, Soundcloud, Bandcamp, DeviantArt, Facebook e di tutti gli altri possibili contenitori di remix (non necessariamente digitali) disponibili. L'alluvione di materiale trovato su YouTube mi ha fatto repentinamente cambiare idea.



1. Give Life Back To Music 

Pronti, partenza, via. Due sono i tratti che saltano subito all'o(re)cchio in Random Access Memories: la ballabilità di molte sue canzoni e la retromania praticamente di tutte. I Daft Punk hanno cancellato trentacinque anni di musica sintetica (compresa quella prodotta in passato dagli stessi Daft Punk) e sono tornati al 1979 o giù di lì. Non è dunque un caso che il poderoso e contagioso brano d'apertura dell'album sia stato subito accompagnato su YouTube da una salva di mash up che lo abbinano al mondo del vintage audiovisivo. A chi volete assegnare il compito di ridare vita alla musica? A Michael Jackson e ai suoi amici zombi di Thriller?



... al John Travolta giovincello degli anni '70?



... o al bianco & nero della nouvelle vague?



O forse preferite fare un salto a cartoonlandia?



2. The Game of Love

Una volta la fretta era solo una cattiva consigliera. Oggi è una stronzetta che non ci molla più soli nemmeno un istante. Siamo sempre di corsa, all'inseguimento di qualcosa, con l'orologio mentale sempre acceso, a scandire minacciosamente minuti e secondi. Non solo nel lavoro: anche nell'intrattenimento e persino nel gioco dell'amore. Se quanto avete appena letto vi appare banale, stucchevole e soprattutto un po' artificiale, avete perfettamente ragione. E' un ragionamento costruito con il bieco fine di presentare questo remix della lenta e sognante The Game of Love, accelerata e risvegliata fino a ridurne la durata di un minuto circa rispetto all'originale. 



Per la legge del contrappasso o per quella dei grandi numeri, comunque, c'è anche chi avrebbe davvero beneficiato se i Daft Punk avessero avuto fretta e tagliato un minutino da The Game of Love. Per esempio, l'autore del più bel video mash up della canzone che ho trovato online, quello con  il cortometraggio Nuit Blache di Arev Manoukian. Romanticismo in bianco e nero, ampio uso della slo-mo, suggestioni noir. Peccato solo che le immagini si esauriscano quando il brano ha ancora un lungo percorso da compiere. 



3. Giorgio by Moroder

Avete mai visto assieme Werner Herzog e Giorgio Moroder? Non è che sono la stessa persona? Ascoltando il monologo di Moroder che apre questo brano, il dubbio sorge spontaneo. Sembra di sentir parlare il regista tedesco: lo stesso timbro di voce, lo stesso inglese dall'accento teutonico, la stessa serafica saggezza del vecchio artista che da giovane doveva essere un bel birbante, ne ha tante da raccontare e trasuda nobiltà da ogni pausa. Se poi aggiungiamo che negli anni '70 avevano entrambi i baffi... Facezie a parte, anche Giorgio By Moroder ha subito la sua buona dose di contaminazioni da parte della crowd su Internet. Numerosi sono soprattutto i remix e le cover. Tra i primi, uno che - soprattutto nell'abbinamento video - presenta nuovi e intensi sussulti retromaniaci (questa volta riferiti agli anni '80).



Tra le cover, invece, una che dimostra per l'ennesima volta come anche brani all'apparenza complessi, stratificati su più livelli e più basi, possano essere resi live - con buoni risultati - da un singolo musicista-con-potente-tastiera-e-mani-ben-addestrate.



Poi, per chi ha più tempo, ci sono anche la pillola a 8-bit e la satanica versione al rovescio, dove l'inglese di Moroder si trasforma in una sorta di ugrofinnico dei Grandi Antichi (se il vostro sabba richiede una colonna sonora più lunga, sappiate che l'autore ha rovesciato l'intero album). Che altro aggiungere? Ah, sì: my name is Giovanni Luca**, but everybody calls me Luca.

** Non è assolutamente vero. 



4. Within

Il brano originale ha un incipit da ballatona al pianoforte, e come tale ha generato numerose cover strumentali pianistiche: riprese da sopra, di lato o magari "insegnate" con l'aiuto di un software. Non ci si è però fermati lì. Anzi, alcune delle versioni più interessanti sono proprio quelle che rinunciano a tasti neri e bianchi. Magari inseguendo un mix tra chitarra unplugged, voce effettata, immagini sfocate e atmosfera romantico/soffusa, diciamo un po' alla Maximilian Hecker...



... oppure, ci traghettano idealmente in Corsica, con il semplice ausilio di una chitarra classica e di una sciarpa dell'Ajaccio...



... o ancora aggiungono alla tastiera un Mac, un tubo da dentista, un po' di stunz e un'estetica alla Hot Chip.





5. Instant Crush 
(feat. Julian Casablancas)

Altro bel probabile futuro singolone, remixato e coverizzato su YouTube un po' in tutte le salse (ma soprattutto nella semplice configurazione dei Battisti del nuovo millennio: chitarra, voce & webcam). I risultati più interessanti, per il sottoscritto, arrivano però sul fronte del mash up audio-video. Per esempio per merito di Mindex523, un utente italiano della vivace comunità Deviant Art, che getta un ponte tra Random Access Memories e l'arte dello speed painting e dei disegni (digitali) che prendono forma sotto i nostri occhi. Nel suo caso, il ritratto è stilisticamente fumettoso e potremmo inserirlo nell'adorabile categoria "ragazza indie con sciarpotta e gattino". Solo che al posto del micio c'è un robot.



Sempre a sindacabile parere di chi scrive, la vera perla è però l'instant crush che si innesca tra il brano e le sequenze estratte da Drive che compongono il video qui sotto. La selezione è un po' sdolcinata, è vero: in Drive succedono tante altre cose, anche piuttosto violente. Ma il montaggio è efficace, le atmosfere di musica e immagini si incastrano alla perfezione e i falsetti di Julian Casablancas a un certo punto sembrano uscire direttamente dal cruscotto dell'auto guidata da Ryan Gosling. Poi c'è Carey Mulligan, che di sicuro corrompe il mio giudizio.





6. Lose Yourself To Dance 
(feat. Pharrell Williams)

Nauseati da tutto questo sentimentalismo? Ecco ciò che fa per voi: dei negri che ballano. Attenzione: non è razzismo, ma stima (e invidia) sconfinata. Perché l'energia che si sprigiona da questo incontro tra Lose Yourself To Dance e immagini d'epoca del programma tv Soul Train non è solo di altissima/purissima qualità, ma appartiene anche al lato buono della forza: pussa via malinconia, cuoricini volanti, spremute di sguardi e scenette familiari da Mulino Bianco. Pussa via anche tu, dolce Carey. Per sei minuti qui si sfoggiano acconciature afro, si indossano abiti attillati dai colori sgargianti e ci si scatena liberamente. Una bomba black che diserba la bianca gramigna del quotidiano.



Lose Yourself To Dance, per ragioni manifeste già nel titolo, è uno dei brani di Random Access Memories che ha maggiormente innescato un effetto-imitazione tipo Gangnam Style. Si mette su la canzone, si accende la videocamera e si balla fino allo sfinimento: sul fronte dei contenuti meno amatoriali, lo hanno fatto fanciulle in controluce (con effetti simili ai vecchi spot degli iPod), fanciulli in timelapse e sono state anche create coreografie per più ballerini. Inevitabile anche il proliferare di mash up con film a tema ballerino, un po' sulla falsariga di quanto visto in apertura, con Give Life Back To Music. Uno dei più sofisticati lo trovate qui sotto e mette assieme un po' di tutto: frammenti del video ufficiale del primo singolo Get Lucky, i fenomeni di Soul Train, Michael Jackson, l'Uomo Ragno in borghese e pure la Santa Trinità di John Travolta: il Padre (Tony Manero), il Figlio (Vincent Vega) e lo Spirito Santo (Thom Yorke).



(continua)

martedì, aprile 16, 2013

Giusto un minuto di vero amore (i Daft Punk, il teaser, il resto)


Premessa.

Avrete notato come su Internet sia in corso un'avvincente gara a chi ce l'ha più piccolo. Il messaggio. La nostra attenzione è ormai talmente erosa dalla marea informativa, che molti contenuti ci vengono spediti in forma sempre più compressa: le canzoni sostituiscono gli album, i tumblr asciugano i blog, i tweet si fermano a 140 caratteri, i video Vine durano 6 secondi... e giù scivolando nel vorticoso maelstrom della nanocomunicazione.

E' un processo che – seguendo una diabolica ma in fondo logica inversione proporzionale – si accompagna alla speculare corsa verso gli zeri, dove chiunque decanta e mil(l)anta iperbolici record: 1,000,000,000 di canzoni ascoltate su Spotify, 1,000,000,000,000 di views su YouTube, 1,000,000,000,000,000 di status pubblicati (ogni nanosecondo, of course) su Facebook!

Così, può capitare che il primo fenomeno musicale dell'anno, il brano più ascoltato dall'umanità nel primo trimestre 2013, non sia nemmeno una canzone intera bensì il campionamento di un suo minuto. Conoscete tutti Harlem Shake di Baauer, no? No. Probabilmente, come me, ne conoscete giusto un pezzetto, quello che si sente in sottofondo nei video buffi di persone che ballano scomposte. Il resto, per quanto ne sappiamo, potrebbe anche essere un'allegra mazurketta.

Questa contrazione delle singole unità di comunicazione è spesso fastidiosa, antipatica, esasperante. Prendete Twitter o Facebook e le battutine-umoristiche-spinoziane partorite in tempo reale. Se le vedi e hai la luna storta (ci fosse mai una luna dritta, quando serve...), ti vien voglia di bruciare Internet e i suoi arguti filistei. Oppure, massima concessione al pacifismo, di spegnere il mondo cinguettante dei social network e andare a leggerti per davvero le recensioni extralong di Pitchfork o quei mega-articoli di JotDown già chilometricamente accattivanti nei titoli (Sexo aberrante y familias disfuncionales en la mitología griega, David Bowie. The Next Day: el mejor regreso desde Lázaro...) o persino di mettere mano a Les Misérables di Victor Hugo, in lingua originale, allez. Ti viene addirittura voglia di scriverli articoli chilometrici.

Ma non è sempre così. Ci sono delle volte in cui la brevità è sinonimo di perfezione. Un minuto è esattamente ciò che ci vuole: non un secondo di più, non uno di meno, i bit sono tutti ricombinati nel posto e nel momento giusto. E spesso - non a caso - accade in contenuti creati dai pubblicitari, razza di alchimisti che da sempre lavora nel mondo dei micromattoncini e che (a differenza di molti romanzieri, giornalisti, musicisti albumisti) si è dunque trovata subito a suo agio con il mezzo digitale e con le trasformazioni da esso causate nei nostri spazi d'attenzione.

E così, dopo avervi costretto a quello che dovrebbe esser stato più o meno un minuto di lettura, arrivo all'oggetto della questione: il teaser del nuovo singolo (Get Lucky) e del nuovo album (Random Access Memory) dei Daft Punk. Questo:


Teaser & fakers.

Proiettato per la prima volta lo scorso weekend sugli schermi del festival Coachella in California (altra genialata di marketing), quindi prontamente caricato online, è un piccolo capolavoro di comunicazione. Al suo interno tutto funziona. Il primo sguardo di Pharrell Williams. Il sorriso funk di Nile Rodgers. L'apparizione di R2-D2 al basso e C1-P8 alla batteria (i nomi veri sono troppo lunghi per la società contemporanea). Il mood. La durata: quel minuto non più di un minuto. La scelta del frammento da ascoltare, del momento in cui far intervenire il logo dell'album, del trionfale finale rosso fuoco, che sembra tanto una outtake di Sunrise, con il sole troppo vicino ma i robot che se ne sbattono e continuano a suonare, dispensando groove alla faccia di ciò che accade nelle banche di Cipro, nei palazzi di Roma, nelle strade di Boston. 

Il canto di sirene è tale che persino un vecchio lupo di Spotify come il sottoscritto, nel bel mezzo di una traversata dell'oceano di band che suoneranno al Primavera Sound, ha interrotto tutto e si è messo a premere compulsivamente repeat, minuto dopo minuto, desiderando ardentemente di ascoltare il resto della canzone. E ci ha ragionato su un giorno e una notte, per scrivere la roba che state leggendo: l'elogio di una pubblicità, la pubblicità di una pubblicità, l'adorazione di un bridge + ritornello.

Ma c'è anche chi ha fatto di peggio (anzi, di meglio). Fedele ad altre dinamiche e prerogative ormai inevitabili e irrinunciabili del Web (la partecipazione diretta, il mash up for everyone, lo sharing universale e istantaneo), un dj calabrese (Fabio Nirta) ha preso lo spot e le altre pillole distribuite nei giorni scorsi dai Daft Punk, le ha manipolate fino a trasformarle in una vera (finta) canzone, che ha illuso parecchi fan, fregato siti autorevoli, nutrito l'appetito di migliaia di ascoltatori (e, corre voce ma non ho prove, determinato pure un ritardo nella distribuzione del vero singolo).

Il meccanismo è simile a quel cortometraggio di quasi otto minuti che anticipò l'uscita di Lo Hobbit, realizzato tagliendo-e-cucendo tutti i trailer disponibili e serve come ulteriore evidenza di come oggi ogni contenuto, ogni materiale, anche promozionale, sia facilmente e quasi necessariamente modificabile. La manipolazione/remix è il respiro del nostro tempo, talmente naturale quanto canticchiare sotto la doccia. Se cercate su YouTube, scoprirete che la versione di Nirta non è l'unica. Non è ancora uscito l'originale, ma esistono già diverse Get Lucky pre-apocrife. 

Daft Nirta

Retro.

E la musica? Per quel che si può sentire: retromania all'opera, again. Turboretromania. Retroreaziomania. Al primo ascolto del teaser, più o meno all'altezza di "we've come too far to give up who we are", in mezzo a tutti quei luccichii, il sottoscritto si è trovato catapultato in una strana atmosfera di ovatta degli Ottanta, poco oltre i confini cullanti di I Just Called To Say I Love You. La presenza di Nile Rodgers riporta ancora più indietro, all'età d'oro della disco, fine anni '70 o giù di lì (spaziotempo da cui proviene un altro degli ospiti di Random Access Memories, Giorgio Moroder). E a rincarare la dose c'è la prima delle 1,000,000,000,000,000,000 interviste che accompagneranno l'uscita dell'album, in cui i Daft Punk spiegano che la electronic dance music basata sulle macchine e sui sample è a un punto morto, per questo hanno deciso di... tornare agli strumenti suonati dal vivo. Meno Daft, più Punk. Return to innocence, direbbero gli Enigma. 

Non sono stato l'unico a innamorarmi di questo minuto. Su Facebook, Twitter e alcuni siti specializzati si sono registrate scosse telluriche di buona intensità, anche se il numero di views del teaser (intorno ai due milioni) mi lascia pensare che a esultare ed eccitarsi sia stato comunque un recinto di appassionati piuttosto circoscritto. Nello stesso lasso di tempo, tanto per tracciare le dimensioni della manie globali e dei link compulsivi nel 2013, il video (completo) del nuovo singolo di PSY, Gentleman, ha raccolto 86,716,306 contatti.

Personalmente, chissenefrega: qui il gentilrapper di Seul annoia, mentre il bersaglio è stato colpito e affondato dall'assaggio di Daft Punk. Solo per lo spazio di un minutogiorno, però. La condanna di questi proiettilini sta nel loro effetto quasi ecologico: funzionano alla grande sul breve termine, mandano in corto circuito le tue sinapsi, ma non è che lascino tracce indelebili. Se non si vuole che l'attenzione sia punzecchiata e distratta da altri proiettilini, c'è subito bisogno del resto della storia. Il resto del minuto. C'è curiosità, anche un po' di timore. Che ciambella si nasconderà attorno al buco perfetto? Un loop come quello preconizzato e confezionato da Fabio Nirta e dagli altri fakers? Una mazurketta? 

sabato, aprile 06, 2013

Piccole trascurabili meduse immortali


La Turritopis dohrnii è una medusa di pochi millimetri che riesce a invertire il suo ciclo vitale. A un certo punto sembra che si lasci morire, si posa sul fondo dell'oceano e lì torna a una forma embrionale di polipo, da cui rinasce come nuova medusa. Per questa sua capacità, è conosciuta come "medusa Benjamin Button". Non l'ho scoperta facendo scuba diving, ma leggendo un articolo sul numero 992 di Internazionale (lo trovate in versione originale, in inglese, sul sito del New York Times Magazine). Era accompagnato dalla foto sopra, che mi ha lasciato incantato. Da quanto è che non vedevo qualcosa di così bello?

A proposito di incantesimi. I Verlaine sono un gruppo torinese che in qualche momento imprecisato delle scorse settimane deve avermi versato una polverina strana nel caffè. Non vedo altre spiegazioni del perché mi piaccia così tanto il loro ultimo album, ...e ti proteggerò dal jazz: un pugno di canzoni romantiche per tempi bui. Ma il sortilegio ha avuto anche degli effetti collaterali: sono diventati la mia cavia preferita su cui sfogare pulsioni di piccolo videosarto amatoriale. Così: dopo Respirare, ecco Piccoli trascurabili errori. Dopo la pioggia di Parigi, un diluvio di meduse. Non immortali come la piccola Turritopis, comunque magiche, fluttuanti, aliene, serene... oddio, non è che sto iniziando a invidiare delle meduse?  


P.S. Il mash up naturalistico-musicale è frankenstein assai comune su Web, fin dagli albori di YouTube. A memoria, ricordo i Radiohead applicati a frammenti di Microcosmos dall'americano J Tyler Helms nel 2007 e la meravigliosa serie di video creata dal tedesco Tobi Totschlag nel 2012, ricamando brani di Bjork, Portishead, The XX su immagini dei documentari Life della BBC. Questi ultimi, purtroppo, durarono poco: furono rimossi da Totschlag su richiesta della BBC. Con le meduse non dovrebbero esserci problemi: la fonte è Drifters of the Deep, un video ripreso al Monterey Bay Acquarium da Eugenia Loli, caricato su Vimeo nel 2007 e distribuito su licenza Creative Commons. Io mi sono limitato a tagliuzzarlo qua e là, per adattarlo alla canzone.

P.S.2 Per chi legge questo post sabato 6 aprile e per chi orbita in zona Torino & hinterland, stasera i Verlaine presenteranno ... e ti proteggerò dal jazz alle Officine Corsare (maggiori info su Facebook).