mercoledì, novembre 30, 2011

Manuela Di Centa, cinque medaglie a Lillehammer 1994 (150 gol)



Un'altra pazienza da encomiare: quella di Manuela Di Centa. La fondista friulana, oggi deputata, esordì in maglia azzurra a 17 anni, nel 1980, e per un decennio non ottenne risultati di grandissimo rilievo. La prima vittoria in Coppa del Mondo arrivò nel 1990, mentre nelle prime tre olimpiadi (Sarajevo 1984, Calgary 1988, Albertville 1992) raccolse un'unica medaglia di bronzo. A Lillehammer, nel 1994, avvenne però l'esplosione. L'atleta azzurra vinse una medaglia in tutte le cinque gare a cui partecipò, spesso davanti alle fortissime ex-sovietiche: il bronzo nella staffetta, l'argento nella 5km a tecnica classica e nell'inseguimento a tecnica libera e l'oro nella 15km a tecnica libera e nella 30km a tecnica classica. Un exploit che attirò qualche sospetto, soprattutto quando scoppiò il caso doping sul professor Conconi, che tra i tanti atleti aveva seguito anche lei. Ma non ci furono mai condanne. Ed è impossibile non inserire anche le sue imprese in questa carrellata. Con l'unico video trovato su YouTube, che racconta la vittoria nella 15km con commento straniero (norvegese?).

150 gol (... e altro ancora)
Un omaggio ai 150 anni dell'Italia, attraverso vittorie sportive, video d'epoca, telecronache originali. Per l'elenco completo dei video, clicca qui.

lunedì, novembre 28, 2011

Il record del mondo di Sara Simeoni (150 gol)



Ci sono voluti trent'anni perché dagli archivi della tv locale Telenord spuntassero fuori le immagini del record del mondo di salto in alto, stabilito da Sara Simeoni a Brescia il 4 agosto 1978. La Rai non era presente all'evento e non si può nemmeno darle troppo torto, visto che si trattava di una sorta di meeting amichevole tra Italia e Polonia. Come si vede dal filmato, la Simeoni prima stabilì il record italiano (1,98 metri), quindi si arrampicò fino ai 2,01, superando i 2,00 stabiliti l'anno precedente - ancora con la tecnica ventrale - dalla tedesca dell'est Rosemarie Ackermann. Il record resse fino al 1982, quando venne battuto di un centimetro da un'altra tedesca, questa volta dell'ovest, Ulrike Meyfarth. L'avvento della bulgara Stefka Kostadinova l'avrebbe poi portato all'attuale 2,09. Quello di Brescia rimane il salto simbolo della Simeoni, assieme al lievemente inferiore 1,97 che le permise di vincere la medaglia d'oro ai Giochi Olimpici di Mosca nel 1980 (una medaglia, nel suo palmares, accompagnata dagli argenti di Montreal 1976 e Los Angeles 1984).

150 gol (... e altro ancora)
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venerdì, novembre 25, 2011

Jury Chechi, il signore degli anelli (150 gol)



Ci sono due cose che saltano subito agli occhi dalla pagina Wikipedia di Jury Chechi. La prima è la serie di affinità tra il campione di ginnastica e la Russia: dal doppio nome (Jury Dimitri) a quelli dei figli (Dimitri e Anastasia) fino all'affermazione, non verificata, di una conoscenza fluente della lingua russa. La seconda, meno triviale, è la sfilza di medaglie d'oro che colorano di giallo il palmarès: tredici ai Giochi del Mediterraneo, quattro agli europei, cinque ai mondiali (consecutive, dal 1993 al 1997) e soprattutto quella olimpica del 1996 ad Atlanta. Ancora più pregiata, se si pensa che Chechi era già favorito quattro anni prima a Barcellona ma si ruppe un tendine appena un mese prima dei Giochi. Come se non bastasse, all'impossibile età di 34 anni, si tolse anche lo sfizio di congedarsi dal pubblico con un altro exploit olimpico: il bronzo ad Atene 2004. Godetevi il trionfo ad Atlanta: sopra la perfetta esecuzione che gli valse la medaglia d'oro e sotto l'esibizione nel gala finale, con tanto di saluto al pubblico durante "la croce". Da vero signore... degli anelli.



150 gol (... e altro ancora)
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giovedì, novembre 24, 2011

Bartali vince e i francesi si incazzano (150 gol)



La leggenda vuole che Gino Bartali ci salvò da una guerra civile, distraendo con la sua vittoria al Tour de France del 1948 una popolazione in subbuglio per l'attentato a Palmiro Togliatti. La realtà, di sicuro, è che nell'immediato dopoguerra l'Italia era un paese che aveva un disperato bisogno di modelli che lo aiutassero a recuperare l'orgoglio perduto, a riscattarsi, a ripartire. E le vittorie del Ginettaccio, i suoi duelli con Fausto Coppi, assieme ai gol del Grande Torino, svolsero meravigliosamente questo ruolo. In quel Tour del 1948, il successo di Bartali fu una sorpresa. A 34 anni, il ciclista toscano - che la Grande Boucle l'aveva già vinta dieci anni prima - era dato per finito. I francesi si aspettavano il trionfo di Louis Bobet. E a metà gara, i pronostici sembravano rispettati. Fu sulle Alpi che accadde l'inverosimile: Bartali infilò tre stoccate di fila, a Briançon, Aix-les-Bains e Losanna. E arrivò a Parigi in maglia gialla, con 26 minuti di vantaggio sul belga Brik Schotte. Bobet fu solo quarto, a più di mezzora. E come canta Paolo Conte, ai francesi ancora oggi le balle gli girano.

150 gol (... e altro ancora)
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Le sorelle d'Italia nella Federation Cup (150 gol)



Quest'anno ci è andata buca. Nella semifinale a Mosca, la Russia ci ha bastonato 5-0. Ma a differenza della Coppa Davis maschile (dove nel 2012 torneremo finalmente nel tabellone principale), nel corrispettivo femminile - la Federation Cup - il decennio appena concluso è stato trionfale. Le ragazze azzurre, guidate dalla coppia Pennetta-Schiavone, hanno vinto ben tre edizioni: nel 2006, 2009 e 2010. Nel 2006, superando a sorpresa in finale a Charleroi il Belgio di Justine Henin. Nel 2009, polverizzando Francia (5-0), Russia (4-1) e Stati Uniti (4-0). Nel 2010, infine, di nuovo contro gli States, ma questa volta a casa loro, a San Diego (contro avversarie a dire il vero modeste: tali Coco Vandeweghe e Bethanie Mattek-Sands). Avrei voluto mettere un video del successo in terra belga, ma su YouTube si trova poca roba. Allora, ripieghiamo sulla finale contro gli Stati Uniti del 2009, a Reggio Calabria: catturato da uno spettatore evidentemente innamorato di Flavia Pennetta (come dargli torto?) ecco il punto decisivo nel match decisivo, e i festeggiamenti.

150 gol (... e altro ancora)
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lunedì, novembre 21, 2011

La conquista del K2 (150 gol)



Fin da bambino, quando aprivo gli occhi sul mondo e mi perdevo nelle pagine del Guinness dei Primati o nei libri delle grandi imprese, il K2 rivestiva un motivo di grande orgoglio. Era la seconda vetta più alta del pianeta, aveva un nome affascinante (Karakorum 2, lo sapete che nacque per errore?) e soprattutto era stato conquistato da scalatori italiani: Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, il 31 luglio 1954. Non c'era nemmeno uno sherpa di mezzo. Oggi che non sono più bambino e mi perdo nelle vaste praterie numeriche di Wikipedia e YouTube, ho scoperto che anche imprese come quelle del K2 non sono esenti dalle ombre che scaturiscono dalle umane debolezze: le denunce di Walter Bonatti, il dramma di Amir Mahdi (non sherpa, ma hunza...), la revisione ufficiale della scalata. Eppure, quando penso alla conquista del K2, quella fascinazione e quell'orgoglio rimangono. Forse non fu un'impresa di eroi, come suggerisce il tributo sopra, ma comunque un'impresa di uomini. E nella celebrazione dei 150 anni italiani, penso non possa mancare.

150 gol (... e altro ancora)
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domenica, novembre 20, 2011

Al diavolo.

(Mantellini)

- Anch'io detesto la politica, ma cosa vuole - disse Don Fermin. - Quando la gente che lavora si astiene e lascia la politica ai politicanti, il paese se ne va al diavolo.
(Mario Vargas Llosa, Conversazione nella «Catedral»)

sabato, novembre 19, 2011

United Soviet of Benetton


Il bacio, vero, tra Leonid Brezhnev ed Eric Honecker, in occasione del trentesimo anniversario della fondazione della DDR, il 7 ottobre 1979. Honecker era il segretario del partito socialista della Germania Est, Brezhnev di quello comunista sovietico. Ed evidentemente, come vuole Benetton nella recente campagna Unhate, non si odiavano affatto. Sotto, la famosa riproduzione del bacio dipinta dall'artista Dmitri Vrubel su uno dei pochi tratti superstiti del Muro di Berlino (e cancellata nel 2009).

venerdì, novembre 18, 2011

"Brave", la Pixar dopo Steve Jobs



Il primo trailer (in inglese) del primo film della Pixar dopo Steve Jobs. Uscirà la prossima estate e per fortuna - dopo Toy Story 3 e Cars 2 - non sarà un sequel.
(non che Steve Jobs abbia fatto sentire troppo la sua influenza sui film Pixar, ma bene o male anche quella è stata una sua creatura).

Sulle orme di Fidippide, Stefano Baldini: olimpionico ad Atene 2004 (150 gol)



Una maratona olimpica è sempre qualcosa di epico. Se poi si corre ad Atene, nella terra che diede origine non solo alle Olimpiadi ma alla stessa corsa (la celebre e letale sfacchinata di Fidippide dopo la battaglia di Maratona), il coefficiente mitologico sale alle stelle. E sotto le stelle ateniesi, il primo a presentarsi nell'estate del 2004 fu Stefano Baldini. Reduce da un oro europeo e da due bronzi mondiali, il corridore emiliano si presentò in Grecia tra gli outsider. Come si può vedere dal bel riassunto nel video sopra, tratto dalla trasmissione Sfide, la gara fu indimenticabile per varie ragioni. Per il tracciato, che ripeteva quello storico di Fidippide, da Maratona ad Atene. Per quel deficiente in kilt che a pochi chilometri dal traguardo aggredì il leader della corsa, il brasiliano Vanderlei de Lima. E ovviamente, per l'esaltante rimonta di Baldini, che dopo aver superato un depresso ed esausto de Lima, entrò in perfetta solitudine nello stadio Panathinaiko, regalando all'Italia la medaglia d'oro più bella nella competizione finale dei Giochi.

150 gol (... e altro ancora)
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L'arte del gufare.



Contro la dittatura dei gattini su Internet.
Video italiano che, in meno di una settimana, ha raccolto oltre 600.000 views. Probabilmente grazie a Harry Potter.

giovedì, novembre 17, 2011

Il fulminante esordio (e la ventennale carriera) di Loris Capirossi (150 gol)



Il più giovane pilota ad aver vinto un motomondiale è italiano: Loris Capirossi. Era il 1990, Capirossi aveva diciassette anni ed era all'esordio nella classe 125. Un gran bell'inizio: tre GP vinti, altri cinque podi, 182 punti, nove in più dell'olandese Hans Spaan. L'anno dopo arrivò il bis: questa volta con cinque vittorie e una ventina di punti su Fausto Gresini. Da allora sono seguiti altri vent'anni di carriera: con un terzo titolo mondiale nel 1998 nella classe 250 (davanti a un giovanotto di belle speranze, Valentino Rossi) e un curriculum che conta 328 gare mondiali disputate (è l'unico pilota nella storia ad averne corse più di 300), 29 vinti, 99 podi, 3190 punti. Tra i record di Capirossi, ritiratosi dalle corse alla fine del mondiale 2011, c'è quello dell'intervallo di tempo più lungo tra la prima (Donnington 1990) e ultima vittoria (Motegi 2007). L'ultimo successo in Giappone è il protagonista del video: ricorda una giornata speciale non solo per il pilota emiliano ma anche per la Ducati, che quel giorno si aggiudicò con Casey Stoner il primo titolo mondiale della sua storia.

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lunedì, novembre 14, 2011

Barcellona 1992, Giovanna Trillini inaugura la dittatura olimpica delle fiorettiste azzurre (150 gol)



30 luglio 1992. Al termine di un'estenuante finale, Giovanna Trillini vince la medaglia d'oro nel fioretto individuale alle Olimpiadi di Barcellona contro la cinese Wang Huifeng. E' una data fondamentale: quella sera si inaugura infatti il lungo dominio olimpico delle fiorettiste azzurre. Fino ad allora, le schermitrici italiane avevano raccolto ai Giochi solo due medaglie d'oro individuali (Irene Camber nel 1952 e Antonella Ragno-Lonzi nel 1972) e nessuna a squadre. Da quel momento saranno quasi solo trionfi: 4 ori su 5 nell'individuale, 3 ori su 4 a squadre (nel 2004 la gara a squadre non fu inclusa nel cartellone). Per la Trillini, quello non fu il primo successo internazionale: l'anno precedente era già arrivato un oro individuale ai mondiali. Oggi l'atleta jesina ha 41 anni, gareggia ancora, e tra allori individuali e a squadre, vanta otto medaglie olimpiche (di cui quattro d'oro) e diciannove mondiali (di cui nove d'oro). Sopra, nella telecronaca di Telemontecarlo, i momenti chiave della finale in terra catalana, big bang della supremazia assoluta azzurra, tuttora in corso.

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venerdì, novembre 11, 2011

Il rovescio del marchio.


In un articolo di BusinessWeek sulla chiusura della grande catena americana di librerie Borders (The End of Borders and the Future of Books) viene sottolineato un aspetto che di solito rimane in secondo piano, quando si parla dei fallimenti di simili grandi marchi: quando crolla la casa madre, l'onda lunga colpisce tutti i negozi della famiglia. Anche quelli che, in realtà, non stanno andando affatto male. Una buona metà delle librerie di Borders, spiega l'articolo, stavano reagendo bene alla concorrenza del digitale e di Amazon. Alcune vendevano addirittura più libri che in passato. Ma la legge della corporation non ha concesso sconti.
Nashville lost its bookstores not because people there had abandoned physical books and retailers. For the most part, it lost them remotely, at the corporate level. Nashville’s story is not unique. When Borders declared bankruptcy in February, more than 200 of its 400 outlets were still “highly profitable,” says its final chief executive officer, Mike Edwards. There’s no question that the book industry is in flux, with digital sales last year making up about $900 million of the $28 billion-a-year market and increasing fast. But a sizable portion of the book business is still taking place in actual stores.

Dalla Magoni a Razzoli, i carneadi (vincenti) dello sci (150 gol)



Carneade, chi era costui? A volte, sul gradino più alto di un podio sale chi non ti aspetti. Atleti che non hanno mai vinto molto, non sono tra i favoriti numero uno, eppure trovano il guizzo vincente proprio nella gara più importante. Nello sci alpino, non capita poi così raramente. Alle Olimpiadi, pensiamo a Paoletta Magoni in slalom a Sarajevo nel 1984, Josef Polig (oro) e Gianfranco Martin (argento) in combinata ad Albertville nel 1992, Daniela Ceccarelli in superg a Salt Lake City nel 2002, Giuliano Razzoli nello  speciale di Vancouver 2010. In molti casi si tratta di un flash: spenti i riflettori olimpici, l'atleta ritorna nella sua dimensione. Ma il suo nome rimane scolpito nell'albo d'oro, così come il ricordo di vittorie spesso tanto sorprendenti quanto esaltanti. Ai carneadi dello sci è dedicato questo piccolo frammento di 150 gol: con il riassunto dell'incredibile doppietta di Albertville (con Bruno Gattai di Telemontecarlo che esulta giustamente come un ultrà quando l'austriaco Hubert Strolz esce a cinque porte dall'arrivo) e l'intera seconda manche dello slalom di Vancouver 2010. Quest'ultima l'ho trovata sul canale olimpico ufficiale: non c'è commento (solo rumori ambientali), la discesa decisiva di Razzoli inizia a 45'25", ma il bello viene dopo, quando scendono in pista gli atleti dei paesi minori. Godetevi il sorriso del ghanese Nkrumah-Achempoang (più o meno 1h06'00" nel video) e soprattutto - subito dopo - la performance dell'albanese Tola, che arriva con oltre un minuto di ritardo (in uno slalom!!!) da Razzoli e saluta il pubblico con una piroetta. Ancora più carneadi, De Coubertin sarebbe fiero.



150 gol (... e altro ancora)
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Tutto l'album nero dalla A alla Z.



I Metallica suoneranno l'intero Black Album al festival Download, a Donington, il prossimo giugno. Sarà il loro modo per celebrare il decimo anniversario del festival. Oltre che per festeggiare il ventesimo compleanno, anzi il ventunesimo, del suddetto album. E' l'ultima voce di una lista ormai lunghissima, iniziata un po' in sordina qualche anno fa con la serie dei concerti Don't Look Back e oggi ormai dilatatasi come un gigantesco blob fatto di chitarra, basso e batteria: suonare vecchi album, dalla prima all'ultima canzone. A volte lo fanno i diretti interessati, sul palco, come i Metallica a Donington. Altre volte, la riproposizione prende la forma del tributo da distribuire online (solo negli ultimi mesi abbiamo avuto quelli a Nevermind, a Is This It, a Achtung Baby). C'è chi parla di moda, di tendenza, di abitudine passeggera. Secondo me è invece l'ennesimo passo, deciso ed evidente, verso la classicizzazione della musica rock. Nel senso che, ormai, la musica rock sta diventando esattamente come la musica classica. E' entrata nel nostro immaginario, ma anche nei libri di storia e nei musei. Alcuni dei suoi alfieri più importanti non sono più in vita, ma le opere rimangono. E iniziano a venire interpretate esattamente come si fa con le sinfonie di Beethoven o i notturni di Chopin. Cosa andiamo a vedere stasera? Il Don Giovanni di Mozart o Abbey Road dei Beatles? Una serata di selezioni di musica barocca o quel concerto-tributo al beat? La rivisitazione delle migliori musiche di Bach o quella delle migliori canzoni dei Pavement-Pixies-Blur-Pulp-Soundgarden-StoneRoses suonate da loro stessi? Viviamo nella terra e nell'epoca di mezzo: qualcuno di noi (i più vecchietti) ha assistito in diretta alla nascita del rock, noi oggi stiamo vivendone il passaggio chiave: il trionfo del repertorio sulla novità. L'alto valore commerciale del mercato della nostalgia rende tutto ancora più veloce. Lo spread dei ricordi è inarrestabile. Questa è l'unica differenza rimasta (oltre a quella che molte rockstar sono ancora vive e vegete, anche se il loro sguardo - dal Black Album agli Stone Roses - è quasi sempre rivolto al passato). Ma lentamente anche la nostalgia si sta trasformando e si trasformerà sempre più in gloria. Ai nostri figli, quelli futuri e quelli che già vivono e lottano con noi, probabilmente le affinità museali tra classica e rock, tra Mozart e John Lennon, Vivaldi e Jimi Hendrix, appaiono già evidenti, scontate. Io adoro la Storia, tutte le storie: quindi in questa trasformazione ci sguazzo e più si deposita la polvere del tempo più corro a soffiarci sopra e ad annusarla. Penso che mi riabbonerò anche a Mojo. Ma se sento ancora parlare di musica rock come musica dei giovani, o ancor peggio: della ribellione e del futuro, metto mano alla pistola ad acqua.

mercoledì, novembre 09, 2011

Quei tre gol di Pablito che stesero il Brasile (150 gol)



Questa è l'ultima partita-chiave nella storia della Nazionale che non ho seguito in diretta. Nel 1982 avevo sei anni ed ero in vacanza in quella che si chiamava Jugoslavia. Ricordo qualcosa della finale con la Germania, seguita in campeggio e celebrata il giorno dopo sfrecciando su un gommone, bandierina tricolore in mano, in mezzo alle barche tedesche. Di Italia-Brasile, invece, nisba. Mio padre e gli altri uomini del gruppo-vacanze erano andati a vederla a casa di un amico jugoslavo (quando bisogna soddisfare necessità calcistiche, si trovano amici ovunque). Io che ero bimbetto, evidentemente non ritenevo ancora che un Italia-Brasile ai mondiali di calcio meritasse due ore del mio prezioso tempo. Beata giovinezza: oggi ne perdo quattro per un Toro-Empoli qualsiasi. Inutile dire che quell'Italia-Brasile fu leggenda: perché loro erano favoritissimi (Falcao, Zico,  Junior, Socrates!), per la tripletta di Paolo Rossi, per la parata di Zoff all'ultimo minuto, per lo stadio Sarrià che oggi non c'è più, per la serafica voce di Nando Martellini (che potete riascoltare nel video sopra).

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lunedì, novembre 07, 2011

Domenico Fioravanti, re della rana a Sydney 2000 (150 gol)



Quando si dice: trovarsi nel luogo giusto, al momento giusto... e pure con la forma giusta. Il luogo è Sydney. Il momento, settembre del 2000. E in quanto alla forma, beh, basta dare un'occhiata alle statistiche: fino a quell'anno, Domenico Fioravanti aveva vinto ancora pochino a livello internazionale, giusto un oro europeo nei 100 rana a Istanbul 1999. Che non è da buttare, ma è praticamente nulla al confronto di ciò che accadde in quel 2000. Dominio europeo assoluto, con un oro e un argento su vasca lunga a Helsinki e due ori e un argento su vasca corta a Valencia. E soprattutto - a settembre, a Sydney - la doppietta olimpica. Prima la volata sui 100 rana, davanti all'americano Moses e al russo Sloudnov. Quindi la sinfonia sulla distanza doppia, con una vittoria già in tasca a cinquanta metri dall'arrivo e quasi due secondi di vantaggio finale sul sudafricano Parkin e sull'altro azzurro Rummolo. Sopra potete godervi proprio quest'ultimo trionfo. Con il commento in diretta, curiosità, di un altro Fioravanti: il telecronista della Rai Sandro.

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domenica, novembre 06, 2011

Post-Halloween.



Voce e ukulele: Amanda Palmer
Chitarra, giacca e cravatta: Moby
Voce da orso, barba da orso, pelliccia da orso: Stephen Merritt (Magnetic Fields)
Fondamentale pianola: Neil Gaiman
Titolo: Science Fiction/Double Feature (da Rocky Horror Picture Show, vedi sotto)
Occasione: la notte di Halloween al The Late Late Show With Craig Ferguson.

Finché morte non vi separi. Se ci riesce.


I due scheletri rinvenuti durante alcuni scavi archeologici a Modena. Da circa 1500 anni si tengono per mano. (Gli amanti di 1500 anni fa, sepolti mano nella mano, Gazzetta di Modena)

sabato, novembre 05, 2011

La fantastica curva di Livio Berruti a Roma 1960 (150 gol)



Dal 1900 al 1960, i 200 metri piani alle Olimpiadi furono una faccenda riservata agli atleti del Nord America: in 12 edizioni vinsero dieci statunitensi e due canadesi. Il primo europeo a spezzare il dominio fu un torinese ventunenne, studente di chimica, più o meno all'esordio in una competizione internazionale. A Roma 1960, Livio Berruti sorprese tutti: vinse in scioltezza i quarti di finale, eguagliò il record del mondo in semifinale, si ripeté un paio d'ore dopo in finale. La sua carriera proseguì poi senza squilli: a parte il quinto posto ai Giochi di Tokyo 1964, la soddisfazione più grande fu probabilmente la laurea in chimica. Gli americani tornarono a fare il bello e il cattivo tempo e solo altri tre atleti europei, dal 1960 a oggi, sono riusciti a ripetere l'impresa di Berruti: il robot sovietico Valery Borzov, la sorpresa greca Kostantinos e un altro italiano, Pietro Mennea, di cui torneremo a parlare. Sopra, tra voli di colombi e "vittime della forza centrifuga", potete rivivere il magico giorno in cui uno studente con gli occhiali riuscì a correre più veloce di possenti e muscolosi atleti di colore.

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venerdì, novembre 04, 2011

Running to stand still

(fonte immagine)

Ho appena terminato Retromania di Simon Reynolds. Era da tempo che un libro non mi faceva innervosire così tanto, quindi penso che in linea di massima mi sia piaciuto. La considerazione più azzeccata, arriva al sestultimo paragrafo:

"In the analogue era, everyday life moved slowly (you had to wait for the news, and for new releases) but the culture as a whole felt like it was surging forward. In the digital present, everyday life consists of hyper-acceleration and near-instantaneity (downloading, web pages constantly being refreshed, the impatient skimming of text on screens), but on the macro-cultural level things feel static and stalled. We have this paradoxical combination of speed and standstill".

E' proprio così. Mi sorge però un dubbio: è realtà o percezione? Forse noi - ormai assuefatti al turboconsumo - vorremmo che ci fossero anche dei turbocambiamenti epocali. Vorremmo essere in grado di vederli, ancor prima che viverli. Ma se sono chiamati epocali, ci sarà una ragione. Forse non è vero che tutto è immobile, come sembra. Semplicemente, il movimento del nostro tempo, della società, della cultura, dell'arte, delle idee, sarà più agevolmente misurabile tra cinquanta, cento o duecento anni. I bit continuano e continueranno ad accelerare, loro sono fatti così. Ma il battito delle nostre ciglia, in fondo, rimane sempre lo stesso. Nel momento in cui ci sembra di essere fermi, ci stiamo forse muovendo?

giovedì, novembre 03, 2011

Il Roland Garros 1976 di Adriano Panatta (150 gol)



30 secondi in bianco e nero, con commento francese, che mostrano un punto di un incontro di primo turno. Basta per rappresentare Adriano Panatta? Forse, sì. Perché scendendo a rete, salvando un pallonetto con una veronica e quindi tuffandosi in volée, il tennista romano riuscì ad annullare un match point contro Pavel Hutka. E non era un primo turno qualsiasi: era l'apertura del Roland Garros 1976, quello che Panatta poi vinse battendo in finale l'americano Harold Solomon. Fu il suo anno d'oro: fece suoi anche gli Internazionali di Roma e guidò l'Italia al trionfo in Coppa Davis. Se i trenta secondi non vi bastano, su YouTube c'è parecchio altro materiale: una sfida contro Jimbo Connors agli US Open nel 1978, un travolgente 6-4 1-6 6-0 6-0 contro un giovane Ivan Lendl in Coppa Davis nel 1979 (con commento di un altrettanto giovane Giampiero Galeazzi), una finale persa contro Bjorn Borg agli Internazionali d'Italia nel 1978 (il campione svedese, però, Panatta l'aveva battuto nei quarti di finale del Roland Garros 1976, altra tappa decisiva verso la vittoria). 

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martedì, novembre 01, 2011

Altissimo, purissimo, Messnerissimo (150 gol)



Altissima, purissima, Levissima. C'è poco da fare: appena penso a Rheinold Messner, mi viene in mente questo slogan, pronunciato con barbuto accento altoatesino. Ma si possono dire molte altre cose su una figura leggendaria del mondo dell'alpinismo. Messner è stato il primo a scalare senza ossigeno l'Everest, nel 1978 assieme all'austriaco Peter Habeler; il primo a rifarlo in solitaria, nel 1980; il primo a raggiungere la vetta di tutti e quattordici gli "ottomila" del pianeta: dal Nanga Parbat scalato nel 1970 (nella tragica spedizione che vide la morte del fratello Gunther) al Lhotse completato nel 1986; probabilmente è anche il primo scalatore che dopo esser sopravvissuto agli "ottomila" si è fratturato il calcagno scavalcando il muro di cinta della sua abitazione. Su YouTube esistono numerosi video che celebrano la straordinaria carriera dell'alpinista di Bressanone. Ne ho scelti due: quello in alto ricorda l'impresa del 1978 sull'Everest, quello in basso, riprende un'arrampicata libera sulle Dolomiti. Ma voi volete l'altissima-purissima-levissima, vero? Ok, è qua.



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