"4-2 il punteggio per la squadra che attacca. 2-1, 1-1, 1-0 i parziali di quello che per ora è un viaggio nell'incubo". Così il giornalista Rai Fabrizio Failla inizia la telecronaca del quarto tempo della semifinale tra Italia e Stati Uniti, pallanuoto femminile, alle Olimpiadi di Atene 2004. Il viaggio nell'incubo, però, si trasforma presto in qualcosa di diverso. Giusy Malato firma subito il 3-4. Tania Di Mario pareggia poco dopo e a due minuti dalla fine azzecca la palombella perfetta. Trionfo? Non ancora. A sessanta secondi dalla campana, le americane pareggiano. Ed è lì che accade l'incredibile. L'Italia perde palla in attacco, gli USA hanno a disposizione l'ultima azione ma commettono fallo. Scatta il contropiede azzurro, come il calcio insegna, e a due secondi dalla fine Manuela Zanchi piazza la zampata decisiva: 6-5 e finale contro la Grecia. "Un parziale di 4-1 nel quarto tempo!", può esultare Failla. E la finale? Altra apoteosi. Il Setterosa ripete quasi alla lettera il miracolo riuscito dodici anni prima ai maschietti del Settebello nella piscina di Barcellona: vince contro le padrone di casa, contro il pronostico, contro gli arbitri, in una partita epica, finita 10-9 dopo due tempi supplementari. C'era un bel video su YouTube anche di quel match, ma l'hanno tolto. E intanto, appena due giorni fa, la Grecia si è presa una parziale rivincita eliminando le azzurre dalle finali mondiali di Shanghai. L'oro olimpico e i bei ricordi, però, restano.
150 gol (... e altro ancora)
Un omaggio ai 150 anni dell'Italia, attraverso vittorie sportive, video d'epoca, telecronache originali. Per l'elenco completo dei video,cliccaqui.
Secondo una canzone degli U2, a tre anni pensiamo che il mondo giri attorno a noi. Io so solo che a quattordici ero convinto che il mondo l'avrei conquistato. E con me, l'avrebbe conquistato l'Italia intera. Era l'estate del 1990, le notti magiche della Nannini e di Bennato. Quei Mondiali che arrivavano nel punto di maggiore (e illusoria) grandezza del paese. Avevamo la pancia piena dopo i bagordi degli anni '80. Avevamo nuovi e immensi stadi in cui celebrare i nostri riti pagani. Avevamo una squadra di calcio giovane, spumeggiante, farcita di talenti (Zenga, Baresi, Maldini, Donadoni, Giannini, Vialli, il giovine Baggio) e guidata da un brav'uomo (Azeglio Vicini). E poi, avevamo gli occhi e la mediterraneità di Totò Schillaci, il picciotto venuto dal nulla per abbattere le resistenze austrocecoslovacche, irlandesi, uruguayane. Dieci anni dopo Paolo Rossi, nove anni dopo Cutugno, grazie a lui e a quella Nazionale, di nuovo la sindrome degli italiani veri. L'ultima illusione, appunto. Spezzata da un colpo di testa di Caniggia, prima. Abbattuta dalle rivelazioni di Tangentopoli, dalle esplosioni della mafia, dalle recessioni dell'economia, della cultura e della società, dopo. Doppia nostalgia, a questo giro. Quei gol di Schillaci, notturni, magici, uno più bello dell'altro, li potete rivedere e rivivere due volte: sopra con l'accompagnamento Bennato/Nannini e sotto con quello di un altro totem dei miei favolosi quattordici anni, Bruno Pizzul.
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Forse l'arrivo più incredibile nella storia del ciclismo. Gap, Francia, 1972, campionati del mondo su strada. A pochi chilometri dal traguardo, Franco Bitossi stacca il francese Guimard e si invola verso la vittoria. Sul rettilineo finale il vantaggio è rassicurante: trecento, duecento, cento metri all'arrivo. Accade qualcosa. Bitossi si pianta sui pedali. Non va più avanti. Il gruppetto alle sue spalle invece sembra divorare l'asfalto, trascinato dalla furia di Joop Zoetemelk, di Eddy Merckx, di Marino Basso. Il dramma si consuma quando manca una decina di metri. Il gruppo piomba su Bitossi e Basso è il più lesto a raggiungere il compagno, scartarlo sulla sinistra e andare a prendere la vittoria. Oltre all'incredibile conclusione della gara, nel video ci sono le interviste del dopogara di Adriano De Zan: Basso ancora non ci crede, Bitossi nemmeno. E quando un De Zan piuttosto crudele gli fa rivedere gli ultimi attimi della corsa su un monitor, scoppia in lacrime.
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Vorrei scrivere un articolo su Spotify, che dopo aver conquistato il Nord Europa ha finalmente aperto negli Stati Uniti e nel quale si sta sviluppando una straordinaria comunità di appassionati di musica. Ma ovviamente, in Italia il servizio non è disponibile.
Vorrei provare e scrivere un articolo su Turntable.fm, altra vivace novità in cui cinque dj si alternano in una stanza virtuale, scegliendo la musica che il pubblico ascolta da casa. Potrebbe essere la versione 2.0 delle radio, con forti elementi di socialità. Sui siti USA non si parla d'altro. Negli USA, appunto. In Italia (e in Europa) non è disponibile.
Prima o poi mi piacerebbe scrivere un articolo anche su Pandora, la radio online da poco quotata a Wall Street dopo una scalata che l'ha portata a 80 milioni di utenti. Utenti americani, of course. Per gli italiani, nisba.
Vorrei, ma non posso. Perché mentre Internet ci ha reso tutti cittadini del mondo, connettendoci attraverso email, Napster, Facebook, Twitter, Skype e YouTube, esistono ancora delle convenzioni - figlie di un'altra epoca e di un altro contesto - che cercano di limitare, regolare, dividere, imperare e profittare. Quanto è assurdo - nel network globale - il concetto di dogana?
Non sarà forse la persona più gioviale e mediterranea dell'universo, ma Federica Pellegrini è una campionessa stratosferica. L'oro nei 400 stile libero, vinto ieri ai mondiali di Shanghai, è arrivato al termine di una gara che sembrava un'amichevole estiva tra una squadra di serie A e una compagine locale di terza categoria: troppo evidente la superiorità dell'atleta azzurra sulle avversarie. Non ancora ventitreenne, la Pellegrini vanta un palmares già impressionante: due medaglie olimpiche (un oro a Pechino 2008), cinque mondiali (tre ori), cinque europee (due ori). Più un'altra tonnellata di allori tra vasca corta, Giochi del Mediterraneo, universiadi, campionati italiani. Non sono stati sempre trionfi: vedi la cocente beffa di Atene 2004, in cui la 16enne Federica venne superata dall'outsider Camelia Potec, o la delusione del quinto posto nei 400sl a Pechino. Ma le vittorie, spesso esaltanti, sono di gran lunga più numerose. Quello nel video è l'oro nei 400sl ai mondiali di Roma 2009, così come è stato vissuto sugli spalti dello stadio del nuoto.
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Prima di Luciano Ligabue, ci fu Dorando Pietri. Nacque anche lui dalle parti di Correggio, ma invece che una vita da mediano (o da rockstar) scelse un destino da leggenda. Per tutti, Pietri è soprattutto un'immagine. Quella dell'arrivo della maratona alle Olimpiadi di Londra 1908, con il corpo piegato dalla fatica e due giudici di corsa a sostenerlo e incitarlo. Di quella maratona proprio oggi ricorre il centotreesimo anniversario. Dopo aver sbagliato strada ed essere caduto più volte, Pietri riuscì a tagliare il traguardo per primo, ma venne squalificato per gli aiuti ricevuti. La medaglia d'oro andò all'americano Johnny Hayes. Inutile dire che oggi di Hayes non si ricorda più nessuno, mentre a Pietri - in occasione del centenario dalla maratona - hanno anche dedicato una statua. Si trova a Carpi e la potete vedere, assieme a belle e traballanti immagini d'epoca, nel video sopra, tratto da Sfide. Sotto, invece, c'è un bonus: Fantozzi in versione Dorando Pietri (da 4'40").
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Con 15 titoli mondiali vinti tra il 1966 e il 1974 (quasi tutti in sella a una MV Agusta), Giacomo Agostini è uno dei piloti più titolati nella storia del motociclismo. Qualche giorno fa si è celebrato il cinquantesimo anniversario dal suo esordio, il 19 luglio 1961 sulle strade della Trento-Bondone. Personaggio carismatico e affascinante, fuoriclasse tanto in pista quanto nella gestione della propria immagine, Agostini è presente su YouTube con una selezione di filmati non ricchissima, ma piuttosto varia: si va dall'omaggio alla carriera sportiva alle traballanti esperienze cinematografiche (qui un frammento tratto da un film dal titolo favoloso: Bolidi sull'asfalto a tutta birra). Il video che ho scelto è un ritratto televisivo firmato da Enzo Biagi, risalente più o meno al 1967. Il pilota lombardo viene presentato come untorero impegnato nel sacro rito della vestizione prima della gara: "si chiama Giacomo Agostini, ma da milioni di ragazzi italiani è conosciuto come il Dio della Moto. E' un ragazzo straordinario, la leggenda vuole che si fidanza un po' dappertutto".
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Produzione: Sam Raimi & Bruce Campbell (le menti malate dietro e davanti alla macchina da presa in La casa, La casa 2, L'armata delle tenebre).
Sceneggiatura: Diablo Cody (autrice di Juno e del meno riuscito vampiresco Jennifer's Body).
Regia: Fede Alvarez (il trentatreenne filmmaker uruguayano scoperto da Raimi grazie a Ataque de Pánico!, gustoso cortometraggio web in cui giganteschi robot e astronavi aliene mettono a ferro e fuoco Montevideo... vedi sotto).
E' la squadra al lavoro sul quarto capitolo ufficiale della serie La casa - Evil Dead, pietra miliare dell'horror degli anni '80 e della mia tesi universitaria. :o)
A vent'anni da L'armata delle tenebre e in mezzo a un miliardo di altri sequel/remake, molto probabilmente non sarà un granché. Ma meritava almeno una segnalazione.
La memoria restituisce un coloratissimo collage di frammenti. La scoperta dei palazzi ricoperti da murales sull'Avenida Pereira De Melo. La sconfinata apertura sul fiume Tago, che ti abbraccia la prima volta che entri in Praça do Comércio. L'estasi del corpo per i pastel de nata a Belem e quella per l'occhio nel fermarsi con il treno a Campolide, sotto il vecchio acquedotto, sentendosi protagonista di una Lisbon Story alla Wenders. Ma soprattutto c'è la lenta e tranquilla scalata della collina su cui sorge il Cristo-Rei, la statua che - come il Redentore sul Corcovado - domina Lisbona dalla sponda sud del Tago. Piccole case bianche, piccoli bar, piccoli sguardi animati degli abitanti del luogo. Fino a raggiungere la sommità e da lì, la cima della statua. Quasi al tramonto, con la vista che si apre sulla città vecchia, sul ponte del 25 Aprile (Golden Gate docet), su Belem, sull'oceano. Da un'altra prospettiva. Momento turistico, ma quasi senza altri turisti. Anche a luglio, Lisbona non è Parigi o Firenze. Hai molti metri quadrati a disposizione.
2. Il libro
Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier. Scelta un po' banale, fin dal titolo, ma terribilmente azzeccata. Va benissimo anche se a Lisbona in realtà tu ci arrivi con un volo low cost. E su quel volo low cost, al momento del decollo per il viaggio di ritorno, fai in modo di leggere le ultime cinque pagine, mentre dal finestrino scorgi il serpente illuminato del ponte Vasco de Gama che sembra quasi volerti dare un ultimo e spettacolare addio (tutto molto romantico, ma anche piuttosto casuale: se l'aereo fosse partito all'ora prevista, ci sarebbe stato ancora il sole e quindi niente serpente illuminato... :o)).
3. Il ristorante
Casa Chapitô. Questo invece è proprio il trionfo del caso. Ti trovi di fronte a un bivio, nell'Alfama. Una strada porta in alto, l'altra in basso. Sono entrambe battute uguali, quindi non puoi nemmeno calibrare la tua scelta sui consigli del poeta. Al massimo è lo stomaco a guidarti: è ora di pranzo. Prendi quella che va su. Trovi un ristorante. Ancora il caso ti guida verso un gruppo di tavoli. Conosci una persona. Inizi a chiacchierare, con tutta quella lieve naturalezza che fin dai tempi del liceo rende le vacanze così speciali. Quella persona, il giorno dopo, ti porta in un altro ristorante, che tu da solo non avresti mai trovato. Perché non è un semplice ristorante. E' una scuola di circo e arti dello spettacolo. Ed è nascosta. Per accedere devi passare da un negozio, in una viuzzina sotto il Castelo de São Jorge. Entri e la ragazza alla cassa ti indica una scala. Da lì, accedi al paradiso. Un cortile interno, una casa, una scala a chiocciola, un ambiente luminoso, una vista mozzafiato sui tetti vecchi della città e sul lato interno dell'estuario del Tago. Ero in una condizione di pace tale che non ho nemmeno avuto bisogno di divorare un capretto arrosto per placare la fame: sono bastati un'insalata di baccalà e gamberetti e, in chiusura, una specie di caffè ghiacciato alla cannella. Credo che in nessun altro posto mi sarei mai sognato di bere caffè ghiacciato alla cannella. Si chiama Casa Chapito, sopra c'è il link: se passate a Lisbona ed è una bella giornata, fateci un pensiero.
Il vostro iPod ha paura di volare? Il mio, sì. In aereo, sia all'andata che al ritorno, si è bloccato. Niente musica, sostituita da una serie di scatti a vuoto dell'hard disk. Evidentemente, anche i lettori MP3 soffrono di crisi di panico. Durante il volo d'andata, ignaro delle cause e della durata effimera del black out, sono stato lì lì per alzarmi, andare dal comandante e ordinargli di tornare indietro. Con tutta la fatica che avevo fatto nel creare le playlist per il viaggio... stiamo scherzando? Per fortuna, già sull'aerobus verso il centro città il piccolo monolito nero è tornato a strimpellare allegramente. E la mattina successiva, al Miradouro da Senhora do Monte (forse il migliore belvedere della città, di certo uno dei più alti e impervi da raggiungere) ho potuto, finalmente, battezzare Ukulele Songs di Eddie Vedder. Come immaginavo, non è un album per tutti i luoghi e tutte le stagioni. Con tutta la simpatia possibile per Vedder, trentacinque minuti consecutivi di voce e ukulele probabilmente stenderebbero anche un hawaiano. Ma lassù, quando lo shuffle ha lanciato Without You, tutto era perfetto. E il bello è che anche quattro giorni dopo, spaparanzato sulla spiaggia di Meco, con ombrellone, succo di frutta, brezza dell'oceano sul volto e Settimana Enigmistica d'ordinanza, quando lo shuffle ha ripetuto lo scherzetto era di nuovo tutto perfetto.
5. Il concerto.
Meco. Anzi, "MECO, SOL & ROCK'N'ROLL" come si legge sul braccialetto rosso che ancora per qualche minuto mi cinge il braccio. E' lo slogan del Super Bock Super Rock festival, tre giorni di musica, campeggio e sabbia in un'area selvaggia a quaranta chilometri da Lisbona e a una decina dall'oceano. Non è un segreto che l'abbia scelto per gli Arcade Fire e gli Arcade Fire mi hanno ricambiato con una performance immensa, dove la fiamma si è propagata ancora meglio grazie all'energia di un pubblico meraviglioso, che li aspettava dall'autunno scorso (quando un concerto a Lisbona venne annullato per ragioni di sicurezza, a causa di un summit Nato). Ma in fondo, dagli Arcade Fire non potevo aspettarmi niente di meno (il guaio semmai è che dalla prossima volta mi aspetterò già qualcosa di più...). Così come era facile prevedere la magica performance dei Portishead. La vera sorpresa sono stati gli Arctic Monkeys. Finalmente liberi dall'hype internettiano e giovanile, forse oggi addirittura un po' dimenticati dal grande pubblico sempre in cerca di una next big thing, i ragazzi di Sheffield sono stati il vero detonatore del festival. Scaletta perfetta, ritmi indiavolati, il miglior britpop fuoriuscito dagli anni zero. Anche in Portogallo c'è l'abitudine di puntare i telefonini sul palco. YouTube esonda di video. Questo dà una buona idea della bolgia...
Ma la chiusura, non può che spettare a loro. Di nuovo, guardate il pubblico.