giovedì, agosto 28, 2014

Il vero problema dell'Ice Bucket Challenge sono i social network


Ma attenzione: non i cattivi cittadini che vivono sui social network. Più semplicemente e meccanicamente, il modo in cui i social network riproducono e ci mostrano i contenuti virali, in particolare quelli basati una serie continua di repliche, imitazioni, copie. 

Le tappe sono sempre le stesse:

1. Appare online il paziente zero (si tratta pur sempre di un virus...). Anche la reazione dell'umanità è prossima allo zero, nel senso che sono ancora in pochi ad accorgersene.

2. Si diffondono le prime imitazioni. E soprattutto, le prime condivisioni da parte degli utenti forti di Internet, quelli con tanti lettori/followers, in grado di accelerare il passaparola online (a volte questa fase si gioca ancora nell'underground, ma è con gli utenti forti che avviene il vero salto di qualità: il virus-embrione diventa un virus-ometto). 

3. Si mette in moto la macchina social e arriva la prima vera ondata popolare di copie. È il momento più gradevole del contagio, quello in cui i pazienti si sbizzarriscono per distinguersi dagli altri (cresce il tasso medio di creatività dei contenuti) e in cui il pubblico percepisce il virus come una novità: buffa, divertente e – ahimè – condivisibile.

4. Con la seconda ondata, l'incantesimo si spezza. Diventato mainstream, il contagio attiva il suo processo di espansione inarrestabile: i contenuti si moltiplicano a velocità sempre più rapida, la qualità media diminuisce mentre cresce la seccatura nel trovarsi attorniati da decine/centinaia/migliaia di cloni.

5. La terza ondata è quella finale. Tramortito dal bombardamento, l'organismo umano vede con istintiva diffidenza il fenomeno. Ogni ragionamento logico lascia spazio al rifiuto e anche gli eventuali pazienti-capolavoro o le ragioni umanitarie non sfuggono alla reazione stizzita: “Ancora? Che palle!”. È in questa fase che trova il suo ideale terreno di diffusione l'infida signora dei social network: la polemica.

I connotati specifici del virus (compresa la beneficenza per la ricerca contro la SLA nel caso dell'Ice Bucket Challenge) aggiungono semplicemente un po' di spezie e magari definiscono la direzione delle polemiche. Altri aspetti (il meccanismo delle “nomination”, il coefficiente di VIP...) si limitano al massimo a intervenire sulla rapidità di diffusione del virus.

Ma sono aspetti marginali. Che si tratti di un Ice Bucket, di un Harlem Shake o - ampliando l'orizzonte - di un accorato RIP Robin Williams, che l'obiettivo sia la pace del mondo o l'Armageddon, il percorso rimane sempre lo stesso: prima ci si diverte e si apprezza, poi non se ne può più. Oggi non si sta litigando davvero sul ruolo dei VIP nella sfida del secchio, sulla loro buona fede o taccagneria. Si sta semplicemente dando sfogo alla fisiologica e inevitabile fase 5.

Postilla: nei momenti conclusivi della fase 5, di solito c'è già un altro virus che sta sbocciando nella fase 1. Siete pronti?