martedì, gennaio 04, 2011

Momento critico.


Tra le tante categorie professionali messe a rischio dallo tsunami digitale c'è anche quella del critico. Letterario, discografico, cinematografico, teatrale, televisivo, culinario, qualunque esso sia. La concorrenza di Internet e delle nuove dinamiche di comunicazione è doppia. Da un lato, ci sono quei miliardi di commenti/recensioni scritti dagli utenti sui blog, sui forum, su Facebook, su Twitter, che sempre più spesso sostituiscono le vecchie recensioni come punti di riferimento informativo per il pubblico. Dall'altro, c'è l'evidente, incalzante riduzione del nostro tempo d'attenzione, che ci spinge più verso fonti mordi-e-fuggi che non verso le analisi dense, approfondite, anche complesse, tipiche di molta critica tradizionale.

Sono problemi ben noti, ormai, che il New York Times ha deciso di affrontare di punta con una serie di articoli, incentrati sulla critica letteraria. Il quotidiano ha chiesto a sei suoi collaboratori di scrivere un testo sul tema why criticism matters: perché la critica conta. Il contributo più vibrante e incisivo (forse l'unico davvero vibrante e incisivo) è quello di Sam Anderson. Già solo per questa frase, "For one thing, we can no longer take readers' interest for granted", e per la successiva constatazione sulla necessità di rimboccarsi le maniche, scendendo dalle torri d'avorio e tornando a sporcarsi un po' le mani:

"We have to work harder to justify our presence on the page, our consumption of readers’ increasingly precious attentional units. This means writing with more energy, more art, more conviction, more excitement and a deeper sense of personal investment. It means returning to fundamental questions: What is literature? Why do we read it at all? What happens if we don’t?"

Inoltre, ma questa è una debolezza personale, ho apprezzato il riferimento alla letteratura come un unico gigantesco discorso che si autocommenta e autorinnova, romanzo dopo romanzo, opera dopo opera, autore dopo autore:

Thomas Carlyle, in 1831, warned of what he saw as the increasing self-consciousness of the world of letters: “By and by it will be found that all Literature has become one boundless self-devouring Review.” He meant this as a nightmare scenario, but I’ve always found it exciting. Because isn’t that what the greatest works of literature always are? Isn’t “Ulysses” a boundless, self-devouring review of the “Odyssey,”  “Hamlet,”  “Madame Bovary” and even Carlyle himself? And isn’t “Molloy” a boundless, self-devouring review of “Ulysses”? Isn’t “Infinite Jest” a boundless, self-devouring review of “Ulysses” and “Molloy” and “JR” and “Gravity’s Rainbow” and “White Noise”? The membrane between criticism and art has always been permeable. That’s one of the exciting things that books do: they talk to other books.