Domani sono in missione in Emilia, per l'esattezza a Modena. Parteciperò a "Raccontarsi e incontrarsi sulle piazze dei social network – La comunicazione e la partecipazione ai tempi del web 2.0", evento organizzato dall'Assessorato alle politiche giovanili del Comune. Due appuntamenti: - ore 9.30: tavola rotonda su social network e dintorni, con l’esperto di comunicazione Marcello Testi e i professori Michele Colajanni dell’Università di Modena e Elena Pacetti dell’Università di Bologna. Modera l'assessore alle politiche giovanili Fabio Poggi. - ore 19: presentazione di La musica liberata e incontro/chiacchierata su musica, Internet e assortiti dintorni con la band Freak Out (prima di un loro concerto). In entrambi i casi, l'appuntamento è presso La Tenda di viale Molza. Ovviamente, siete tutti invitati.
Quello del mash up è un linguaggio che alle nostre orecchie può apparire scorbutico. Quasi fastidioso. Sia perchè spesso viene a "rovinare" canzoni che abbiamo amato. Sia perchè tende spesso a lavorare sugli opposti, mescolando fragranze che non avremmo mai pensato di sentire accostate. Il rap sulle melodie dei Beatles ci suona come i cavoli a merenda, insomma. Eppure, man mano che passa il tempo, si moltiplicano le uscite e si affinano le tecniche, credo che sia sempre più da quelle parti che dovremmo andare a cercare i nuovi orizzonti della musica del futuro. Nuovi orizzonti che, per ovvie ragioni discendenti dalle leggi sul copyright, si stanno schiudendo in territori ben distanti da quelli delimitati dal negozio di musica, tradizionale o digitale che sia. Il mash up cresce altrove. Su questi temi, partendo dal free download di Enter the Magical Mystery Chambers(Beatles + Wu-Tang Clan) ho scritto qualche riga su digita.musica.
(in realtà questo è Riff Raff, che però assomiglia tanto al Brian Eno degli anni '70)
Paul Morley ha intervistato Brian Eno per un documentario che andrà in onda sulla BBC. Alcuni estratti dell'incontro sono stati riportati sul Guardian. Ci sono parecchie cose interessanti. Tra le altre, la curiosa sensazione che si prova a lavorare contemporaneamente con gli U2 e i Coldplay, dovendo fare un'incredibile attenzione a non confondere il materiale delle due band (malcelata è l'ammissione che Viva la Vida e No Line on the Horizon hanno una produzione davvero molto molto molto simile.... mi chiedo come mai a nessuno sia ancora venuta l'idea di mescolare i due album in un unico grande mash up):
On working with U2 and Coldplay at the same time
"It was fine. A few jokes. I felt like a philanderer who was with another woman and might make a slip and call her by the wrong name in bed. I had one computer that had all of the Coldplay stuff and all the U2 stuff. I had to very carefully label each folder because I was paranoid that I might end up with the same basic track for each group and I wouldn't notice until it was too late. There was a chance the same track might have appeared on both albums."
In quanto ai dischi, la posizione di Eno è molto lucida. C'è chi è convinto che i dischi siano l'essenza stessa della musica, perchè hanno svolto un ruolo così importante per la nostra vita, la nostra formazione, le nostre esperienze (nonché per lo sviluppo di certi generi, il rock in primis). Più probabile, spiega Eno, che i dischi non siano altro che una piccola parentesi di cinquant'anni nella storia dell'uomo e della musica. Una gran bella parentesi, non c'è che dire. Non è stato affatto male averla vissuta. Ma sorry mate, history's moving along.
On the end of an era
"I think records were just a little bubble through time and those who made a living from them for a while were lucky. There is no reason why anyone should have made so much money from selling records except that everything was right for this period of time. I always knew it would run out sooner or later. It couldn't last, and now it's running out. I don't particularly care that it is and like the way things are going. The record age was just a blip. It was a bit like if you had a source of whale blubber in the 1840s and it could be used as fuel. Before gas came along, if you traded in whale blubber, you were the richest man on Earth. Then gas came along and you'd be stuck with your whale blubber. Sorry mate – history's moving along. Recorded music equals whale blubber. Eventually, something else will replace it."
E' un po' come se Internet avesse limitato la mia capacità di ascoltare jazz. La dilatazione geometrica delle uscite indie-pop-rock-alternative assolutamente da non perdere ha occupato tutti gli spazi della giornata e dell'iPod. Bisogna recuperare un po' di equilibrio. Magari partendo dal 2009. Quello sotto è l'elenco dei migliori dischi jazz dell'anno secondo i critici della rivista newyorchese Village Voice. In grassetto ci sono quelli che ho trovato su Spotify e ho raccolto in questa playlist: Village Voice Top Jazz of 2009 (URI)(11 album, 131 canzoni, 13.7 ore)
1. Vijay Iyer Trio, Historicity (ACT) 2. Henry Threadgill Zooid, This Brings UsTo, Volume 1 (Pi) 3. Joe Lovano Us Five, Folk Art (Blue Note) 4. Darcy James Argue's Secret Society, Infernal Machines (New Amsterdam) 5. Steve Lehman Octet, Travail, Transformation, and Flow (Pi) 6. Keith Jarrett, Testament: Paris/London (ECM) 7. Allen Toussaint, The Bright Mississippi (Nonesuch) 8. Miguel Zenón, Esta Plena (Marsalis Music) 9. Jim Hall & Bill Frisell, Hemispheres (ArtistShare) 10. John Hollenbeck Large Ensemble, Eternal Interlude (Sunnyside) 11. Bill Frisell, Disfarmer (Nonesuch) 12. Bill Dixon, Tapestries for Small Orchestra (Firehouse 12) 13. Wadada Leo Smith, Spiritual Dimensions (Cuneiform) 14. Dave Douglas & Brass Ecstasy, Spirit Moves (Greenleaf) 15. Jeff "Tain" Watts, Watts (Dark Key) 16. Charles Tolliver Big Band, Emperor March (Half Note) 17. Darius Jones Trio, Man'ish Boy (A Raw & Beautiful Thing) (AUM Fidelity) 18. David Binney, Third Occasion (Mythology) 19. Fly (Mark Turner–Larry Grenadier–Jeff Ballard), Sky & Country (ECM) 20. J.D. Allen Trio, Shine! (Sunnyside)
The Jackal è un gruppo di giovani videomaker e artisti napoletani che da qualche anno realizza divertenti parodie e finti trailer, distribuendole su YouTube. Tempo fa, all'epoca del caos dei rifiuti in Campania e di Io sono molto leggenda, li avevo intervistati per il Mucchio. A fine 2009 sono tornati con una parodia-mashup che svela chi potrebbe salvarci dalla fine del mondo nel 2012. No, non è Chuck Norris. (via Cineblog, su YouTube c'è anche il dietro le quinte)
Cory Doctorow su Boing Boing riprende un articolo in cui Jamie Boyle denuncia i lati oscuri delle leggi sul copyright. In particolare, gli effetti incendiari su parte della cultura, che viene bruciata e dimenticata esattamente come i pompieri bruciavano e cancellavano i libri in Fahrenheit 451. Il succo dell'accusa: per blindare le opere più redditizie (Disney, Beatles...), l'industria dell'intrattenimento è riuscita a ottenere delle normative che non solo sono sempre più estese nel tempo (fino a 70 anni oltre la morte dell'autore), ma che automaticamente applicano il velo del copyright a qualsiasi opera. Anche su quelle che non hanno più valore commerciale e nessun editore/produttore ha più interesse a pubblicare, ristampare, diffondere. Nella stragrande maggioranza dei casi, il risultato è l'oblio dell'opera. Esattamente ciò che cercavano di ottenere i pompieri di Bradbury. Per usare una metafora ittica, il copyright agisce un po' come una spadara: il suo obiettivo sono i pesci più succosi, ma tra le sue maglie finisce impigliato un po' di tutto.
Da questo punto di vista, è chiaro come Internet sia intervenuta come una variabile impazzita e praticamente speculare. Mentre nel mondo "fisico" si fa di tutto per restringere il recinto del pubblico dominio, in Rete (nel P2P, su RapidShare, su YouTube) praticamente è come se ogni steccato venisse abbattuto e tutto confluisse in un pubblico dominio di fatto. Dai video dei Beatles (sopra) a quelli di reinterpretazioni jazz di Eleanor RiDby sulla tv neozelandese (sotto). Il problema è che il Web è un sistema imperfetto. Un oceano dove, sotto i crismi di una sostanziale illegalità, milioni di utenti si sono presi la briga di edificare e riempire la più impressionante biblioteca multimediale di tutti i tempi. Vastissima, spontanea, ma effimera. Limitata dalle preoccupazioni legali e basata sulle abituali dinamiche della massa. E' vero che il popolo di Internet benedice e legittima l'esistenza delle nicchie (la "lunga coda"), ma è anche vero che l'effetto complessivo delle sue interazioni pende pur sempre dalla parte del mainstream. Su eMule di Beatles ne trovi a bizzeffe, mentre della Eleanor RiDby di Marcia Hines non c'è traccia. Se la sua memoria sopravvive, è merito di quell'utente che si è messo a caricare vecchi video della tv kiwi su YouTube.
Spavaldi e infaticabili, i pirati hanno messo una prima toppa all'estinzione delle opere minacciate dal lato oscuro del copyright. Ma è una toppa organica, non organizzata. Ha un funzionamento affascinante, ma offre ben poche garanzie. Nonostante la diffusione di cataloghi legali sempre più grandi (milioni di canzoni su iTunes), nonostante il traffico corsaro sul P2P, ogni giorno siamo inconsapevoli testimoni della scomparsa di chissà quante porzioni della nostra storia e della nostra cultura. In buona parte si tratta solo di ciofeche che meritano l'estinzione? Può darsi. In buona parte. E poi perchè dovrebbero comunque meritare l'estinzione, se è possibile evitarlo?
Una possibile modifica del copyright. Forse si potrebbe inserire l'obbligo a rendere sempre accessibile qualsiasi opera di cui si detiene il diritto di pubblicazione. Il copyright non sarebbe più solo "sfruttamento commerciale dell'opera", ma anche "tutela e garanzia della sua diffusione". In questo modo, probabilmente, gli editori si concentrerebbero sulle opere che ritengono più redditizie e le altre diventerebbero di pubblico dominio e potrebbero essere tranquilllamente salvate, senza paura di ritorsioni legali, su grandi biblioteche libere come l'Internet Archive. Così si sconfiggerebbe anche l'idea - oggi davvero tremendamente anacronistica - del "fuori catalogo". Poi si dovrebbe anche ragionare sulla durata nel tempo delle protezioni. Ma quella è un'altra, spinosissima, storia.
Non sono mai riuscito a lasciarmi prendere da Second Life. Neanche quando andava di moda, un paio d'anni fa. Credo che sia per una certa indifferenza personale nei confronti dell'idea di un avatar fisico, un'immagine alternativa, una seconda vita fatta di surrogati di case, negozi, strade, isole. Ciò non toglie che alcune letture sull'argomento sono affascinanti. Per esempio, questo lungo e malinconico reportage in cui Barry Collins racconta di esser tornato, dopo molto tempo, nell'universo virtuale. E di avervi trovato un deserto, ravvivato solo dall'oasi peccaminosa e un po' decadente dei bordelli digitali. (sono molto interessanti anche i commenti dei lettori; soprattutto quelli che non sono d'accordo con l'autore dell'articolo e spiegano le virtù, attuali, di SL).
In uno dei video più malinconici dell'universo, '74-'75, i Connels giocavano con le foto degli annuari scolastici e con la nostalgia del "come eravamo, cosa siamo diventati". Fa qualcosa del genere il filmmaker/musicista Matt Kresling in Seventeen. Anche lui stuzzica il nostro sentimentalismo con le immagini del passato. Solo che la tecnologia gli permette un approccio decisamente più tridimensionale e interattivo. Sulla pagina di YouTube c'è anche il link a un album in free download.
Ralph Watson è un giovane rapper inglese che a fine dicembre ha raccontato a digita.musica come utilizzare i vari strumenti offerti dalla tecnologia (Vimeo, Twitter, iPhone e molti altri meno noti, ma non per questo meno utili) per provare a diffondere la propria musica. Danny Barnes è un suonatore di banjo che fornisce qualche consiglio su come sia possibile sopravvivere suonando. Watson è tutto Internet e iperattività digitale, Barnes è tutto tradizione e sobrietà analogica. Due facce della medaglia - entrambe indipendenti - che in qualche modo si completano.