martedì, settembre 28, 2010

"8 Bits Movie"

Anche i videogiochi se la devono vedere con la dura legge dello scontro generazionale e dell'evoluzione. I padri (la 8-bit generation) contro i figli (le meraviglie mozzafiato del presente). Il 2D contro il 3D. Disegnando e animando personaggi deliziosamente ributtanti, Valerie Amirault, Jean Delaunay, Sarah Laufer e Benjamin Mattern mettono in scena questo duello nel video 8 Bits Movie.

Tra Lost, i Drive Shaft e Gary Troup.

Un po' per lavoro, un po' per hobby, un po' per quello strano ibrido di lavoro e hobby che caratterizza spesso le mie giornate, mi trovo frequentemente a ripassare dalle parti di Lost. D'altronde, le vie d'accesso sono infinite. Lost non è riuscita solo a creare una sorta di narrazione a 360 gradi, in cui la linearità è sostituita da un vortice multidirezionale (su e giù per il tempo, di qua e di là in dimensioni parallele, e così via...). La stessa dilatazione è avvenuta nel mondo reale, il nostro, quello di chi avrebbe dovuto limitarsi a osservare da fuori le vicende dell'Oceanic 815 e dei suoi passeggeri. 

Oggi, per esempio, arrivando da due strade diverse, mi è capitato di incontrare due propaggini lostiane che ancora non conoscevo e che non saprei come definire. La prima è Bad Twin di Gary Troup, un romanzo che compare marginalmente nella seconda serie del telefilm, rinvenuto da Hurley e poi finito nelle mani di Sawyer. Seppur creato per la serie, il romanzo esiste veramente, è in vendita su Amazon ed è molto probabile che a breve finirà anche tra le mie mani. La seconda è You All Everybody, la canzone più famosa dei Drive Shaft, la fittizia band in cui suona un altro protagonista di Lost, Charlie. Se dei Drive Shaft esiste da tempo un sito "ufficiale", ho scoperto che You All Everybody è finita anche nella centrifuga del videogioco RockBand, dove ha la stessa natura/dignità/concretezza di qualsiasi hit dei Police o dei Guns n'Roses. Qui sotto, passando di mutazione in mutazione, di avatar in avatar, la vedete suonata da due ospiti d'eccezione: Locke alla batteria e Jack alla chitarra.

I libri finti esistono da tanto tempo. Vedi il Necronomicon. I musicisti finti, anche. Vedi gli Spinal Tap. Ma erano atomi isolati, dotati di una propria piccola batteria che alla fine - senza ricarica - era inevitabilmente destinata ad esaurirsi. E la ricarica era più unica che rara (la serie La Casa per il Necronomicon, per esempio). Insomma, non incidevano più di tanto nella vita reale. E difficilmente si mescolavano con gli altri libri, gli altri gruppi, quelli "veri". Oggi questi elementi possono essere collegati a un'immensa rete elettrica, quello stesso network di intelligenze, bit e connessioni che Lost ha saputo sfruttare favolosamente. Generando un universo in continua evoluzione, sempre più intrecciato al nostro. Il risultato è un imperioso scatto in avanti nelle possibilità dello storytelling. Si aprono scenari potentissimi. Qui non si tratta più solo di scrivere una sceneggiatura, un racconto o una canzone, ma di attivare un flusso impetuoso di idee, creatività e nuove realtà. Un flusso che rimbalzando da un nodo all'altro del network appare quasi in grado di auto-evolversi.







venerdì, settembre 24, 2010

"Notte sento" di Daniele Napolitano, finalista ai Vimeo Awards

Mentre YouTube è una corazzata che raccoglie di tutto e di più, dalle ultime scosciature di Lady Gaga al filmato che hai girato ad agosto al mare, Vimeo sta cercando di proporsi come un più agile e curato vascello per videomaker. Non una caotica memoria visiva dell'umanità, bensì un laboratorio/deposito artistico dove sperimentare con i linguaggi dell'immagine, dell'animazione, della musica, del remix. Non a caso, molti artisti hanno iniziato da tempo a caricare i propri video su entrambi i siti: su YouTube, a caccia della popolarità globale (il ricatto è ormai definitivo: oggi non si può non essere su YouTube); su Vimeo, alla ricerca di un differente tipo di riconoscimento, oltre che di un segno di distinzione dalla massa dei videoamatori (immagino che su Vimeo l'aspirante artista riesca a sentirsi più artista).

Provando a rafforzare questo suo spirito art-oriented, Vimeo adesso lancia la prima edizione dei suoi Awards. Nove le categorie previste (Narrative, Remix, Original Series, Documentary, Music Video, Animation, Motion Graphics, Experimental, Captured). Prestigiosa la giuria chiamata a eleggere i vincitori (tra gli altri, David Lynch, Roman Coppola, Dj Spooky, M.I.A., Lawrence Lessig...). Con l'immancabile e logica appendice del "community's choice", dove il pubblico può votare i suoi preferiti (fino al 9 ottobre). Da qualche giorno sono state rese pubbliche le nomination: tra queste, nella sezione Narrative, c'è anche un'opera italiana, Notte Sento di Daniele Napolitano. Un bel video che risale a un paio d'anni fa e racconta con trasognante semplicità una notte a Roma. Tra Prima dell'alba, Vacanze romane e il linguaggio contemporaneo dei videoclip. Estetica indie all'italiana, sentimentalmente due punto zero.


Notte Sento from Daniele Napolitano on Vimeo.

P.S. Sulla pagina Facebook di Notte Sento, leggo che il film verrà proiettato la sera di domenica 26 settembre a Times Square, a New York. Anche queste sono soddisfazioni.

lunedì, settembre 20, 2010

Keep Inrockin' in the free world.


Dall'editoriale di Les Inrockuptibles, n.772, 15/21 settembre 2010:
"Les Smiths, le London Calling des Clash ont marqué le début de notre équipée. Pareille bande-son a décidé de notre vocation: bousculer l'ordre établi. C'est fort de cette histoire, avec le besoin d'en découdre, de ne pas s'endormir, que s'est inventée cette nouvelle formule. Un journal résolument anticrise qui sourit à l'aventure, à l'avenir, et ne se nourrit pas des peurs du lendemain".

In bocca al lupo al settimanale francese Les Inrockuptibles, uno dei miei preferiti, uno dei pochissimi a cui sono abbonato, forse quello che capisce e condivide meglio le mie paturnie musicali, che da questo numero cambia volto. 30 pagine in più, un maggiore spazio dedicato a news e politica, un gioioso ghigliottinamento delle pagine sulla tv e una conferma di musica, libri, cinema, Internet e cultura in generale. Non so quale sarà la nuova identità del giornale, ho un po' paura del riposizionamento tra gli scaffali dei settimanali d'informazione generica, ma quella vecchia mi piaceva molto e in fondo sono ottimista. Oggi non vai da nessuna parte se non hai un'identità. Anche se problematica e a volte contraddittoria. Siamo tutti un po' problematici e contraddittori. Ma non siamo tutti identici. E forse il problema maggiore di giornali e siti è proprio la loro insensata corsa a essere uguali. A pubblicare tutti le stesse 999 notizie al giorno, gli stessi riquadrini popputi, gli stessi video buffi da YouTube. Copie di copie di copie di copie. La facebookizzazione dell'informazione. E' una bestemmia. I giornali dovrebbero essere un baluardo contro l'omologazione e l'appiattimento, non un loro alleato. Quando sento parlare di informazione a pagamento su Internet, di questa informazione che vorrebbe essere pagata, mi viene da piangere. Invece quando c'è da pagare l'abbonamento a Les Inrocks, oppure quello a Spotify o un libro che trovo solo su Amazon Kindle, il bonifico parte immediatamente e con un sorriso. Non so cosa voglia dire, oltre che a volte sorrido un po' a casaccio, ma qualcosa vorrà pur dire. 

P.S. Sì, lo speciale estivo dedicato al sesso è un'altra delle buone ragioni per cui comprare Les Inrocks. Sperando che venga confermata anche nella nuova identità. Sul primo numero della nuova formula, il 772, in copertina c'è il facciotto sorridente di Lula. Che è simpatico, certo, ma...

venerdì, settembre 17, 2010

Uno, nessuno, seimilacentoquindici.

Parigi, le migliori menti della nostra generazione


Qualche giorno fa sono capitato su una statistica relativa ai passaggi radiofonici negli Stati Uniti nella settimana del 25 agosto. Eccola qua, come appare pubblicata su Digital Music News:


o Number of artists getting at least 1 spin: 6,115
o Number of artists getting at least 2 spins: 5,506
o Number of artists getting at least 10 spins: 3,417
o Number of artists getting at least 100 spins: 1,323
___________________

o Number of songs getting at least 1 spin: 21,486
o Number of songs getting at least 2 spins: 17,752
o Number of songs getting at least 10 spins: 8,945
o Number of songs getting at least 100 spins: 2,296
___________________

o Total number of spins: 1,585,185
o Total number of spins for 1,000 biggest songs: 1,107,044

o Percentage of spins enjoyed by top 1,000 songs: 69.8%



Ovviamente, tutti questi bei numeri hanno scatenato un po' di riflessioni.

Prima riflessione: la lunga coda. Dopo i fasti degli anni zero, la teoria enunciata da Chris Anderson viene oggi ripetutamente dileggiata. E l'ultima voce di questa statistica sembrerebbe un'ulteriore ragione di sbeffeggiamento. Appena 1000 canzoni su 21486 (il 4,65%) hanno ottenuto il 69,8% dei passaggi radiofonici. A dominare è sempre e comunque la corta testa, altro che la lunga coda. E non basta far notare che qui si tratta di una statistica radiofonica, ovvero relativa a un medium vecchio e precedente alla teoria di Anderson. Gli antilungacodisti ti risponderanno subito mostrando le statistiche di iTunes, di YouTube, persino di Last.fm, dove il mainstream continua imperterrito a farla da padrone. Io credo che il problema stia nella formulazione originale di Anderson, che aveva la tracotante ambizione della nuova teoria economica. Anderson aveva predetto che, grazie alla natura di Internet e delle reti di comunicazione digitale, la lunga coda (cioè le nicchie) avrebbe preso il sopravvento economico, muovendo più soldi delle hits in testa alla curva. Cosa che non è avvenuta e probabilmente non avverrà mai. Perché il mondo è spinto irrimediabilmente verso le hits. Per varie ragioni. C'è però un aspetto trionfale della teoria della lunga coda, che non viene quasi mai citato, perché si allontana dalla concezione di musica come mercato e riguarda invece quella di musica come arte e come, chiamiamola, soddisfazione culturale. Io sono quasi sicuro che tra le mie 1000 canzoni ascoltate nella settimana del 25 agosto non ve ne sia quasi nessuna delle 1000 dominatrici delle radio americane. E probabilmente, ben poche delle 1000 dominatrici delle radio italiane o di qualsiasi classifica di iTunes. Prima di Internet, ciò non sarebbe potuto accadere: io sarei stato costretto (dalla radio, dalla tv, da qualsiasi mezzo di distribuzione della musica) ad ascoltare i brani della corta testa. Le mie scelte sarebbero state inevitabilmente guidate e limitate. Con Internet, me ne posso fregare allegramente. E posso costruirmi i miei percorsi di ascolto in base a ciò che mi suggeriscono altri consigliori: gli amici su Facebook, i blog preferiti, il programma del Rock en Seine, gli umori del meteo o la zingara all'angolo della strada. E' questo il trionfo culturale della lunga coda. Quello che molti si ostinano a non vedere dietro al rumoroso fallimento del discorso economico.

Seconda riflessione: sempre passeggiando tra le ortiche dell'economia, da quei numeri viene a galla una verità che molti addetti ai lavori rifiutano di accettare. In una settimana, 6115 artisti hanno avuto almeno un passaggio radiofonico in America di una loro canzone. E nello stesso arco di tempo, chissà quanti altri hanno goduto dello stesso piacere in Europa, in Africa, in Asia, su MySpace, su iTunes, su Spotify, sugli iPod, sugli stereo, sulle chiavette USB aggrappate ai cruscotti delle auto, sui computer, ovunque. Quanti artisti esistono oggi? Quante band? Milioni? Quante canzoni? Miliardi? Appare evidente, anche se nessuno lo dice, che non è possibile immaginare un sistema che garantisca una retribuzione significativa per ciascuno di questi brani, per ciascuno di questi artisti (e per ciascuna delle etichette o degli intermediari che stanno dietro). Nessun sistema economico, nessuna legge, nessuna prodigiosa start up può raggiungere un risultato del genere. Per una semplice ragione: non ci sono i soldi per mantenere economicamente l'insieme globale (la lunga coda?) della musica. I musicisti stessi dovrebbero saperlo, e probabilmente lo sanno. E' un po' come ipotizzare che tutti i blogger guadagnino dalla loro scrittura o tutti i videomaker su YouTube vivano dei loro filmati. I soldi non potranno che arrivare solo a una percentuale di questi artisti. Una percentuale più o meno modesta. Il mio wishful thinking suggerisce che, sul lungo termine, complice anche l'indole corsara del Web, i destinatari saranno gli artisti che riusciranno a dare davvero qualcosa al pubblico. Un pubblico anche ristretto, magari. Ma un pubblico vero, un pubblico che monetizza un concreto passaggio di emozioni. E' l'utopia meritocratica applicata al regno dell'impercettibile, quale è quello della musica. La realtà però è più complessa. Ci sono tante altre forze che entrano in gioco, c'è un meccanismo dello star system che sarà anche usurato ma è pur sempre dominatore, c'è l'influenza di un crescente numero di intermediari (prima, in fondo, erano quasi solo etichette, manager e band... oggi sembra che chiunque abbia un interesse o una speranza economica nella musica). Il risultato finale non cambia: i soldi per far contenti tutti non ci sono e non ci saranno mai, nemmeno qualora si riuscisse a sradicare completamente la pirateria (altra utopia non solo commerciale, ma esistenziale). Di quei 6000 artisti baciati dalla radio o dei milioni con il loro www.myspace.com saranno sempre e solo alcuni, non la maggioranza, a trovare una completa soddisfazione economica. Da questo punto di vista, non ci sono alternative o soluzioni magiche. E non ce n'erano nemmeno prima di Internet: anche nella golden age degli Ottanta e dei Novanta non credo che la stragrande maggioranza dei musicisti avesse straordinarie rendite o garanzie economiche. D'altronde, avendo come termometro principale la soggettività delle emozioni (di chi la produce e di chi la riceve), l'arte è qualcosa che andrà sempre oltre a qualsiasi discorso di normalizzazione economica. Corteggerà sempre il mercato, ma non si lascerà mai ingabbiare del tutto.

Terza riflessione: è un casino. Non so a voi, ma a me i grandi numeri tanto affascinano quanto spaventano. Mettiamo che anche solo l'uno per cento delle 21846 canzoni trasmesse dalle radio americane in una settimana ad agosto siano interessanti... vorrebbe dire 218 canzoni interessanti. Dove sono? Quali sono? Come trovarle? Come trovare quelle che vanno bene per te? E come esplorare la selva del Web? Dal lato di chi crea e produce, l'ossessione ha la forma del dollaro. Dal lato di chi riceve e ascolta, l'ossessione ha la forma della moltitudine. Di una scelta che si presenta sempre più complessa, paralizzante, a volte persino depressiva. Quella sensazione che ci siano tantissime cose che meritano, probabilmente ben più di 218 canzoni a settimana, ma che sia impossibile raggiungerle (e, fisicamente, impossibile assimilarle). A Google avevano già capito tutto più di dieci anni fa. E hanno fatto i miliardi architettando una specie di gigantesco lanternino per guidarci nel caos. Non solo della musica, ma del nuovo mondo. Un altro lanternino, più stuzzicante e umano, possiamo concretizzarlo noi stessi usando sapientemente l'arte del consiglio, del suggerimento, persino del "mi piace" di Facebook. Solo che servono gli strumenti perché anche questa strada non assuma le sembianze di un suk: ricco di sapori, colori e simpatia umana, ma dove non si riesce a trovare ciò che si cerca. Quanto è difficile gestire una moltitudine.

giovedì, settembre 02, 2010

Arcade en Seine

Alla fine, l'ho trovato negli Arcade Fire il mio concerto dell'anno.



Nonostante gli U2, nonostante i Pearl Jam, sconfiggendo i primaverili A Toys Orchestra e piegandosi ma senza lasciarsi spezzare (o spegnere) da una gelida e ventosa pioggia parigina di fine agosto.



Quello che mi avevano detto gli amici, quello che si intravedeva dai video su YouTube, quello che lasciavano presagire vinili, cd o MP3, era tutto vero. Gli Arcade Fire sono innanzitutto belli da vedere. Non quella bellezza. Quell'altra. Quella che va oltre alla superficie e si scioglie nel ritmo, nell'energia, nella passione.



Di solito, io sono tutto tranne che un animale da transenna. Spesso i concerti mi piace vederli da lontano, dalle tribune, dal fondo della sala, tenendo sotto controllo tutto l'insieme: il palco, il pubblico, il mixer, il cielo (e il soffitto, e le pareti, e gli alberi), il bar, i wc, le sedie vuote. Forse non mi basta la musica, forse mi sembra che solo così si possa catturare il senso di un concerto. Oltre alla musica, tutto il resto.



E' in quel modo che ho assorbito la magia dei Pearl Jam a Milano e poi a Berlino. Non solo da ciò che sentivo provenire dal palco, ma anche da quello che vedevo in platea, sulle tribune, ovunque. Con gli Arcade Fire, nel bosco di St.Cloud, è stato diverso. Ispirato da chissà quale angelo custode del rock'n'roll, sono arrivato con un'ora di anticipo, sacrificando i Roxy Music (pazienza), spingendomi fino a una decina di metri dal palco (no, non sono proprio un animale da transenna), facendo slalom tra migliaia di altre persone consigliate dallo stesso angelo.



Il risultato, dopo un po' di piacevole occasionale internazionale socialità, è stato piantare gli occhi sul palco e non staccarli più. Dal primo galoppante all'ultimo bagnato minuto. Perché, non esagero, gli Arcade Fire sono davvero troppo belli per smettere di guardarli. Anche solo un istante di distrazione è un peccato originale. Come suonano. Come cantano. Come si muovono. Sgraziati, ciondolanti, dolcemente asimmetrici (violinista alta vs. violinista bassa), più sghembi del dottor Caligari, zingareschi tra tamburi e fisarmoniche, eppure anche marziali ed epici (Laika, finalmente ho ascoltato dal vivo Laika!), e con una più recente aggiunta di moderatezza e riflessione (The Suburbs).



Già, The Suburbs. L'ultimo album. Ha fatto storcere molti nasi e al sottoscritto ha richiesto una valanga di ascolti attenti, pazienti, supplementari. Un privilegio concesso a ben pochi altri in quest'epoca in cui ogni settimana ti senti obbligato a consumare venti album nuovi, vedere dieci film, leggere cinque libri, consultare un milione di blog, aggiornare Facebook e magari anche continuare a vivere. Qui il disco però conta poco. Quel che conta è che le sue canzoni - in particolare Ready To Start, The Suburbs, Modern Man e We Used To Wait - si incastrano in modo quasi perfetto nella scaletta. Si fondono con le altre, arricchiscono la tavolozza. E riescono dal vivo a trasmettere quel significato che su album - anche dopo tanti ascolti - non riesce ancora a emergere del tutto.



Il concerto al Rock en Seine è stato eccezionale per varie ragioni. Su Ocean of Noise, l'allegra e già piuttosto nutrita famigliola canadese è stata arricchita da due fiati dei Beirut. Uno era il leader Zach Condon, credo. L'altro non saprei. Non è che sia un grande fan dei Beirut. Il pubblico parigino, però, evidentemente lo è. E non solo prima è accorso in massa al loro concerto, ma poi ha accolto il breve cammeo dei due sul palco degli Arcade Fire con un boato. Attendendo con silenziosa e crescente passione il loro intervento. Rendendo anche quel brano qualcosa di speciale. Per una volta, per catturare l'energia non ho avuto bisogno di osservare da lontano, dal mixer, da una tribuna o da un satellite di Google. Il pubblico l'ho sentito, senza aver bisogno di vederlo. E paradossalmente, la band l'ho vista senza quasi aver bisogno di sentirla. Perché, non so se l'ho già scritto, gli Arcade Fire sono belli da vedere.



Infine, c'è stata la storia della pioggia. Che avrebbe potuto rovinare tutto e invece si è rivelata la ciliegina sulla torta. L'unione tra l'uragano e la fiamma ha partorito l'ultima magia. Unica. Indimenticabile. Anche un po' dolorosa. Perché la band è stata costretta a interrompere il concerto prima di aver suonato almeno altre due  Neighbourhood e Rebellion (Lies). Ma con ultimo guizzo, due chitarre acustiche, un tamburo (e un trombettista dei Beirut) è tornata sul palco per Wake Up. Quello è stato il rito. Tribale, selvaggio, fradicio, alimentato da una partecipazione che non avrebbe potuto essere la stessa - né da sopra il palco, né da sotto - senza l'insostituibile seccatura della pioggia. In fondo, non è quasi sempre così? Le avventure un po' più tribolate, quelle in cui senti il rischio di perdere qualcosa, in cui ti rendi conto di esser lontano dalla perfezione, non sono quelle che vivi in modo più intenso? Che ti lasciano un segno più profondo? Chi lo sa. Wake Up, comunque, quella Wake Up è il mio ricordo numero uno di Parigi. Qui sotto ne trovate una traccia video. Le altre sparse per il post seguono l'intera scaletta, escluse solo Keep the Car Running e Haiti. Avevo davvero bisogno di riprovare, a un concerto, simili emozioni.