sabato, luglio 31, 2010

Nemo Manituana in patria.


In Italia, i Wu Ming sono conosciuti soprattutto per un libro pubblicato ormai oltre dieci anni fa e per di più con un altro nome: Q. All'estero, è diverso. Il loro più grande successo è Manituana (2007), che sta collezionando critiche e recensioni quasi trionfali in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti (come testimonia questa pagina sul sito Einaudi). Dalle nostre parti, invece, Manituana è stato piuttosto snobbato e rapidamente archiviato. Anche a livello di vendite, come testimonia la glasnost del collettivo: 57.988 copie vendute non sono poche, ma Q veleggia verso le 300.000. Non che i francesi, gli inglesi e gli americani debbano per forza avere più ragione di noi. Però non riesco a cancellare l'impressione che in Italia si sia perso (tra critica, pubblico e autori, e non solo in letteratura) il gusto per il respiro internazionale. Per l'ambizione verso un linguaggio/messaggio comprensibile da tutti. Tutto ciò che ha successo qui da noi - nella musica come nel cinema - ha quasi il divieto di uscire dai confini. Rimane rinchiuso tra Alpi e Mediterraneo. Perché è schiavo di una concezione antica e un po' ammuffita di italianità. Deve riguardare il nostro ombelico, la nostra cucina, i nostri bei borghi medievali, le nostre borgate, le nostre Tradizioni con la T maiuscola e niente di più. Deve essere compreso solo da noi. Tutto il resto non è italiano, non ci interessa, è snob. Una storia di indiani irochesi? Che se la puppino i francesi, se proprio hanno voglia. Non è cosa nostra. Ci ingozziamo di contenuti stranieri, amerikani o terzomondisti che siano, ma fatichiamo da morire a entrare noi stessi nell'ottica del network, della contaminazione, della capacità di produrre opere che parlino la lingua ibrida del terzo millennio. Non è un caso se nel calcio accogliamo a braccia aperte gli stranieri-stranieri (e magari proviamo a oriundizzarli ai fini dei campionati mondiali), mentre guardiamo storto i Balotelli o gli altri negri e gialli nati nelle nostre città (la differenza con la Germania, con tutti quei Boateng e quei Khedira nati nelle strasse di Berlino e Stoccarda è lampante). Manituana è un romanzo scritto da italiani che guardano e parlano al wide world. Immersi nel wide world. L'italianità sta nella mente degli autori, nel loro background sociale e umano e non può essere cancellata via. Ma non deve per forza riflettersi nell'opera in una descrizione della Torre di Pisa o in un personaggio che si chiama Giovanni e mangia la pizza. Non deve per forza parlare solo ai cittadini italiani, ma a tutti i cittadini del mondo (compresi gli italiani). Noi non penseremo mai come un newyorchese o un berlinese, ma possiamo creare dei mondi che interagiscano anche con il loro immaginario. Possiamo entrare in quella rete che guardiamo ancora con diffidenza. Possiamo uscire da una provincia che è bella fino a quando non si trasforma in gabbia di folklore. Perfino Frodo, un giorno, salutò la purezza della sua contea. Senza rinnegarla, ma contaminandola e diffondendola. Dobbiamo imparare a parlare la lingua del mondo, contribuendo al suo ricambio generazionale e culturale. Qualcosa che, evidentemente, i Wu Ming stanno facendo con Manituana

lunedì, luglio 12, 2010

U2.

Autoritratto


Ci sono ricascato. :o)
Ho appena acquistato su TicketOne il biglietto per il concerto degli U2, il 6 agosto a Torino.
Sono eccitato come un babbuino della Tanzania quando avvista sul suo cammino una babbuina dell'Etiopia, sperduta e in cerca di indicazioni. Ciononostante, manterrò nei confronti del concerto il mio consueto e aristocratico aplomb, oltre a un approccio critico e problematico. Come dimostrano alcune profonde considerazioni sparse:

1. Dopo la mezza delusione dello scorso anno a San Siro, con la visione perfetta di quella gigantesca, fantascientifica, stupefacente, asettica, glaciale ed emotivamente piatta astronave-palco, ho deciso di cambiare strategia. Del "claw", dei suoi laser, delle lucine e dei maxischermi a questo giro non mi importa più di tanto. Ho preso un semplice biglietto-prato. Cercherò di arrivare il più vicino possibile, di sentire il battito dei fan e di concentrarmi sulla musica, per comprendere - al di là dello show iper-tecnologico - cosa sono gli U2 nel 2010. All'ipertrofia spettacolare, insomma, rispondo con un personale sguardo dogmatico, un po' alla Von Trier.

2. Incrocio le dita, sperando che - ad appena un anno di distanza dal precedente tour europeo - gli U2 non ripropongano lo stesso identico concerto. A questo giro, visto che si tratta della primissima data della tournée, sono contento di non sapere nulla della scaletta. Zero. E di poter entrare nello stadio sognando di sentire Gloria, Like a Song, A Sort of Homecoming, Heartland, Until the End of the World, Love Is Blindness (ma ogni goccia distillata da Achtung Baby andrà benissimo), Stay, Gone, Please, White As Snow e qualsiasi altra canzone balzana mi passi per la testa. Poi, ovviamente, appena partiranno Vertigo, Elevation e Get on your Boots lancerò verso la babbuina lo sguardo del babbuino deluso. Però, fino all'ultimo respiro, potrò coltivare qualche speranzella.

3. Oggi è il 12 luglio. Non è un caso che sia riuscito ad acquistare il biglietto questo giorno, lo sento: sono passati esattamente 17 anni dal mio primo live degli U2, il 12 luglio 1993 in un altro stadio di Torino, l'ormai polverizzato Delle Alpi. E' il mio sesto concerto degli irlandesi (traduzione: sono vecchio). Tutti gli altri si sono ripetuti, puntualmente, ogni quattro anni (traduzione: sono vecchissimo). Per la prima volta, però, questo arriva ad appena un anno dal precedente. Per aggiungere un altro tassello al futile ma affascinante simbolismo numerico: all'epoca del mio battesimo con ZooTv, 17 anni fa, avevo 17 anni. Se gli U2 avessero un minimo senso dell'umorismo (e soprattutto, se leggessero questo blog) dovrebbero suonarmi la cover di 17 Seconds dei Cure, altro che Vertigo. :o)

4. Oggi è il 12 luglio, appunto. Mancano poco più di 20 giorni al concerto. E ho trovato abbastanza tranquillamente un biglietto per il prato (da qualche giorno su TicketOne era apparsa la voce "in attesa di nuove disponibilità", oggi si è tramutata nel categorico "Acquista!"). Esclusi i settori più economici (le gradinate da 34,50€), sono disponibili biglietti praticamente per tutti gli altri settori: il prato a 63,25€, i distinti e le tribune a 109,25€, i posti hyper-deluxe a 172,50€. Complice il patatrac fisico di Bono, si tratta del primo concerto in assoluto del tour 2010, in teoria il più atteso dai fan, per altro in uno stadio nemmeno troppo grande (non credo vengano messi in vendita più di quarantamila tagliandi, tenendo conto anche dell'ingombro del palco)... eppure il tutto esaurito appare una chimera. Sui forum si sussurra persino che ci fosse una seconda data - prenotata per il 7 agosto - che vista la bassa domanda di biglietti non si farà. Per gli U2, è una novità. Gli scorsi anni bisognava tamburellare nervosamente sul computer alle due di notte del giorno d'apertura delle vendite online, nella speranza di riuscire a infilarsi in un pertugio telematico (per poi magari scoprire che qualche biglietto compariva magicamente a ridosso del live). Di certo ha influito la relativa vicinanza del tour precedente. Così come i prezzi. Chi ha speso una sportellata di euro dodici mesi fa, magari quest'anno ci ha pensato due volte (io no, ma non faccio testo). Avrà avuto un certo ruolo anche l'insolita data vacanziera, soprattutto per noi italiani cresciuti con l'associazione mentale "agosto = chiusura fabbriche Fiat = vacanze". E avrà influito anche la natura del tour precedente e il suo effetto sul pubblico. L'entusiasmo ti porta a replicare, automaticamente. Evidentemente, non sono l'unico rimasto un po' freddino dopo gli show dell'anno scorso. Poi, c'è la crisi e una più generale contrazione del settore live (in America sta succedendo di tutto: in pochi giorni hanno cancellato date degli Eagles, dei Jonas Brothers, del tour di American Idol, del festival Lilith Fair). Mia impressione da due soldi: appena si è diffusa la voce che i concerti andavano bene, tutti si sono gettati a pesce nel settore, organizzando miliardi di date, gonfiando i prezzi, proponendo spettacoli sempre più scadenti, soffocando ciò che c'era da soffocare. Sono comparsi intermediari degli intermediari degli intermediari. E il giocattolo ha iniziato a creparsi. Per gli U2, in particolare, potrebbe essere un significativo campanello d'allarme. Bono e soci sono la portaerei dell'esercito delle megaproduzioni. Se è vero che organizzare ogni data del loro tour costa mezzo milione di euro o giù di lì, beh, forse è giunta l'ora di fermarsi un attimo a riflettere. Con il palco in mezzo agli stadi, lo scorso anno sono riusciti a sfiorare più volte le centomila persone a concerto. E la prossima volta? Ne vorranno duecentomila? Crescere è ancora possibile? Soprattutto, ha ancora senso? E' diventata questa la missione degli U2? Poi voglio vedere che quando cerchi una villa in affitto a Torino, ti vedi recapitare richieste d'affitto a cinque zeri.

5. Detto ciò, comunque, per il babbuino la cosa più importante è un'altra: manca meno di un mese. Dai, schiena di Bono, tieni duro!

mercoledì, luglio 07, 2010

Il primo concerto greatest hits dei Pearl Jam.

Sull'ultimo numero del Mucchio Extra, all'interno dello speciale dedicato ai Pearl Jam, ho scritto che da loro non dovresti mai aspettarti un semplice concerto greatest hits. Ogni live è l'occasione per costruire scalette inedite, piene di sorprese, cover bizzarre, ripescaggi curiosi, ecc. ecc. Puntualmente, ieri sera a Venezia sono stato smentito: ho assistito a quello che - almeno per il sottoscritto - è stato il primo concerto greatest hits della band. Il primo concerto, cioè, con una scaletta studiata apposta per le dimensioni dello scenario (l'Heineken Jammin' Festival), per il ruolo da headliner e per la natura del pubblico (intorno alle 40,000 persone, una buona percentuale delle quali probabilmente al battesimo con la band). A un certo punto, lo stesso Vedder ha ammesso di non essere abituato a un'audience così numerosa.

E per la prima volta, da fan rompicoglioni quale sono, mi sono ritrovato a storcere un po' il naso di fronte ai totem di Seattle. A intervallare i numerosi moti d'entusiasmo (per Present Tense, per Just Breathe, per State of Love and Trust, per Unthought Known) con qualche sprazzo di sacrilega noia. Oltre che di pura fatica fisica: in questo caso non dovuta al meteo, come ai tempi dell'uragano che all'Arena di Verona nel 2006 mi aveva inzuppato fino alle mutande, quanto alla natura dispersiva del festival oceanico, che ti obbliga quasi subito ad abbandonare l'idea di seguire il concerto dal palco e a ripiegare sul maxischermo. Ecco, forse quella è stata la cosa (seppur preventivata) che ho patito un po' di più: i Pearl Jam non riesco proprio a considerarli un gruppo da maxischermo. Per me sono roba da catino infuocato, come il Forum di Assago, la Wuhlheide di Berlino o la stessa Arena di Verona. Dove tutti, in un modo o nell'altro, hanno gli occhi puntati sul palco. Più il cerimoniale di una setta, insomma, che una visita del Papa per la giornata dell'amicizia.

Mi rendo conto che è davvero il fan snob e cagacazzo che parla. L'apparizione di ieri all'Heineken è stata sacrosanta: per i Pearl Jam, per il pubblico, per l'HJF, per l'umanità intera. L'accoppiata finale Alive/Rockin' in the Free World non è una semplice danza scatenata di venti minuti: è un gioioso grido di battaglia, un messaggio di sopravvivenza e ribellione, una manna caduta dal cielo e per fortuna non spazzata via da qualche tromba d'aria e acqua. Energia pulita per le folle contaminate da carbon fossile dell'anima. Se gli organizzatori di un festival rock mainstream permettono che il pubblico sia testimone di un simile portento, lunga vita a loro.

E' giusto che i Pearl Jam non suonino soltanto per i soliti cinque amichetti. Ed è giusto che anche chi non li conosce se li possa godere senza dover conoscere a memoria i testi dell'ultima b-side. Tuttavia, spero che in futuro continueranno a ritagliarsi un po' di spazio anche per l'altro tipo di concerti. Almeno saltuariamente.  Che non si limitino a fare tour nei festival come è accaduto per gran parte di questa estate in Europa (con eccezioni - meravigliose, mi dicono - a Berlino, Dublino, Belfast...), ma che riorganizzino qualcosa come il giro dei palazzetti e delle arene del 2006. Spettacoli dove ogni sera sapevi che avresti potuto rimanere stupito da una Tremor Christ (ieri hanno suonato solo una canzone da Vitalogy, la prevedibile Corduroy, aaaaaah!!!), una I Believe in Miracles, una Picture on a Frame o anche solo una gracile Bee Girl.

Spettacoli dove la band entra in simbiosi con ogni singola cellula di ogni singolo partecipante. Un po' come nella Black di Milano 2006, che per me rimane esempio per antonomasia dell'interazione tra band e pubblico e che dunque citerò fino alla noia. Guardate il video qui sotto, l'appendice fan-made del brano. Anche ieri a Venezia, Black è stato uno dei momenti alti, intensi, emozionanti. Però, nel finale, il pubblico si è spento un millisecondo dopo la fine della musica. Non sapeva cosa fare, dove applaudire, dove sussurrare... Normale, con 40,000 persone, di cui molte probabilmente abbonate all'intero festival e interessate ai Pearl Jam quanto agli Aerosmith o ai Black Eyed Peas. Niente di cui strapparsi i capelli... Ma il fan è fan: non può non notare la differenza... E sentenziare: se il concerto di ieri è stato da 8, i Pearl Jam da 10 sono tutta un'altra cosa. :o)