sabato, luglio 31, 2010

Luce porta luce.


La luce del sole che genera la luce della notte. E' filosoficamente affascinante l'idea dei due designer danesi Michel Riss e Jens Rosbjerg, che hanno progettato dei lampioni stradali dalla foggia floreale che si ricaricano durante il giorno, grazie a pannelli solari. Racchiude in modo semplice e immediato quel sogno di autosufficienza e rinnovabilità energetica che chissà se noi o i nostri nipotini conosceremo per davvero in futuro. Energia perenne, infinita, impossibile da sprecare perché inesauribile. Le fonti rinnovabili potrebbero non limitarsi a salvarci dalla dipendenza dal petrolio e dal carbone. Potrebbero anche ridefinire completamente il nostro rapporto con l'energia. Ci vorranno anni, probabilmente decenni, forse secoli. Ma se mai la tecnologia lo permetterà, come ci comporteremo sapendo di avere a disposizione una risorsa energetica infinita? Sapremo gestirla o, almeno nei primi tempi esagereremo automaticamente, come abbiamo esagerato appena abbiamo scoperto la riproducibilità infinita di email, fotografie, MP3 e beni digitali assortiti su Internet? :o)

(via Ecofriend)

Nemo Manituana in patria.


In Italia, i Wu Ming sono conosciuti soprattutto per un libro pubblicato ormai oltre dieci anni fa e per di più con un altro nome: Q. All'estero, è diverso. Il loro più grande successo è Manituana (2007), che sta collezionando critiche e recensioni quasi trionfali in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti (come testimonia questa pagina sul sito Einaudi). Dalle nostre parti, invece, Manituana è stato piuttosto snobbato e rapidamente archiviato. Anche a livello di vendite, come testimonia la glasnost del collettivo: 57.988 copie vendute non sono poche, ma Q veleggia verso le 300.000. Non che i francesi, gli inglesi e gli americani debbano per forza avere più ragione di noi. Però non riesco a cancellare l'impressione che in Italia si sia perso (tra critica, pubblico e autori, e non solo in letteratura) il gusto per il respiro internazionale. Per l'ambizione verso un linguaggio/messaggio comprensibile da tutti. Tutto ciò che ha successo qui da noi - nella musica come nel cinema - ha quasi il divieto di uscire dai confini. Rimane rinchiuso tra Alpi e Mediterraneo. Perché è schiavo di una concezione antica e un po' ammuffita di italianità. Deve riguardare il nostro ombelico, la nostra cucina, i nostri bei borghi medievali, le nostre borgate, le nostre Tradizioni con la T maiuscola e niente di più. Deve essere compreso solo da noi. Tutto il resto non è italiano, non ci interessa, è snob. Una storia di indiani irochesi? Che se la puppino i francesi, se proprio hanno voglia. Non è cosa nostra. Ci ingozziamo di contenuti stranieri, amerikani o terzomondisti che siano, ma fatichiamo da morire a entrare noi stessi nell'ottica del network, della contaminazione, della capacità di produrre opere che parlino la lingua ibrida del terzo millennio. Non è un caso se nel calcio accogliamo a braccia aperte gli stranieri-stranieri (e magari proviamo a oriundizzarli ai fini dei campionati mondiali), mentre guardiamo storto i Balotelli o gli altri negri e gialli nati nelle nostre città (la differenza con la Germania, con tutti quei Boateng e quei Khedira nati nelle strasse di Berlino e Stoccarda è lampante). Manituana è un romanzo scritto da italiani che guardano e parlano al wide world. Immersi nel wide world. L'italianità sta nella mente degli autori, nel loro background sociale e umano e non può essere cancellata via. Ma non deve per forza riflettersi nell'opera in una descrizione della Torre di Pisa o in un personaggio che si chiama Giovanni e mangia la pizza. Non deve per forza parlare solo ai cittadini italiani, ma a tutti i cittadini del mondo (compresi gli italiani). Noi non penseremo mai come un newyorchese o un berlinese, ma possiamo creare dei mondi che interagiscano anche con il loro immaginario. Possiamo entrare in quella rete che guardiamo ancora con diffidenza. Possiamo uscire da una provincia che è bella fino a quando non si trasforma in gabbia di folklore. Perfino Frodo, un giorno, salutò la purezza della sua contea. Senza rinnegarla, ma contaminandola e diffondendola. Dobbiamo imparare a parlare la lingua del mondo, contribuendo al suo ricambio generazionale e culturale. Qualcosa che, evidentemente, i Wu Ming stanno facendo con Manituana

martedì, luglio 27, 2010

"Burning", livestreaming del nuovo dvd-concerto dei Mogwai

Se ho capito bene l'orario*, stasera alle 22.00 i Mogwai trasmetteranno in diretta online il loro nuovo dvd Burning. Lo potrete vedere nella finestrella qui sotto, oppure collegandovi direttamente alla pagina Ustream del gruppo scozzese. La proiezione sarà accompagnata da un'introduzione e da una chiacchierata con il regista Vincent Moon e con Stuart Braithwaite dei Mogwai. Nell'attesa, se non sapete cosa ascoltare in questo ennesimo caldo pomeriggio di luglio, i Mogwai hanno anche preparato un mixtape assai postpunkoso e postrockoso: in streaming e download qui.

Online TV Shows by Ustream

* PST, CST, EST, GMT... con le sigle dei fusi orari faccio sempre un gran casino... e poi c'è pure la questione solare/legale... non potrebbero scrivere semplicemente "ora di New York", "di Londra", "di Berlino"?

lunedì, luglio 12, 2010

U2.

Autoritratto


Ci sono ricascato. :o)
Ho appena acquistato su TicketOne il biglietto per il concerto degli U2, il 6 agosto a Torino.
Sono eccitato come un babbuino della Tanzania quando avvista sul suo cammino una babbuina dell'Etiopia, sperduta e in cerca di indicazioni. Ciononostante, manterrò nei confronti del concerto il mio consueto e aristocratico aplomb, oltre a un approccio critico e problematico. Come dimostrano alcune profonde considerazioni sparse:

1. Dopo la mezza delusione dello scorso anno a San Siro, con la visione perfetta di quella gigantesca, fantascientifica, stupefacente, asettica, glaciale ed emotivamente piatta astronave-palco, ho deciso di cambiare strategia. Del "claw", dei suoi laser, delle lucine e dei maxischermi a questo giro non mi importa più di tanto. Ho preso un semplice biglietto-prato. Cercherò di arrivare il più vicino possibile, di sentire il battito dei fan e di concentrarmi sulla musica, per comprendere - al di là dello show iper-tecnologico - cosa sono gli U2 nel 2010. All'ipertrofia spettacolare, insomma, rispondo con un personale sguardo dogmatico, un po' alla Von Trier.

2. Incrocio le dita, sperando che - ad appena un anno di distanza dal precedente tour europeo - gli U2 non ripropongano lo stesso identico concerto. A questo giro, visto che si tratta della primissima data della tournée, sono contento di non sapere nulla della scaletta. Zero. E di poter entrare nello stadio sognando di sentire Gloria, Like a Song, A Sort of Homecoming, Heartland, Until the End of the World, Love Is Blindness (ma ogni goccia distillata da Achtung Baby andrà benissimo), Stay, Gone, Please, White As Snow e qualsiasi altra canzone balzana mi passi per la testa. Poi, ovviamente, appena partiranno Vertigo, Elevation e Get on your Boots lancerò verso la babbuina lo sguardo del babbuino deluso. Però, fino all'ultimo respiro, potrò coltivare qualche speranzella.

3. Oggi è il 12 luglio. Non è un caso che sia riuscito ad acquistare il biglietto questo giorno, lo sento: sono passati esattamente 17 anni dal mio primo live degli U2, il 12 luglio 1993 in un altro stadio di Torino, l'ormai polverizzato Delle Alpi. E' il mio sesto concerto degli irlandesi (traduzione: sono vecchio). Tutti gli altri si sono ripetuti, puntualmente, ogni quattro anni (traduzione: sono vecchissimo). Per la prima volta, però, questo arriva ad appena un anno dal precedente. Per aggiungere un altro tassello al futile ma affascinante simbolismo numerico: all'epoca del mio battesimo con ZooTv, 17 anni fa, avevo 17 anni. Se gli U2 avessero un minimo senso dell'umorismo (e soprattutto, se leggessero questo blog) dovrebbero suonarmi la cover di 17 Seconds dei Cure, altro che Vertigo. :o)

4. Oggi è il 12 luglio, appunto. Mancano poco più di 20 giorni al concerto. E ho trovato abbastanza tranquillamente un biglietto per il prato (da qualche giorno su TicketOne era apparsa la voce "in attesa di nuove disponibilità", oggi si è tramutata nel categorico "Acquista!"). Esclusi i settori più economici (le gradinate da 34,50€), sono disponibili biglietti praticamente per tutti gli altri settori: il prato a 63,25€, i distinti e le tribune a 109,25€, i posti hyper-deluxe a 172,50€. Complice il patatrac fisico di Bono, si tratta del primo concerto in assoluto del tour 2010, in teoria il più atteso dai fan, per altro in uno stadio nemmeno troppo grande (non credo vengano messi in vendita più di quarantamila tagliandi, tenendo conto anche dell'ingombro del palco)... eppure il tutto esaurito appare una chimera. Sui forum si sussurra persino che ci fosse una seconda data - prenotata per il 7 agosto - che vista la bassa domanda di biglietti non si farà. Per gli U2, è una novità. Gli scorsi anni bisognava tamburellare nervosamente sul computer alle due di notte del giorno d'apertura delle vendite online, nella speranza di riuscire a infilarsi in un pertugio telematico (per poi magari scoprire che qualche biglietto compariva magicamente a ridosso del live). Di certo ha influito la relativa vicinanza del tour precedente. Così come i prezzi. Chi ha speso una sportellata di euro dodici mesi fa, magari quest'anno ci ha pensato due volte (io no, ma non faccio testo). Avrà avuto un certo ruolo anche l'insolita data vacanziera, soprattutto per noi italiani cresciuti con l'associazione mentale "agosto = chiusura fabbriche Fiat = vacanze". E avrà influito anche la natura del tour precedente e il suo effetto sul pubblico. L'entusiasmo ti porta a replicare, automaticamente. Evidentemente, non sono l'unico rimasto un po' freddino dopo gli show dell'anno scorso. Poi, c'è la crisi e una più generale contrazione del settore live (in America sta succedendo di tutto: in pochi giorni hanno cancellato date degli Eagles, dei Jonas Brothers, del tour di American Idol, del festival Lilith Fair). Mia impressione da due soldi: appena si è diffusa la voce che i concerti andavano bene, tutti si sono gettati a pesce nel settore, organizzando miliardi di date, gonfiando i prezzi, proponendo spettacoli sempre più scadenti, soffocando ciò che c'era da soffocare. Sono comparsi intermediari degli intermediari degli intermediari. E il giocattolo ha iniziato a creparsi. Per gli U2, in particolare, potrebbe essere un significativo campanello d'allarme. Bono e soci sono la portaerei dell'esercito delle megaproduzioni. Se è vero che organizzare ogni data del loro tour costa mezzo milione di euro o giù di lì, beh, forse è giunta l'ora di fermarsi un attimo a riflettere. Con il palco in mezzo agli stadi, lo scorso anno sono riusciti a sfiorare più volte le centomila persone a concerto. E la prossima volta? Ne vorranno duecentomila? Crescere è ancora possibile? Soprattutto, ha ancora senso? E' diventata questa la missione degli U2? Poi voglio vedere che quando cerchi una villa in affitto a Torino, ti vedi recapitare richieste d'affitto a cinque zeri.

5. Detto ciò, comunque, per il babbuino la cosa più importante è un'altra: manca meno di un mese. Dai, schiena di Bono, tieni duro!

domenica, luglio 11, 2010

La tristezza della hit parade (e del giovane videoremixer).

L'idea è carina. Prendere una manciata degli ultimi successi da hit parade (anche se "hit parade" è un termine un po' arcaico, me ne rendo conto...) e risuonarli con l'aiuto di un branco di strumenti bastardamente tecnovintage: ukulele e iPhone, theremin e flauti da scuola media, lattine e sintetizzatori. Insomma, un patchwork molto contemporaneo, montato in un video a riquadri ancora più contemporaneo.

C'è però un problema. Un doppio problema.
Primo: i successi della "hit parade" oggi sono tutti piuttosto tristi. Ke$ha, Justin Bieber, una roba strana chiamata 3OH!3 (come si pronuncia?). Brrrr.
Secondo: il look geek alla Hot Chip dei due artefici del video, Brett Domino e Steven Peavis, lo è ancora di più.

Insomma, l'insieme è bizzarro e costituisce un altro tassello nella trasformazione del mondo in un gigantesco videomashup,  ma a me fa venire un po' il magone. Con quella t-shirt giraffata, poi...

Il poster sold out e l'importanza dell'edizione limitata.


Quello che vedete a sinistra è un poster disegnato da Dave Kinsey e ispirato ai Tusken, gli indigeni di Tattoine della serie Guerre stellari. E' stato messo in vendita, in 350 pezzi a 50 dollari l'uno, sul sito dell'art-shop Mondo di Austin, in Texas. E a quanto riporta Wired, è andato sold out nel giro di venticinque minuti. Moltiplicazione facile facile: 17,500 dollari di incasso. Le limited edition, se davvero limited (e quindi nemmeno ristampate o redistribuite nel giro di poco tempo) si confermano una risorsa economica sempre più preziosa per artisti indipendenti, band e piccole società di produzione (editoriale, video, musicale). Sono il secondo binario su cui viaggia l'asimmetrica distribuzione di prodotti artistici nel ventunesimo secolo (il primo è quello della distribuzione digitale di massa, download o streaming, gratuita o a basso prezzo).

Dalla monorotaia del prezzo unico/fisso/uguale-per-tutti (il cd, per esempio) si passa a un sistema ibrido nel quale si sviluppa uno strano e incerto equilibrio tra il gratis e il prezzo deluxe. Un sistema elastico, flessibile, che necessita anche di un approccio imprenditoriale flessibile e che - al momento - appare più adatto alle piccole società e agli artisti indipendenti che non alle grandi strutture multinazionali (ma questa non è una regola). La limited edition, in questo caso, diventa il contraltare unitario, di valore, spesso (ma non sempre) connotato fisicamente dell'infinito e ribollente oceano di bit.

Per Mondo non è il primo exploit. Sia l'articolo su Wired che una breve scampagnata sul sito del negozio ci rivelano l'esistenza di altri poster sold out, tra Guerre stellari, Star Trek e La moglie di Frankenstein. Tutti esauriti nel giro di una o al massimo due ore dalla messa in vendita. Però per 30 dollari potete ancora portarvi a casa l'omaggio grafico a uno degli horror più gioiosamente ributtanti dell'anno, The Human Centipedeo quello a un classicone splatter di inizio eighties come Basket Case di Frank Henenlotter). Chissà perché questi non sono sold out, mannaggia.

sabato, luglio 10, 2010

Ancora su Zoë.

Il bello dei personaggi come Zoë Keating, la violoncellista dalle trecce rosse di cui si parlava qualche giorno fa, è che non solo tendenzialmente preferiscono sperimentare nuove strade e nuovi orizzonti per la propria attività, senza perdersi in lamentele sulle difficoltà del presente, la crisi, i soldi che non ci sono, ecc. ecc. ecc. In più, spesso aggiungono elementi che ci aiutano a comprendere le effettive possibilità dei modelli di business alternativi, i risultati, le difficoltà, le potenzialità. Mettono cioè in circolo informazioni che potranno tornare utili ad altri artisti, imprenditori e sperimentatori. Senza lesinare o nascondere i numeri e il più delle volte, almeno nel caso della Keating, con un approccio simpatico. Anche questa è condivisione digitale.
Gli ultimi esempi sono un post in cui la violoncellista racconta la telefonata ricevuta da Billboard per avere alcune informazioni sul suo ultimo album (con relative riflessioni sui meccanismi delle classifiche dei dischi in questa strana epoca in cui i dischi non vengono più distribuiti in modo tradizionale) e un altro in cui viene confermato il livello ancora molto basso dei profitti derivanti dai nuovi servizi in streaming (423,000 ascolti sulla radio online Pandora, dal 2006 a oggi, hanno fruttato alla Keating appena 293 dollari).
Artisti e discografici intenzionati a sopravvivere nel futuro, questo è un blog da tenere d'occhio.

Reconstructing Twin Peaks

Da Metafilter:
"Il 1° aprile MC Chris ha scritto una canzone su Twin Peaks. Ecco il video realizzato da un fan per accompagnarla".

mercoledì, luglio 07, 2010

Il primo concerto greatest hits dei Pearl Jam.

Sull'ultimo numero del Mucchio Extra, all'interno dello speciale dedicato ai Pearl Jam, ho scritto che da loro non dovresti mai aspettarti un semplice concerto greatest hits. Ogni live è l'occasione per costruire scalette inedite, piene di sorprese, cover bizzarre, ripescaggi curiosi, ecc. ecc. Puntualmente, ieri sera a Venezia sono stato smentito: ho assistito a quello che - almeno per il sottoscritto - è stato il primo concerto greatest hits della band. Il primo concerto, cioè, con una scaletta studiata apposta per le dimensioni dello scenario (l'Heineken Jammin' Festival), per il ruolo da headliner e per la natura del pubblico (intorno alle 40,000 persone, una buona percentuale delle quali probabilmente al battesimo con la band). A un certo punto, lo stesso Vedder ha ammesso di non essere abituato a un'audience così numerosa.

E per la prima volta, da fan rompicoglioni quale sono, mi sono ritrovato a storcere un po' il naso di fronte ai totem di Seattle. A intervallare i numerosi moti d'entusiasmo (per Present Tense, per Just Breathe, per State of Love and Trust, per Unthought Known) con qualche sprazzo di sacrilega noia. Oltre che di pura fatica fisica: in questo caso non dovuta al meteo, come ai tempi dell'uragano che all'Arena di Verona nel 2006 mi aveva inzuppato fino alle mutande, quanto alla natura dispersiva del festival oceanico, che ti obbliga quasi subito ad abbandonare l'idea di seguire il concerto dal palco e a ripiegare sul maxischermo. Ecco, forse quella è stata la cosa (seppur preventivata) che ho patito un po' di più: i Pearl Jam non riesco proprio a considerarli un gruppo da maxischermo. Per me sono roba da catino infuocato, come il Forum di Assago, la Wuhlheide di Berlino o la stessa Arena di Verona. Dove tutti, in un modo o nell'altro, hanno gli occhi puntati sul palco. Più il cerimoniale di una setta, insomma, che una visita del Papa per la giornata dell'amicizia.

Mi rendo conto che è davvero il fan snob e cagacazzo che parla. L'apparizione di ieri all'Heineken è stata sacrosanta: per i Pearl Jam, per il pubblico, per l'HJF, per l'umanità intera. L'accoppiata finale Alive/Rockin' in the Free World non è una semplice danza scatenata di venti minuti: è un gioioso grido di battaglia, un messaggio di sopravvivenza e ribellione, una manna caduta dal cielo e per fortuna non spazzata via da qualche tromba d'aria e acqua. Energia pulita per le folle contaminate da carbon fossile dell'anima. Se gli organizzatori di un festival rock mainstream permettono che il pubblico sia testimone di un simile portento, lunga vita a loro.

E' giusto che i Pearl Jam non suonino soltanto per i soliti cinque amichetti. Ed è giusto che anche chi non li conosce se li possa godere senza dover conoscere a memoria i testi dell'ultima b-side. Tuttavia, spero che in futuro continueranno a ritagliarsi un po' di spazio anche per l'altro tipo di concerti. Almeno saltuariamente.  Che non si limitino a fare tour nei festival come è accaduto per gran parte di questa estate in Europa (con eccezioni - meravigliose, mi dicono - a Berlino, Dublino, Belfast...), ma che riorganizzino qualcosa come il giro dei palazzetti e delle arene del 2006. Spettacoli dove ogni sera sapevi che avresti potuto rimanere stupito da una Tremor Christ (ieri hanno suonato solo una canzone da Vitalogy, la prevedibile Corduroy, aaaaaah!!!), una I Believe in Miracles, una Picture on a Frame o anche solo una gracile Bee Girl.

Spettacoli dove la band entra in simbiosi con ogni singola cellula di ogni singolo partecipante. Un po' come nella Black di Milano 2006, che per me rimane esempio per antonomasia dell'interazione tra band e pubblico e che dunque citerò fino alla noia. Guardate il video qui sotto, l'appendice fan-made del brano. Anche ieri a Venezia, Black è stato uno dei momenti alti, intensi, emozionanti. Però, nel finale, il pubblico si è spento un millisecondo dopo la fine della musica. Non sapeva cosa fare, dove applaudire, dove sussurrare... Normale, con 40,000 persone, di cui molte probabilmente abbonate all'intero festival e interessate ai Pearl Jam quanto agli Aerosmith o ai Black Eyed Peas. Niente di cui strapparsi i capelli... Ma il fan è fan: non può non notare la differenza... E sentenziare: se il concerto di ieri è stato da 8, i Pearl Jam da 10 sono tutta un'altra cosa. :o)

lunedì, luglio 05, 2010

Minimo rosso.



Vanno di moda le locandine minimaliste. Ipotetiche interpretazioni lo-fi dei poster di celebri film. Su Cineblog sono state pubblicate quelle realizzate da Federico Mauro e dedicate al cinema di Dario Argento. Una scelta ai confini dell'ossimoro, visto che tutto si può dire dei film di Argento tranne che siano minimali e, soprattutto, in bianco e nero...

Sopra vedete quella di Profondo rosso, sotto quella di Nonhosonno, riferita alla sequenza più bella del film (il treno che sfreccia nella notte).

Il vecchio e il bambino.

Il compositore Jason Robert Brown ha deciso di fare un esperimento. Contattare, uno a uno, gli utenti di una community in cui si scambiano spartiti di canzoni e chiedere gentilmente loro di smettere di distribuire la sua musica. Da lì è nato un botta e risposta con una teenager, che Brown riporta fedelmente sul suo sito. Credo che in questo scambio si rifletta tutta la distanza generazionale tra chi ha vissuto il mondo in un certo modo e chi lo sta imparando a conoscere in un altro. Ognuno difende le sue posizioni, ma i punti di contatto e di condivisione sono sempre più flebili. Sono due lingue diverse. E a mio parere, il tentativo di Brown di argomentare la sua posizione facendo esempi riferiti ad oggetti fisici (un cacciavite, un libro, un cd) dimostra la sostanziale incapacità a concepire la frammentazione del mondo in dimensioni, dinamiche e velocità differenti. Il contenuto digitalizzato, nell'era del network, non può essere più considerato alla stregua di un'automobile, di una borsa, di un'unità merceologica qualsiasi. I supporti fisici (videocassette, cd, libri, giornali) che per anni ci hanno abituato a questa equivalenza - rivestendo il contenuto e presentandocelo di fatto come una merce - ormai stanno sbriciolandosi. Dobbiamo abituarci a vivere a contatto con l'oceano. Un sistema rigido non regge più, c'è bisogno di una nuova architettura (anche mentale), più flessibile. 
Comunque, la ragazza è un bel tipino. Sprizza energia da ogni email e anche Brown se ne rende conto. W i teenager non zombieficati.

Tenetevi il vostro miliardo.

Due piccole storie, molto diverse, di uomini con le palle quadre. Anzi, addirittura tridimensionali.

Il matematico russo Grigory Perelman ha rifiutato il milione di dollari del Millennium Prize. A quanto scrivono le agenzie, Perelman ritiene di non meritare il premio in quanto il suo lavoro nella soluzione della congettura di Poincarè non è superiore a quello di un collega della Columbia University, Richard Hamilton. Già nel 1996, il matematico russo aveva rifiutato una prestigiosa onorificenza. Ovvio che sul Web c'è già chi si scatena in teoremi dietrologisti, secondo cui con questa decisione Perelman starebbe inseguendo quella stessa popolarità che dice di voler sfuggire (!). Ma onestamente, chi è che oggi - a parte il calciatore Lucarelli - per le proprie convinzioni rinuncerebbe a un milione di dollari? (Boing Boing

Lo scorso aprile, il critico cinematografico americano Roger Ebert scrisse un articolo in cui sosteneva che i videogiochi non avrebbero mai potuto diventare una forma d'arte. Oggi, sommerso da migliaia di commenti, ammette che quel post era stato un errore madornale e che - pur rimanendo convinto della sua teoria - non avrebbe mai dovuto scrivere qualcosa del genere solo basandosi su un'idea e senza avere una reale esperienza con la materia (cioè, senza aver provato i videogiochi). In parole povere, ha ammesso di aver sbagliato. Apertamente. Senza se o senza ma. Altro che rifiutare un milione di dollari.