mercoledì, maggio 26, 2010

Primavera Sound 2010: il warm up.

(Gli XX accolgono con contagioso entusiasmo la notizia di essere tra i miei prescelti a Barcellona)

Dopo un anno di riposo sabbatico, da domani torno a provare l'ebbrezza del Primavera Sound a Barcellona! A differenza delle precedenti spedizioni, tuttavia, questa volta non mi sono preparato. Niente studio forsennato del cartellone, niente ascolti preventivi, niente sviluppo di arzigogolati algoritmi per far combinare orari incombinabili. Vado abbastanza alla cieca, lasciando tutto in mano all'ispirazione del momento. Comunque, sbirciando il programma, penso che almeno un'occhiata ai seguenti concerti cercherò di darla (quelli in grassetto, anche qualcosa di più che un'occhiata):

GIOVEDI'
Bis, Broken Social Scene, Delorean, Pavement, Surfer Blood, The Big Pink, The Fall, Titus Andronicus, The XX, Tortoise.
VENERDI'
Beach House, Beak, CocoRosie, Hope Sandoval & the Warm Inventions, Japandroids, Low (rifanno tutto The Great Destroyer), Owen Pallett, Pixies, Scout Niblett, Spoon, The New Pornographers, Wilco, Wire, Yeasayer.
SABATO
Atlas Sound, Florence + the Machine, Lee "Scratch" Perry, Pet Shop Boys, The Antlers, The Charlatans (tutto Some Friendly), The Drums.

Se dal punto di vista del pubblico si prevede l'affluenza di un bordello di spettatori, almeno trentamila a sera (mettendo a rischio i fragili equilibri di un ecosistema che gli anni scorsi ti permetteva di spostarti agevolmente da palco a palco, con rifornimento intermedio di birra & perrizo), da quello estetico ci sarà da valutare anche l'impatto del nuovo sponsor ufficiale. Complici i bandieroni dell'Estrella Damm, io il Primavera me lo ricordo sempre rosso. Molto caliente, passionale, spagnolo, olè. Adesso che è passato alla San Miguel, sarà tutto giallino e verdino? E' un po' come quando la McLaren cambiò colore, abbandonando il bianco e il rosso di Lauda e Prost per il grigio Mercedes... Bah, dubbi e ragionamenti da vecchio bisbetico. In realtà sarà la solita entusiasmante e iper-stancante cavalcata. Que viva el primavera!

venerdì, maggio 21, 2010

Un pieno ti dura tutta la vita.

 
La mia Punto è più comoda e ha il bagagliaio più capiente. Però dicono che questo coso a idrogeno, progettato da due team di studenti francesi, fa 4414 chilometri con il corrispettivo di un litro di benzina...

martedì, maggio 18, 2010

Templi moderni.


(fonte immagine: Flickr)

La Tate Modern, a Londra, compie dieci anni. Alain de Botton la celebra con un bel pezzo sul Daily Telegraph, tradotto in Italia sul numero 845 di Internazionale:

"Del resto nel mondo secolarizzato persino i non credenti rimpiangono l'epoca delle grandi cattedrali. Anche gli atei provano nostalgia per le grandi opere dell'architettura religiosa. Di solito si tende a concludere che, venuta meno la fede, l'architettura sacra non abbia più senso. L'idea di fondo è che solo il divino è degno di culto - e di conseguenza l'architettura non ha nient'altro da celebrare o da commemorare.
Ma in verità, anche se non c'è più fede nell'essere supremo, non significa che non abbiamo più ideali in cui credere, e per i quali vale la pena costruire una casa in terra. Sarebbe un'incredibile limitazione quella di poter costruire templi solo in onore di Mosè, Gesù e Budda. La Tate Modern indica la strada. Anche in assenza di Dio l'architettura può puntare in alto. C'è ancora un valore nel gesto di delimitare un territorio e di definirlo - nel senso più vasto possibile - un luogo sacro, senza per questo tirare in ballo il soprannaturale. E' quello che dimostra, senza ostentazione, la Tate Modern: un tempio dedicato alla parte migliore dell'uomo contemporaneo".

Quel vulcano e un pizzico di Sigur Ros.

Certi accostamenti sono leggermente scontati. Per esempio, se un giorno un vulcano si mette a eruttare cenere in Islanda, obbligando tutto il mondo a voltarsi da quella parte, tu che sei appassionato di musica non puoi far che pensare ai Sigur Ros. Vedi la cenere in tv e mentalmente gli applichi quella colonna sonora. E' qualcosa di automatico e inevitabile. Eppure, pur nella sua prevedibilità, è un accostamento che funziona. Come dimostra questo video girato a inizio maggio da Sean Stiegemeier, che non fa altro che dare concretezza al nostro pensiero associativo. Dentro c'è il vulcano. C'è l'Islanda. E ci sono i Sigur Ros, anche se filtrati attraverso il recente album solista del cantante Jónsi. Tutto combacia. Tutto è perfetto. Tutto è in time-lapse, accelerato e vorticoso, come richiedono il nostro tempo e le nostre abitudini sviluppate su YouTube. Adesso che ce ne siamo resi conto, dunque, il vulcano può anche smetterla: la prossima settimana devo prendere l'aereo, c'è il Primavera, non facciamo scherzi, eh?

(la canzone si intitola Kolniður)


Iceland, Eyjafjallajökull - May 1st and 2nd, 2010 from Sean Stiegemeier on Vimeo.

lunedì, maggio 17, 2010

"Kuky se vraci", i pupazzi naif di Jan Sverak

Entro il 2025 il 3D sostituirà il 2D come standard cinematografico, dice James Cameron. E mentre traslocheremo tutti nei reami tridimensionali di Avatar, il sottobosco terrestre verrà lasciato in mano a Wall-E, ai pupazzi di 9, oppure, ancora meglio, a quelli di Kuky se vraci. Diretto dal regista ceco Jan Sverak (premio Oscar, qualche anno fa, per Kolya), Kuky se vraci esce questo weekend a Praga e per ora sembra rimanere una faccenda ceca. Sul Web, però, il trailer si sta già insinuando anche in terre e blog stranieri. Sarà il fascino della sua foresta naif, dove gli effetti speciali non sembrano creati per imporre lo stupore dello spettatore, ma per stuzzicarne una suggestione quasi fanciullesca. (a meno che non sappiate parlare il ceco, attivando i sottotitoli in inglese di YouTube potete avere anche un'idea di cosa dice il narratore)



(via Obsessed With Film)

domenica, maggio 16, 2010

Mick Jagger: dall'epoca di Exile on Main St. a quella di Internet.

Mick Jagger non corre certo il rischio di finire sotto un ponte. Quindi le sue parole a proposito di Internet, musica e download - rilasciate alla BBC in occasione dell'uscita della ristampa di Exile on Main St. dei Rolling Stones - vanno prese come quelle di un magnifico sessantaseienne, ricco, tranquillo, che si è goduto gli anni migliori dell'industria discografica. Eppure, dentro ci sono due grandi verità. La prima è che gli artisti non hanno sempre guadagnato tutti questi soldi con i dischi. La stessa industria che oggi li usa come vessillo per mantenere lo status quo è quella che - parole di Jagger - per un certo periodo non ha sganciato un soldo, tenendo per sè la stragrande maggioranza dei profitti e che, per quel che ricordo, fino agli anni '90 era al centro di non troppo rare polemiche contrattuali con i musicisti. La seconda è che tutti questi discorsi su modelli di distribuzione, discografia, pirateria e altro, stanno iniziando a diventare parecchio noiosi. E paludosi. Soprattutto perchè sono passati dieci anni da Napster e spesso si sente ripetere sempre le stesse cose. Tendendo puntualmente a glorificare il passato e a ripetere che il futuro sarebbe bello solo se funzionasse allo stesso modo. Che noia. Meglio limitarsi ad ascoltarlo il passato, magari partendo proprio da Exile on Main St.. Godendoselo, senza usarlo come ostacolo per il futuro.


"BBC: What's your feeling on technology and music?

Jagger: Technology and music have been together since the beginning of recording. [The internet is] just one facet of the technology of music. Music has been aligned with technology for a long time. The model of records and record selling is a very complex subject and quite boring, to be honest.

BBC: But your view is valid because you have a huge catalogue, which is worth a lot of money, and you've been in the business a long time, so you have perspective.

Jagger: Well, it's all changed in the last couple of years. We've gone through a period where everyone downloaded everything for nothing and we've gone into a grey period it's much easier to pay for things - assuming you've got any money.

BBC: Are you quite relaxed about it?

Jagger: I am quite relaxed about it. But, you know, it is a massive change and it does alter the fact that people don't make as much money out of records. But I have a take on that - people only made money out of records for a very, very small time. When The Rolling Stones started out, we didn't make any money out of records because record companies wouldn't pay you! They didn't pay anyone!

Then, there was a small period from 1970 to 1997, where people did get paid, and they got paid very handsomely and everyone made money. But now that period has gone. So if you look at the history of recorded music from 1900 to now, there was a 25 year period where artists did very well, but the rest of the time they didn't."


(via Boing Boing)

venerdì, maggio 14, 2010

Apertura vs. chiusura, la battaglia che sta ridefinendo la nostra società.

Qualche giorno fa ho acceso l'iPod Touch mentre ero seduto su un autobus della linea 13, a Torino. La prima cosa che mi è apparsa sullo schermo è stata la disponibilità di reti wi-fi nelle vicinanze. Ce n'erano almeno cinque. Sarà capitato anche a voi - in aeroporto o in un bar, con il portatile o con lo smartphone - di verificare la presenza di wireless e di trovarvi di fronte a numerose possibilità, a volte aperte, spesso protette da password. Nell'attesa di una copertura wi-fi o wimax universale (che chissà se arriverà mai), l'impressione è che - per lo meno nei centri urbani - esista già una potenziale rete wi-fi, formata dalle singole reti locali: domestiche o meno, private o pubbliche. Cosa accadrebbe se improvvisamente decidessimo di aprire tutte queste reti, di non nasconderle più dietro a password, di condividerle? Sulla falsariga di quanto è accaduto con le reti P2P, probabilmente si creerebbe una gigantesca infrastruttura in grado di offrire un accesso universale e continuo. E gratuito. 24 ore su 24, ovunque. 

Naturalmente, è solo una speculazione (anche se c'è chi, come Fon, da un presupposto del genere ha provato a sviluppare un progetto concreto). Ci sarebbero mille controindicazioni, contraddizioni e contravvenzioni di cui tener conto. Un circolo vizioso economico, innanzitutto: se io posso accedere sempre gratis a Internet, perchè dovrei continuare a pagare un abbonamento? Ragionando in questo modo, tuttavia, i singoli abbonamenti calerebbero, indebolendo la rete e facendo crollare di fatto l'intera ipotetica infrastruttura. Da un punto di vista industriale, poi, i provider non sarebbero certo d'accordo: già oggi, ufficialmente, quasi tutti ti vietano di subaffittare (o anche solo concedere gratuitamente) la tua connessione al vicino. Ognuno deve pagare la sua rete e accedere solo tramite quella. Se no, è comunista. Anche dal punto di vista della legge, ci sarebbero una montagna di problemi: dalla lotta al terrorismo a quella contro i download di contenuti non autorizzati, il centro di ogni operazione è l'identificabilità dell'utente, quasi sempre associata a una singola connessione. In Germania, una recente sentenza di un tribunale ha praticamente messo nero su bianco che - per evitare problemi di questo tipo - ogni utente di Internet deve per legge proteggere la propria connessione con una password. Se non lo fa, scatta subito una multa. L'obbligo di password.

Per l'opinione pubblica, forse lo scontro di civiltà tra occidente cristiano e oriente musulmano è più accattivante. Di certo, sparge più sangue e funziona meglio in tv. A livello tecnologico, ne sta però avvenendo un altro molto più trasversale che contrappone antiche abitudini e strutture mentali consolidate a paradigmi radicalmente innovativi, spesso determinati dallo sviluppo delle reti digitali. E' un conflitto che può essere riassunto con la dicotomia apertura/chiusura e che si sta allargando a diversi settori: dal p2p alla libertà d'espressione, dalle connessioni Web ai nuovi dispositivi portatili che definiranno la nostra quotidianità futura (l'iPad in bilico tra "viti e colla"). La nostra società si è sviluppata sulle ali della chiusura, del controllo, della limitazione. Steccati, muri, password, brevetti, copyright, dogane, divieti, lucchetti, protezioni, esclusività: esiste tutto un immenso vocabolario per spiegare le fondamenta su cui abbiamo costruito la nostra identità, la nostra arte, il nostro benessere.

Dilagando tramite una tecnologia che probabilmente nemmeno i padri fondatori immaginavano così potente e imprevedibile, le reti digitali stanno diffondendo idee e suggestioni che si pongono in modo quasi antitetico rispetto al dogma della chiusura. Sul Web del primo Napster e dell'ultimo Twitter, la condivisione avviene quasi di default. E' la condizione di partenza. E' naturale mettere a disposizione la propria musica, è naturale far circolare i video ripresi a una manifestazione, è naturale comunicare e interagire. A tutti i livelli. Quando Mark Zuckerberg dice che oggi le persone non sono più interessate alla privacy, probabilmente non ha ragione e di sicuro ha bene in mente gli interessi di Facebook, ma non dice mica il falso. Semplicemente parla il linguaggio del network, un idioma nel quale il termine "protezione" non trova alcun senso. Di più, è una vera e propria aberrazione.

Nel momento stesso in cui si entra nella rete, si contribuisce con la propria piccola parcella di energia (positiva, neutra o negativa che sia). La si fonde con tutte le altre. Per questo, sarebbe quasi spontaneo intrecciare le reti wi-fi, creando un unico grande network universale. Non giusto o sbagliato: tecnologicamente naturale. Ma probabilmente distruttivo per quelle economie e quelle industrie che necessitano di un'infrastruttura chiusa e protetta per sopravvivere e fiorire. Dieci anni fa è davvero tutto nato come una questioncina di carattere musicale: download sì, download no. Adesso siamo saliti a un livello superiore e non è un caso se molte delle forze che controllano la società e che non sono riuscite a rinnovarsi o a trovare benefici dal nuovo paradigma (governi democratici, tirannie postmoderne, lobby industriali) stiano facendo di tutto per normalizzare il network, per controllarlo a colpi di paletti, regole e copyright, per riprendere in mano le redini del fondamentale sistema della comunicazione e dello scambio di informazioni. E così facendo, per mantenere il potere. Dall'altra parte soffia forte il vento della libertà e del caos illuminista-digitale: selvaggio, affascinante, impetuoso. Non vivessimo in una società a colori, sembrerebbe la classica e manichea contrapposizione tra il bianco e il nero.  In realtà, è una battaglia dai risvolti molto più complessi, che si intrecciano con questioni anche squisitamente extradigitali (vedi l'apertura/chiusura agli immigrati, ai prodotti cinesi, al "diverso") e non devono farci dimenticare che parole come "libertà" non hanno necessariamente sempre e solo un'accezione positiva (pensiamo alla libertà concessa ai signori della finanza, per esempio...). Vista da qui, sgranocchiando un Cucciolone e mentre fuori piove con il sole, comunque, è una battaglia tremendamente avvincente.        

martedì, maggio 11, 2010

Video generated content: manipolando Justin Bieber.

Justin Bieber è il nuovo campione del pop adolescenziale made in Usa (o meglio, made in Canada). Ha appena compiuto sedici anni, è emerso dall'oceano di YouTube, ha un album all'attivo e migliaia di ragazzine native digitali che affollano i centri commerciali e si strappano i capelli per lui. Jorge Elbrecht e Caroline Polachek provengono invece dal colorato universo indie-hipster del terzo millennio. Lui canta nei Violens, lei nei Chairlift (quelli di Bruises, colonna sonora iPod Nano di 4a generazione). Cosa li unisce? Il brano che vedete sotto. E' stato composto e interpretato dalla coppia Elbrecht/Polachek in modo da combaciare perfettamente con il video di Never Let You Go di Justin Bieber.

Rispettando, rafforzando e rielaborando i tre pilastri della musica pop contemporanea: non esiste se non ha una forte impronta visiva (il suono da solo non basta più, abbiamo bisogno di un'immagine... che in questo caso è addirittura la responsabile dell'esistenza e della forma del brano...), non esiste se non ha qualche elemento conscio/inconscio di remix (ma questa è una caratteristica che, sebbene ci ostiniamo a negarla, risale fin alla notte dei tempi...), non esiste se non si bastardizza con dimensioni culturali apparentemente lontanissime: l'indie (o i Black Flag) con Justin Bieber, il country rock con Lady Gaga, gli A Toys Orchestra con Yuppi Du. Nell'era globale, la purezza è impossibile: le connessioni la contaminano automaticamente. Siamo animali sempre più complessi, piccoli meltin' pot ambulanti: paradossalmente, innalziamo muri e leggi per arginare la confusione delle società multietniche quando stiamo diventando noi stessi persone sempre più multietniche. In un modo o nell'altro, a prescindere dal fatto che ci piacciano o meno, Justin Bieber e l'indie ci appartengono entrambi. E i linguaggi artistici e creativi, al solito, ne offrono una buona cartina di tornasole. 


Original Video- More videos at TinyPic

lunedì, maggio 10, 2010

Bill Murray, Emily Dickinson e i lavoratori dell'edilizia


Gathering Paradise: Bill Murray Reads to Construction Workers at Poets House

In qualsiasi situazione surreale, prima o poi spunta fuori Bill Murray. L'attore di Ghostbusters, Ricomincio da capo, Lost in Translation, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, ecc. ecc., qui appare in un reading poetico decisamente particolare. Con elmetto protettivo d'ordinanza, legge opere di Emily Dickinson e altri autori a una platea formata dai muratori e dagli operai che hanno costruito la nuova sede della Poets House, a Manhattan. Il video, risalente all'anno scorso ma caricato online da pochi giorni, offre l'occasione giusta per segnalare che Murray è protagonista anche di un divertente cammeo in Benvenuti a Zombieland, gradevolissima commedia indie-horror in uscita a breve nei cinema (giuro, è davvero gradevole). Qui sotto, un techno-remix (a moderata gradazione di spoiler) del suo incontro con Woody Harrelson.


 

giovedì, maggio 06, 2010

Five Dials 12 - The Utterly Broken Britain Issue


Five Dials è una rivista che non conosce la carta. Viene pubblicata dall'editore inglese Hamish Hamilton, impaginata in .pdf e spedita agli abbonati via email. Sulle sue pagine si trovano racconti inediti, articoli bizzarri, elucubrazioni e poesie assortite. Ogni tanto le firme sono di lusso (DeLillo, Franzen, Safran Foer), altre volte appartengono allo scrittore della porta accanto. Sul Mucchio in edicola questo mese, ho intervistato Craig Taylor, il giornalista-fondatore-curatore di Five Dials. Qui trovate invece tutti i .pdf, compreso il fresco numero 12, uscito oggi in concomitanza con le elezioni UK. Esperimenti di scrittura/lettura alternativa, vintage nel cuore, ma a distribuzione digitale.

L'email di presentazione del numero 12:
If you’re living in Bologna, Stockholm, Kansas City, or Moose Factory (it does exist) or indeed anywhere outside this country, please forgive us for focusing on the UK. You may not be consumed by the British election. We are. We’re young. Five Dials wasn’t even born when the last election took place, so we’ve taken this opportunity to look at the country, but in a Five Dials-ish way. It’s not like we’re going to swing any votes. We’re not exactly Rupert Murdoch, so instead of telling you who to vote for today using italics, boldface, all caps, cropped photos, roaring headlines, hidden microphones and screeching columnists, we’ll just invite you to read our Utterly Broken Britain issue. Check out the artwork by the inimitable Paul Davis and our friends at PLATS, read the reportage, and then go vote, vote, vote if you can. (Not three times though. That’s illegal.)

We’re not a single issue party, so even if you don’t care about today’s election, you can still read about snakes, duels, typewriters and all the other bits and pieces we've been able to squeeze into our general interest magazine. Enjoy number 12. Stay in touch. Thanks for reading.

Hitlerpop.

Avete presente quella storia dell'universo che si espande, si espande, si espande e non si ferma più. Ecco, le videoparodie su Hitler sono qualcosa del genere. Conquistano sempre nuovi territori, mutando forma, senso, linguaggio, baffetti. Negli ultimi anni avrete visto di certo almeno una delle tante solenni incazzature che il Fuhrer si prende su YouTube. Usando l'arma non convenzionale del sottotitolo, una scena tratta dal film La caduta è stata declinata in ogni direzione. Hitler se l'è presa con l'iPod e con l'iPad, con Internet e con l'Inter, con Susan Boyle e con il festival di Sanremo. Ultimamente, anche con i produttori stessi di La caduta, che hanno tentato di far rimuovere i video da YouTube, senza comprendere che quelle parodie non hanno più niente a che fare con il loro film. Sono qualcos'altro. Pochi minuti di pellicola si sono dilatati e trasformati in un blob culturale in grado di sbeffeggiare uno dei massimi tabù del XX° secolo, di fronte al quale ormai si ride senza più paura, ritegno o alibi d'esorcizzazione. Da qualche giorno possiamo assistere all'ennesimo rovesciamento: un remake della famosa scena nel bunker, in cui Brandon Hardesty interpreta tutti i ruoli: da Hitler ai generali, a Eva Braun. E' l'ultima provocazione (per ora). Hardesty osa l'inosabile: non parodizza l'Hitler del secolo scorso e nemmeno quello interpretato da Bruno Ganz, ma l'Hitler di YouTube. Noi vediamo quello. Con un'interessante inversione di linguaggio: i sottotitoli questa volta rimangono fedelissimi al film originale, mentre a essere manipolato è il segmento visivo. Esattamente il contrario delle altre parodie. L'effetto è straniante. Finalmente scopriamo cosa diceva Hitler/Ganz... ma ci suona quasi come un'altra possibilità, un'alternativa, non come la verità assoluta... E l'universo si espande, si espande, si espande.

Reenactment #56: Downfall (aka the "Hitler Bunker" scene)



P.S. 1: Come si intuisce dal titolo del video, per Hardesty non è la prima volta. Sul suo canale YouTube sono disponibili altre 55 reinterpretazioni di famose sequenze cinematografiche (Pulp Fiction, Il silenzio degli innocenti, Il grande Lebowski, Shining... nel presente ognuno potrà essere Jack Nicholson per 15 secondi...).

P.S. 2: Il bunker dovrebbe essere sotterraneo e nascosto, invece è più che visibile: è la punta dell'iceberg. Sotto l'acqua, nelle profondità di YouTube, si agita (e si espande, si espande, si espande...) un ulteriore universo di parodie hitleriane. La maggior parte sono tratte da altre sequenze del film La caduta. Tra le più divertenti, ci sono quelle della serie Fegelein. Praticamente una versione liofilizzata/Twitter del bunker.

martedì, maggio 04, 2010

iosonosonoiochisonoio?

E' stato pubblicato il nono video di iamamiwhoami, uno dei progetti musicali Web più enigmatici e interessanti degli ultimi mesi (anche dal punto di vista del marketing e della mutazione del pop contemporaneo). Il video in questione è qui sotto. Gli altri otto sono sul canale YouTube dell'artista. Qui c'è invece il pezzo che ho scritto su lastampa.it.

domenica, maggio 02, 2010

A Toys Concerto


Letteralmente entusiasta per il concerto degli A Toys Orchestra (feat. Beatrice Antolini), ieri sera a Spazio 211, di cui qui sopra trovate la scaletta (sulla destra dei titoli ci sono anche i codici per il piano d'invasione americano in Corea del Nord, ma fate finta di non averli visti...). Molti elementi a favore. Innanzitutto, le melodie. L'ultimo disco, Midnight Talks, ne è farcito. E sono belle melodie. Poi, il modo in cui queste melodie sono intrecciate, dilatate, arrangiate, arricchite. We live in the age of complexity, baby. Quindi, il muro di suono creato dal vivo: batteria pestatissima, chitarra e basso voluminosi, tastiere (e sax, e qualche altro effetto assortito) belle concrete e grazie al cielo non caraibiche o indiepoppeggianti, voce orgogliosa e anglosassone (con saltuario contrappunto sexy femminile). Il tutto, ben mixato e orchestrato (d'altronde, visto il nome del gruppo...) Genere? Boh, io dentro ci ho trovato un po' di tutto, in un arcobaleno rock che va dagli Shins ai Muse. Aggiungiamoci pure un locale bello pieno, sudato e partecipe. E un impatto estetico non indifferente. Insomma, la memoria a breve termine ormai è una barzelletta, ma per il sottoscritto al momento potrebbe essere il più bel concerto del 2010. Nella grigia domenica mattina torinese, se ne sentono ancora sprizzi di sfavillante energia. Che sia a Roma, Bologna, Avellino o Agropoli, andateli a vedere... e intanto, lasciatevi cullare da questo mash-up acquerelloso...

sabato, maggio 01, 2010

I don't do it (and you shouldn't, either)

Appartengono a due generazioni diverse, ma sono due pensatori piuttosto illuminati: il critico cinematografico Roger Ebert e il blogger/scrittore Cory Doctorow. Sull'ultimo numero di Newsweek, Ebert ha scritto un articolo contro il cinema a 3D. Qualche settimana fa, su Boing Boing, Doctorow aveva invece preso di punta l'iPad. Le affinità di titolo le potete facilmente individuare. Sui contenuti, invece, si può discutere. Lungimirante saggezza o tracce di inatteso neoluddismo? E' il percorso tecnologico che prende la direzione sbagliata o siamo noi che - anagraficamente, naturalmente - non riusciamo a comprenderla? Una cosa sembra certa. A vederli così, a inizio 2010, il 3D e l'iPad sembrano rappresentare, in qualche modo, il tentativo delle grandi corporation di utilizzare la tecnologia per riprendere ciò che la stessa tecnologia negli ultimi dieci anni aveva tolto: il controllo, il modello broadcast, il potere (loro decidono, tu fruisci... o meglio: loro vendono, tu acquisti). Un'insolita alleanza tra restaurazione e avanguardia high tech?

3-D is a waste of a perfectly good dimension. Hollywood's current crazy stampede toward it is suicidal. It adds nothing essential to the moviegoing experience. For some, it is an annoying distraction. For others, it creates nausea and headaches. It is driven largely to sell expensive projection equipment and add a $5 to $7.50 surcharge on already expensive movie tickets. Its image is noticeably darker than standard 2-D. It is unsuitable for grown-up films of any seriousness. It limits the freedom of directors to make films as they choose. For moviegoers in the PG-13 and R ranges, it only rarely provides an experience worth paying a premium for.

The model of interaction with the iPad is to be a "consumer," what William Gibson memorably described as "something the size of a baby hippo, the color of a week-old boiled potato, that lives by itself, in the dark, in a double-wide on the outskirts of Topeka. It's covered with eyes and it sweats constantly. The sweat runs into those eyes and makes them sting. It has no mouth... no genitals, and can only express its mute extremes of murderous rage and infantile desire by changing the channels on a universal remote."
The way you improve your iPad isn't to figure out how it works and making it better. The way you improve the iPad is to buy iApps. Buying an iPad for your kids isn't a means of jump-starting the realization that the world is yours to take apart and reassemble; it's a way of telling your offspring that even changing the batteries is something you have to leave to the professionals.