sabato, febbraio 27, 2010

Bruce Sterling, una passeggiata atemporale tra gothic high tech e favela chic


(l'intero intervento di Sterling a Transmediale 10...
potete usare come sottotitoli la trascrizione su Wired)

Su Wired viene pubblicata la trascrizione dell'intervento di Bruce Sterling al festival berlinese Transmediale 10, lo scorso febbraio. Si intitola Atemporality for Creative Artist e sancisce l'ingresso in un nuovo medioevo in cui tutte le nostre convenzioni, credenze e strutture verranno sottoposte a una crescente tensione. Cardine di questi stravolgimenti, secondo Sterling, è la scomparsa della Storia intesa come storia raccontabile in un flusso ordinato e lineare di eventi. Quella era la Storia che si poteva racchiudere sulla carta. Ma ormai l'egemonia della carta sembra conclusa. Un conto era chiedersi "cosa è successo nel XIV secolo?" e scoprire la risposta su un'enciclopedia. Un altro conto è chiedere a Google "cosa è successo nel XIV secolo?". La risposta è ben diversa. Così come è diverso il nostro modo di vivere, raccontare e intrecciare passato, presente e futuro.

There are new asynchronous communication forms that are globalized and offshored, and there is the loss of a canon and a record. There is no single authoritative voice of history. Instead we get wildly empowered cranks, lunatics, and every kind of long-tail intellectual market appearing in network culture. Everything from brilliant insight to scurillous rumor.

This really changes the narrative, and the organized presentations of history in a way that history cannot recover from. This is the source of our gnawing discontent.

It means the end of post-modernism. It means the end of the New World Order, which is about civilizing the entire planet, stopping all the land wars, repressing the terrorism. It means the end of the Washington Consensus of the nineteen nineties. It means the end of the WTO. It means the end of Francis Fukuyama’s ‘End of History’; it ended. And it’s moving in a completely different and unexpected direction.

(...)

We are in a period which I think is dominated by two great cultural signifiers. An analog system that belonged to our parents, which has been shot full of holes. It is the symbol of the ruined castle. “Gothic High-Tech.” The ruins of the unsustainable.

And the other symbol is the favela slum, “Favela Chic,” the informalized, illegalized, heavily networked structure of the emergent new order. The things that the twenty first century is doing that are genuinely novel, that have not been domesticated or brought into sociality.

Il resto è incentrato su come l'artista/scrittore/storyteller/videomaker può reagire di fronte a questo nuovo modello, come può esprimere al meglio la sua creatività. Per i folli appassionati di acrobazie interpretative del nuovo millennio, con una sana mescolanza tra arte, narrativa, società, tecnologia e comunicazione, la lettura dell'intervento è consigliatissima. Per gli aspiranti artisti e per gli studenti di Scienze della Comunicazione, dovrebbe essere invece obbligata.

Curiosità: ormai Sterling si sente talmente italiano che nella pagina dedicata ai partecipanti a Transmediale gli viene attribuita una doppia origine: us/it.

venerdì, febbraio 26, 2010

Customer fucking care.


(fonte immagine)

Scaramucce ai tempi di Facebook.
La cliente di un cinema di St.Croix Falls, nel Wisconsin, scrive una email di lamentele per alcuni inconvenienti avvenuti durante la proiezione di Shutter Island.
Il vicedirettore del cinema le risponde, sempre via email, con una mitragliata di insulti.
La cliente si indigna e pubblica la corrispondenza su Facebook, dove nasce subito un gruppo ad hoc che invita a boicottare il cinema in questione.
Il vicedirettore prova a correre ai ripari, scrivendo un'email di scuse.
Ma la frittata è fatta e il gruppo oggi supera i 4400 iscritti. Più del doppio degli abitanti di St. Croix Falls che, secondo Wikipedia, sono 2033.
La storia è raccontata, con link e riferimenti diretti alle email, su CNet News. Lì si scopre che su Facebook esiste anche un gruppo, nato (ironicamente, si direbbe) a sostegno del dirigente del cinema. E' fermo per ora a 68 iscritti.
Là dove non arrivano più i proverbi e le associazioni dei consumatori, ci pensano i social network a rammentare che il cliente ha sempre ragione.

martedì, febbraio 23, 2010

Tra sacchetti e detersivi, spunta il Giappone ottocentesco di Farsari.



Ieri chiacchieravo con un amico sulla sindrome della superficialità su Internet: l'impressione cioè, che - da Wikipedia in giù - il Web sia il paradiso dei contenuti approssimativi, bidimensionali, raffazzonati, spesso copia-e-incollati da altri siti. Un'impressione, appunto: dettata dalla grande abbondanza di materiale e dalla nostra incapacità di approfondire, senza lasciarci distrarre da qualcos'altro (un link, un video su YouTube, una email, un'associazione di pensiero). Internet non è superficiale: semmai, ha messo in luce la nostra tendenza a cedere facilmente alle lusinghe della superficialità (anche per l'influsso combinato di un tempo limitato a disposizione e di un desiderio infinito e divorante). Se davvero vogliamo approfondire e non ci fermiamo indignati di fronte alla superficie (appunto), possiamo farlo in modo incredibile, per qualsiasi argomento. Anche i più improbabili. Per esempio, le immagini scattate in Giappone sul finire del diciannovesimo secolo dal fotografo italiano Adolfo Farsari. Guardate come sono raccolte, raccontate e contestualizzate in questo articolo. Niente di trascendentale, ok. Ma nemmeno di superficiale o sciatto.



Con Internet, la metafora dell'oceano funziona davvero molto bene. La Rete è orizzontale e infinita, esattamente come ci appare orizzontale e infinita la distesa del mare. Ma basta mettere la testa sott'acqua per rendersi conto delle sue immense profondità. Certo, purtroppo bisogna schivare sempre un bel po' di schifezze: chiazze di detersivo e link fasulli, sacchetti di carta e spam, elettrodomestici buttati sul fondo e articoli malscritti. Anche qualche alga, che sarà pure naturale, ma che ribrezzo. E come nel caso dell'oceano, purtroppo anche su Internet l'immondizia non nasce dal nulla: la pompiamo noi, più o meno incosciamente, più o meno malignamente. Ma non c'è solo quella. Ci sono anche le cose belle. La luna sopra il dito che la indica. E a differenza che nell'oceano, sul Web siamo noi a produrre anche quelle. Il che, in fondo, è abbastanza gratificante e beneaugurante per il futuro. Nonchè responsabilizzante.

Che poi tutto ciò mi sia venuto in mente guardando le foto scattate più di un secolo fa a ignoti cittadini giapponesi e pubblicate da un tale R J Evans su un sito chiamato Quazen.com... beh, scommetto che anche i pesci che sguazzano nell'oceano non sono sempre del tutto sani di mente.

giovedì, febbraio 18, 2010

La varietà della specie



L'Europa League vale solo un quinto rispetto alla Champions League, scrive oggi La Stampa, presentando la partita Ajax-Juventus. E si sa, i soldi contano. Per il calcio inteso come gioco, a cui tutti partecipano sperando di avere una possibilità (anche piccola) di vincere, l'Europa League è tuttavia una boccata d'ossigeno. Soprattutto rispetto a una Champions che sembra ormai faccenda riservata a una decina di grandi club, ricchi e potenti.

Piccola statistica, tratta da un minuzioso spulciare su Wikipedia.

Nelle ultime dieci edizioni concluse, dal 2000 a oggi, solo 18 squadre sono riuscite ad accedere alle semifinali di Champions. Cinque spagnole, cinque inglesi, tre italiane, due tedesche, una per Francia, Portogallo e Olanda. E' una tendenza che negli ultimi anni si sta consolidando. Oggi, praticamente, le semifinali di Champions sono "riservate" a quattro squadre scelte a caso nel mazzo Barça-RealMadrid-ManUTD-Chelsea-Liverpool-Arsenal-InterJuveMilan-Bayern. Tutto il resto è noia.

In Europa League, invece, negli ultimi dieci anni ben 37 squadre diverse sono arrivate alla semifinale. Più o meno, è come se cambiassero ogni anno. Anche la rappresentanza geografica è più estesa. Dall'Europa a 4 della Champions (Ita-Spa-Ing-Ger, con poche briciole per gli altri) si passa a un panorama più eterogeneo, dove le nazioni più importanti non contano più all'83%, bensì al 62%. Tra le semifinaliste ci sono state: 7 spagnole, 6 tedesche, 5 inglesi, 5 italiane. Ma anche: 3 portoghesi, 2 scozzesi, 2 francesi, 2 ucraine, 2 olandesi, 1 turca, 1 romena, 1 russa.

Insomma, è vero che tutti i riflettori sono puntati sulla Champions, che tutti i soldi girano lì, che i vari Cristiano Ronaldo, Kakà e Messi scendono in campo solo se sentono quella musichetta, che tutte le tv vanno in quella direzione (le partite di Europa League, non sai neanche più dove le trasmettono), ecc. ecc. ecc., ma per chi ama la varietà e l'idea che il calcio europeo non sia solo una faccenda per 10 squadre, allora l'Europa League vale molto più della Champions. Si ha l'impressione - incredibile! - che la competizione non sia solo uno spettacolo economico e televisivo.

E per quanto riguarda stasera, naturalmente, forza Ajax.

mercoledì, febbraio 10, 2010

"This Must Be It" di Andreas Nilsson (con e senza Royksopp)

Aggiungere la musica a un video. Questo è possibile, ne abbiamo molti esempi su YouTube, spesso divertenti, bizzarri, a volte di grande efficacia espressiva (il primo che mi torna in mente è l'accoppiata Arcade Fire/Sergio Leone). Ma è possibile seguire anche il percorso inverso? Prendere delle immagini girate apposta per un videoclip e privarle della musica per cui sono state create? Quale può essere il risultato? Riescono a stare in piedi da sole o si sfracellano sul suolo dell'insignificanza? E' ciò che ha provato a verificare Jeremy Daly, desonorizzando il video girato da Andreas Nilsson per This Must Be It dei Royksopp: "I thought Andreas Nilsson's latest video was so compelling I wanted to see if it would stand on its own, so I took the music out and put sound effects back in, as if it was a short film".

Röyksopp "This Must Be It" (NonMusic Video) from Jeremy Daly on Vimeo.



Il video originale, con la musica del duo norvegese (e la voce di Karin Dreijer Andersson), era invece questo qui:

Röyksopp 'This Must Be It' from Röyksopp on Vimeo.




lunedì, febbraio 08, 2010

"I gatti persiani" di Bahman Ghobadi (e i Take It Easy Hospital)

I gatti persiani è uno di quei film che ti fanno stare bene, perchè ti mostrano che - pur in mezzo a tante difficoltà e ad altrettanti bradburiani pompieri - il fuoco non si spegne mai. C'è sempre qualcuno che lo alimenta, che si ribella alle barriere e alle costrizioni, che sente il bisogno di esprimersi, anche solo attraverso le fragili linee di una melodia indie-rock.



Il film di Bahman Ghobadi racconta la scena musicale underground di Teheran. E' un film proibito, così come è praticamente proibito suonare rock in Iran. E' stato girato senza permesso per le strade, le cantine e le stalle della città e oggi Ghobadi è costretto a vivere all'estero. Stessa sorte per i due giovani protagonisti, Ashkan Kooshanejad e Negar Shagaghi, che si sono trasferiti a Londra. Qualche giorno fa, i due ragazzi sono stati invitati a presentare il loro progetto musicale (Take It Easy Hospital) in Francia, dove I gatti persiani è già uscito, con molto successo. In rete si trovano alcune testimonianze di questa scappatella al di là della Manica.

Un'intervista ai due musicisti, in cui Ashkan confessa la sua devozione nei confronti dei Sigur Ros (un ragazzo di Teheran a cui un gruppo islandese ha cambiato la vita... esiste miglior spot per il villaggio globale?).


Take It Easy Hospital, image par image
di sourdoreille


Una scarnissima versione acustica - chitarra e voce - di Human Jungle, suonata al festival Mo'Fo'.



I gatti persiani uscirà in Italia in primavera (la data ufficiosa comunicata dalla Bim, per ora, è il 5 maggio). Ieri a Firenze, nell'ambito di un piccolo festival-gioiello chiamato Middle East Now, ho avuto l'occasione di fare una lunga intervista al regista Bahman Ghobadi. Anche quella uscirà in primavera, sul Mucchio, anche se non abbiamo ancora deciso su quale numero (ufficiosamente, potrei dire quello di maggio).


venerdì, febbraio 05, 2010

Errare è discografico, perseverare è librario.


(fonte immagine: CrunchGear)

Le case editrici di libri hanno avuto la "fortuna" di assistere da lontano al tracollo dell'industria discografica: l'avvento di Napster, gli MP3, l'iPod, iTunes, la disintermediazione, lo streaming, eccetera eccetera. Quindi, si suppone, dovrebbero cercare di trarre qualche beneficio da quella lezione. Di non commettere gli stessi errori. Di evitare il baratro.
Quanto sta avvenendo in questi giorni, sembra invece mostrare l'esatto contrario. A cominciare da Macmillan e proseguendo con la Harper & Collins (appendice libraria dell'impero di Rupert Murdoch), i grandi editori stanno cercando di sfruttare la concorrenza iPad/Kindle nel mercato degli ereader per alzare i prezzi dei loro libri elettronici. E intanto, nel tempo libero si lamentano del rischio pirateria legato alla transizione verso il digitale. Eppure, è proprio aumentando i prezzi e avvicinandoli artificialmente a quelli dei libri di carta, che si rischia di agevolare il trionfo della pirateria. Esattamente come accaduto nel mondo della musica.
Quando Napster "liberò" gli MP3 e decine di milioni di utenti presero a scaricarli, consumarli e trasferirli sui loro iPod, l'industria discografica (soprattutto quella grande, le major) reagì con un harakiri durato diversi anni. Un harakiri di formato: niente MP3, niente libertà, solo DRM e ferrei divieti per qualsiasi utilizzo normalissimo nell'ambiente digitale (a cominciare dalla copia). Un harakiri di prezzo: mica possiamo allontanarci troppo dai 15 dollari di un album, no? Risultato: gli appassionati di musicale iniziarono a rifornirsi altrove e ancora oggi un vero mercato legale stenta a decollare.
Oggi le case editrici sanno come funzionano le cose. Non hanno scuse, non possono parlare di un ipotetico rischio di pirateria come se vagassero in cerca di una sfera di cristallo per comprendere un futuro imperscrutabile. Anche i libri inizieranno a circolare liberamente come canzoni, film e serie tv. Lo fanno già, in modo più o meno carbonaro. L'unica possibilità per fare concorrenza a questo scenario è di venire incontro ai lettori e al mercato, adattando le proprie politiche alle abitudini dei primi e alle condizioni del secondo. E difficilmente i lettori e il mercato accetteranno un prezzo di 15 dollari per un libro elettronico. E' assurdamente alto. Ed è inutile che gli editori dicano: "non è vero, non è alto! i libri di carta li vendiamo a 30 dollari o 25 euro!". Anche i cd si vendono a 20 euro, i vinili forse anche a qualcosa di più. Ma quello digitale è un altro mondo. Bisogna adattarsi.
Amazon non è una santa. Come fece Apple con iTunes, ha adottato la stessa strategia protettiva per i libri venduti per il Kindle: DRM a manetta, incompatibilità con altri lettori, e così via. Già questa non è una buona scelta, ma la forza della sua offerta è la stessa della coppia iTunes/iPod: un ottimo lettore su cui è più facile e comodo comprare un libro, che non scaricarlo dal P2P o da altre fonti non autorizzate. Per ora.
Solo che questo giochino può funzionare solo se si agisce in modo intelligente sulla leva del prezzo. Cioè: se non lo si aumenta in modo assurdo (Amazon vorrebbe tenere il limite a 9,99 dollari, che a me pare già un po' alto; Macmillan e Harper & Collins puntano ai 12/15 dollari). Nei loro comunicati stampa e nelle interviste, gli editori ripetono che bisogna attribuire il giusto valore a un libro, che bisogna compensare gli autori, che ci sono costi altissimi, che se no saranno costretti a licenziare migliaia di dipendenti innocenti, che deve essere così... Stranamente, non citano mai l'abbattimento dei costi di produzione/distribuzione permessi dal digitale. Una volta la scusa per l'aumento dei prezzi non era il costo della carta e i dei tir che servivano per arrivare in libreria? Con il digitale quelle voci non scompaiono del tutto, ma quasi. Quanto paga, un editore, per "stampare" e "distribuire" un libro elettronico? Quanti centesimi?
Viviamo in una società a scopo di lucro: tutti, il sottoscritto compreso, cerchiamo di guadagnare il più possibile dal nostro lavoro. Le case editrici cercano di spremere al massimo, a loro vantaggio, le mucche digitali di Amazon e Apple. Quella è l'unica ragione dell'aumento dei prezzi.
Non si venga però a dire che in questo modo si sviluppa un nuovo mercato, perchè la direzione sembra essere proprio quella opposta. Protezioni DRM, prezzi alti e una restrizione sistematica sulla circolazione dei contenuti (JK Rowling che si rifiuta di vendere versioni elettroniche dei suoi libri, così come fanno i Beatles nella musica...): tutte assi di legno perfette per la costruzione di un nuovo galeone pirata.
Con una doppia aggravante.
Primo: non siamo più nel 1999, sappiamo benissimo ciò che è accaduto negli ultimi dieci anni, non possiamo far finta di vivere su un pero. Secondo: rispetto alla musica, che un mattino si risvegliò improvvisamente su Internet grazie al malizioso intervento di un diciottenne appassionato di informatica, l'editoria ha la possibilità di costruire il nuovo mercato attraverso una via maestra, controllata, retribuita. Gli ebook non sono ancora diffusi ovunque. Stanno per farlo, proprio grazie a strumenti come l'iPad o il Kindle. Ma non lo sono ancora. E il ragazzino che inventerà il Napster perfetto per ereader non si è ancora palesato all'orizzonte. Le condizioni per anticiparlo, sviluppando un immenso mercato legale ci sono tutte. E' un privilegio che alle major discografiche non fu concesso. Eppure le case editrici rischiano di sprecarlo a causa di un'ingordigia a breve termine.

mercoledì, febbraio 03, 2010

"Splitting the Atom" (Massive Attack)

I primi commenti sul nuovo album Heligoland sono contraddittori. Forse anche i Massive Attack stanno iniziando a perdere un po' di smalto, di freschezza, di interesse. Certo è che la loro musica, soprattutto quando abbinata alle giuste immagini, riesce ancora a essere potente ed evocativa. Come dimostra il caos, lucido e grigio, che emerge dal nuovo video di Splitting the Atom. Il regista è Edouard Salier. Robert Del Naja conosce bene l'impatto visivo del progetto Massive Attack: lo dimostra nei concerti e non a caso è stato anche varato un sito ufficiale - collegato a Twitter - che aggrega tutto il materiale video creato per Heligoland.


(gli angeli e i demoni cadono dal cielo, ma non tutti se ne preoccupano: vedi al minuto 1:25)

martedì, febbraio 02, 2010

"Tales of Memento Island" (Vessel), free download



Prima della piacevole presentazione di
La musica liberata a Modena, venerdì sera, ho fatto due chiacchiere con Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò. In compagnia di una birra rossa al miele, abbiamo parlato anche di Vessel, l'ultimo progetto che vede assieme Nuccini, Alessandra Gismondi ed Emanuele Reverberi. La band ha pubblicato di recente un EP, intitolato Tales of Memento Island, disponibile in free download su Rockit (per scaricarlo, cliccate sulla freccia vicina alla scritta "free Download Album"). Dovrebbe trattarsi del primo capitolo di una trilogia che proseguirà nei prossimi mesi. Con il disco dei Vessel prende il via anche una nuova avventura dell'etichetta 42 Records: una collana mensile di EP, intitolata 24, che promette di avere il suo centro focale su Internet. In un contesto fluido e indefinito come il Web, facile a generare nuove promesse quanto implacabile nell'affogarle, bisognerà vedere quali saranno gli sviluppi concreti del doppio progetto (sia quello dei Vessel che quello della 42/24). Più del decollo, che ai tempi del 2.0 è quasi automatico come un cinguettio su Twitter, sulla Rete è importante la capacità di restare in volo. Vista l'amara situazione dell'Italia, un paese che mostra segni sempre più profondi e preoccupanti di arretratezza e apatia esistenziale, è già comunque un buon segno che esistano progetti di questo tipo. Abbiamo bisogno di non lasciarci travolgere dalla sindrome dell'Antica Grecia, di quanto siamo stati belli e importanti nei secoli dei secoli, di mettere la testa fuori, almeno di provarci. Anche la vista di un piccolo vascello regala un po' di sollievo in mezzo al mare dei lamenti, discografici e non. Basta con la retroguardia e con l'attesa del Messia (o dell'Apocalisse). Bisogna sperimentare. L'EP dei Vessel, tra l'altro, è pure caruccio. Esile, ma con picchi di soavità. Io l'ho ascoltato giovedì, la sera prima di parlare con Nuccini, mentre mi aggiravo come un'anima in pena per le vie congelate della città emiliana all'inseguimento della vaga promessa di un concerto di Dente. Sono fermamente convinto che la confortante The System mi abbia fatto da stella cometa, in un cielo da 6 gradi sottozero, indicandomi la direzione. E' anche grazie a lei se oggi, sulla poltrona, posso sfoggiare un cuscino Ikea azzurro con la scritta "Dente all'Off 28-29 gennaio 1910". Ma questa è un'altra storia.

Vessel - Tales of Memento Island