martedì, febbraio 23, 2010

Tra sacchetti e detersivi, spunta il Giappone ottocentesco di Farsari.



Ieri chiacchieravo con un amico sulla sindrome della superficialità su Internet: l'impressione cioè, che - da Wikipedia in giù - il Web sia il paradiso dei contenuti approssimativi, bidimensionali, raffazzonati, spesso copia-e-incollati da altri siti. Un'impressione, appunto: dettata dalla grande abbondanza di materiale e dalla nostra incapacità di approfondire, senza lasciarci distrarre da qualcos'altro (un link, un video su YouTube, una email, un'associazione di pensiero). Internet non è superficiale: semmai, ha messo in luce la nostra tendenza a cedere facilmente alle lusinghe della superficialità (anche per l'influsso combinato di un tempo limitato a disposizione e di un desiderio infinito e divorante). Se davvero vogliamo approfondire e non ci fermiamo indignati di fronte alla superficie (appunto), possiamo farlo in modo incredibile, per qualsiasi argomento. Anche i più improbabili. Per esempio, le immagini scattate in Giappone sul finire del diciannovesimo secolo dal fotografo italiano Adolfo Farsari. Guardate come sono raccolte, raccontate e contestualizzate in questo articolo. Niente di trascendentale, ok. Ma nemmeno di superficiale o sciatto.



Con Internet, la metafora dell'oceano funziona davvero molto bene. La Rete è orizzontale e infinita, esattamente come ci appare orizzontale e infinita la distesa del mare. Ma basta mettere la testa sott'acqua per rendersi conto delle sue immense profondità. Certo, purtroppo bisogna schivare sempre un bel po' di schifezze: chiazze di detersivo e link fasulli, sacchetti di carta e spam, elettrodomestici buttati sul fondo e articoli malscritti. Anche qualche alga, che sarà pure naturale, ma che ribrezzo. E come nel caso dell'oceano, purtroppo anche su Internet l'immondizia non nasce dal nulla: la pompiamo noi, più o meno incosciamente, più o meno malignamente. Ma non c'è solo quella. Ci sono anche le cose belle. La luna sopra il dito che la indica. E a differenza che nell'oceano, sul Web siamo noi a produrre anche quelle. Il che, in fondo, è abbastanza gratificante e beneaugurante per il futuro. Nonchè responsabilizzante.

Che poi tutto ciò mi sia venuto in mente guardando le foto scattate più di un secolo fa a ignoti cittadini giapponesi e pubblicate da un tale R J Evans su un sito chiamato Quazen.com... beh, scommetto che anche i pesci che sguazzano nell'oceano non sono sempre del tutto sani di mente.

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