1. Durante il suo ultimo tour europeo, David Byrne ha provato il Kindle (il lettore digitale di Amazon per libri, riviste, giornali...). Sul suo blog racconta l'esperienza e - con grande lucidità e senza eccessive esaltazioni o paure luddiste - analizza pregi e difetti e immagina possibili scenari futuri.
I hear that the Apple tablet will use a format that is more cross-platform, but will that mean I can share a book with my friend? It’s surely a way we make friends sometimes: “I just finished this GREAT book, do you want to read it? I’ll pass you my copy.” As with music, sharing things is a way of getting to know one another and a form of reciprocal debt — if I “lend” you my book, you sort of owe me… a book, or something. We’re linked now, which is how we use these things that represent our inner selves — as social connectors. Take that ability away, the ability to exchange stuff that represents us, and I’ll bet some of the “value” of these kinds of e-books goes too… the social interconnectedness value, not the dollar value.
3. Il virus succhiasangue (Twilight, True Blood, ecc. ecc.) ha contagiato anche Moby, Iggy Pop, Alice Cooper e Henry Rollins, protagonisti assieme a Malcolm McDowell dell'invitante Suck. Il film sarà presentato al prossimo festival di Toronto. Sotto trovate il trailer. Ancora più sotto, un precedente celebre caso di vampirismo rock...
4. Pitchfork prosegue nella sua disamina degli anni zero. Ha messo online anche i migliori 50 video musicali del decennio. Al numero uno, per la gioia di tutta la tribù mondiale degli appassionati di Lego, c'è Fell In Love With a Girl dei White Stripes (e di Michel Gondry).
5. Il cabalbum della settimana: The XX (The XX). Suonano praticamente sempre le stesse tre note di chitarra. Eppure sono piacevoli, freschi e con un gradito retrogusto tranquillante che ben si addice a questi duri giorni di ritorno al lavoro. In autunno, o al massimo in inverno, sarebbe bello vederli in Italia. Questo è il video di Crystalised.
La prima volta live diThese Are My Twisted Words dei Radiohead. Prima o poi dovrebbero decidersi a scrivere la colonna sonora di un film di fantascienza post-dickiano... (al Frequency Festival di St.Polten, in Austria; via Stereogum)
1. Sempre Radiohead: Pitchfork assegna il massimo dei voti alla ristampa di Kid A. E lo individua come l'ultimo dei cd.
We used to listen to music in an entirely different way. There was once a time when music was organized into 45- to 75-minute chunks-- often a few standout tracks padded with a lot of mediocre filler, but occasionally designed so that the parts built up a larger structure. Used to be, people would sit down and listen to that lengthy piece of music from front to back in one sitting, resisting the urge to jump to their favorite parts or skip over the instrumental interlude that served as grout between two fuller compositions. These antiques were called CDs. Here's a story about the last of its kind.
2. Articolo assai politico e assai condivisibile di Richard Stallman sul perchè l'industria dei contenuti dovrebbe smetterla di fare la guerra al filesharing: End War on Sharing. Alla fine mi sembra che sui due piatti della bilancia ci siano sempre gli stessi pesi: a) è logico fare la guerra, perchè lo "sharing" sta abbattendo un modo di concepire l'economia dei contenuti radicato ormai da decenni (un meccanismo che l'industria ha abbracciato e che non intende assolutamente abbandonare). b) è illogico fare la guerra, perchè lo "sharing" è una componente ormai irrinunciabile del sistema di comunicazione/informazione/socializzazione del nostro tempo (un sistema che la comunità ha abbracciato e che non intende assolutamente abbandonare). Più si va avanti, più mi sembra che non esista una possibile via di mezzo. O si va verso a) oppure verso b). A meno che, come via di mezzo, non venga considerata soddisfacente quella attuale, di conflitto perenne tra le due parti.
3. Mi permetto di dare anch'io un consiglio al vincitore del Superenalotto. Perchè non investe un centesimo circa della sua vincita (1,8 milioni di dollari) per acquistare la vecchia villa nei pressi di New York di Bjork e Matthew Barney? (sembra che la coppia si accinga a comprarne una da 4,5 milioni a Brooklyn)
Intanto i Sigur Ros, che a differenza della più famosa connazionale ancora non possono permettersi simili investimenti, cercano fortuna nei quiz della tv islandese...
C'era una volta un'azienda specializzata in computer che un bel giorno, per ampliare il proprio mercato, decise di mettersi a fare telefonini... e così nacque l'iPhone. C'era una volta un'azienda specializzata in telefonini che un bel giorno, per ampliare il proprio mercato, decise di mettersi a fare computer... e così è nato Booklet 3G, il primo netbook di Nokia.
Addio specializzazione, viva la diversificazione. Ormai siamo tutti un po' rinascimentali. Anche le aziende.
5. Piccola e affascinante storia degli effetti speciali al cinema in 5 minuti.
E' successo di nuovo. E' bastata poco più di una settimana perchè mi innamorassi di una città. Questa volta è toccato a Berlino. Visto che qualcuno di voi potrebbe decidere di visitarla nei prossimi giorni-mesi-anni... ... che ci sono alcune cose che voglio fissare, prima che sbiadiscano o si confondano con il passare del tempo... ... che detengo le chiavi del pozzo e la libertà di buttarci dentro qualsiasi parola o pensiero... ... beh, ecco una piccola rassegna berlinese scritta in una spaventosamente afosa notte di mezza estate.
Modalità LonelyPlanet/RoughGuide on.
1. Alloggio. http://www.studenten-wg.de/ E' un sito in cui studenti e giovani lavoratori affittano i loro appartamenti, mentre sono via per lavoro, vacanze o chissà quale altra ragione. Io ho avuto fortuna: bilocale vicino a Rosenthaler Platz (al confine tra il quartiere centrale di Mitte e Prenzlauer Berg), padrona di casa simpatica, carina e di ottimo gusto sia nell'arredamento che nella musica (una gran bella collezione di vinili). Zona perfetta, con un parco vicino, tanti locali dove far colazione o tirar tardi la sera, un Internet Cafè a 60 centesimi di euro alla mezzora e la metropolitana a un tiro di schioppo (ma ne esistono ancora di schioppi? boh...). Prezzo ok: diviso per due, meno di 20 euro a notte. Una possibile soluzione alternativa a alberghi, ostelli e b&b. (maggiori spiegazioni su come funziona, nei commenti a questo post)
2. Cibo. Su questo sono grezzo e terribilmente carnivoro, come sempre. Per i popolarissimi Currywurst, una scelta discretamente fighetta è il chiosco nella parte sud-est dell'aristocratica Gendarmenmarkt. Per la cucina austriaca, Austria Felix in zona Kreuzberg ovest/aeroporto di Tempelhof. Per quella tedesca (con ottime Flammekuche, pizze alsaziane), Schwarzwaldstuben in Tulchowski Strasse. Se poi state facendo due passi in Kreuzberg est, avete appena speso una caterva di soldi nella vicina fumetteria di Oranienstrasse, dovete serbarne un po' per le magliette e le birre al concerto di una band qualsiasi (esempio: i Pearl Jam) e cercate qualcosa di buono a poco prezzo, non è affatto male l'indiano Amar, su Falckensteinstrasse, vicino all'Oberbaumbrucke, il ponte sulla Sprea sul quale Lola corre nell'omonimo film.
3. Film. A proposito di Lola. La casa da cui inizia a correre è in Albrechtstrasse, vicina alla Sprea e neanche poi così lontana dal ristorante delle pizze alsaziane. Poi c'è il citato ponte di Oberbaumbrucke. Poi c'è la banca dove va a trovare il padre, che in realtà è un palazzo a sud della Bebelplatz (la piazza dove gli studenti nazisti bruciavano i libri). Quindi c'è l'incrocio dove finisce la corsa e raggiunge Manni, tra Osnabrucker Strasse e Tauroggener Strasse, nel quartiere occidentale di Charlottenburg. Ora... neanche Usain Bolt riuscirebbe a coprire un percorso così lungo e arzigogolato in mezzora. Se però qualcuno è folle come il sottoscritto e vuole dare un'occhiata a tutti questi luoghi, senza neanche saperne bene il perchè, beh, la metropolitana risolve tutto molto comodamente.
Per il cinema più antico, invece, è d'obbligo una visita al museo del cinema tedesco dentro il futuristico Sony Center, vicino a Postdamer Platz. La parte moderna è povera, ma quella dedicata ai ruggenti anni dell'espressionismo, del decadentismo e del filonazismo (tra Caligari, Fritz Lang, Marlene Dietrich e i kolossal hitleriani della Riefenstahl) è ottima.
4. Odore. La città è un cantiere a cielo aperto e in certi tratti gli scavi riportano alla mente (e al naso) la peggior Barcellona (altra metropoli fantastica, ma che certo non profuma di mughetto). E' una seccatura a cui ci si abitua in fretta, localizzata soprattutto nell'area centrale. Un po' come le vespe che ti ronzano attorno mentre mangi all'aperto... (non mi ricordavo neanche che forma avessero le vespe... ma che fine hanno fatto a Torino? sono scomparse? moriremo tutti o quel discorso valeva solo per le api?).
5. Mobilità. Mezzi pubblici fantastici, ma il meglio è la bici. Non solo non ne avevo mai viste così tante, ma non avevo neanche mai visto una città con una simile libertà ciclabile (ok, mi mancano ancora sia Amsterdam che Pechino). I ciclisti sono i veri padroni: quando si avvicinano a velocità supersonica e suonano il loro campanellino, tu hai 5 secondi di tempo per scansarti. Come tram sui binari, loro non cambieranno traiettoria. Ci si abitua abbastanza rapidamente, e sul sellino è una goduria. Tragitto consigliato: dal Reichstag al castello di Charlottenburg. Prima si attraversa il Tiergarten, porgendo i propri saluti alla Siegessaule di Wenders (con il suo volto rivolto in segno di sfida verso la Francia: come si fa a non trovare simpatica una signora dorata che guarda in segno di sfida la Francia?). Poi si costeggia un lungo canale fino alla destinazione finale, dove ci si può spaparanzare su un prato e mangiare al sacco o leggere un libro (avvertenza: a Berlino leggere sembra essere davvero cool). Per i pedoni: chi vi dice che i berlinesi attraversano la strada solo con il verde, fa terrorismo civico. Anche lì vige un discreto e accettato daltonismo semaforico. Non solo tra i turisti.
6. DDR, eine (kino)sinfonie. Berlino ha tante storie da raccontare, e molto spesso non si tratta di favole della buonanotte. A risolvere i conti con l'eredità del nazismo ci hanno pensato i bombardamenti alleati e le cannonate russe: a parte il ministero dell'aviazione di Goering, di quell'epoca praticamente non è rimasto in piedi niente. Nei confronti della Germania Est, invece, l'atteggiamento è abbastanza ambiguo. Si parte da Alexanderplatz, la centralissima piazza fassbinderiana, localizzabile da qualsiasi punto della città grazie alla slanciata torre della tv. Lì vicino, sulla Sprea e di fronte all'isola dei Musei, c'è il solare DDR Museum, che fa molto Good Bye, Lenin! e pura "ostalgie", la nostalgia dell'Est. La piccola e simpatica automobile Trabant, le parodie dei jeans, le foto di Honecker che incontra Craxi (!!!), i cartoni animati di Sabbiolino, la passione per il nudismo, qualche accenno alla Stasi e un plastico del Muro. Così il panorama viene presentato alla maggior parte dei turisti. Si esce con un sorriso sulle labbra. Soprattutto perchè la questione del nudismo è stata strategicamente e intelligentemente posizionata alla fine della mostra (mentre il Muro è all'inizio). Prendendo la linea U5 della metropolitana e spostandosi verso est, l'atmosfera cambia già significativamente. Scendendo alla fermata di Weberwiese si può gettare un primo sguardo alla maestosità della Karl Marx Allee, il viale perfetto creato dal governo della DDR per le sue parate (la strada) e per i suoi progetti di edilizia popolare (i palazzoni). Prendendo la Marchlewskistrasse, in direzione sud-est, si arriva rapidamente all'incrocio con Wedekindstrasse. Qui si è già piuttosto lontani dalle rotte turistiche: ad agosto, la zona è deserta come qualsiasi quartiere residenziale di una grande metropoli europea durante il periodo estivo. Con un po' di attenzione, si può riconoscere un altro scorcio reso famoso dal cinema: l'esterno del palazzo dove abitano i due protagonisti principali di Le vite degli altri (il drammaturgo e l'attrice). Se avete palpitato vedendo il film non potrete non farlo in quella strada, che ai miei occhi si è presentata priva di vita esattamente come appare sul grande schermo (nelle orecchie avevo invece la colonna sonora - adeguatamente malinconica - composta da Yann Tiersen per Good Bye, Lenin!). Le sensazioni iniziano a incresparsi, i turisti sono lontani, e una breve passeggiata riporta alla Karl Marx Allee, proprio in prossimità delle sue celebri due torri in Frankfurter Tor. Qui, come bestemmia sacrilega nei confronti del passato, si può fare un boccone nell'anonimo locale capitalista aperto in un angolo della piazza: un McDonald's. Saltando di nuovo sulla U5, bastano altre tre fermate di metro per scendere ancora di un girone nell'inferno della storia. Il palazzo che confina con la fermata di Magdalenstrasse è infatti uno dei quattro lati dell'immenso isolato che la Stasi utilizzò come quartier generale fino al gennaio del 1990. Siamo di nuovo in zona Le vite degli altri (alcune scene del film vennero girate qui). Una ventina di edifici - tutti rigorosamente anonimi - nei quali veniva spiata, controllata, decisa la vita dei milioni di abitanti della Germania Est. Oggi lì dentro c'è di tutto. Un'agenzia immobiliare, uno studio ortopedico, un bar e altro ancora. Solo un edificio, il più piccolo e più importante, è rimasto come vestigia del passato. Ospita i tre piani dello Stasi Museum, con alcune stanze lasciate intatte, compreso l'ufficio di Erich Mielke, l'uomo che comandò per più di trent'anni la polizia di stato della DDR. La visita è consigliata e lascia di stucco per diverse ragioni: a) perchè si inizia a comprendere il livello di controllo assoluto (e di silenzioso e subdolo terrore) sotto cui erano costretti a vivere i cittadini del paese. b) perchè vedere gli oggetti e le tecnologie che gli uomini della Stasi utilizzavano per il loro mestiere (telecamere e registratori nascosti, soprattutto) fa quasi tenerezza: a noi spavaldi tecnoabitanti del terzo millennio, che ormai conserviamo tutta la vita in un telefonino, quegli aggeggi goffi e sgraziati sembrano dei giocattoli. La tenerezza si trasforma in un brivido di paura, se si pensa cosa potrebbe fare oggi - un governo spinto da simili deliri dittatoriali - con le tecnologie digitali... Da qui in avanti, il percorso si fa ancora più tortuoso e meno turistico. Per l'ultima tappa non ci sono quasi indicazioni: niente metropolitana, scarse segnalazioni negli uffici informazioni del centro città, poco spazio anche sulle guide. Persino al regista di Le vite degli altri è stato vietato l'accesso. Bisogna tornare indietro fino alla stazione di Frankfurter Allee, quindi prendere un autobus della linea 246 in Pettenkoferstrasse e proseguire fino alla fermata di Hohenschonhausen Rathaus. Due isolati a piedi e, giusto dietro a un Lidl, si erge un altro immenso blocco di palazzi di cemento - probabilmente il più cupo - della storia di Berlino Est della seconda metà del ventesimo secolo: le carceri di Hoenschonhausen. Qui venivano rinchiusi i prigionieri arrestati dalla Stasi, qualsiasi fossero i loro reati. Visitarle non è facile: bisogna telefonare prima per assicurarsi di entrare in un giro organizzato, spesso la guida è un ex-detenuto e raramente parla inglese. Basta però un'occhiata al museo aperto al piano inferiore della palazzina centrale per farsi un'idea. Si potrebbe proseguire in tanti altri modi: - tornando in Alexanderplatz e salendo sulla torre della tv - andando a caccia degli ultimi reperti del Muro - spingendosi fino ai quartieri di Pankow (zona residenziale per i dirigenti del partito comunista della DDR) o Marzahn (quartiere iper-popolare e periferico all'estremo est della città). Io ho preferito rientrare a Rosenthaler Platz, in tram, leggendo C'era una volta la DDR di Anna Funder. Se mai doveste decidere di prendervi una giornata per esplorare questo lato di Berlino, accompagnatela con la lettura di questo libro (e con la visione preventiva di Le vite degli altri e Good Bye, Lenin!, naturalmente).
7. Musica. La scelta è imbarazzante. Decine di club, concerti, eventi. Spesso la cosa migliore è tenere d'occhio i manifesti attaccati un po' ovunque per la città. Io in realtà anche in questo caso ho seguito un percorso un po' bislacco e personale. Niente elettronica d'avanguardia, niente techno, niente sperimentalismo e nemmeno un pizzico di classica con i Berliner (erano in vacanza). Giusto una sverniciata di jazz al B-Flat di Rosenthaler Strasse (jam session gratuita, dalle 21 fino a tarda notte, ogni mercoledì), l'acquisto del Koln Concert di Keith Jarrett in un negozietto di vinili usati in Torstrasse (edizioni Amiga/DDR), l'irrinunciabile tributo achtungbabiano agli Hansa Studios e alla Zoo Station, e infine - anche se con Berlino non c'entra assolutamente una mazza - una massiccia dose di grungestalgie. Prima gli Alice in Chains in un locale-fornace chiamato Columbia Klub (ex-cinema per soldati USA in Kreuzberg Ovest). Quindi i Pearl Jam, l'ultima sera, nell'anfiteatro all'aperto del Kindl-Buhne Wuhlheide. Meriterebbero un altro milione di parole, Eddie e compagni. Come sempre. Ma si è fatto tardi, temo di avere già sconfinato dai territori della curiosità a quelli della noia, e quindi - proprio con loro - tiro giù la serranda.