(achtung... messaggio ad alto tasso qualunquista)
Google sta sfornando un nuovo servizio dopo l'altro. Due giorni fa, Google Analytics. Oggi, Google Base. E chissà cosa arriverà domani. E' una cosa che mi mette un po' di tristezza. Non perché abbia qualcosa in contrario a Google, anzi. Mi sembra una delle aziende più geniali di tutti i tempi: fa i soldi con la pubblicità (10 miliardi di dollari nel 2005, secondo Business Week) ed è amata e utilizzata dalla gente perché offre servizi sempre gratuiti. Cosa chiedere di più dalla vita?
No, la tristezza è tutta legata a un ragionamento di stampo tardodannunziano. Pensando a Google, alle sue novità, al suo successo, al suo dinamismo imprenditoriale, mi viene da pensare a quando mai si potrà raccontare una storia del genere a proposito di una realtà italiana.
Google non è una società caduta da un pero a Mountain View. E non è neanche stata creata da qualche colosso consolidato. No, è nata dall'idea di due ricercatori universitari. E si è fatta spazio su Internet, nel mondo, nella società proponendo qualcosa di diverso.
Quand'è che qualcosa di simile accadrà qui da noi?
E quand'è che il nostro paese si sveglierà dal torpore medievale e reazionario che sembra averlo avvolto negli ultimi anni? In Italia sono tutti conservatori e passatisti: la destra, la sinistra, i sindacati, i grandi industriali, gli ambientalisti, gli editori, gli intellettuali. Persino i lavavetri che lavorano nel nostro paese probabilmente sono conservatori.
Non è tanto la scintilla di una Google italiana, a mancarci. E' la predisposizione mentale a creare le condizioni perché questa scintilla si accenda.
E il discorso riguarda il nostro paese a tutti i livelli.
Sul piano dell'innovazione tecnologica, non più di cinque anni fa l'Italia aveva provato a dire la sua: Vitaminic, Buongiorno, Virgilio, Tiscali e molte altre nuove realtà si erano inserite in quell'illusorio percorso della new economy che finì per portare dritto verso la crisi economica. Una crisi che però non è mica stata nostra esclusiva: ha toccato tutti i paesi del mondo, in alcuni casi con effetti ancora più disastrosi che da noi. Adesso la locomotiva sembra essere ripartita, dove è finito il vagone italiano? Perchè sui giornali di tutto il mondo si legge di un servizio telefonico VoIP nato in Svezia (Skype), di un governo che investe nella distribuzione di PC per le classi più povere (Brasile), dei primi esperimenti di voto online (Estonia) e di economie che galoppano anche grazie al progresso e alle nuove tecnologie (India, Cina, Irlanda, Israele, le tigrotte asiatiche), mentre è già tanto se si parla dell'Italia per le vittorie di Valentino Rossi?
E' un problema di mentalità.
Si dice: ma l'Italia non è mai stata all'avanguardia nel campo tecnologico, bisogna puntare su altre cose, per esempio il turismo. Bene, ma vogliamo farlo in maniera decente? In tutto il mondo ormai si può prenotare una camera d'albergo via Internet, persino gli ostelli sono facilmente raggiungibili. In Italia, in molti casi, è già tanto se in Rete sono reperibili i numeri di telefono degli alberghi. E infatti, la Francia - che non può offrire neanche la metà delle bellezze artistiche del nostro paese - è di gran lunga più visitata del nostro paese.
Ci sono un miliardo di cinesi che scalpitano per venire a fare una passeggiata ai Fori Imperiali, vedere Botticelli agli Uffizi e indicare il Millionaire di Briatore in Costa Smeralda: vogliamo offrire loro dei servizi decenti, magari non presumendo che in tutto il mondo si parli l'italiano?
Mentalità, mentalità.
A volte ci vuole anche coraggio. La Apple ha ritirato dal mercato il lettore musicale iPod mini proprio nel momento in cui andava meglio per sostituirlo con qualcosa di nuovo, il Nano. Quando mai sarebbe accaduto qualcosa del genere in Italia, dove ormai domina il pensiero unico dei diritti acquisiti ("tu ti impegni un po', ottieni qualcosa e poi ti limiti a difenderlo strenuamente dimenticando che il mondo avanza")?.
Nel sistema della comunicazione non si sta mica meglio. Non esiste un grande editore che stia sperimentando qualcosa di innovativo per abbracciare le nuove strade dell'informazione. Sono tutti arroccati nella difesa di vecchi modelli di business destinati a erodersi progressivamente. Si lamentano che di soldi ce ne sono sempre meno, ma non fanno niente per inventarsi nuovi modi per guadagnarne di più.
Il discorso vale per i quotidiani, le riviste, le TV.
Le TV. Tutta la televisione mondiale sta spostandosi su Internet. Ogni giorno si sente parlare di qualche nuovo esperimento, condotto sia da grosse media company che da piccole realtà dell'underground (quelle che sul Web hanno trovato un terreno particolarmente favorevole). La BBC prova addirittura il malefico filesharing. E in Italia? Beh, noi investiamo sul digitale terrestre. Cioè un sistema costosissimo e filosoficamente antico che ha già fatto spendere un sacco di soldi allo Stato (vedi le agevolazioni per i decoder) con l'unico risultato di dare qualche canale in più a chi ne aveva già tanti. Ok, sul digitale terrestre trasmettono le partite di calcio e io mi incazzo quando non posso vedere il Toro. Ma dove sta la novità? Passa di lì il futuro della televisione?
E poi c'è l'arte. Quella che tutto il mondo ci invidia. La Gioconda, La Divina Commedia, La Bohème, La Dolce Vita... Ma che bravi che siamo, ma quante tradizioni che abbiamo, ma quanto ci piace cullarci nella nostra grandezza passata.
Ok, ma oggi? Produciamo delle "opere" talmente noiose che vengono rifiutate anche nel Canton Ticino. E quando Ramazzotti vende dischi in Germania e la Pausini prende un Grammy latinoamericano c'è subito chi storce il naso e dice: "ma l'Italia non è mica solo la Pausini, l'Italia non è mica solo Ramazzotti, non è mica solo Bocelli". Già, è vero, ma è colpa dell'uomo nero se solo Ramazotti e la Pausini vendono all'estero? Non è che stiamo sopravvalutando un po' i nostri capolavori originali e alternativi. Perchè noi ascoltiamo gruppi belgi, islandesi, canadesi, australiani, spagnoli, danesi, messicani e negli altri paesi non ascoltano i nostri album?
La Gioconda, La Divina Commedia, La Bohème, La Dolce Vita. E' un ottimo libro di storia, l'Italia.
Al cinema, sembra che i registi nascano con i capelli bianchi. Citano alla rinfusa Truffaut, girano due sequenze pallosissime in un tinello e poi magari si lamentano che non arrivano i soldi statali. Nessuno che provi a inventare, innovare, stravolgere il linguaggio. Da questo punto di vista, il film più interessante degli ultimi anni è uno in cui viene inquadrato un pene per tutta la sua durata. Almeno è diverso da tutto il resto. Ci sono rare eccezioni, è ovvio. Le conseguenze dell'amore è bellissimo. Ma per quanto potremo tirare avanti ancora con le "rare eccezioni"?
Con la musica va un po' meglio (ho co-scritto un libro a proposito, non potrei dire altrimenti). Ma anche lì si inizia a tremare, soprattutto guardando al futuro e alla quasi completa assenza di ricambio generazionale. Sembra quasi che si sia esaurita la spinta propulsiva dal basso, quella che - senza voler fantasticare su una Nashville italiana - ha comunque fatto in modo che negli ultimi vent'anni un po' di sano rock uscisse dalle nostre cantine (e con rock si intende un po' di tutto: elettronica, alternative, noise e patchanke assortite). In tutte le forme artistiche, la vera crisi è quella che coinvolge il sottobosco, l'underground... Credo che sia quella che stiamo vivendo in questi tempi.
Di nuovo, è un problema di mentalità.
L'Italia non vuole guardare al futuro. Ha paura. In tutti i suoi settori, a qualsiasi livello sociale. E ogni volta che qualcuno prospetta una novità, scatta subito una pavloviana reazione di ripulsa. Appena uno accenna un'idea di cambiamento, c'è subito qualcuno che si oppone. Se l'opposizione arriva da destra, è una lobby. Da sinistra, un comitato spontaneo.
Proteggiamo le nostre tv, proteggiamo le nostre tradizioni, proteggiamo il nostro glorioso passato. Proteggiamo, proteggiamo. Intanto Google lancerà un nuovo servizio, la Cina ci sommergerà di spadrillas e qualche squadretta più affamata finirà pure per farci perdere i prossimi Mondiali.
Google sta sfornando un nuovo servizio dopo l'altro. Due giorni fa, Google Analytics. Oggi, Google Base. E chissà cosa arriverà domani. E' una cosa che mi mette un po' di tristezza. Non perché abbia qualcosa in contrario a Google, anzi. Mi sembra una delle aziende più geniali di tutti i tempi: fa i soldi con la pubblicità (10 miliardi di dollari nel 2005, secondo Business Week) ed è amata e utilizzata dalla gente perché offre servizi sempre gratuiti. Cosa chiedere di più dalla vita?
No, la tristezza è tutta legata a un ragionamento di stampo tardodannunziano. Pensando a Google, alle sue novità, al suo successo, al suo dinamismo imprenditoriale, mi viene da pensare a quando mai si potrà raccontare una storia del genere a proposito di una realtà italiana.
Google non è una società caduta da un pero a Mountain View. E non è neanche stata creata da qualche colosso consolidato. No, è nata dall'idea di due ricercatori universitari. E si è fatta spazio su Internet, nel mondo, nella società proponendo qualcosa di diverso.
Quand'è che qualcosa di simile accadrà qui da noi?
E quand'è che il nostro paese si sveglierà dal torpore medievale e reazionario che sembra averlo avvolto negli ultimi anni? In Italia sono tutti conservatori e passatisti: la destra, la sinistra, i sindacati, i grandi industriali, gli ambientalisti, gli editori, gli intellettuali. Persino i lavavetri che lavorano nel nostro paese probabilmente sono conservatori.
Non è tanto la scintilla di una Google italiana, a mancarci. E' la predisposizione mentale a creare le condizioni perché questa scintilla si accenda.
E il discorso riguarda il nostro paese a tutti i livelli.
Sul piano dell'innovazione tecnologica, non più di cinque anni fa l'Italia aveva provato a dire la sua: Vitaminic, Buongiorno, Virgilio, Tiscali e molte altre nuove realtà si erano inserite in quell'illusorio percorso della new economy che finì per portare dritto verso la crisi economica. Una crisi che però non è mica stata nostra esclusiva: ha toccato tutti i paesi del mondo, in alcuni casi con effetti ancora più disastrosi che da noi. Adesso la locomotiva sembra essere ripartita, dove è finito il vagone italiano? Perchè sui giornali di tutto il mondo si legge di un servizio telefonico VoIP nato in Svezia (Skype), di un governo che investe nella distribuzione di PC per le classi più povere (Brasile), dei primi esperimenti di voto online (Estonia) e di economie che galoppano anche grazie al progresso e alle nuove tecnologie (India, Cina, Irlanda, Israele, le tigrotte asiatiche), mentre è già tanto se si parla dell'Italia per le vittorie di Valentino Rossi?
E' un problema di mentalità.
Si dice: ma l'Italia non è mai stata all'avanguardia nel campo tecnologico, bisogna puntare su altre cose, per esempio il turismo. Bene, ma vogliamo farlo in maniera decente? In tutto il mondo ormai si può prenotare una camera d'albergo via Internet, persino gli ostelli sono facilmente raggiungibili. In Italia, in molti casi, è già tanto se in Rete sono reperibili i numeri di telefono degli alberghi. E infatti, la Francia - che non può offrire neanche la metà delle bellezze artistiche del nostro paese - è di gran lunga più visitata del nostro paese.
Ci sono un miliardo di cinesi che scalpitano per venire a fare una passeggiata ai Fori Imperiali, vedere Botticelli agli Uffizi e indicare il Millionaire di Briatore in Costa Smeralda: vogliamo offrire loro dei servizi decenti, magari non presumendo che in tutto il mondo si parli l'italiano?
Mentalità, mentalità.
A volte ci vuole anche coraggio. La Apple ha ritirato dal mercato il lettore musicale iPod mini proprio nel momento in cui andava meglio per sostituirlo con qualcosa di nuovo, il Nano. Quando mai sarebbe accaduto qualcosa del genere in Italia, dove ormai domina il pensiero unico dei diritti acquisiti ("tu ti impegni un po', ottieni qualcosa e poi ti limiti a difenderlo strenuamente dimenticando che il mondo avanza")?.
Nel sistema della comunicazione non si sta mica meglio. Non esiste un grande editore che stia sperimentando qualcosa di innovativo per abbracciare le nuove strade dell'informazione. Sono tutti arroccati nella difesa di vecchi modelli di business destinati a erodersi progressivamente. Si lamentano che di soldi ce ne sono sempre meno, ma non fanno niente per inventarsi nuovi modi per guadagnarne di più.
Il discorso vale per i quotidiani, le riviste, le TV.
Le TV. Tutta la televisione mondiale sta spostandosi su Internet. Ogni giorno si sente parlare di qualche nuovo esperimento, condotto sia da grosse media company che da piccole realtà dell'underground (quelle che sul Web hanno trovato un terreno particolarmente favorevole). La BBC prova addirittura il malefico filesharing. E in Italia? Beh, noi investiamo sul digitale terrestre. Cioè un sistema costosissimo e filosoficamente antico che ha già fatto spendere un sacco di soldi allo Stato (vedi le agevolazioni per i decoder) con l'unico risultato di dare qualche canale in più a chi ne aveva già tanti. Ok, sul digitale terrestre trasmettono le partite di calcio e io mi incazzo quando non posso vedere il Toro. Ma dove sta la novità? Passa di lì il futuro della televisione?
E poi c'è l'arte. Quella che tutto il mondo ci invidia. La Gioconda, La Divina Commedia, La Bohème, La Dolce Vita... Ma che bravi che siamo, ma quante tradizioni che abbiamo, ma quanto ci piace cullarci nella nostra grandezza passata.
Ok, ma oggi? Produciamo delle "opere" talmente noiose che vengono rifiutate anche nel Canton Ticino. E quando Ramazzotti vende dischi in Germania e la Pausini prende un Grammy latinoamericano c'è subito chi storce il naso e dice: "ma l'Italia non è mica solo la Pausini, l'Italia non è mica solo Ramazzotti, non è mica solo Bocelli". Già, è vero, ma è colpa dell'uomo nero se solo Ramazotti e la Pausini vendono all'estero? Non è che stiamo sopravvalutando un po' i nostri capolavori originali e alternativi. Perchè noi ascoltiamo gruppi belgi, islandesi, canadesi, australiani, spagnoli, danesi, messicani e negli altri paesi non ascoltano i nostri album?
La Gioconda, La Divina Commedia, La Bohème, La Dolce Vita. E' un ottimo libro di storia, l'Italia.
Al cinema, sembra che i registi nascano con i capelli bianchi. Citano alla rinfusa Truffaut, girano due sequenze pallosissime in un tinello e poi magari si lamentano che non arrivano i soldi statali. Nessuno che provi a inventare, innovare, stravolgere il linguaggio. Da questo punto di vista, il film più interessante degli ultimi anni è uno in cui viene inquadrato un pene per tutta la sua durata. Almeno è diverso da tutto il resto. Ci sono rare eccezioni, è ovvio. Le conseguenze dell'amore è bellissimo. Ma per quanto potremo tirare avanti ancora con le "rare eccezioni"?
Con la musica va un po' meglio (ho co-scritto un libro a proposito, non potrei dire altrimenti). Ma anche lì si inizia a tremare, soprattutto guardando al futuro e alla quasi completa assenza di ricambio generazionale. Sembra quasi che si sia esaurita la spinta propulsiva dal basso, quella che - senza voler fantasticare su una Nashville italiana - ha comunque fatto in modo che negli ultimi vent'anni un po' di sano rock uscisse dalle nostre cantine (e con rock si intende un po' di tutto: elettronica, alternative, noise e patchanke assortite). In tutte le forme artistiche, la vera crisi è quella che coinvolge il sottobosco, l'underground... Credo che sia quella che stiamo vivendo in questi tempi.
Di nuovo, è un problema di mentalità.
L'Italia non vuole guardare al futuro. Ha paura. In tutti i suoi settori, a qualsiasi livello sociale. E ogni volta che qualcuno prospetta una novità, scatta subito una pavloviana reazione di ripulsa. Appena uno accenna un'idea di cambiamento, c'è subito qualcuno che si oppone. Se l'opposizione arriva da destra, è una lobby. Da sinistra, un comitato spontaneo.
Proteggiamo le nostre tv, proteggiamo le nostre tradizioni, proteggiamo il nostro glorioso passato. Proteggiamo, proteggiamo. Intanto Google lancerà un nuovo servizio, la Cina ci sommergerà di spadrillas e qualche squadretta più affamata finirà pure per farci perdere i prossimi Mondiali.
(le trasmissioni sull'ottimismo, il profumo della vita, riprenderanno il più presto possibile)
4 comments:
Come ti capisco...
Grazie per averlo scritto (molto meglio) al posto mio ;)
Luciano
Proposta di collaborazione
A giorni metteremo on line il sito www.articoligratuiti.it
Si tratta di una raccolta di articoli a diffusione gratuita redatti da
blogger e web publisher su temi a loro scelta. E' un'opportunità
gratuita di crescita del traffico del proprio sito, in quanto ogni
articolo reca in calce le note sull'autore che possono contenere un
link al proprio sito o blog
In pratica hai la possibilità di ottenere gratuitamente
1) un link al tuo sito da www.articoligratuiti.it senza dover mettere
alcun link di scambio sul tuo blog.
2) La diffusione del tuo articolo. Ogni volta che il tuo articolo
verrà ripubblicato su ezine, newsletter, eccetera otterrai altri link
al tuo sito senza fare nulla.
3) Potrai incontrare nella tua categoria di www.articoligratuiti.it
altri blogger che condividono i tuoi interessi e, se lo desideri,
pubblicare gratuitamente i loro articoli.
L'unico impegno che ti viene chiesto è di scrivere un articolo e
mandarcelo mettendo in calce le note sull autore del tipo:
L'autore (o nome e cognome, o uno pseudonimo) è appassionato di .... e
tiene un blog dal titolo...
Chiaramente l'articolo con la pubblicazione diventa di pubblico
dominio. Chi decide di ripubblicarlo è tenuto a non modificarlo e a
mantenere in calce le note sull'autore e i link.
Un'anteprima dell'homepage con link non funzionanti è sul sito
http://it.geocities.com/articoligratuiti
Confidiamo di averti presto nel nostro team!
Cordiali saluti
Il team di Articoli Gratuiti.it
staff.articoli.gratuiti@gmail.com
parole sante Luca, parole sante.
pienamente d'accordo. A proposito di Vitaminic, come mai il sito adesso è di proprietà di una società sconosciuta?
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